Project Gutenberg's Libro della divina dottrina, by Caterina da Siena

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Title: Libro della divina dottrina
       Dialogo della divina provvidenza

Author: Caterina da Siena

Editor: Matilde Fiorilli

Release Date: October 19, 2008 [EBook #26961]

Language: Italian

Character set encoding: ISO-8859-1

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                            SCRITTORI D'ITALIA

                         SANTA CATERINA DA SIENA


                       LIBRO DELLA DIVINA DOTTRINA

                            VOLGARMENTE DETTO

                    DIALOGO DELLA DIVINA PROVVIDENZA




                         SANTA CATERINA DA SIENA

                       LIBRO DELLA DIVINA DOTTRINA

                            VOLGARMENTE DETTO

                    DIALOGO DELLA DIVINA PROVVIDENZA

                              NUOVA EDIZIONE

                    SECONDO UN INEDITO CODICE SENESE

                                A CURA DI

                            MATILDE FIORILLI


                                  BARI

                          GIUS. LATERZA & FIGLI

                         TIPOGRAFI-EDITORI-LIBRAI

                                  1912


PROPRIET LETTERARIA

AGOSTO MCMXII--31955




                    AL NOME DI IESU CRISTO CROCIFIXO
                            E DI MARIA DOLCE


                QUESTO LIBRO FECE LA VENERABILE VERGINE
            CATERINA DA SIENA MANTELLATA DI SANCTO DOMENICO

              LIBER DIVINE DOCTRINE DATE PER PERSONAM DEI
        PATRIS INTELLECTUI LOQUENTIS GLORIOSE ET SANCTE VIRGINI
          CATERINE DE SENIS PREDICATORUM ORDINIS. CONSCRIPTUS
           IPSA DICTANTE LICET VULGARITER ET STANTE IN RAPTU
             ACTUALITER ET AUDIENTE QUID IN EA LOQUERETUR
               DOMINUS DEUS ET CORAM PLURIBUS REFERENTE




CAPITOLO I

  Come l'anima per orazione s'unisce con Dio, e come questa anima, de
     la quale qui si parla, essendo levata in contemplazione, faceva a
     Dio quatro petizioni.


Levandosi una anima ansietata di grandissimo desiderio verso l'onore di
Dio e la salute de l'anime; exercitandosi per alcuno spazio di tempo
nella virt, abituata e abitata nella cella del cognoscimento di s per
meglio cognoscere la bont di Dio in s; perch al cognoscimento sguita
l'amore, amando cerca di seguitare e vestirsi della verit. E perch in
veruno modo gusta tanto ed  illuminata d'essa verit quanto col mezzo
de l'orazione umile e continua fondata nel cognoscimento di s e di Dio
(per che l'orazione, exercitandola per lo modo decto, unisce l'anima in
Dio, seguitando le vestigie di Cristo crocifixo), e cos per desiderio e
affecto e unione d'amore ne fa un altro s.

Questo parbe che dicesse Cristo quando disse: Chi m'amar e servar la
parola mia Io manifestar me medesimo a lui, e sar una cosa con meco e
Io con lui. E in pi luoghi troviamo simili parole, per le quali
potiamo vedere che egli  la verit che per affecto d'amore l'anima
diventa un altro lui. E per vederlo pi chiaramente, ricrdomi d'avere
udito d'alcuna serva di Dio che essendo in orazione, levata con grande
elevazione di mente, Dio non nascondeva a l'occhio de l'intellecto suo
l'amore che aveva a' servi suoi: anco el manifestava, e tra l'altre cose
diceva:--Apre l'occhio de l'intellecto e mira in me, e vedrai la dignit
e bellezza della mia creatura che ha in s ragione. E tra la bellezza
che io ho data a l'anima creandola a la imagine e similitudine mia,
raguarda costoro che sono vestiti del vestimento nupziale, cio della
carit, adornato di molte vere e reali virt, uniti sonno con meco per
amore. E per ti dico che se tu mi dimandassi:--Chi sonno
costoro?--Rispondarei--diceva il dolce e amoroso Verbo:--Sonno un altro
me, perch hanno perduta e annegata la propria volont, e vestitisi,
unitisi e conformatisi con la mia.--

Bene  dunque vero che l'anima s'unisce per affecto d'amore. S che,
volendo pi virilmente cognoscere e seguitare la verit, levando il
desiderio suo, prima per se medesima (considerando che l'anima non pu
fare vera utilit di doctrina, d'exemplo e d'orazione al proximo suo se
prima non fa utilit a s, cio d'avere e acquistare la virt in s)
domandava al sommo ed etterno Padre quattro petizioni. La prima era per
se medesima; la seconda per la reformazione della sancta Chiesa; la
terza generale per tucto quanto il mondo, e singularmente per la pace
dei cristiani e' quali sonno ribelli con molta irreverenzia e
persecuzione alla sancta Chiesa. Nella quarta dimandava la divina
providenzia che provedesse in comune, e in particulare in alcuno caso
che era adivenuto.




CAPITOLO II

  Come el desiderio di questa anima crebbe, essendole mostrato da Dio
     la necessit del mondo.


Questo desiderio era grande ed era continuo; ma molto maggiormente
crebbe essendo mostrato dalla prima Verit la necessit del mondo, e in
quanta tempesta e offesa di Dio egli era. E intesa aveva ancora una
lectera, la quale aveva ricevuta dal padre de l'anima sua, dove egli
mostrava pena e dolore intollerabile de l'offesa di Dio e danno de
l'anime e persecuzione della sancta Chiesa. Tucto questo l'accendeva il
fuoco del sancto desiderio, con dolore de l'offesa e con allegrezza
d'una speranza per la quale aspectava che Dio provedesse a tanti mali. E
perch nella comunione l'anima pare che pi dolcemente si strenga fra s
e Dio e meglio cognosca la sua verit (l'anima allora  in Dio, e Dio
ne l'anima, s come il pesce che sta nel mare, e il mare nel pesce); e
per questo le venne desiderio di giognere nella mactina per avere la
messa; el quale d era il d di Maria. Venuta la mactina e l'ora della
messa, si pose con ansietato desiderio e con grande cognoscimento di s,
vergognandosi della sua imperfeczione, parendole essere cagione del male
che si faceva per tucto quanto el mondo, concipendo uno odio e uno
dispiacimento di s con una giustizia sancta; nel quale cognoscimento e
odio e giustizia purificava le macchie che le pareva, ed era ne l'anima
sua, di colpa, dicendo:--O Padre etterno, io mi richiamo di me a te, che
tu punisca l'offese mie in questo tempo finito. E perch delle pene, che
debba portare il proximo mio, io per li miei peccati ne so' cagione,
per ti prego benignamente che tu le punisca sopra di me.




CAPITOLO III

  Come l'operazioni finite non sono sufficienti a punire n a
     remunerare senza l'affecto de la carit continuo.


Alora la Verit etterna, rapendo e tirando a s pi forte il desiderio
suo, facendo come faceva nel Testamento vecchio che quando facevano il
sacrifizio a Dio veniva uno fuoco e tirava a s il sacrifizio che era
accepto a lui, cos faceva la dolce Verit a quella anima: che mandava
il fuoco della clemenzia dello Spirito sancto e rapiva il sacrifizio del
desiderio che ella faceva di s a lui, dicendo:--Non sai tu, figliuola
mia, che tucte le pene che sostiene o pu sostenere l'anima in questa
vita non sonno sufficienti a punire una minima colpa? per che l'offesa
che  facta a me, che so' Bene infinito, richiede satisfaczione
infinita. E per Io voglio che tu sappi che non tucte le pene che sonno
date in questa vita sonno date per punizione, ma per correczione, per
gastigare il figliuolo quando egli offende. Ma  vero questo: che col
desiderio de l'anima si satisfa, cio con la vera contrizione e
dispiacimento del peccato. La vera contrizione satisfa a la colpa ed a
la pena, non per pena finita che sostenga, ma per desiderio infinito.
Perch Dio, che  infinito, infinito amore e infinito dolore vuole.
Infinito dolore vuole in due modi: l'uno  della propria offesa la quale
ha commessa contra 'l suo Creatore; l'altro  de l'offesa che vede fare
al proximo suo. Di questi cotali, perch hanno desiderio infinito (cio
che sonno uniti per affecto d'amore in me, e per si dogliono quando
offendono o veggono offendere), ogni loro pena che sostengono,
spirituale o corporale, da qualunque lato ella viene, riceve infinito
merito e satisfa a la colpa che meritava infinita pena: poniamo che
sieno state operazioni finite, facte in tempo finito; ma perch fu
adoperata la virt e sostenuta la pena con desiderio e contrizione e
dispiacimento della colpa infinito, per valse.

Questo dimostr Paolo quando disse: Se io avesse lingua angelica,
sapesse le cose future, desse il mio a' poveri, e dessi el corpo mio ad
ardere, e non avesse carit, nulla mi varrebbe. Mostra il glorioso
apostolo che l'operazioni finite non sonno sufficienti n a punire n a
remunerare senza il condimento dell'affecto della carit.




CAPITOLO IV

  Come el desiderio e la contriczione del cuore satisfa a la colpa e
     a la pena in s e in altrui, e come tale volta satisfa a la colpa e
     none a la pena.

--Hotti mostrato, carissima figliuola, come la colpa non si punisce in
questo tempo finito per veruna pena che si sostenga, puramente pur pena.
E dico che si punisce con la pena che si sostiene col desiderio, amore e
contrizione del cuore: non per virt della pena, ma per la virt del
desiderio de l'anima. S come il desiderio e ogni virt vale ed ha in s
vita per Cristo crocifixo unigenito mio Figliuolo in quanto l'anima ha
tracto l'amore dallui e con virt sguita le vestigie sue.

Per questo modo vagliono, e non per altro; e cos le pene satisfanno a
la colpa col dolce e unitivo amore acquistato nel cognoscimento dolce
della mia bont, e amaritudine e contrizione di cuore, cognoscendo se
medesimo e le proprie colpe sue. El quale cognoscimento genera odio e
dispiacimento del peccato e della propria sensualit. Unde egli si
reputa degno delle pene e indegno del fructo. S che--diceva la dolce
Verit--vedi che, per la contrizione del cuore, con l'amore della vera
pazienzia e con vera umilit, reputandosi degni della pena e indegni del
fructo, per umilit portano con pazienzia. S che vedi che satisfa per
lo modo decto.

Tu mi chiedi pene acci che si satisfacci a l'offese che sonno facte a
me dalle mie creature, e dimandi di volere cognoscere e amare me che so'
somma Verit. Questa  la via a volere venire a perfecto cognoscimento e
volere gustare me Verit etterna: che tu non esca mai del cognoscimento
di te; e abbassata che tu se' nella valle de l'umilit, e tu cognosce me
in te. Del quale cognoscimento trarrai quello che t' necessario. Neuna
virt pu avere in s vita se non dalla carit. E l'umilit  baglia e
nutrice della carit. Nel cognoscimento di te t'aumiliarai vedendo te
per te non essere, e l'essere tuo cognoscerai da me che v'ho amati prima
che voi fuste; e per l'amore ineffabile che Io v'ebbi, volendovi
ricreare a grazia v'ho lavati e ricreati nel sangue de l'unigenito mio
Figliuolo sparto con tanto fuoco d'amore.

Questo sangue fa cognoscere la verit a colui che s'ha levata la nuvila
de l'amore proprio per lo cognoscimento di s; ch in altro modo non la
cognoscerebbe. Allora l'anima s'accender in questo cognoscimento di me
con uno amore ineffabile; per lo quale amore sta in continua pena, non
pena affliggitiva che affligga n disecchi l'anima, anco la ingrassa; ma
perch ha cognosciuta la mia verit e la propria colpa sua e la
ingratitudine e ciechit del proximo, ha pena intollerabile; e per si
duole perch m'ama, ch se ella non m'amasse non si dorrebbe.

Subbito che tu e gli altri servi miei avarete, per lo modo decto,
cognosciuta la mia verit, vi converr sostenere infine a la morte le
molte tribolazioni e ingiurie e rimprovri in decto e in facto per
gloria e loda del nome mio. S che tu portarai e patirai pene.

Tu dunque e gli altri miei servi, portate con vera pazienzia, con dolore
della colpa e amore della virt, per gloria e loda del nome mio. Facendo
cos, satisfar le colpe tue e degli altri miei servi, s che le pene
che sosterrete saranno sufficienti, per la virt della carit, a
satisfare e a remunerare in voi e in altrui. In voi ne ricevarete fructo
di vita, spente le macchie delle vostre ignoranzie, e Io non mi
ricordar che voi m'offendeste mai. In altrui satisfar per la carit e
affecto vostro, e donar secondo la disposizione loro con la quale
ricevaranno. In particulare a coloro che si dispongono umilemente e con
reverenzia a ricevere la doctrina de' servi miei, lo' perdonar la colpa
e la pena. Come? che per questo verranno a questo vero cognoscimento e
contrizione de' peccati loro. S che con lo strumento de l'orazione e
desiderio de' servi miei riceveranno fructo di grazia, ricevendo essi
umilemente, come decto , e meno e pi, secondo che vorranno exercitare
con virt la grazia.

In generale, dico che per li desidri vostri riceveranno remissione e
donazione. Guarda gi che non sia tanta la loro obstinazione che eglino
vogliano essere riprovati da me per disperazione, spregiando el Sangue
che con tanta dolcezza gli ha ricomprati. Che fructo ricevono? el fructo
 che Io gli aspecto, costrecto da l'orazioni de' servi miei, e dollo'
lume, e follo' destare il cane della coscienzia, e follo' sentire
l'odore della virt, e dilectargli della conversazione de' miei servi. E
alcuna volta permecto che 'l mondo lo' mostri quello che egli ,
sentendo variate e diverse passioni acci che cognoscano la poca
fermezza del mondo e levino il desiderio a cercare la patria loro di
vita etterna. E cos per questi e molti altri modi, e' quali l'occhio
non  sufficiente a vedere n la lingua a narrare n il cuore a pensare
quante sonno le vie e' modi che Io tengo, solo per amore e per riducerli
a grazia, acci che la mia verit sia compta in loro.

Costrecto so' di farlo da la inextimabile carit mia con la quale Io li
creai, e da l'orazioni e desidri e dolore de' servi miei; perch non
so' spregiatore della lagrima, sudore e umile orazione loro, anco gli
accepto, per che Io so' colui che gli fo amare e dolere del danno de
l'anime. Ma non lo' d satisfaczione di pena a questi cotali generali,
ma s di colpa, perch non sonno disposti dalla parte loro a pigliare
con perfecto amore l'amore mio e de' servi miei. N non pigliano el loro
dolore con amaritudine e perfecta contrizione della colpa commessa; ma
con amore e contrizione imperfecta, e per non hanno n ricevono
satisfaczione di pena come gli altri, ma s di colpa; perch richiede
disposizione da l'una parte e da l'altra, cio da chi d e da chi
riceve. Perch sonno imperfecti, imperfectamente ricevono la perfeczione
de' desidri di coloro che con pena gli offerano dinanzi da me per loro.

Perch ti dixi che ricevevano satisfaczione, e anco l'era donato. Cos 
la verit, che per lo modo che Io t'ho decto, per li strumenti di
quello che di sopra contiammo (del lume della coscienzia, e de l'altre
cose), l' satisfacto la colpa; cio cominciandosi a ricognoscere,
bomicano il fracidume de' peccati loro, e cos ne ricevono dono di
grazia.

Questi sonno coloro che stanno nella carit comune. Se essi hanno
ricevuto per correczione quello che hanno avuto, e non hanno facta
resistenzia alla clemenzia dello Spirito sancto, ricvonne vita di
grazia escendo della colpa. Ma se essi, come ignoranti, sonno ingrati e
scognoscenti verso di me e verso le fadighe de' servi miei, esso facto
lo' torna in ruina e a giudicio quello che era dato per misericordia;
non per difecto della misericordia n di colui che impetrava la
misericordia per lo ingrato, ma solo per la miseria e durizia sua, il
quale ha posto, con la mano del libero arbitrio, in sul cuore la pietra
del diamante che, se non si rompe col Sangue, non si pu rompere. Anco
ti dico che, non obstante la durizia sua, mentre che egli ha il tempo
che pu usare il libero arbitrio, chiedendo il sangue del mio Figliuolo,
con essa medesima mano e pongalo sopra la durizia del cuore suo, lo
spezzar e ricever il fructo del Sangue che  pagato per lui. Ma se
egli s'indugia, passato el tempo, non ha rimedio veruno, perch non ha
riportata la dota che gli fu data da me: dandoli la memoria perch
ritenesse i benefizi miei, e lo 'ntellecto perch vedesse e cognoscesse
la verit, e l'affecto perch egli amasse me, verit etterna, la quale
lo 'ntellecto cognobbe.

Questa  la dota che io vi diei, la quale debba ritornare a me Padre.
Avendola venduta e sbaractata al demonio, el demonio con esso lui ne va
e portane quello che in questa vita acquist, empiendo la memoria delle
delizie e ricordamento di disonest, superbia, avarizia e amore proprio
di s; odio e dispiacimento del proximo, perseguitatore de' miei servi.
In queste miserie obfuscano lo 'ntellecto per la disordinata volont;
cos ricevono, con le puzze loro, pena etternale, infinita pena, perch
non satisfecero a la colpa con la contrizione e dispiacimento del
peccato.

S che hai come la pena satisfa alla colpa per la perfecta contrizione
del cuore, non per le pene finite. E non tanto la colpa, ma la pena che
sguita doppo la colpa, a questi che hanno questa perfeczione. E a'
generali, come decto , satisfa a la colpa, cio che, privati del
peccato mortale, ricevono la grazia; e non avendo sufficiente
contrizione e amore a satisfare a la pena, vanno alle pene del
purgatorio, passati dal secondo e ultimo mezzo.

S che vedi che satisfa per lo desiderio de l'anima unito in me, che so'
infinito Bene; poco e assai, secondo la misura del perfecto amore di
colui che d l'orazione e il desiderio e di colui che riceve. Con quella
medesima misura che colui d a me e l'altro riceve in s, con quella l'
misurato dalla mia bont. S che cresce il fuoco del desiderio tuo, e
non lassare punto di tempo che tu non gridi con voce umile e con
continua orazione dinanzi da me per loro. Cos dico a te e al padre de
l'anima tua che Io t'ho dato in terra, che virilmente portiate, e morta
sia ogni propria sensualit.




CAPITOLO V

  Come molto  piacevole a Dio el desiderio di volere portare per lui.


--Molto  piacevole a me il desiderio di volere portare ogni pena e
fadiga infino a la morte in salute de l'anime. Quanto pi sostiene, pi
dimostra che m'ami; amandomi, pi cognosce della mia verit; e quanto
pi cognosce, pi sente pena e dolore intollerabile de l'offesa mia.

Tu dimandavi di sostenere e di punire e' difecti altrui sopra di te; e
tu non t'avedevi che tu dimandavi amore, lume e cognoscimento della
verit. Perch gi ti dixi che quanto era maggiore l'amore, tanto cresce
il dolore e la pena. A cui cresce amore, cresce dolore. Adunque Io vi
dico che voi dimandiate, e egli vi sar dato. Io non denegar a chi mi
dimander in verit. Pensa che egli  tanto unito l'amore della divina
carit, che  ne l'anima, con la perfecta pazienzia, che non si pu
partire l'una che non si parta l'altra. E per debba l'anima, come
elegge d'amare me, cos elegga di portare per me pene in qualunque modo,
e di qualunque cosa Io le concedo. La pazienzia non si pruova se non
nelle pene, e la pazienzia  unita con la carit, come decto . Adunque
portate virilmente, altrimenti non sareste n dimostrareste d'essere
sposi della mia verit e figliuoli fedeli, n che voi fuste gustatori
del mio onore n della salute de l'anime.




CAPITOLO VI

  Come ogni virt e ogni defecto si fa col mezzo del proximo.


--Ch io ti fo a sapere che ogni virt si fa col mezzo del prossimo, e
ogni difecto. Chi sta in odio di me fa danno al proximo e a se medesimo
che  principale prossimo. Fagli danno in generale e in particulare. In
generale  perch ste tenuti d'amare il prossimo vostro come voi
medesimi; amandolo dovete sovenirlo spiritualmente con l'orazione e con
la parola, consigliandolo e aitandolo spiritualmente e temporalmente
secondo che fa bisogno alla sua necessit, almeno volontariamente, non
avendo altro. Non amando me, non ama lui; non amandolo, non el soviene;
offende innanzi se medesimo che si tolle la grazia, e offende il
prossimo tollendoli, perch non gli d l'orazione e i dolci desidri che
 tenuto d'offerire dinanzi a me per lui. Ogni sovenire che egli fa
debba uscire della dileczione che egli gli ha per amore di me.

Cos ogni male si fa per mezzo del prossimo, cio che, non amando me,
non  nella carit sua. E tucti e' mali dependono perch l'anima 
privata della carit di me e del prossimo suo. Non facendo bene, sguita
che fa male; facendo male, verso cui el fa e dimostra? verso se medesimo
in prima e del proximo; non verso di me, ch a me non pu fare danno se
none in quanto Io reputo facto a me quello che fa ad altrui. Fa danno a
s di colpa, la qual colpa el priva della grazia; peggio non si pu
fare. Al proximo fa danno non dandoli el debito che gli debba dare della
dileczione e dell'amore, col quale amore il debba sovenire con
l'orazione e sancto desiderio offerto a me per lui.

Questo  uno sovenimento generale che si debba fare a ogni creatura che
ha in s ragione. Utilit particulari sonno quelle che si fanno a coloro
che vi sonno pi da presso dinanzi agli occhi vostri, de' quali ste
tenuti di sovenire l'uno a l'altro con la parola e doctrina e exemplo di
buone operazioni, e in tucte l'altre cose che si vede che egli abbi
bisogno; consigliandolo schiectamente come se medesimo e senza passione
di proprio amore. Egli non el fa, perch gi  privato della dileczione
verso di lui. S che vedi che, non facendolo, gli fa danno particulare;
e non tanto che gli facci danno non facendoli quel bene che egli pu, ma
e' gli fa male e danno assiduamente. Come? Per questo modo: el peccato
si fa actuale e mentale; mentale  gi facto, ch ha conceputo piacere
del peccato e odio della virt, cio del proprio amore sensitivo, il
quale l'ha privato de l'affecto della carit el quale debba avere a me e
al proximo suo. E poi che egli ha conceputo, gli parturisce l'uno di po'
l'altro sopra del proximo, secondo che piace a la perversa volont
sensitiva, in diversi modi: alcuna volta vediamo che parturisce una
crudelt e in generale e in particulare. Generale  di vedere s e le
creature in dampnazione e in caso di morte per la privazione della
grazia; ed  tanto crudele che non si soviene, s n altrui, de l'amore
della virt e odio del vizio; anco come crudele distende actualmente pi
la crudelt sua, cio che non tanto che egli dia exemplo di virt, ma
egli, come malvagio, piglia l'officio delle dimonia, traendo, giusta 'l
suo potere, la creatura da la virt e conducendola nel vizio. Questa 
crudelt verso l'anima che s' facto strumento a tollarle la vita e
darle la morte. Crudelt corporale usa per cupidit, ch non tanto che
egli sovenga il proximo del suo, ma egli tolle l'altrui, robbando le
poverelle, e alcuna volta per acto di signoria e alcuna volta con
inganno e con frode facendo ricomprare le cose del proximo e spesse
volte la propria persona. O crudelt miserabile, la quale sarai privata
della misericordia mia, se esso non torna a piet e benivolenzia verso
di lui!

E alcuna volta parturisce parole ingiuriose, doppo le quali parole
spesse volte sguita l'omicidio. E alcuna volta parturisce disonest
nella persona del proximo, per la quale ne diventa animale bruto, pieno
di puzza; e non atosca n uno n due, ma chi se gli appressima con amore
e conversazione ne rimane atoscato.

In cui parturisce la superbia? solo nel proximo per propria reputazione
di s; unde ne traie dispiacere del proximo suo, reputandosi maggiore di
lui, e per questo modo gli fa ingiuria. Se egli ha a tenere stato di
signoria, parturisce ingiustizia e crudelt ed  rivenditore delle carni
degli uomini.

O carissima figliuola, duolti de l'offesa mia e piagne sopra questi
morti, acci che con l'orazione si distruga la morte loro! Or vedi che
da qualunque lato, e di qualunque maniera di genti, tu vedi tucti
parturire i peccati sopra del proximo, e farli col suo mezzo. In altro
modo non farebbe mai peccato neuno, n occulto n palese: occulto 
quando non gli d quello che gli debba dare; palese  quando parturisce
e' vizi, s come Io ti dixi.

Adunque bene  la verit che ogni offesa facta a me si fa col mezzo del
proximo.




CAPITOLO VII

  Come le virt s'aoperano col mezzo del proximo, e perch le virt
     sono poste tanto differenti ne le creature.


--Decto t'ho come tucti e' peccati si fanno col mezzo del proximo per lo
principio che ti posi, perch erano privati dell'affecto della carit,
la quale carit d vita a ogni virt; e cos l'amore proprio, il quale
tolle la carit e dileczione del proximo,  principio e fondamento
d'ogni male. Tucti gli scandali, e odio e crudelt e ogni inconveniente
procede da questa perversa radice de l'amore proprio. Egli ha avelenato
tucto quanto el mondo e infermato el corpo mistico della sancta Chiesa e
l'universale corpo della religione cristiana, perch Io ti dixi che nel
proximo si fondavano tucte le virt, e cos  la verit.

Io s ti dixi che la carit dava vita a tucte le virt, e cos : che
veruna virt si pu avere senza la carit, cio che la virt s'acquisti
per puro amore di me. Ch poi che l'anima ha cognosciuta s, come di
sopra dicemmo, ha trovata umilit e odio della propria passione
sensitiva, cognoscendo la legge perversa che  legata nelle membra sue
che sempre impugna contra lo spirito. E per s' levata con odio e
dispiacimento d'essa sensualit, conculcandola socto la ragione con
grande sollicitudine; e in s ha trovata la larghezza della mia bont
per molti benefizi che ha ricevuti da me, e' quali tucti ritruova in se
medesima. E il cognoscimento che ha trovato di s il retribuisce a me
per umilit, cognoscendo che per grazia Io l'abbi tracto della tenebre e
recato a lume di vero cognoscimento.

E poi che ha cognosciuta la mia bont, l'ama senza mezzo ed amala con
mezzo: cio senza mezzo di s e di sua propria utilit; e amala col
mezzo della virt (la quale virt ha conceputa per amor di me), perch
vede che in altro modo non sarebbe grato n accepto a me se non
concepesse l'odio del peccato e amore delle virt. E poi che l'ha
conceputa per affecto d'amore, subbito la parturisce al proximo suo, ch
in altro modo non sarebbe verit che egli l'avesse conceputa in s. Ma
come in verit m'ama, cos fa utilit al proximo suo; e non pu essere
altrementi, perch l'amore di me e del proximo  una medesima cosa, e
tanto quanto l'anima ama me, tanto ama lui, perch l'amore verso di lui
esce di me.

Questo  quel mezzo che io v'ho posto acci che exercitiate e proviate
la virt in voi: che, non potendo fare utilit a me, dovetela fare al
proximo. Questo manifesta che voi aviate me per grazia ne l'anima
vostra; facendo fructo in lui di molte e sancte orazioni con dolce e
amoroso desiderio, cercando l'onore di me e la salute de l'anime. Non si
rist mai l'anima inamorata della mia verit di fare utilit a tucto el
mondo, in comune e in particulare, poco e assai, secondo la disposizione
di colui che riceve e de l'ardente desiderio di colui che d, s come di
sopra fu manifestato quando ti dichiarai che pura la pena, senza il
desiderio, non era sufficiente a punire la colpa.

Poi che egli ha facto utilit per l'amore unitivo che ha facto in me,
per lo quale ama lui, disteso l'affecto alla salute di tucto quanto il
mondo, sovenendo alla sua necessit, ingegnasi (poi che ha facto bene a
s per lo concipere la virt, unde ha tracta la vita della grazia) di
ponere l'occhio a la necessit del proximo in particulare. Poi che
mostrato l'ha generalmente a ogni creatura che ha in s ragione, per
affecto di carit, come decto , ed egli soviene quelli da presso,
secondo diverse grazie che Io gli ho date a ministrare: chi di doctrina,
cio con la parola consigliando schiectamente senza alcuno rispecto; chi
con exemplo di vita. E questo debba fare ogniuno, e dare edificazione al
proximo di sancta e onesta vita.

Queste sonno le virt, e molte altre, le quali non potresti narrare, che
si parturiscono nella dileczione del proximo. Perch l'ho poste tanto
differenti che Io non ho dato tucto a uno, anco a cui ne do una, e a cui
ne do un'altra particulare? poniamo che una non ne possa avere che tucte
non l'abbi, perch tucte le virt sono legate insieme. Ma dolle molte,
quasi come per capo di tucte l'altre virt; cio che a cui dar
principalmente la carit, e a cui la giustizia, e a cui l'umilit, e a
cui una fede viva; ad altri una prudenzia, una temperanzia, una
pazienzia; ad altri una fortezza. Queste e molte altre dar ne l'anima
differentemente a molte creature: poniamo che l'una di queste sia posta
per uno principale obiecto di virt ne l'anima, disponendosi pi a
conversazione principale con essa che con l'altre; e per questo affecto
di questa virt trae a s tucte l'altre virt, ch (come decto ) elle
sono tucte legate insieme ne l'affecto della carit.

E cos molti doni e grazie di virt e d'altro, spiritualmente e
corporalmente (corporalmente dico per le cose necessarie per la vita de
l'uomo), tucte l'ho date in tanta differenzia che non l'ho poste tucte
in uno, perch abbi materia, per forza, d'usare la carit l'uno con
l'altro. Ch ben potevo fare gli uomini dotati di ci che bisogna e
secondo il corpo e secondo l'anima; ma Io volsi che l'uno avesse bisogno
de l'altro, e fussero miei ministri a ministrare le grazie e i doni che
hanno ricevuti da me. Ch voglia l'uomo o no, non pu fare che per forza
non usi l'acto della carit.  vero che, se ella non  facta e donata
per amore di me, quello acto non gli vale quanto a grazia.

S che vedi che acci che essi usassero la virt della carit, Io gli ho
facti miei ministri e posti in diversi stati e variati gradi. Questo vi
mostra che nella Casa mia ha molte mansioni, e che Io non voglio altro
che amore. Per che ne l'amore di me compie l'amore del proximo; compto
l'amore del proximo, ha observata la legge: ci che pu fare d'utilit,
secondo lo stato suo, colui che  legato in questa dileczione, s el
fa.




CAPITOLO VIII

  Come le virt si pruovano e fortificano per li loro contrari.


--Hotti decto come egli fa utilit al proximo, nella quale utilit
mostra l'amore che ha a me. Ora ti dico che nel proximo pruova in se
medesimo la virt della pazienzia nel tempo della ingiuria che riceve da
lui. E pruova l'umilit nel superbo, e pruova la fede ne l'infedele, e
pruova la vera speranza in colui che none spera, e la giustizia nello
ingiusto, e la piet nel crudele, e la mansuetudine e benignit ne
l'iracundo.

Tucte le virt si pruovano e parturiscono nel proximo, s come gl'iniqui
parturiscono ogni vizio nel proximo loro. Se tu vedi bene, l'umilit 
provata nella superbia: cio che l'umile spegne la superbia, per che 'l
superbo non pu fare danno a l'umile; n la infidelit dello iniquo
uomo, che non ama n spera in me, a colui che  fedele a me non
diminuisce n la fede, n la speranza in colui che l'ha conceputa in s
per amore di me: anco la fortifica e la pruova nella dileczione de
l'amore del proximo. Ch conciosiacosa che egli el vegga infedele e
senza speranza in me e in lui (ch colui che non ama me non pu avere
fede n speranza in me, anco la pone nella propria sensualit, la quale
egli ama), el servo fedele mio non lassa per che fedelmente non l'ami e
che sempre con esperanza non cerchi in me la salute sua. S che vedi che
nella loro infidelit e mancamento di speranza pruova la virt della
fede. In questo e ne l'altre cose nelle quali  bisogno di provarla,
egli la pruova in s e nel proximo suo.

E cos la giustizia non diminuisce per le sue ingiustizie, anco dimostra
di provare la giustizia, cio che dimostra che egli  giusto per la
virt della pazienzia; come la benignit e mansuetudine nel tempo de
l'ira si manifesta con la dolce pazienzia; e la invidia, dispiacimento e
odio con la dileczione della carit, fame e desiderio della salute de
l'anime.

Anco ti dico che non tanto che si pruovi la virt in coloro che rendono
bene per male, ma Io ti dico che spesse volte gictar carboni accesi di
fuoco di carit, el quale dissolve e l'odio e il rancore del cuore e
della mente de l'iracundo; e da odio torna spesse volte a benivolenzia.
E questo  per la virt della carit e perfecta pazienzia che  in colui
che sostiene l'ira de l'iniquo, portando e sopportando e' difecti suoi.

Se tu raguardi la virt della fortezza e perseveranzia, ella  provata
nel molto sostenere, nelle ingiurie e detraczioni degli uomini, e' quali
spesse volte, quando per ingiuria e quando con lusinghe, il vogliono
ritrare da seguitare la via e doctrina della verit, in tucto  forte e
perseverante se la virt della fortezza  dentro conceputa; alora la
pruova nel proximo, come decto t'ho. E se ella, al tempo che  provata
con molti contrari, non facesse buona pruova, non sarebbe virt in
verit fondata.




TRACTATO DE LA DISCREZIONE




CAPITOLO IX

  Qui comincia el tractato de la discrezione. E prima, come l'affecto
     non si die ponere principalmente ne la penitenzia ma ne le virt. E
     come la discrezione riceve vita da l'umilit, e come rende ad
     ciascuno el debito suo.


--Queste sonno le sancte e dolci operazioni che io richieggio da' servi
miei: ci sonno queste virt intrinseche de l'anima, provate come detto
ho; non solamente quelle virt che si fanno con lo strumento del corpo,
cio con acto di fuore o con diverse e varie penitenzie, le quali sonno
strumento di virt, ma non virt. Ch se solo fusse questo, senza le
virt di sopra contiate, poco sarebbe piacevole a me: anco, spesse
volte, se l'anima non facesse la penitenzia sua discretamente, cio che
l'affecto suo fusse principalmente posto nella penitenzia cominciata,
impedirebbe la sua perfeczione. Ma debbalo ponere ne l'affecto de
l'amore, con odio sancto di s, e con vera umilit e perfecta pazienzia,
e ne l'altre virt intrinseche de l'anima, con fame e desiderio del mio
onore e salute de l'anime. Le quali virt dimostrano che la volont sia
morta, e continuamente s'uccide sensualmente per affecto d'amore di
virt.

Con questa discrezione debba fare la penitenzia sua: cio di pnare il
principale affecto nelle virt pi che nella penitenzia. La penitenzia
die fare come strumento per augmentare la virt, secondo che  bisogno e
che si vede di potere fare secondo la misura della sua possibilit. In
altro modo, cio facendo il fondamento sopra la penitenzia, impedirebbe
la sua perfeczione, perch non sarebbe facta con lume di cognoscimento
di s e della mia bont discretamente. E non pigliarebbe la verit mia,
ma indiscretamente farebbe, non amando quello che Io pi amo e odiando
quello che Io pi odio. Ch discrezione non  altro che uno vero
cognoscimento che l'anima debba avere di s e di me; in questo
cognoscimento tiene le sue radici.

Ella  uno figliuolo che  innestato e unito con la carit.  vero che
ha molti figliuoli, s come uno arbore che abbi molti rami; ma quello
che d vita a l'arbore e a' rami  la radice se ella  piantata nella
terra de l'umilit (la quale  balia e nutrice della carit), dove egli
sta innestato questo figliuolo e arbore della discrezione. Ch
altrementi non sarebbe virt di discrezione e non producerebbe fructo di
vita, se ella non fusse piantata nella virt de l'umilit, perch
l'umilit procede dal cognoscimento che l'anima ha di s. E gi ti dixi
che la radice della discrezione era uno vero cognoscimento di s e della
mia bont; unde subbito rende a ogniuno discretamente il debito suo.

E principalmente il rende a me, rendendo gloria e loda al nome mio; e
retribuisce a me le grazie e i doni che vede e cognosce avere ricevuti
da me. E a s rende quello che si vede avere meritato, cognoscendo s
non essere; e l'essere suo, el quale ha, cognosce avere avuto per grazia
da me; e ogni altra grazia, che ha ricevuta sopra l'essere, la
retribuisce a me e non a s. Parle essere ingrata a tanti benefizi e
negligente in non avere exercitato il tempo e le grazie ricevute, e per
le pare essere degna delle pene. Alora si rende odio e dispiacimento
nelle colpe sue.

E questo fa la virt della discrezione, fondata nel cognoscimento di s
con vera umilit. Ch se questa umilit non fusse ne l'anima (come decto
), sarebbe indiscreta e non discreta. La quale indiscrezione sarebbe
posta nella superbia, come la discrezione  posta ne l'umilit. E per
indiscretamente, s come ladro, furarebbe l'onore a me e darebbelo a s
per propria reputazione; e quello che  suo porrebbe a me, lagnandosi e
mormorando de' misteri miei e' quali Io adoperasse in lui o ne l'altre
mie creature; d'ogni cosa si scandelizzarebbe in me e nel proximo suo.

El contrario che fanno coloro che hanno la virt della discrezione: che,
poi che hanno renduto il debito che detto  a me e a loro, rendono poi
al proximo il principale debito de l'affecto della carit e de l'umile e
continua orazione. El quale debba rendere ciascuno l'uno a l'altro; e
rendeli debito di doctrina, di sancta e onesta vita per exemplo,
consigliandolo e aitandolo secondo che gli  di bisogno a la salute sua,
come di sopra ti dixi.

In ogni stato che l'uomo , o signore o prelato o subdito, se egli ha
questa virt, ogni cosa che fa e rende al proximo suo fa discretamente e
con affecto di carit, perch elle sonno legate e innestate insieme e
piantate nella terra della vera umilit, la quale esce del cognoscimento
di s.




CAPITOLO X

  Similitudine come la carit, l'umilit e la discrezione sono unite
     insieme; a la quale similitudine l'anima si debba conformare.


--Sai come stanno queste tre virt? come se tu avessi uno cerchio tondo
posto sopra la terra; e nel mezzo del cerchio escisse uno arbore con uno
figliuolo dallato unito con lui. L'arbore si notrica nella terra che
contiene la larghezza del cerchio, ch se egli fusse fuore della terra,
l'arbore sarebbe morto e non darebbe fructo infino che non fusse
piantato nella terra.

Or cos ti pensa che l'anima  uno arbore facto per amore, e per non
pu vivere altro che d'amore.  vero che, se ella non ha amore divino di
perfecta carit, non produce fructo di vita ma di morte. Conviensi che
la radice di questo arbore, cio l'affecto de l'anima, stia e non esca
del cerchio del vero cognoscimento di s; el quale cognoscimento di s 
unito in me che non ho n principio n fine, s come el cerchio che 
tondo; ch quanto tu ti vai ravollendo dentro nel cerchio, non truovi n
fine n principio; e pure dentro vi ti truovi. Questo cognoscimento di
s e di me in s, truova e sta sopra la terra della vera umilit; la
quale  tanto grande quanto la larghezza del cerchio, cio il
cognoscimento che ha avuto di s, unito in me come decto . Ch
altrimenti non sarebbe cerchio senza fine n senza principio: anco
avarebbe principio, avendo cominciato a cognoscere s, e finirebbe nella
confusione se questo cognoscimento non fusse unito in me.

Alora l'arbore della carit si nutrica ne l'umilit, mectendo il
figliuolo dallato della vera discrezione per lo modo che decto t'ho. El
mirollo de l'arbore, cio de l'affecto della carit che  ne l'anima, 
la pazienzia; la quale  uno segno dimostrativo che dimostra me essere
ne l'anima e l'anima unita in me. Questo arbore cos dolcemente piantato
gicta fiori odoriferi di virt, con molti e divariati sapori; egli rende
fructo di grazia a l'anima e fructo d'utilit al proximo secondo la
sollicitudine di chi vorr ricevere de' fructi de' servi miei. A me
rende odore di gloria e loda al nome mio; e cos fa quello per che Io el
creai, e da questo giogne al termine suo, cio me, che so' vita durabile
che non gli posso essere tolto se egli non vuole.

Tucti quanti e' fructi che escono de l'arbore sonno conditi con la
discrezione, perch sonno uniti insieme, come detto t'ho.




CAPITOLO XI

  Come la penitenzia e gli altri exercizi corporali si debbono
     prendere per strumento da venire a virt e non per principale
     affecto. E del lume de la discrezione in diversi altri modi e
     operazioni.


--Questi sonno e' fructi e l'operazioni che Io richieggio da l'anima: la
pruova delle virt al tempo del bisogno. E per ti dixi, se bene ti
ricorda gi cotanto tempo, quando desideravi di fare grande penitenzia
per me, dicendo:--Che potrei io fare che io sostenesse pena per te?--E
Io ti risposi nella mente tua, dicendo:--Io so' colui che mi dilecto di
poche parole e di molte operazioni;--per dimostrarti che non colui che
solamente mi chiamar col suono della parola:--Signore, Signore, io
vorrei fare alcuna cosa per te;--n colui che per me desidera e vuole
mortificare il corpo con le molte penitenzie, senza uccidere la propria
volont, m'era molto a grado. Ma Io volevo le molte operazioni del
sostenere virilmente e con pazienzia, e l'altre virt che contiate t'ho,
intrinseche de l'anima, le quali tucte sonno operative, che aduoperano
fructo di grazia.

Ogni altra operazione, posta in altro principio che questo, Io le reputo
essere chiamare solo con la parola, perch elle sonno operazioni finite.
E Io, che so' infinito, richieggio infinite operazioni, cio infinito
affecto d'amore. Voglio che l'operazioni di penitenzia e d'altri
exercizi, e' quali sonno corporali, siano posti per strumento e non per
principale affecto. Ch se fusse posto el principale affecto ine, mi
sarebbe data cosa finita, e farebbe come la parola che, escita che 
fuore della bocca, non  pi; se gi la parola non escisse con l'affecto
de l'anima, il quale concipe e parturisce in verit la virt; cio che
l'operazione finita (la quale t'ho chiamata parola) fusse unita con
l'affecto della carit. Alora sarebbe grata e piacevole a me, perch non
sarebbe sola ma accompagnata con la vera discrezione, usando
l'operazioni corporali per strumento e non per principale capo.

Non sarebbe convenevole che principio e capo si facesse solo nella
penitenzia o in qualunque acto di fuore corporale, ch gi ti dixi che
elle erano operazioni finite. E finite sonno: s perch elle sonno facte
in tempo finito, e s perch alcuna volta si conviene che la creatura le
lassi, o che elle gli sieno facte lassare. Quando le lassa per necessit
di non potere fare quello acto che ha cominciato, per diversi accidenti
che gli vengono, o per obbedienzia che sar comandato dal prelato suo,
che facendole, non tanto che egli meritasse, ma egli offendarebbe. S
che vedi che elle sonno finite. Debba dunque pigliare per uso e non per
principio; ch, pigliandole per principio, di bisogno  che in alcuno
tempo le lassi, e l'anima alora rimane vta.

E questo vi mostr il glorioso Pavolo mio banditore quando dixe nella
epistola sua che voi mortificaste il corpo e uccideste la propria
volont: cio sapere tenere a freno il corpo, macerando la carne, quando
volesse inpugnare contra lo spirito; ma la volont vuole essere in tucto
morta e abnegata e sottoposta a la volont mia. La quale volont
s'uccide con quello debito che Io ti dixi che la virt della discrezione
rendeva a l'anima: cio odio e dispiacimento de l'offese e della propria
sensualit, il quale acquist nel cognoscimento di s.

Questo  quello coltello che uccide e taglia ogni proprio amore fondato
nella propria volont. Or costoro sonno quegli che non mi dnno
solamente parole ma molte operazioni. Dicendo molte non ti pongo
numero, perch l'affecto de l'anima fondato in carit, che d vita a
tucte le virt, debba giognere in infinito. E none schifo per la
parola, ma dixi ch'Io volevo poche parole, mostrandoti che ogni
operazione actuale era finita, e per le chiamai poche; ma pure mi
piacciono quando sonno poste per strumento di virt e non per principale
virt.

E per non debba veruno dare giudicio di ponere maggiore perfeczione nel
grande penitente, che si d molto a uccidere il corpo suo, che in colui
che ne fa meno; per che, come Io t'ho decto, none sta ine la virt n
il merito loro; per che male ne starebbe chi non pu fare, per
legiptime cagioni, operazione e penitenzia actuale; ma sta solo nella
virt della carit, condita col lume della vera discrezione, per che
altrimenti non varrebbe. E questo amore la discrezione il d senza fine
e senza modo verso di me, per che so' somma e etterna verit; non pone
legge n termine a l'amore col quale egli ama me, ma bene il pone con
modo e con carit ordinata verso el proximo suo.

El lume della discrezione, la quale esce della carit, come decto t'ho,
d al proximo amore ordinato, cio con ordinata carit che non fa danno
di colpa a s per fare utilit al proximo. Ch se uno solo peccato
facesse per campare tucto il mondo de lo 'nferno, o per adoperare una
grande virt, non sarebbe carit ordinata con discrezione: anco sarebbe
indiscreta, perch licito non  di fare una grande virt e utilit al
proximo con colpa di peccato. Ma la discrezione sancta  ordinata in
questo modo: che l'anima tucte le potenzie sue dirizza a servire me
virilmente con ogni sollicitudine, e il proximo ama con affecto d'amore
ponendo la vita del corpo per salute de l'anime, se fusse possibile,
mille volte; sostenendo pene e tormenti perch abbi vita di grazia. E la
substanzia sua temporale pone in utilit ed in sovenimento del corpo del
proximo suo.

Questo fa el lume della discrezione che esce della carit. S che vedi
che discretamente rende e debba rendere, ogni anima che vuole la grazia,
a me amore infinito e senza modo, e al proximo (col mio amore infinito)
amare lui con modo e carit ordinata, come detto t'ho, non rendendo male
di colpa a s per utilit altrui. E di questo v'amun sancto Pavolo
quando disse che la carit si debba prima muovere da s; altrimenti non
sarebbe utilit altrui d'utilit perfecta. Ch quando la perfeczione non
 ne l'anima, ogni cosa  imperfecta: e ci che aduopera e in s e in
altrui. Non sarebbe cosa convenevole che per salvare le creature, che
sonno finite e create da me, fussi offeso Io, che so' Bene infinito; pi
sarebbe grave solo quella colpa, e grande, che non sarebbe il fructo che
farebbe per quella colpa.

S che colpa di peccato in veruno modo tu non debbi fare; la vera carit
il cognosce, perch ella porta seco el lume della sancta discrezione.
Ella  quello lume che dissolve ogni tenebre, e tolle la ignoranzia, e
ogni virt condisce; e ogni strumento di virt actuale  condito da lei.
Ella ha una prudenzia che non pu essere ingannata; ella ha una fortezza
che non pu essere venta; ella ha una perseveranzia grande infino al
fine che tiene dal cielo a la terra, cio dal cognoscimento di me al
cognoscimento di s; da la carit mia a la carit del proximo. Con vera
umilit campa e passa tucti e' lacciuoli del dimonio e delle creature
con la prudenzia sua. Con la mano disarmata, cio col molto sostenere,
ha sconficto el dimonio e la carne con questo dolce e glorioso lume,
perch con esso cognobbe la sua fragilit, e cognoscendola le rende il
debito de l'odio. Ha conculcato el mondo e messoselo sotto e' piei de
l'affecto. Spregiandolo e tenendolo a vile n' facto signore,
facendosene beffe.

E per gli uomini del mondo non possono tollere le virt de l'anima; ma
tucte le loro persecuzioni sonno acrescimento e provamento della virt.
La quale prima  conceputa per affecto d'amore, come decto , e poi si
pruova nel proximo e si parturisce sopra di lui. E cos t'ho mostrato
che, se ella non si vedesse e rendesse lume al tempo della pruova
dinanzi da l'uomo, non sarebbe verit che la virt fusse conceputa.
Perch gi ti dixi e hotti manifestato che virt non pu essere, che sia
perfecta, che dia fructo, senza el mezzo del proximo. Se non come la
donna che ha conceputo in s il figliuolo, che se ella non il parturisce
che venga dinanzi a l'occhio della creatura, non si reputa lo sposo
d'avere figliuolo; cos Io che so' sposo de l'anima, se ella non
parturisce il figliuolo della virt nella carit del proximo,
mostrandolo, secondo che  di bisogno, in comune e in particulare, s
come Io ti dixi; dico che in verit non avar conceputa la virt in s.
E cos dico el vizio che tucti si commectono col mezzo del proximo.




CAPITOLO XII

  Repetizione d'alcune cose gi decte, e come Dio promecte refrigerio
     a' servi suoi e la reformazione de la sancta Chiesa col mezzo del
     molto sostenere.


--Ora hai veduto che Io, Verit, t'ho mostrata la verit e la doctrina
per la quale tu venga e conservi la grande perfeczione. E anco t'ho
dichiarato in che modo si satisfa la colpa e la pena, in te e nel
proximo tuo, dicendoti che la pena che sostiene la creatura mentre che 
nel corpo mortale, non  sofficiente la pena in se sola a satisfare la
colpa e la pena, se gi ella non fusse unita con l'affecto della carit
e con la vera contrizione e dispiacimento del peccato, come decto t'ho.

Ma la pena alora satisfa quando  unita la pena con la carit: non per
virt di veruna pena actuale che si sobstenga, ma per virt della carit
e dolore della colpa commessa. La quale carit  acquistata col lume de
l'intellecto, con cuore schiecto e liberale raguardando in me, obiecto,
che so' essa carit. Tucto questo t'ho mostrato perch tu mi dimandavi
di volere portare. Hottelo mostrato acci che tu e gli altri servi miei
sappiate in che modo e come dovete fare sacrifizio di voi a me.
Sacrifizio, dico, actuale e mentale unito insieme, s come  unito el
vasello con l'acqua che si presenta al Signore: ch l'acqua senza il
vasello non si potrebbe presentare; el vaso senza l'acqua, portandolo,
non sarebbe piacevole a lui. Cos vi dico che voi dovete offerire a me
il vasello delle molte fadighe actuali per qualunque modo Io ve le
concedo; non eleggendo voi n luogo n tempo n fadighe a modo vostro,
ma a mio. Ma questo vasello debba essere pieno, cio portandole tucte
con affecto d'amore e con vera pazienzia; portando e sopportando e'
difecti del proximo vostro con odio e dispiacimento del peccato. Alora
si truovano queste fadighe (le quali t'ho poste per uno vasello) piene
de l'acqua della grazia mia, la quale d vita a l'anima; alora Io ricevo
questo presente da le dolci spose mie, cio da ogni anima che mi serve.
Ricevo, dico, da loro gli anxietati desidri, lagrime e sospiri loro,
umili e continue orazioni; le quali cose sono tucte uno mezzo che, per
l'amore che Io l'ho, placano l'ira mia sopra e' nemici miei de gl'iniqui
uomini che tanto m'offendono.

S che sostiene virilmente infino alla morte; e questo mi sar segno che
voi in verit m'amiate. E non dovete vllere il capo indietro a mirare
l'aratro per timore di veruna creatura n per tribolazioni: anco nelle
tribolazioni godete. El mondo si rallegra facendovi molta ingiuria, e
voi ste contristati nel mondo per le ingiurie e offese che mi vedete
fare, per le quali offendendo me offendono voi; e offendendo voi
offendono me, perch so' facto una cosa con voi. Ben vedi tu che
avendovi data la imagine e similitudine mia, e perdendo voi la grazia
per lo peccato, per rndarvi la vita della grazia unii la mia natura in
voi, velandola della vostra umanit. E cos, essendo voi imagine mia,
presi la imagine vostra, prendendo forma umana.

S che Io so' una cosa con voi, se gi l'anima non si diparte da me per
la colpa del peccato mortale. Ma chi m'ama sta in me, e Io in lui; e
per el mondo il perseguita, perch 'l mondo non ha conformit con meco;
e per perseguit l'unigenito mio Figliuolo infino a l'obrobriosa morte
della croce. E cos fa a voi: egli vi perseguita e perseguitar in fino
a la morte perch me non ama; ch se 'l mondo avesse amato me, e voi
amarebbe. Ma rallegratevi, ch l'allegrezza vostra sar piena in celo.

Anco ti dico che quanto ora abondar pi la tribolazione nel corpo
mistico della sancta Chiesa, tanto abondar pi in dolcezza ed in
consolazione. E questa sar la dolcezza sua: la reformazione de' sancti
e buoni pastori, e' quali sonno fiori di gloria, cio che rendono gloria
e loda al nome mio, rendendomi odore di virt fondate in verit. E
questa  la reformazione de' fiori odoriferi dei miei ministri e
pastori. Non che abbi bisogno il fructo di questa sposa d'essere
riformato, perch non diminuisce n si guasta mai per li difecti de'
ministri. S che rallegratevi, tu e 'l padre de l'anima tua e gli altri
miei servi, ne l'amaritudine; ch Io, Verit etterna, v'ho promesso di
darvi refrigerio, e doppo l'amaritudine vi dar consolazione (col molto
sostenere) nella reformazione della sancta Chiesa.




CAPITOLO XIII

  Come questa anima per la responsione divina crebbe insiememente e
     manc in amaritudine; e come fa orazione a Dio per la Chiesa sancta
     sua e per lo popolo suo.


Alora l'anima anxietata e affocata di grandissimo desiderio, conceputo
ineffabile amore nella grande bont di Dio, cognoscendo e vedendo la
larghezza della sua carit che con tanta dolcezza aveva degnato di
rispondere a la sua petizione, e di satisfare dandole speranza a
l'amaritudine, la quale aveva conceputa per l'offesa di Dio e danno
della sancta Chiesa e miseria sua propria (la quale vedeva per
cognoscimento di s), mitigava l'amaritudine, e cresceva l'amaritudine;
perch avendole il sommo ed etterno Padre manifestata la via della
perfeczione e nuovamente le mostrava l'offesa sua e il danno de l'anime,
s come di socto dir pi distesamente.

Perch nel cognoscimento che l'anima fa di s, cognosce meglio Dio,
cognoscendo la bont di Dio in s; e nello specchio dolce di Dio
cognosce la dignit e la indegnit sua medesima: cio la dignit della
creazione, vedendo s essere imagine di Dio e datole per grazia e non
per debito. E nello specchio della bont di Dio dico che cognosce
l'anima la sua indegnit nella quale  venuta per la colpa sua. Per che
come nello specchio meglio si vede la macula della faccia de l'uomo
specchiandosi dentro nello specchio, cos l'anima che, con vero
cognoscimento di s, si leva per desiderio con l'occhio de l'intellecto
a raguardarsi nello specchio dolce di Dio, per la purit, che vede in
lui, meglio cognosce la macula della faccia sua.

E perch el lume e il cognoscimento era maggiore in quella anima per lo
modo decto, era cresciuta una dolce amaritudine, ed era scemata
l'amaritudine. Era scemata per la speranza che le die' la prima Verit;
e s come il fuoco cresce quando gli  data la materia, cos crebbe il
fuoco in quella anima per s facto modo che possibile non era a corpo
umano a potere sostenere che l'anima non si partisse dal corpo. Unde, se
non che era cerchiata di fortezza da Colui che  somma fortezza, non
l'era possibile di camparne mai.

Purificata l'anima dal fuoco della divina carit, la quale trov nel
cognoscimento di s e di Dio, e cresciuta la fame con la speranza della
salute di tucto quanto el mondo e della reformazione della sancta
Chiesa, si lev con una sicurt dinanzi al sommo Padre, avendole
mostrato la lebbra della sancta Chiesa e la miseria del mondo, quasi con
la parola di Mois dicendo:

--Signore mio, vlle l'occhio della tua misericordia sopra el popolo tuo
e sopra el corpo mistico della sancta Chiesa; per che pi sarai tu
gloriato di perdonare a tante creature e dar lo' lume di cognoscimento
(ch tucte ti rendarebbero laude vedendosi campare per la tua infinita
bont da la tenebre del peccato mortale e da l'etterna dampnazione) che
tu non sarai solamente di me miserabile che tanto t'ho offeso e la quale
so' cagione e strumento d'ogni male. E per ti prego, divina etterna
carit, che tu facci vendecta di me e facci misericordia al popolo tuo.
Mai dinanzi ala presenzia tua non mi partir infino che io vedr che tu
lo' facci misericordia.

E che sarebbe a me che io vedesse me avere vita e il popolo tuo la
morte? e che la tenebre si levasse nella sposa tua, che  essa luce,
principalmente per li miei difecti e de l'altre tue creature? Voglio
dunque, e per grazia tel dimando, che abbi misericordia al popolo tuo
per la carit increata che mosse te medesimo a creare l'uomo a la
imagine e similitudine tua dicendo: Facciamo l'uomo a la imagine e
similitudine nostra. E questo facesti volendo tu, Trinit etterna, che
l'uomo participasse tucto te, alta, etterna Trinit. Unde gli desti la
memoria perch ritenesse i benefizi tuoi, nella quale participa la
potenzia di te, Padre etterno; e destili l'intellecto acci che
cognoscesse, vedendo, la tua bont e participasse la sapienzia de
l'unigenito tuo Figliuolo; e destili la volont acci che potesse amare
quello che lo 'ntellecto vide e cognobbe de la tua verit participando
la clemenzia dello Spirito sancto.

Chi ne fu cagione che tu ponessi l'uomo in tanta dignit? L'amore
inextimabile col quale raguardasti in te medesimo la tua creatura e
inamorastiti di lei, e per la creasti per amore e destile l'essere
acci che ella gustasse e godesse il tuo etterno bene. Vego che per lo
peccato commesso perdecte la dignit nella quale tu la ponesti; per la
rebellione che fece a te cadde in guerra con la clemenzia tua, cio che
diventammo nemici tuoi. Tu, mosso da quel medesimo fuoco con che tu ci
creasti, volesti ponere il mezzo a reconciliare l'umana generazione che
era caduta nella grande guerra, acci che della guerra si facesse la
grande pace. E destici el Verbo de l'unigenito tuo Figliuolo, il quale
fu tramezzatore fra noi e te.

Egli fu nostra giustizia che sopra di s pun le nostre ingiustizie; e
fece l'obbedienzia tua, Padre etterno, la quale gli ponesti quando el
vestisti della nostra umanit, pigliando la natura e imagine nostra
umana. Oh abisso di carit! qual cuore si pu difendere che non scoppi a
vedere l'altezza discesa a tanta bassezza quanta  la nostra umanit?
Noi siamo imagine tua, e tu imagine nostra per l'unione che hai facta ne
l'uomo, velando la Deit etterna con la miserabile nuvila e massa
corrocta d'Adam. Chi n' cagione? L'amore. Tu, Dio, se' facto uomo, e
l'uomo  facto Dio. Per questo amore ineffabile ti costringo e prego che
facci misericordia a le tue creature.




CAPITOLO XIV

  Come Dio si lamenta del popolo cristiano, e singularmente de'
     ministri suoi, toccando alcuna cosa del sacramento del Corpo di
     Cristo e del benefizio de la Incarnazione.


Alora Dio, vollendo l'occhio della sua misericordia verso di lei,
lassandosi costrignere a le lagrime e lassandosi legare a la fune del
sancto desiderio suo, lagnandosi diceva:

--Figliuola dolcissima, la lagrima mi costrigne perch  unita con la
mia carit ed  gictata per amore di me; e lganomi e' penosi desidri
vostri. Ma mira e vede come la sposa mia ha lordata la faccia sua; come
 lebbrosa per immondizia e amore proprio e infiata superbia e avarizia
di coloro che si pascono al pecto suo, cio la religione cristiana,
corpo universale; e anco il corpo mistico della sancta Chiesa; ci dico
de' miei ministri, e' quali sonno quelli che si pascono e stanno alle
mamelle sue. E non tanto che essi si pascano, ma essi hanno a pascere e
tenere a queste mamelle l'universale corpo del popolo cristiano e di
qualunque altro volesse levarsi dalla tenebre della infidelit e legarsi
come membro nella Chiesa mia.

Vedi con quanta ignoranzia e con quanta tenebre e con quanta
ingratitudine  ministrato, e con mani inmonde, questo glorioso lacte e
Sangue di questa sposa? e con quanta presumpzione e inreverenzia 
ricevuto? E per quella cosa che d vita, spesse volte, per loro
difecto, loro d morte, cio il prezioso sangue de l'unigenito mio
Figliuolo, el quale tolse la morte e la tnabre e don la luce e la
verit, e confuse la bugia.

Ogni cosa don questo sangue e adoper intorno a la salute e a compire
la perfeczione ne l'uomo, a chi si dispone a ricvare; ch, come d vita
e dota l'anima d'ogni grazia (poco e assai, secondo la disposizione e
affecto di colui che riceve), cos d morte a colui che iniquamente
vive. S che da la parte di colui che riceve, ricevendolo indegnamente
con la tenebre del peccato mortale, a costui gli d morte e non vita.
Non per difecto del Sangue, n per difecto del ministro che fusse in
quello medesimo male o maggiore: per che 'l suo male non guasta n
lorda il Sangue, n diminuisce la grazia e virt sua, e per non fa male
a colui a cui egli el d; ma a se medesimo fa male di colpa, alla quale
gli sguita la pena se esso non si corregge con vera contrizione e
dispiacimento della colpa sua.

Dico dunque che fa danno a colui che 'l riceve indegnamente, non per
difecto del Sangue n del ministro (come decto ), ma per la sua mala
disposizione e difecto suo, che con tanta miseria e immondizia ha
lordata la mente e il corpo suo e tanta crudelt ha avuta a s e al
proximo suo. A s l'ebbe tollendosi la grazia, conculcando socto e' piei
de l'affecto suo el fructo del Sangue che trasse del sancto baptesmo,
essendoli gi tolta per virt del Sangue la macchia del peccato
originale, la quale macchia trasse quando fu conceputo dal padre e dalla
madre sua. E per donai el Verbo de l'unigenito mio Figliuolo perch la
massa de l'umana generazione era corrocta per lo peccato del primo uomo
Adam, e per tucti voi, vaselli facti di questa massa, eravate corrocti
e non disposti ad avere vita etterna.

Unde per questo Io, altezza, unii me con la bassezza della vostra
umanit: per remediare a la corruczione e morte de l'umana generazione,
e per restituirla a grazia, la quale per lo peccato perd. Non potendo
Io sostenere pena (e della colpa voleva la divina mia giustizia che
n'escisse la pena) e non essendo sufficiente pure uomo a satisfare, che
se egli avesse pure in alcuna cosa satisfacto, non satisfaceva altro
che per s e non per l'altre creature che hanno in loro ragione (bench
di questa colpa n per s n per altrui poteva egli satisfare, perch la
colpa era facta contra me che so' infinita bont); volendo Io pure
restituire l'uomo, el quale era indebilito e non poteva satisfare per la
cagione decta e perch era molto indebilito, mandai el Verbo del mio
Figliuolo vestito di questa medesima natura che voi, massa corrocta
d'Adam, acci che sostenesse pena in quella natura medesima che aveva
offeso e, sostenendo sopra del corpo suo infino a l'obrobriosa morte
della croce, placasse l'ira mia.

E cos satisfeci a la mia giustizia e saziai la divina mia misericordia,
la quale misericordia volse satisfare a la colpa de l'uomo e disponerlo
a quel bene per lo quale Io l'avevo creato. S che la natura umana,
unita con la natura divina, fu sufficiente a satisfare per tucta l'umana
generazione, non solo per la pena che sostenne nella natura finita, cio
della massa d'Adam, ma per la virt della Deit etterna, natura divina
infinita. Unita l'una natura ne l'altra, ricevecti e acceptai el
sacrifizio del sangue de l'unigenito mio Figliuolo, intriso e impastato
con la natura divina col fuoco della divina carit, la quale fu quello
legame che 'l tenne conficto e chiavellato in croce.

Or per questo modo fu sufficiente a satisfare la colpa la natura umana:
solo per virt della natura divina. Per questo modo fu tolta la marcia
del peccato d'Adam, e rimase solo el segno, cio inchinamento al peccato
e ogni difecto corporale. S come la margine che rimane quando l'uomo 
guarito della piaga, cos la colpa d'Adam la quale men marcia mortale.
Venuto el grande medico de l'unigenito mio Figliuolo, cur questo
infermo beiendo la medicina amara, la quale l'uomo bere non poteva
perch era molto indebilito. Egli fece come la baglia che piglia la
medicina in persona del figliuolo, perch ella  grande e forte, e il
fanciullo non  forte a potere portare l'amaritudine. S che egli fu
baglia, portando con la grandezza e fortezza della Deit, unita con la
natura vostra, l'amara medicina della penosa morte della croce per
sanare e dare vita a voi, fanciulli indebiliti per la colpa.

Solo il segno rimase del peccato originale, el quale peccato contraete
dal padre e dalla madre quando ste conceputi da loro. Il quale segno si
tolle da l'anima, bench non a tucto; e questo si fa nel sancto
baptesmo, el quale baptesmo ha virt e d vita di grazia in virt di
questo glorioso e prezioso sangue. Subbito che l'anima ha ricevuto il
sancto baptesmo, l' tolto il peccato originale ed lle infusa la
grazia. E lo inchinamento al peccato (che  la margine che rimane del
peccato originale, come decto ) indebilisce, e pu l'anima rifrenarlo
se ella vuole.

Alora el vasello de l'anima  disposto a ricvare e aumentare in s la
grazia, assai e poco, secondo che piacer a lei di volere disponere se
medesima con affecto e desiderio di volere amare e servire me. Cos si
pu disponere al male come al bene, non obstante che egli abbi ricevuta
la grazia nel sancto baptesmo. Unde venuto el tempo de la discrezione,
per lo libero arbitrio pu usare il bene e il male secondo che piace a
la volont sua. Ed  tanta la libert che ha l'uomo, e tanto  facto
forte per la virt di questo glorioso sangue, che n dimonio n creatura
il pu costregnere a una minima colpa pi che egli si voglia. Tolta gli
fu la servitudine e facto libero, acci che signoreggiasse la sua
propria sensualit e avesse il fine per lo quale era stato creato.

Oh miserabile uomo che si dilecta nel loto come fa l'animale, e non
ricognosce tanto benefizio quanto ha ricevuto da me; pi non poteva
ricevere la miserabile creatura piena di tanta ignoranzia!




CAPITOLO XV

  Come la colpa  pi gravemente punita doppo la passione di Cristo
     che prima, e come Dio promecte di fare misericordia al mondo e a la
     sancta Chiesa col mezzo dell'orazione e del patire de' servi suoi.


--Voglio che tu sappi, figliuola mia, che per la grazia che hanno
ricevuta avendoli ricreati nel sangue de l'unigenito mio Figliuolo, e
restituita a grazia l'umana generazione (s come decto t'ho), non
ricognoscendola, ma andando sempre di male in peggio e di colpa in
colpa, sempre perseguitandomi con molte ingiurie e tenendo tanto a vile
le grazie che Io l'ho facte e fo, che non tanto che essi se la rechino a
grazia, ma e' lo' pare ricevere alcuna volta da me ingiuria, n pi n
meno come se Io volesse altro che la loro sanctificazione; dico che lo'
sar pi duro, e degni saranno di maggiore punizione. E cos saranno pi
puniti ora, poi che hanno ricevuta la redempzione del sangue del mio
Figliuolo, che innanzi la redempzione, cio innanzi che fusse tolta via
la marcia del peccato d'Adam. Cosa ragionevole  che chi pi riceve, pi
renda e pi sia tenuto a colui da cui egli riceve.

Molto era tenuto l'uomo a me per l'essere che Io gli avevo dato,
creandolo a la imagine e similitudine mia. Era tenuto di rendermi
gloria, ed egli me la tolse e volsela dare a s; per la qual cosa
trapass l'obedienzia mia imposta a lui e diventommi nemico. Ed Io con
l'umilit destruxi la superbia sua, umiliando la natura divina e
pigliando la vostra umanit; cavandovi dalla servitudine del dimonio,
fecivi liberi; e non tanto che Io vi desse libert, ma, se tu vedi bene,
l'uomo  facto Dio, e Dio  facto uomo per l'unione della natura divina
nella natura umana.

Questo  uno debito il quale hanno ricevuto, cio il tesoro del Sangue,
dove essi sonno recreati a grazia. S che vedi quanto essi sono pi
obligati a rendere a me doppo la redempzione che inanzi la redempzione.
Sonno tenuti di rendere gloria e loda a me, seguitando le vestigie della
Parola incarnata de l'unigenito mio Figliuolo, e alora mi rendono debito
d'amore di me e dileczione del proximo con vere e reali virt, s come
di sopra ti dixi. Non facendolo (perch molto mi debbono amare),
caggiono in maggiore offesa; e per Io per divina giustizia lo' rendo
pi gravezza di pena dando lo' l'ecterna dampnazione. Unde molto ha pi
pena uno falso cristiano che uno pagano; e pi el consuma el fuoco senza
consumare, per divina giustizia, cio affligge, e affliggendo si sentono
consumare col vermine della coscienzia e nondimeno non consuma, perch i
dampnati non perdono l'essere per veruno tormento che ricevano. Onde Io
ti dico che essi dimandano la morte e non la possono avere, perch non
possono perdere l'essere. Perdro l'essere della grazia per la colpa
loro; ma l'essere no. S che la colpa  molto pi punita doppo la
redempzione del Sangue che prima, perch hanno pi ricevuto; e non pare
che se n'aveggano n si sentano de' mali loro. Essi mi sonno facti
nemici, avendoli reconciliati col mezzo del sangue del mio Figliuolo.

Uno rimedio ci ha, col quale Io placar l'ira mia: cio col mezzo de'
servi miei, se solliciti saranno di costrignermi con la lagrima e
legarmi col legame del desiderio. Tu vedi che con questo legame tu m'hai
legato; il quale legame Io ti diei perch volevo fare misericordia al
mondo. E per do Io fame e desiderio ne' servi miei verso l'onore di me
e la salute de l'anime, acci che, costrecto da le lagrime loro, mitighi
el furore della divina mia giustizia.

Tolle dunque le lagrime e il sudore tuo e tra' le della fontana della
divina mia carit tu e gli altri servi miei; e con esse lavate la faccia
a la sposa mia, ch Io ti promecto che con questo mezzo le sar renduta
la bellezza sua. Non con coltello n con guerra n con crudelt riavar
la bellezza sua; ma con la pace ed umili e continue orazioni, sudori e
lagrime, gictate con anxietato desiderio de' servi miei. E cos adempir
el desiderio tuo con molto sostenere, gictando lume la pazienzia vostra
nella tenebre degl'iniqui uomini del mondo. E non temete perch 'l mondo
vi perseguiti, ch Io sar per voi, e in veruna cosa vi mancar la mia
providenzia.




CAPITOLO XVI

  Come questa anima cognoscendo pi de la divina bont, non rimaneva
     contenta di pregare solamente per lo popolo cristiano e per la
     sancta Chiesa, ma pregava per tucto quanto el mondo.


Alora quella anima levandosi con maggiore cognoscimento, e con
grandissima allegrezza e conforto stando dinanzi a la divina Maest, s
per la speranza che ella avea presa della divina misericordia, e s per
l'amore ineffabile il quale gustava vedendo che, per amore e desiderio
che Dio aveva di fare misericordia a l'uomo non obstante che fussero
suoi nemici, avea dato il modo e la via a' servi suoi come potessero
costregnere la sua bont e placare l'ira sua, si rallegrava, perdendo
ogni timore nelle persecuzioni del mondo, vedendo che Dio fusse per lei.
E cresceva forte il fuoco del sancto desiderio, in tanto che none stava
contenta ma con sicurt sancta dimandava per tucto quanto el mondo.

E poniamo che nella seconda petizione si conteneva el bene e l'utilit
de' cristiani e degli infedeli, cio nella reformazione della sancta
Chiesa; nondimeno, come affamata, si stendea l'orazione sua a tucto
quanto el mondo (s come egli stesso la faceva dimandare),
gridando:--Misericordia, Idio etterno, verso le tue pecorelle, s come
pastore buono che tu se'. Non indugiare a fare misericordia al mondo,
per che gi quasi pare che egli non possa pi, perch al tucto pare
privato de l'unione della carit inverso di te, Verit etterna, e verso
di loro medesimi: cio di non amarsi insieme d'amore fondato in te.




CAPITOLO XVII

  Come Dio si lamenta de le sue creature razionali e maximamente per
     l'amore proprio che regna in loro, confortando la predecta anima ad
     orazione e lagrime.


Alora Dio, come ebbro d'amore verso la salute nostra, teneva modo
d'accendere maggiore amore e dolore in quella anima in questo modo:
mostrando con quanto amore aveva creato l'uomo, (s come di sopra alcuna
cosa dicemmo), e diceva:--Or non vedi tu che ogniuno mi percuote; e Io
gli ho creati con tanto fuoco d'amore e dotatigli di grazia; e molti,
quasi infiniti doni ho dati a loro per grazia e non per debito? Or vedi,
figliuola, con quanti e diversi peccati essi mi percuotono, e
spezialmente col miserabile e abominevole amore proprio di loro
medesimi, unde procede ogni male. Con questo amore hanno avelenato
tucto quanto il mondo, per che come l'amore di me tiene in s ogni
virt parturita nel proximo (s com'Io ti dimostrai), cos l'amore
proprio sensitivo, perch procede da la superbia (come il mio procede da
carit), contiene in s ogni male. E questo male fanno col mezzo della
creatura, separati e divisi da la carit del proximo, perch me non
hanno amato, n il proximo non amano, per che sonno uniti l'uno e
l'altro insieme. E per ti dissi che ogni bene e ogni male era facto col
mezzo del proximo, s come Io, di sopra, questa parola ti spianai.

Molto mi posso lagnare de l'uomo che da me non ha ricevuto altro che
bene, e a me d odio facendo ogni male. Perch Io ti dissi che con le
lagrime de' servi miei mitigarei l'ira mia; e cos ti ridico. Voi, servi
miei, paratevi dinanzi con le molte orazioni e ansietati desidri e
dolore de l'offesa che  facta a me, e della dannazione loro; e cos
mitigarete l'ira mia del divino giudicio.




CAPITOLO XVIII

  Come neuno pu uscire de le mani di Dio, per che o egli vi sta per
     misericordia o elli vi sta per giustizia.


--Sappi che veruno pu escire delle mie mani: per che Io so' Colui che
so'; e voi non ste per voi medesimi se non quanto ste facti da me, il
quale so' Creatore di tucte le cose che participano essere, excepto che
del peccato che non , e per non  facto da me e, perch non  in me,
non  degno d'essere amato. E per offende la creatura: perch ama quel
che non debba amare, cio il peccato; e odia me che  tenuto e obligato
d'amarmi, che so' sommamente buono e hogli dato l'essere con tanto fuoco
d'amore. Ma di me non possono escire: o eglino ci stanno per giustizia
per le colpe loro, o essi ci stanno per misericordia. Apre dunque
l'occhio de l'intellecto e mira nella mia mano, e vedrai che egli  la
verit quel ch'Io t'ho decto.--

Alora ella, levando l'occhio per obedire al sommo Padre, vedeva nel
pugno suo rinchiuso tucto l'universo mondo, dicendo Dio:--Figliuola mia,
or vedi e sappi che veruno me ne pu essere tolto, per che tucti ci
stanno o per giustizia o per misericordia, come decto , perch sonno
miei e creati da me, e amoli ineffabilemente. E per, non obstanti le
iniquit loro, Io lo' far misericordia col mezzo de' servi miei, e
adempir la petizione tua, che con tanto amore e dolore me l'hai
adimandata.




CAPITOLO XIX

  Come questa anima crescendo nell'amoroso fuoco desiderava di sudare
     di sudore di sangue; e reprendendo se medesima faceva singulare
     orazione per lo padre dell'anima sua.


Alora quella anima come ebbra e quasi fuore di s, crescendo el fuoco
del sancto desiderio, stava quasi beata e dolorosa. Beata stava per
l'unione che aveva facta in Dio, gustando la larghezza e bont sua,
tucta annegata nella sua misericordia: e dolorosa era vedendo offendere
tanta bont. E rendeva grazie a la divina Maiest, quasi cognoscendo che
Dio avesse manifestato e' difecti delle creature perch fusse costrecta
a levarsi con pi sollicitudine e maggiore desiderio.

Sentendosi rinnovare il sentimento de l'anima nella Deit etterna,
crebbe tanto el sancto e amoroso fuoco che il sudore de l'acqua, el
quale ella gictava per la forza che l'anima faceva al corpo (perch era
pi perfecta l'unione che quella anima aveva facta in Dio, che non era
l'unione fra l'anima e il corpo, e per sudava per forza e caldo
d'amore), ella lo spregiava per grande desiderio che aveva di vedere
escire del corpo suo sudore di sangue; dicendo a se medesima:--O anima
mia, oim! tucto il tempo della vita tua hai perduto, e per sonno
venuti tanti danni e mali nel mondo e nella sancta Chiesa; molti, in
comune e in particulare. E per Io voglio che tu ora rimedisca col
sudore del sangue.--

Veramente questa anima aveva bene tenuta a mente la doctrina che le die'
la Verit: di sempre cognoscere s e la bont di Dio in s; e il remedio
che si voleva a rimediare tucto quanto el mondo, a placare l'ira e il
divino giudicio, cio con umili, continue e sancte orazioni.

Alora questa anima, speronata dal sancto desiderio, si levava molto
maggiormente aprendo l'occhio de l'intellecto, e speculavasi nella
divina carit, dove vedeva e gustava quanto siamo tenuti d'amare e di
cercare la gloria e loda del nome di Dio nella salute de l'anime. A
questo vedeva chiamati e' servi di Dio. E singularmente chiamava ed
eleggeva la Verit etterna el padre de l'anima sua, el quale ella
portava dinanzi a la divina bont, pregandola che infondesse in lui uno
lume di grazia acci che in verit seguitasse essa Verit.




CAPITOLO XX

  Come senza tribolazioni portate con pazienzia non si pu piacere a
     Dio; e per Dio conforta lei e il padre suo a portare con vera
     pazienzia.


Alora Dio, rispondendo a la terza petizione, cio della fame della
salute sua, diceva:

--Figliuola, questo voglio: che egli cerchi di piacere a me, Verit,
nella fame della salute de l'anime, con ogni sollicitudine. Ma questo
non potrebbe n egli n tu n veruno altro avere senza le molte
persecuzioni, s come Io ti dixi di sopra, secondo ch'Io ve le
concedar.

S come voi desiderate di vedere il mio onore nella sancta Chiesa, cos
dovete concipere amore a volere sostenere con vera pazienzia. E a questo
m'avedr, che egli e tu e gli altri miei servi cercarete il mio onore in
verit. Alora sar egli el carissimo mio figliuolo, e riposarassi, egli
e gli altri, sopra el pecto de l'unigenito mio Figliuolo, del quale Io
ho facto ponte perch tucti potiate giognere al fine vostro e ricevere
il fructo d'ogni vostra fadiga che avarete sostenuta per lo mio amore.
S che portate virilemente.




CAPITOLO XXI

  Come, essendo rotta la strada d'andare al cielo per la
     disobedienzia d'Adam, Dio fece del suo Figliuolo ponte per lo quale
     si potesse passare.


--E perch Io ti dixi che del Verbo de l'unigenito mio Figliuolo avevo
facto ponte, e cos  la verit, voglio che sappiate, figliuoli miei,
che la strada si ruppe, per lo peccato e disobedienzia d'Adam, per s
facto modo che neuno potea giognere a vita durabile; e non mi rendevano
gloria per quel modo che dovevano, non participando quel bene per lo
quale Io gli avevo creati a la imagine e similitudine mia. E non
avendolo, non s'adempiva la mia verit. Questa verit  che Io l'avevo
creato perch egli avesse vita etterna, e participasse me e gustasse la
somma ed etterna dolcezza e bont mia. Per lo peccato suo non giogneva a
questo termine, e questa verit non s'adempiva. E questo era per che la
colpa aveva serrato el cielo e la porta della misericordia mia.

Questa colpa germin spine e tribolazioni con molte molestie; la
creatura trov ribellione a se medesima subbito che ebbe ribellato a me;
esso medesimo si fu ribello.

La carne impugn subbito contra lo spirito, perdendo lo stato della
innocenzia, e divent animale immondo. E tucte le cose create gli furono
ribelle, dove in prima gli sarebbero state obedienti se egli si fusse
conservato nello stato dove Io el posi. Non conservandosi, trapass
l'obedienzia mia, e merit morte etternale ne l'anima e nel corpo.

E corse, disbbito che ebbe peccato, uno fiume tempestoso che sempre el
percuote con l'onde sue, portando fadighe e molestie da s, e molestie
dal dimonio e dal mondo. Tucti annegavate, perch veruno, con tucte le
sue giustizie, non poteva giognere a vita etterna. E per Io, volendo
rimediare a tanti vostri mali, v'ho dato il ponte del mio Figliuolo,
acci che passando el fiume non annegaste. El quale fiume  il mare
tempestoso di questa tenebrosa vita.

Vedi quanto  tenuta la creatura a me! e quanto  ignorante a volersi
pure annegare e non pigliare il remedio ch'Io l'ho dato!




CAPITOLO XXII

  Come Dio induce la predecta anima a raguardare la grandezza d'esso
     ponte, cio per che modo tiene da la terra al cielo.


--Apre l'occhio de l'intellecto e vedrai gli acciecati e ignoranti. E
vedrai gl'imperfecti e i perfecti che in verit seguitano me, acci che
tu ti doglia della dannazione degl'ignoranti e rallegriti della
perfeczione de' dilecti figliuoli miei. Ancora vedrai che modo tengono
quelli che vanno a lume e quelli che vanno a tenebre. Ma innanzi voglio
che raguardi el ponte de l'unigenito mio Figliuolo, e vede la grandezza
sua che tiene dal cielo a la terra, cio raguarda che  unita con la
grandezza della Deit la terra della vostra umanit. E per dico che
tiene dal cielo a la terra, cio per l'unione che Io ho facta ne l'uomo.

Questo fu di necessit a volere rifare la via che era rocta, s come Io
ti dixi, acci che giogneste a vita e passaste l'amaritudine del mondo.
Pure, di terra non si poteva fare di tanta grandezza che fusse
sufficiente a passare il fiume e darvi vita etterna, cio che pure la
terra della natura de l'uomo non era sufficiente a satisfare la colpa e
tollere via la marcia del peccato d'Adam, la quale marcia corruppe tucta
l'umana generazione e trasse puzza da lei, s come di sopra ti dixi.
Convennesi dunque unire con l'altezza della natura mia, Deit etterna,
acci che fusse sufficiente a satisfare a tucta l'umana generazione: la
natura umana sostenesse la pena, e la natura divina unita con essa
natura umana acceptasse il sacrifizio del mio Figliuolo, offerto a me
per voi per tllarvi la morte e darvi la vita.

S che l'altezza s'aumili a la terra, e della vostra umanit unita
l'una con l'altra se ne fece ponte, e rifece la strada. Perch si fece
via? acci che in verit veniste a godere con la natura angelica; e non
bastarebbe a voi ad avere la vita perch 'l Figliuolo mio vi sia facto
ponte, se voi non teneste per esso.




CAPITOLO XXIII

  Come tutti siamo lavoratori messi da Dio a lavorare ne la vigna de
     la sancta Chiesa. E come ciascuno ha la vigna propria da se
     medesimo; e come noi tralci ci conviene essere uniti ne la vera
     vite del Figliuolo di Dio.


Qui mostrava la Verit etterna che elli ci aveva creati senza noi, ma
non ci salvar senza noi; ma vuole che noi ci mettiamo la volont
libera, col libero arbitrio exercitando el tempo con le vere virt. E
per subgionse a mano a mano dicendo:

--Tucti vi conviene tenere per questo ponte, cercando la gloria e loda
del nome mio nella salute de l'anime, con pena sostenendo le molte
fadighe, seguitando le vestigie di questo dolce ed amoroso Verbo. In
altro modo non potreste venire a me.

Voi ste miei lavoratori che v'ho messi a lavorare nella vigna della
sancta Chiesa. Voi lavorate nel corpo universale della religione
cristiana; messi da me per grazia, avendovi Io dato el lume del sancto
baptesmo. El quale baptesmo aveste nel corpo mistico della sancta Chiesa
per le mani de' ministri, e' quali Io ho messi a lavorare con voi.

Voi ste nel corpo universale, ed essi sonno nel corpo mistico, posti a
pascere l'anime vostre, ministrandovi el Sangue ne' sacramenti che
ricevete da lei, traendone essi le spine de' peccati mortali e
piantandovi la grazia. Essi sonno miei lavoratori nella vigna de l'anime
vostre, legati nella vigna della sancta Chiesa.

Ogni creatura che ha in s ragione ha la vigna per se medesima, cio la
vigna de l'anima sua; della quale la volont col libero arbitrio nel
tempo n' facto lavoratore, cio mentre che elli vive. Ma poi che 
passato el tempo, neuno lavoro pu fare, n buono n gattivo; ma mentre
che elli vive pu lavorare la vigna sua, nella quale Io l'ho messo. E ha
ricevuta tanta fortezza questo lavoratore de l'anima che n dimonio n
altra creatura gli 'l pu tollere se egli non vuole; per che ricevendo
el sancto baptesmo si fortific e fugli dato un coltello d'amore di
virt, e odio del peccato. El quale amore e odio truova nel Sangue, per
che per amore di voi e odio del peccato mor l'unigenito mio Figliuolo,
dandovi el Sangue, per lo quale Sangue aveste vita nel sancto baptesmo.

S che avete il coltello, el quale dovete usare col libero arbitrio,
mentre che avete il tempo, per divellere le spine de' peccati mortali e
piantare le virt; per che in altro modo da essi lavoratori che Io ho
messi nella sancta Chiesa (de' quali ti dixi che tollevano el peccato
mortale della vigna de l'anima e davanvi la grazia, ministrandovi el
Sangue ne' sacramenti che ordinati sonno nella sancta Chiesa) non
ricevareste el fructo del Sangue.

Conviensi dunque che prima vi leviate con la contrizione del cuore e
dispiacimento del peccato e amore della virt; e alora ricevarete il
fructo d'esso Sangue. Ma in altro modo nol potreste ricevere, non
disponendovi da la parte vostra come tralci uniti nella vite de
l'unigenito mio Figliuolo, el quale dixe: Io so' vite vera; el Padre
mio  il lavoratore, e voi ste i tralci. E cos  la verit: che Io
so' il lavoratore, per che ogni cosa che ha essere  uscito ed esce di
me. La potenzia mia  inextimabile, e con la mia potenzia e virt
governo tucto l'universo mondo. Veruna cosa  facta o governata senza
me. S che Io so' el lavoratore che piantai la vite vera de l'unigenito
mio Figliuolo nella terra della vostra umanit, acci che voi, tralci
uniti con la vite, faceste fructo.

E per chi non far fructo di sancte e buone operazioni sar tagliato da
questa vite, e seccarassi. Per che separato da essa vite perde la vita
della grazia ed  messo nel fuoco etternale, s come il tralcio che non
fa fructo, che  tagliato subbito dalla vite ed  messo nel fuoco perch
non  buono ad altro. Or cos questi cotali tagliati per l'offese loro,
morendo nella colpa del peccato mortale, la divina giustizia (non
essendo buoni ad altro) gli mecte nel fuoco el quale dura
etternalmente.

Costoro non hanno lavorata la vigna loro; anco l'hanno disfacta, e la
loro e l'altrui. Non solo che ci abbino messa alcuna pianta buona di
virt; ma essi n'hanno tracto il seme della grazia, el quale avevano
ricevuto nel lume del sancto baptesmo, participando el sangue del mio
Figliuolo, el quale fu el vino che vi porse questa vite vera. Ma essi ne
l'hanno tracto, questo seme, e datolo a mangiare agli animali, cio a
diversi e molti peccati, e messolo sotto e' piei del disordinato
affecto, col quale affecto hanno offeso me e facto danno a loro e al
proximo.

Ma e' servi miei non fanno cos; e cos dovete fare voi, cio essere
uniti e innestati in questa vite. E alora riportarete molto fructo,
perch participarete de l'umore della vite. E stando nel Verbo del mio
Figliuolo state in me, perch Io so' una cosa con lui ed egli con meco;
stando in lui seguitarete la doctrina sua; seguitando la sua doctrina
participate della sustanzia di questo Verbo, cio participate della
Deit etterna unita ne l'umanit, traendone voi uno amore divino dove
l'anima s'inebbria. E per ti dixi che participate della sustanzia della
vite.




CAPITOLO XXIV

  Per che modo Dio pota i tralci uniti con la predecta vite, cio i
     servi suoi, e come la vigna di ciascuno  tanto unita con quella
     del proximo, che neuno pu lavorare o guastare la sua che non
     lavori o guasti quella del proximo.


--Sai che modo Io tengo poi ch'e' servi miei sonno uniti in seguitare la
doctrina del dolce ed amoroso Verbo? Io gli poto, acci che faccino
molto fructo, e il fructo loro sia provato e non insalvatichisca. S
come il tralcio che sta nella vite, che il lavoratore il pota perch
facci migliore vino e pi; e quello che non fa fructo taglia e mecte nel
fuoco. E cos fo Io lavoratore vero: e' servi miei che stanno in me Io
gli poto con le molte tribolazioni, acci che faccino pi fructo e
migliore, e sia provata in loro la virt. E quegli che non fanno fructo
sono tagliati e messi al fuoco, come decto t'ho.

Questi cotali sonno lavoratori veri, e lavorano bene l'anima loro,
traendone ogni amore proprio, rivoltando la terra de l'affecto loro in
me. E nutricano e crescono el seme della grazia, el quale ebbero nel
sancto baptesmo. Lavorando la loro, lavorano quella del proximo, e non
possono lavorare l'una senza l'altra; e gi sai ch'Io ti dixi che ogni
male si faceva col mezzo del proximo e ogni bene. S che voi ste miei
lavoratori, esciti di me, sommo ed etterno lavoratore, il quale v'ho
uniti e innestati nella vite per l'unione che Io ho facta con voi.

Tiene a mente che tucte le creature che hanno in loro ragione hanno la
vigna loro di per s. La quale  unita senza veruno mezzo col proximo
loro, cio l'uno con l'altro. E sonno tanto uniti che veruno pu fare
bene a s che nol facci al proximo suo, n male che non il faccia a lui.
Di tucti quanti voi  facta una vigna universale, cio di tucta la
congregazione cristiana, e' quali ste uniti nella vigna del corpo
mistico della sancta Chiesa, unde traete la vita.

Nella quale vigna  piantata questa vite de l'unigenito mio Figliuolo,
in cui dovete essere innestati. Non essendo voi innestati in lui, ste
subito ribelli a la sancta Chiesa e ste come membri tagliati dal corpo
che subito imputridisce.  vero che, mentre che avete il tempo, vi
potete levare da la puzza del peccato col vero dispiacimento e ricrrire
a' miei ministri, e' quali sonno lavoratori che tengono le chiavi del
vino, cio del Sangue uscito di questa vite. El quale Sangue  s facto
e di tanta perfeczione che, per veruno difecto del ministro, non vi pu
essere tolto el fructo d'esso Sangue.

El legame della carit  quello che gli lega con vera umilit,
acquistata nel vero cognoscimento di s e di me. S che vedi che tucti
v'ho messi per lavoratori. E ora di nuovo v'invito, perch 'l mondo gi
viene meno, tanto sonno multiplicate le spine che hanno affogato el
seme, in tanto che veruno fructo di grazia vogliono fare.

Voglio dunque che siate lavoratori veri, che con molta sollicitudine
aitiate a lavorare l'anime nel corpo mistico della sancta Chiesa. A
questo v'eleggo, perch'Io voglio fare misericordia al mondo, per lo
quale tu tanto mi preghi.




CAPITOLO XXV

  Come la predecta anima, doppo alcune laude rendute a Dio, el prega
     che le mostri coloro che vanno per lo ponte predecto e quelli che
     non vi vanno.


Alora l'anima con ansietato amore diceva:--O inextimabile dolcissima
carit, chi non s'accende a tanto amore? Qual cuore si pu difendere che
non venga meno? Tu, abisso di carit, pare che impazzi delle tue
creature, come tu senza loro non potessi vivere, con ci sia cosa che tu
sia lo Dio nostro che non hai bisogno di noi. Del nostro bene a te non
cresce grandezza, per che tu se' immobile; del nostro male a te non 
danno, per che tu se' somma ed etterna bont. Chi ti muove a fare tanta
misericordia? L'amore; e non debito n bisogno che tu abbi di noi, per
che noi siamo rei e malvagi debitori.

Se io veggo bene, somma ed etterna Verit, io so' el ladro e tu se' lo
'npiccato per me; perch veggo el Verbo tuo Figliuolo conficto e
chiavellato in croce, del quale m'hai facto ponte, secondo che hai
manifestato a me, miserabile tua serva. Per la quale cosa el cuore
scoppia, e non pu scoppiare per la fame e desiderio che  conceputo in
te. Ricordomi che tu volevi mostrare chi sono coloro che vanno per lo
ponte, e chi non vi va. E per, se piacesse a la bont tua di
manifestarlo, volontieri el vedrei e l'udirei da te.




CAPITOLO XXVI

  Come questo benedecto ponte ha tre scaloni, per li quali si
     significano tre stati dell'anima. E come questo ponte, essendo
     levato in alto, non  per separato da la terra. E come s'intende
     quella parola che Cristo dixe: Se Io sar levato in alto, ogni
     cosa trarr a me.


Alora Dio etterno per fare pi inamorare e inanimare quella anima verso
la salute de l'anime, le rispose e dixe:--Prima ch'Io ti mostri quel
ch'Io ti voglio mostrare e di che tu mi dimandi, ti voglio dire come il
ponte sta.

Decto t'ho che egli tiene dal cielo a la terra: cio per l'unione che Io
ho facta ne l'uomo, el quale Io formai del limo della terra. Questo
ponte, unigenito mio Figliuolo, ha in s tre scaloni; delle quali le due
furono fabricate in sul legno della sanctissima croce, e la terza anco
sent la grande amaritudine quando gli fu dato bere fiele ed aceto.

In questi tre scaloni cognoscerai tre stati de l'anima, e' quali Io ti
dichiarar di sotto.

El primo scalone sonno e' piei, e' quali significano l'affecto; per che
come i piei portano el corpo, cos l'affecto porta l'anima. E' piei
conficti ti sonno scalone acci che tu possa giognere al costato, il
quale ti manifesta el segreto del cuore. Per che salito in su' piei de
l'affecto, l'anima comincia a gustare l'affecto del cuore, ponendo
l'occhio de l'intellecto nel cuore aperto del mio Figliuolo, dove truova
consumato e ineffabile amore.

Consumato, dico, ch non v'ama per propria utilit, per che utilit a
lui non potete fare, per che egli  una cosa con meco. Alora l'anima
s'empie d'amore, vedendosi tanto amare. Salito el secondo, giogne al
terzo, cio a la bocca, dove truova la pace della grande guerra che
prima aveva avuta per le colpe sue.

Per lo primo scalone, levando e' piei de l'affecto dalla terra, si
spoglia del vizio; nel secondo s'emp d'amore con virt, e nel terzo
gust la pace.

S che il ponte ha tre scaloni acci che, salendo el primo e il secondo,
potiate giognere a l'ultimo. Ed  levato in alto s che, correndo
l'acqua, non l'offende, per che in lui non fu veleno di peccato.

Questo ponte  levato in alto, e non  separato per dalla terra. Sai
quando si lev in alto? Quando fu levato in sul legno della sanctissima
croce, non separandosi per la natura divina dalla bassezza della terra
della vostra umanit; e per ti dixi che, essendo levato in alto, non
era levato dalla terra, perch ella era unita e impastata con essa. Non
era veruno che sopra el ponte potesse andare infino che egli non fu
levato in alto; e per dixe egli: Se Io sar levato in alto, ogni cosa
tirar a me.

Vedendo la mia bont che in altro modo non potavate essere tracti,
manda' lo perch fusse levato in alto in sul legno della croce,
facendone una ancudine dove si fabricasse il figliuolo de l'umana
generazione, per tollergli la morte e rivestirlo a la vita della grazia.

E per trasse ogni cosa a s per questo modo, per dimostrare l'amore
ineffabile che v'aveva, perch 'l cuore de l'uomo  sempre tracto per
amore. Maggiore amore mostrare non vi poteva che dare la vita per voi.
Per forza dunque  tracto da l'amore, se gi l'uomo ignorante non fa
resistenzia in non lassarsi trare. Dixe dunque che, essendo levato in
alto, ogni cosa trarrebbe a s; e cos  la verit.

E questo s'intende in due modi. L'uno si  che, tracto il cuore de
l'uomo per affecto d'amore, come decto t'ho,  tracto con tucte le
potenzie de l'anima, cio la memoria, l'intellecto e la volont.
Acordate queste tre potenzie e congregate nel nome mio, tucte l'altre
operazioni che egli fa, actuali e mentali, sonno tracte piacevoli e
unite in me per affecto d'amore, perch s' levato in alto seguitando
l'amore crociato. S che ben dixe verit la mia Verit dicendo: Se Io
sar levato in alto ogni cosa trarr a me, cio che, tracto il cuore e
le potenzie de l'anima, saranno tracte tucte le sue operazioni.

L'altro modo si  perch ogni cosa  creata in servigio dell'uomo. Le
cose create sonno facte perch servano e sovengano a la necessit delle
creature; e non la creatura, che ha in s ragione,  facta per loro:
anco per me, acci che mi serva con tucto el cuore e con tucto l'affecto
suo. S che vedi che, essendo tracto l'uomo, ogni cosa  tracta, perch
ogni cosa  facta per lui.

Fu dunque di bisogno che 'l ponte fusse levato in alto, e abbi le scale,
acci che si possa salire con pi agevolezza.




CAPITOLO XXVII

  Come questo ponte  murato di pietre, le quali significano le vere
     e reali virt, e come in sul ponte  una bottiga, dove si d el
     cibo a' viandanti; e come chi tiene per lo ponte va ad vita, ma chi
     tiene di sotto per lo fiume, va ad perdizione e ad morte.


--Questo ponte si ha le pietre murate acci che, venendo la piova, non
impedisca l'andatore. Sai quali pietre sonno queste? sonno le pietre
delle vere e reali virt. Le quali pietre non erano murate innanzi alla
passione di questo mio Figliuolo, e per erano impediti che neuno poteva
giognere al termine suo, quantunque essi andassero per la via delle
virt. Non era ancora diserrato el cielo con la chiave del Sangue, e la
piova della giustizia non gli lassava passare.

Ma, poi che le pietre furono facte e fabricate sopra el Corpo del Verbo
del dolce mio Figliuolo (di cui Io t'ho decto che  ponte), egli le mura
e intride la calcina, per murarle, col Sangue suo; cio che 'l Sangue 
intriso con la calcina della Deit e con la forza e fuoco della carit.

Con la potenzia mia murate sonno le pietre delle virt sopra lui
medesimo, per che neuna virt  che non sia provata in lui, e da lui
hanno vita tucte le virt. E per veruno pu avere virt, che dia vita
di grazia, se non da lui, cio seguitando le vestigie e la doctrina sua.
Egli ha maturate le virt, ed egli l'ha piantate come pietre vive,
murate col Sangue suo, acci che ogni fedele possa andare expeditamente
e senza veruno timore servile di piova della divina giustizia, perch 
ricoperto con misericordia. La quale misericordia discese di cielo nella
Incarnazione di questo mio Figliuolo. Con che s'aperse? con la chiave
del sangue suo.

S che vedi che 'l ponte  murato, ed  ricoperto con la misericordia, e
su v' la bottiga del giardino della sancta Chiesa, la quale tiene e
ministra el Pane della vita, e d bere il Sangue, acci ch'e' viandanti
peregrini delle mie creature, stanchi, non vengano meno nella via. E per
questo ha ordinato la mia carit che vi sia ministrato el Sangue e 'l
Corpo de l'unigenito mio Figliuolo tucto Dio e tucto uomo.

E passato el ponte, si giogne a la porta, la quale porta  esso ponte,
per la quale tucti vi conviene intrare. E per disse Egli: Io so' via,
verit e vita. Chi va per me non va per la tenebre, ma per la luce. E
in uno altro luogo disse la mia Verit: che neuno poteva venire a me, se
non per lui; e cos  la verit.

E, se bene ti ricorda, cos ti dixi e mostrato te l'ho, volendoti fare
vedere la via. Unde, se Egli dice che  via, egli  la verit. E gi te
l'ho mostrato che Egli  via in forma d'uno ponte. E dice che  verit,
e cos , perci che Egli  unito con meco che so' verit, e chi el
sguita va per la verit. Ed  vita; e chi sguita questa vita riceve la
vita della grazia e non pu perire di fame, perch la Verit vi s'
facto cibo.

N pu cadere in tenebre, perch Egli  luce, privato della bugia: anco
con la verit confuse e destrusse la bugia del dimonio, la quale elli
dixe ad Eva. La quale bugia ruppe la strada del cielo; e la Verit l'ha
racconcia e murata col Sangue. Quegli che seguiranno questa via sonno
figliuoli della Verit, perch seguitano la Verit, e passano per la
porta della Verit, e truovansi in me unito con la porta e via del mio
Figliuolo, Verit etterna, mare pacifico. Ma chi non tiene per questa
via, tiene di sotto per lo fiume, la quale  via non posta con pietre,
ma con acqua. E perch l'acqua non ha ritegno veruno, nessuno vi pu
andare che non annieghi. Cos sonno facti e' dilecti e gli stati del
mondo. E perch l'affecto non  posto sopra la pietra, ma  posto con
disordinato amore nelle creature e nelle cose create, amandole e
tenendole fuore di me, ed elle sonno facte come l'acqua che
continuamente corre; cos corre l'uomo come elleno, bench a lui pare
che corrano le cose create che egli ama, ed egli  pur elli che
continuamente corre verso il termine della morte. Vorrebbe tenere s,
cio la vita sua e le cose che egli ama, che non corrissero venendoli
meno o per la morte che egli lassi loro, o per mia dispensazione che le
cose create sieno tolte dinanzi alle creature. Costoro seguitano la
bugia tenendo per la via della bugia, e sonno figliuoli del dimonio, el
quale  padre delle bugie. E perch passano per la porta della bugia,
ricevono etterna dannazione.

S che vedi ch'Io t'ho mostrata la verit e mostrata la bugia: cio la
via mia che  verit e quella del dimonio che  bugia.




CAPITOLO XXVIII

  Come per ciascuna di queste due strade si va con fadiga, cio per
     lo ponte e per lo fiume. E del dilecto che l'anima sente in andare
     per lo ponte.


--Queste sonno due strade, e per ciascuna si passa con fadiga. Mira
quanta  l'ignoranzia e ciechit dell'uomo, che, essendoli facta la via,
vuole tenere per l'acqua. La quale via  di tanto dilecto a coloro che
vanno per essa, che ogni amaritudine lo' diventa dolce e ogni grande
peso lo' diventa leggero. Essendo nella tenebre del corpo, truovano la
luce; ed essendo mortali, truovano la vita immortale, gustando per
affecto d'amore, col lume della fede, la verit etterna che promecte di
dare refrigerio a chi s'affadiga per me, che so' grato e cognoscente, e
so' giusto, che a ogniuno rendo giustamente secondo che merita; unde
ogni bene  remunerato e ogni colpa punita.

El dilecto che ha colui che va per questa via non sarebbe la lingua tua
sufficiente a poterlo narrare, n l'orecchia a poterlo udire, n
l'occhio a poterlo vedere; per che in questa vita gusta e participa di
quel bene che gli  apparecchiato nella vita durabile. Bene  dunque
macto colui che schifa tanto bene, ed elegge, innanzi, di gustare in
questa vita l'arra de l'inferno, tenendo per la via di socto, dove va
con molte fadighe e senza neuno refrigerio e senza veruno bene; per che
per lo peccato loro sonno privati di me che so' sommo ed etterno Bene.

Bene hai dunque ragione di dolerti, e voglio che tu e gli altri servi
miei stiate in continua amaritudine de l'offesa mia e compassione de
l'ignoranzia e danno loro, con la quale ignoranzia m'offendono.

Or hai veduto e udito del ponte come egli sta; e questo ho decto per
dichiarare quello ch'Io ti dissi, che era ponte l'unigenito mio
Figliuolo (e cos vedi che  la verit), facto per lo modo che Io t'ho
decto, cio unita l'altezza con la bassezza.




CAPITOLO XXIX

  Come questo ponte, essendo salito al cielo el d de la Ascensione,
     non si part per di terra.


--Poi che l'unigenito mio Figliuolo ritorn a me, doppo la resurrexione
quaranta d, questo ponte si lev da la terra, cio dalla conversazione
degli uomini, e salse in cielo per la virt della natura mia divina, e
siede da la mano dricta di me, Padre etterno. S come disse l'angelo a'
discepoli el d de l'Ascensione, stando quasi come morti perch i cuori
loro erano levati in alto e saliti in celo con la sapienzia del mio
Figliuolo. Disse: Non state pi qui, ch elli siede da la mano dricta
del Padre.

Levato in alto e tornato a me Padre, Io mandai el Maestro, cio lo
Spirito sancto, el quale venne con la potenzia mia e con la sapienzia
del mio Figliuolo e con la clemenzia sua, d'esso Spirito sancto. Egli 
una cosa con meco Padre e col Figliuolo mio, unde fortific la via della
doctrina che lass la mia Verit nel mondo; e per, partendosi la
presenzia, non si part la doctrina n le virt, vere pietre fondate
sopra questa doctrina, la quale  la via che v'ha facto questo dolce e
glorioso ponte. Prima adopar Egli, e con le sue operazioni fece la via,
dando la doctrina a voi per exemplo pi che per parole: anco prima fece
che Egli dicesse.

Questa doctrina certific la clemenzia dello Spirito sancto,
fortificando le menti de' discepoli a confessare la verit ed annunziare
questa via, cio la doctrina di Cristo crocifixo, riprendendo per mezzo
di loro el mondo delle ingiustizie e de' falsi giudici. Delle quali
ingiustizie e giudicio, di socto pi distesamente ti narrar.

Hocti decto questo acci che ne le menti di chi ode non potesse cadere
veruna tenebre che obfuscasse la mente; cio che volessero dire che di
questo Corpo di Cristo se ne fece ponte per l'unione della natura divina
unita con la natura umana. Questo veggo che egli  la verit. Ma questo
ponte si part da noi salendo in celo. Egli ci era una via che
c'insegnava la verit vedendo l'exemplo e i costumi suoi. Ora che ci 
rimaso? e dove truovo la via? Dicotelo, cio dico a coloro a cui cadesse
questa ignoranzia.

La via della doctrina sua, la quale Io t'ho decta, confermata dagli
appostoli e dichiarata nel sangue de' martiri, illuminata con lume de'
doctori e confessata per li confessori, e tractane la carta per li
evangelisti, e' quali stanno tucti come testimoni a confessare la verit
nel corpo mistico della sancta Chiesa.

Egli sonno come lucerna posta in sul candelabro, per mostrare la via
della verit, la quale conduce a vita con perfecto lume, come decto
t'ho. E come te la dicono? per pruova: perch l'hanno provata in loro
medesimi. S che ogni persona  illuminata in conoscere la verit, se
egli vuole (cio che egli non si voglia tollere il lume della ragione
col proprio disordinato amore). S che egli  verit che la doctrina sua
 vera, ed  rimasa come navicella a trare l'anima fuore del mare
tempestoso e conducerla ad porto di salute.

S che in prima Io vi feci el ponte del mio Figliuolo, actuale, come
decto ho, conversando con gli uomini; e levato el ponte actuale, rimase
il ponte e la via della doctrina, come decto , essendo la doctrina
unita con la potenzia mia, con la sapienzia del Figliuolo e con la
clemenzia dello Spirito sancto. Questa potenzia d virt di fortezza a
chi sguita questa via; la sapienzia gli d lume che in essa via
cognosce la verit; lo Spirito sancto gli d amore, el quale consuma e
tolle ogni amore proprio sensitivo fuore de l'anima, e solo gli rimane
l'amore delle virt.

S che in ogni modo, o actuale o per doctrina, Egli  via e verit e
vita. La quale via  il ponte che vi conduce a l'altezza del cielo.
Questo volse dire quando Egli dixe: Io venni dal Padre, e ritorno al
Padre, e tornar ad voi. Cio a dire:--El Padre mio mi mand a voi, e
hammi facto vostro ponte, acci che esciate del fiume e potiate giognere
a la vita.--Poi dice: E tornar a voi. Io non vi lassar orfani, ma
mandarovi el Paraclito. Quasi dicesse la mia Verit:--Io n'andar al
Padre e tornar; cio che, venendo lo Spirito sancto, il quale  decto
Paraclito, vi mostrar pi chiaramente e vi confermar me, via di
verit, cio la doctrina che Io v'ho data.--

Dixe che tornarebbe, e Egli torn, perch lo Spirito sancto non venne
solo, ma venne con la potenzia di me Padre, con la sapienzia del
Figliuolo e con essa clemenzia di Spirito sancto. Vedi dunque che torna:
non actuale ma con la virt, come decto , fortificando la strada della
doctrina; la quale via e strada non pu venire meno n essere tolta a
colui che la vuole seguitare, perch ella  ferma e stabile e procede da
me che non mi muovo.

Adunque virilmente dovete seguitare la via, e senza alcuna nuvila ma col
lume della fede, la quale v' data per principale vestimento nel sancto
baptesmo.

Ora t'ho mostrato apieno e dichiarato el ponte actuale e la doctrina, la
quale  una cosa insieme col ponte. E ho mostrato a l'ignorante chi gli
manifesta questa via che ella  verit, e dove stanno coloro che la
'nsegnano; e dixi che erano gli appostoli, evangelisti, martiri e
confessori e i sancti doctori, posti nel luogo della sancta Chiesa come
lucerna.

E hocti decto e mostrato come, venendo a me, egli torn a voi, non
presenzialmente ma con la virt, come decto t'ho, cio venendo lo
Spirito sancto sopra e' discepoli. Per che presenzialmente non tornar
se non ne l'ultimo d del giudicio, quando verr con la mia maiest e
potenzia divina a giudicare il mondo e a rendere bene a' buoni e
remunerarli delle loro fadighe, l'anima e il corpo insieme, e rendere
male di pena etternale a coloro che iniquamente sonno vissuti nel mondo.

Ora ti voglio dire quello che Io verit ti promissi, cio di mostrarti
quegli che vanno imperfectamente, e quegli che vanno perfectamente, e
altri con la grande perfeczione, e in che modo vanno; e gli iniqui che
con le iniquit loro s'aniegano nel fiume, giognendo a' crociati
tormenti.

Ora dico a voi, carissimi figliuoli miei, che voi teniate sopra el ponte
e non di socto, per che quella non  la via della verit: anco  quella
della bugia, dove vanno gl'iniqui peccatori, de' quali Io ora ti dir.
Questi sonno quegli peccatori, per li quali Io vi prego che voi mi
preghiate e per li quali Io vi richieggio lagrime e sudori acci che da
me ricevano misericordia.




CAPITOLO XXX

  Come questa anima, maravigliandosi de la misericordia di Dio,
     raconta molti doni e grazie procedute da essa divina misericordia
     ad l'umana generazione.


Alora quella anima, quasi come ebbra, non si poteva tenere; ma quasi
stando nel cospecto di Dio, diceva:--O etterna misericordia, la quale
ricuopri e' difecti delle tue creature, non mi maraviglio che tu dica di
coloro che escono del peccato mortale e tornano a te: Io non mi
ricordar che tu m'offendessi mai. O misericordia ineffabile, non mi
maraviglio che tu dica questo a coloro che escono del peccato, quando tu
dici di coloro che ti perseguitano: Io voglio che mi preghiate per
loro, acci che Io lo' facci misericordia.

O misericordia la quale esce della Deit tua, Padre etterno, la quale
governa con la tua potenzia tucto quanto el mondo! Nella misericordia
tua fummo creati: nella misericordia tua fummo ricreati nel sangue del
tuo Figliuolo. La misericordia tua ci conserva, la misericordia tua fece
giocare in sul legno della croce el Figliuolo tuo alle braccia, giocando
la morte con la vita e la vita con la morte. E alora la vita sconfisse
la morte della colpa nostra, e la morte della colpa tolse la vita
corporale allo immaculato Agnello. Chi rimase vinto? la morte. Chi ne fu
cagione? la misericordia tua.

La tua misericordia d vita. Ella d lume per lo quale si conosce la tua
clemenzia in ogni creatura: ne' giusti e ne' peccatori. Ne l'altezza del
cielo riluce la tua misericordia, cio ne' sancti tuoi. Se io mi vollo a
la terra, ella abonda della tua misericordia. Nella tenebre de l'inferno
riluce la tua misericordia, non dando tanta pena a' dannati quanta
meritano.

Con la misericordia tua mitighi la giustizia; per misericordia ci hai
lavati nel Sangue; per misericordia volesti conversare con le tue
creature. O pazzo d'amore! non ti bast d'incarnare, che anco volesti
morire? Non bast la morte, che anco discendesti a lo 'nferno traendone
i santi padri, per adempire la tua verit e misericordia in loro? Per
che la tua bont promecte bene a coloro che ti servono in verit. Imper
discendesti a limbo, per trare di pena chi t'aveva servito e rendar lo'
el fructo delle loro fadighe.

La misericordia tua vego che ti costrinse a dare anco pi a l'uomo, cio
lassandoti in cibo, acci che noi, debili, avessimo conforto, e
gl'ignoranti smemorati non perdessero la ricordanza de' benefizi tuoi. E
per el di ogni d a l'uomo, rapresentandoti nel Sacramento de l'altare
nel corpo mistico della sancta Chiesa. Questo chi l'ha facto? la
misericordia tua.

O misericordia, el cuore ci s'affoga a pensare di te, ch dovunque io mi
vollo a pensare, non truovo altro che misericordia, O Padre etterno,
perdona a l'ignoranzia mia che ho presumpto di favellare innanzi a te;
ma l'amore della tua misericordia me ne scusi dinanzi alla benignit
tua.




CAPITOLO XXXI

  De la indignit di quelli che passano per lo fiume, di sotto al
     ponte decto; e come l'anima, che passa di sotto, Dio la chiama
     arbore di morte, el quale tiene le radici sue principalmente in
     quatro vizi.


Poi che quella anima col verbo della parola ebbe un poco dilatato el
cuore nella misericordia di Dio, umilemente aspectava che la promessa le
fusse actenuta. E ripigliando Dio le sue parole dicea:--Carissima
figliuola, tu hai narrato dinanzi da me della misericordia mia, perch
Io te la di a gustare e a vedere nella parola ch'Io ti dissi, dicendo:
Costoro sonno coloro per li quali Io vi prego che mi preghiate. Ma
sappi che, senza veruna comparazione,  pi la misericordia mia verso di
voi che tu non vedi, per che 'l tuo vedere  imperfecto e finito, e la
misericordia mia  perfecta e infinita. S che comparazione non ci si
pu ponere se non quella che  da la cosa finita a la infinita.

Ho voluto che l'abbi gustata questa misericordia, e anco la dignit de
l'uomo (la quale di sopra ti mostrai), acci che tu meglio conosca la
crudelt e la indegnit degl'iniqui uomini che tengono per la via di
socto. Apre l'occhio de l'intellecto, e mira costoro che volontariamente
s'anniegano, e mira in quanta indegnit essi sonno caduti per le colpe
loro.

Prima  che essi sonno diventati infermi: e questo si  quando
conciepro el peccato mortale nelle menti loro, poi el parturiscono e
perdono la vita della grazia. E come il morto, che veruno sentimento pu
adoperare, n si muove da se medesimo se non quanto egli  levato da
altrui, cos costoro, che sonno annegati nel fiume de l'amore
disordinato del mondo, sonno morti a grazia. E perch egli son morti, la
memoria non ritiene il ricordamento della mia misericordia; l'occhio de
l'intellecto non vede n cognosce la mia verit, perch 'l sentimento 
morto, cio che lo 'ntellecto non s'ha posto dinanzi altro che s, con
l'amore morto della propria sensualit. E per la volont ancora  morta
a la volont mia, perch non ama altro che cose morte. Essendo morte
queste tre potenzie, tucte l'operazioni sue e actuali e mentali sonno
morte quanto che a grazia, e gi non si pu difendere da' nemici suoi,
n aitarsi per se medesimo se non quanto  aitato da me.

Bene  vero che ogni volta che questo morto, nel quale  rimaso solo el
libero arbitrio, mentre che egli  nel corpo mortale, dimanda l'aiutorio
mio, el pu avere; ma per s non potr mai. Egli  facto incomportabile
a se medesimo e, volendo signoreggiare il mondo, egli  signoreggiato da
quella cosa che non , cio dal peccato. El peccato  non cavelle, ed
essi sonno facti servi e schiavi del peccato.

Io gli feci arbori d'amore con vita di grazia, la quale ebbero nel
sancto baptesmo; ed essi sonno facti arbori di morte, perch sonno
morti, come decto t'ho. Sai dove egli tiene la radice questo arbore? ne
l'altezza della superbia, la quale l'amore sensitivo proprio di loro
medesimi notrica; el suo merollo  la impazienzia, el suo figliuolo  la
indiscrezione. Questi sonno quattro principali vizi, che uccidono
l'anima di colui el quale ti dixi che era arbore di morte, perch non
hanno tracta la vita della grazia. Dentro da l'arbore si notrica uno
vermine di coscienzia; el quale, mentre che l'uomo vive in peccato
mortale,  acciecato dal proprio amore, e per poco el sente.

E' fructi di questo arbore sonno mortali, perch hanno tracto l'umore
dalla radice della superbia; la tapinella anima  piena d'ingratitudine,
unde le procede ogni male. E se ella fusse grata de' benefizi ricevuti,
cognoscerebbe me; e cognoscendo me, cognoscerebbe s; e cos starebbe
nella mia dileczione. Ma ella, come cieca, si va attaccando pur per lo
fiume, e non vede che l'acqua non l'aspecta.




CAPITOLO XXXII

  Come e' fructi di questo arbore tanto sono diversi quanto sono
     diversi e' peccati. E prima del peccato de la carnalitade.


--Tanto sonno diversi e' fructi di questo arbore che dnno morte, quanto
sonno diversi e' peccati. Alcuni ne vedi che sonno cibo da bestie, e
questi sonno quegli che immondamente vivono, facendo del corpo e della
mente loro come il porco che s'involle nel loto: cos s'invollono nel
loto della carnalit. O anima bructa, dove hai lassata la tua dignit?
Tu eri facta sorella degli angeli, ora se' facta animale bruto, in tanta
miseria che non tanto che sieno sostenuti da me, che so' somma purit,
ma le dimonia, di cui essi sonno facti amici e servi, non possono vedere
commectere tanta immondizia.

Veruno peccato  che tanto sia abominevole e tanto tolga el lume de
l'intellecto, quanto questo. Questo cognobbero e' filosofi, non per lume
di grazia, perch non l'avevano; ma la natura lo' porgeva quello lume:
cio che questo peccato obfuscava lo 'ntellecto; e per si conservavano
nella continenzia per meglio studiare. E anco le ricchezze le gictavano
da loro, acci che 'l pensiere delle ricchezze non l'occupasse il cuore.
Non fa cos lo ignorante falso cristiano, el quale ha perduta la grazia
per la colpa sua.




CAPITOLO XXXIII

  Come el fructo d'alcuni altri  l'avarizia. E de' mali che
     procedono da essa.


--Alcuni altri el fructo loro  di terra. Questi sonno e' cupidi avari,
e' quali fanno come la talpa che sempre si notrica della terra infino a
la morte; e gionti a la morte non hanno rimedio. Costoro con l'avarizia
loro spregiano la mia larghezza, vendendo el tempo al proximo loro.
Questi sonno gli usurai che diventano crudeli e robbatori del proximo,
perch nella memoria loro non hanno el ricordamento della mia
misericordia. Ch se essi l'avessero avuto, non sarebbero crudeli n
verso di loro n verso del proximo: anco usarebbero piet e misericordia
a se medesimi, operando le virt, e al proximo, sovenendolo
caritativamente.

Oh quanti sonno e' mali che per questo maladecto peccato vengono! Quanti
omicidii e furti e rapine, con molti guadagni inliciti e crudelt di
morte e ingiustizia del proximo! Uccide l'anima e falla diventare
schiava delle ricchezze, unde non si cura d' observare i comandamenti
miei. Costui non ama persona se non per propria utilit.

Questo vizio procede da la superbia e notrica la superbia. L'uno procede
da l'altro, perch porta sempre seco la propria reputazione, s che
subbito giogne ne l'altro vizio, e cos va di male in peggio per la
miserabile superbia, la quale  piena di pareri, ed  uno fuoco che
sempre germina fummo di vanagloria e di vanit di cuore, gloriandosi di
quello che non  loro; ed  una radice che ha molti rami. El principale
 la propria reputazione, unde esce il volere essere maggiore che 'l
proximo suo, e parturisce il cuore ficto e none schiecto n liberale, ma
doppio che mostra una in lingua e un'altra ha in cuore; e occulta la
verit, e dice la bugia per utilit sua propria; e germina una invidia,
la quale  uno vermine che sempre rode e non gli lassa avere bene del
suo bene proprio n de l'altrui.

Come daranno questi iniqui, posti in tanta miseria, della sustanzia loro
a' povarelli, quando essi tolgono l'altrui? Come traranno la immonda
anima della immondizia, quando essi ve la mectono? che alcuna volta
sonno tanto animali che le figliuole e i congionti loro non riguardano,
ma con essi caggiono in molta miseria. E nondimeno la mia misericordia
gli sostiene, e non comando a la terra che gl'inghioctisca, acci che si
ravegano delle colpe loro. Come dunque daranno la vita per la salute de
l'anime, quando non dnno la substanzia? come daranno la dileczione,
quando essi si rodono per invidia?

Oh miserabili vizi, e' quali aterrano il cielo de l'anima! Cielo la
chiamo, perch'Io la feci cielo, dove Io abitavo per grazia celandomi
dentro da lei, e facendo mansione per affecto d'amore. Ora s' partita
da me s come adultera, amando s e le creature e le cose create pi che
me: anco di s s'ha facto Dio, e me perseguita con molti e diversi
peccati. E tucto questo fa perch non ripensa el benefizio del Sangue
sparto con tanto fuoco d'amore.




CAPITOLO XXXIV

  Come d'alcuni altri, e' quali tengono stato di signoria, el loro fructo
      ingiustizia.


--Altri sonno e' quali tengono el capo alto per signoria; nella quale
signoria portano la 'nsegna della ingiustizia, ingiustizia adoperando
verso di me, Dio, e del proximo, e ingiustizia verso di loro. Verso di
loro non si rendono el debito della virt, e inverso di me non mi
rendono el debito de l'onore, rendendo loda e gloria al nome mio, el
quale sonno tenuti di rendere. Anco, come ladri, furano quello che  mio
e dannolo a la serva della propria sensualit, s che commecte
ingiustizia verso di me e verso di s, come aciecato e ignorante, non
cognoscendo me in s. Tucto  per l'amore proprio, s come fecero e'
giuderi e ministri della Legge, che per la invidia e amore proprio
s'accecarono, e per non cognobbero la verit de l'unigenito mio
Figliuolo; e per non rendevano il debito di cognoscere vita etterna che
era fra loro, come dixe la mia Verit dicendo: El regno di Dio  tra
voi. Ma essi nol cognoscevano: perch? per che, per lo modo decto,
aveano perduto el lume della ragione, e per questo modo non rendevano il
debito di rendere onore e gloria a me e a lui che era una cosa con meco;
e per, come ciechi, commissero la ingiustizia, perseguitandolo con
molti obrobri infino a la morte della croce.

Cos questi cotali rendono ingiustizia a loro e a me, e anco al proximo
loro, ingiustamente rivendendo le carni de' subditi loro e di qualunque
altra persona a mano lo' viene.




CAPITOLO XXXV

  Come per questi e per altri defecti si cade nel falso giudicio. E
     de la indignit ne la quale perci si viene.


--E per questo e altri difecti caggiono nel falso giudicio, s come di
sotto ti distendar. Sempre si scandalizzano nelle mie operazioni, le
quali tucte sonno giuste e in verit tucte facte per amore e
misericordia.

Con questo falso giudicio, col veleno della invidia e della superbia
erano calunniate e giudicate ingiustamente l'operazioni del mio
Figliuolo, con false bugie dicendo: Costui el fa in virt di Belzebub.
Cos costoro, iniqui, posti ne l'amore proprio, nella immondizia, nella
superbia, ne l'avarizia, in una invidia, fondati nella perversa
indiscrezione, con una impazienzia e con molti altri mali che si
commectono, sempre si scandalizzano in me e ne' servi miei, giudicando
che fictivamente aduoparino la virt. Perch 'l cuore loro  fracido e
hanno guasto el gusto, per le cose buone lo' paiono gactive, e le
gactive, cio el disordinato vivere, lo' pare buono.

O ciechit umana, che non guardi la tua dignit! ch di grande se' facto
piccolo, di signore se' facto servo della pi vile signoria che possa
avere, per che tu se' facto servo e schiavo del peccato, e tale diventi
quale  quella cosa che tu servi. El peccato non  cavelle: adunque tu
se' tornato non cavelle. Hassi tolta la vita e data la morte.

Questa vita e questa signoria vi fu data per lo Verbo unigenito mio
Figliuolo e glorioso ponte; essendo servi del dimonio, vi trasse della
servitudine sua; feci lui servo per tollervi la servitudine, e posili
l'obbedienzia per consumare la disobbedienzia d'Adam, umiliandosi esso a
l'obbrobriosa morte della croce per confondere la superbia. Tucti e'
vizi destruxe con la morte sua, acci che neuno potesse dire:--Il cotale
vizio rimase che non fusse punito e fabricato con pene,--s come ti
dixi di sopra, dicendo che del corpo suo aveva facto ancudine. Tucti e'
rimedi sonno posti per camparli della morte etternale, ed essi spregiano
il Sangue e hannolo conculcato co' piei del disordinato affecto.

E questa  la ingiustizia e il falso giudicio de' quali  ripreso el
mondo e sar ripreso ne l'ultimo d del giudicio. E questo volse dire la
mia Verit quando dixe: Io mandar el Paraclito che riprendar el mondo
della ingiustizia e del falso giudicio. Alora fu ripreso quando mandai
lo Spirito sancto sopra gli appostoli.




CAPITOLO XXXVI

  Qui parla sopra quella parola che dixe Cristo quando dixe: Io
     mandar el Paraclito che riprender el mondo de la ingiustizia e
     del falso giudicio. E qui dice come una di queste reprensioni 
     continua.


--Tre riprensioni sonno: l'una fu data quando lo Spirito sancto venne
sopra e' discepoli, come decto ; e' quali, fortificati dalla potenzia
mia, illuminati dalla sapienzia del Figliuolo mio dilecto, tucto
ricevettero nella plenitudine dello Spirito sancto. Alora lo Spirito
sancto, che  una cosa con meco e col Figliuolo mio, riprendecte il
mondo per la bocca de' discepoli con la doctrina della mia Verit.
Eglino e tucti gli altri che sonno discesi da loro seguitando la verit,
la quale intesero per mezzo di loro, riprendono el mondo. Questa 
quella continua riprensione che Io fo al mondo col mezzo della sancta
Scriptura e de' servi miei, ponendosi lo Spirito sancto nelle lingue
loro anunziando la mia verit; s come el dimonio si pone in su la
lingua de' servi suoi, cio di coloro che passano per lo fiume
iniquamente.

Questa  quella dolce reprensione posta continua, per lo modo decto, per
grandissimo affecto d'amore che Io ho a la salute de l'anime. E non
possono dire:--Io non ebbi chi mi riprendesse;--per che gi l'
mostrata la verit, mostrando lo' el vizio e la virt, e facto lo'
vedere il fructo della virt e il danno del vizio, per dar lo' amore e
timore sancto con odio del vizio e amore della virt. E gi non l'
stata mostrata questa doctrina e verit per angelo, acci che non
possano dire:--L'angelo  spirito beato e non pu offendere, e non sente
le molestie della carne come noi, n la gravezza del corpo
nostro.--Questo l' tolto, che nol possono dire; perch ella  stata
data dalla mia Verit, Verbo incarnato con la carne vostra mortale.

Chi sonno stati gli altri che hanno seguitato questo Verbo? Creature
mortali e passibili come voi, con la impugnazione della carne contra lo
spirito, s come ebbe il glorioso Pavolo mio banditore; e cos di molti
altri sancti e' quali, chi da una cosa e chi da un'altra, sonno stati
passionati. Le quali passioni Io permectevo e permecto per acrescimento
di grazia e per aumentare la virt ne l'anime loro: e cos nacquero di
peccato come voi, e notricati d'uno medesimo cibo; e cos so' Io Dio ora
come alora; non  infermata n pu infermare la mia potenzia. S che Io
posso sovenire e voglio, e so sovenire a chi vuole essere sovenuto da
me. Alora vuole essere sovenuto da me, quando esce del fiume e va per lo
ponte seguitando la doctrina della mia Verit.

S che non hanno scusa per che sonno ripresi, ed  llo' mostrata la
verit continuamente. Unde, se essi non si correggeranno mentre che essi
hanno el tempo, saranno condennati nella seconda reprensione, la quale
si far ne l'ultima extremit della morte, dove grida la mia giustizia
dicendo: _Surgite, mortui; venite ad iudicium_; cio: tu che se' morto
a grazia e morto giogni a la morte corporale, lvati su, e viene dinanzi
al sommo Giudice con la ingiustizia e falso giudicio tuo e col lume
spento della fede. El quale lume traesti acceso del sancto baptesmo, e
tu lo spegnesti col vento della superbia e vanit del cuore, del quale
facevi vela a' venti che erano contrari a la salute tua; e 'l vento
della propria reputazione notricavi con la vela de l'amore proprio. Unde
corrivi per lo fiume delle delizie e stati del mondo con la propria
volont, seguitando la fragile carne e le molestie e temptazioni del
dimonio. Il quale dimonio con la vela della tua propria volont t'ha
menato per la via di socto, la quale  uno fiume corrente; unde t'ha
condocto con lui insieme a l'etterna dannazione.




CAPITOLO XXXVII

  De la seconda reprensione, ne la quale si riprende de la
     ingiustizia e del falso giudicio in generale e in particulare.


--Questa seconda reprensione, carissima figliuola,  in facto, perch 
gionto a l'ultimo dove non pu avere rimedio, perch s' condocto a la
extremit della morte, dove il vermine della coscienzia (del quale Io ti
dixi che era aciecato per lo proprio amore che egli aveva di s), ora,
nel tempo della morte, perch vede s non potere escire delle mie mani,
questo vermine comincia a vedere, e per rode con reprensione se
medesimo, vedendo che per suo difecto  condocto in tanto male. Se essa
anima avesse lume che cognoscesse, e dolessesi della colpa sua non per
la pena de l'inferno che ne le sguita, ma per me che m'ha offeso che
so' somma ed etterna bont, anco trovarebbe misericordia. Ma se passa el
ponto della morte senza lume, e solo col vermine della coscienzia, e
senza la speranza del Sangue; o con propria passione, dolendosi del
danno suo pi che de l'offesa mia; egli giogne a l'etterna dannazione.

E alora  ripreso crudelmente dalla mia giustizia, ed  ripreso della
ingiustizia e del falso giudicio. E non tanto della ingiustizia e
giudicio generale, il quale ha usato nel mondo generalmente in tucte le
sue operazioni; ma molto maggiormente sar ripreso della ingiustizia e
giudicio particulare, il quale ha usato ne l'ultimo, cio d'avere posta,
giudicando, maggiore la miseria sua che la misericordia mia. Questo 
quello peccato che non  perdonato n di qua n di l, perch non ha
voluto, spregiando, la mia misericordia; per che pi m' grave questo
che tucti gli altri peccati che egli ha commessi. Unde la disperazione
di Giuda mi spiacque pi e fu pi grave al mio Figliuolo che non fu el
tradimento che egli gli fece. S che sonno ripresi di questo falso
giudicio: d'avere posto maggiore il peccato loro che la misericordia
mia, e per sonno puniti con le dimonia e crociati etternalmente con
loro.

E sonno ripresi della ingiustizia: e questo  quando si dogliono pi del
danno loro che de l'offesa mia. Alora commectono ingiustizia, perch non
rendono a me quello che  mio ed a loro quello che  loro: a me debbono
rendere amore e amaritudine con la contrizione del cuore, e offerirla
dinanzi a me per l'offesa che m'hanno facta; ed egli fanno el contrario,
ch dnno a loro amore compassionevole di loro medesimi e dolore della
pena che per la colpa loro aspectano. S che vedi che commectono
ingiustizia, e per sonno puniti dell'uno e de l'altro insieme, avendo
essi dispregiata la misericordia mia. E Io, con giustizia, gli mando
insieme con la serva loro crudele della sensualit, col crudele tiranno
del dimonio, di cui si fecero servi col mezzo d'essa serva della propria
sensualit loro, ch insieme siano puniti e tormentati, come insieme
m'hanno offeso. Tormentati, dico, da' miei ministri dimoni, e' quali ha
messi la mia giustizia a rendere tormento a chi ha facto male.




CAPITOLO XXXVIII

  Di quattro principali tormenti de' danpnati; a' quali seguitano
     tucti gli altri e in singularit della ladiezza del demonio.


--Figliuola, la lingua non  sufficiente a narrare la pena di queste
tapinelle anime. Come sono tre principali vizi, cio l'amore proprio di
s; unde esce il secondo, cio la propria reputazione; e da la
reputazione procede il terzo, cio la superbia, con falsa ingiustizia e
crudelt e con altri immondi e iniqui peccati che doppo questi
seguitano: cos ti dico che ne lo 'nferno egli hanno quattro tormenti
principali, a' quali seguitano tucti gli altri tormenti.

El primo si  che si vegono privati della mia visione; el quale l'
tanta pena che, se possibile lo' fusse, eleggerebbero piuttosto el fuoco
e i crociati tormenti e vedere me che stare fuore delle pene e non
vedermi. Questa pena lo' rinfresca la seconda del vermine della
coscienzia, el quale sempre rode, vedendosi privato di me e della
conversazione degli angeli per loro difecto, e factisi degni della
conversazione delle dimonia e visione loro. El quale vedere del dimonio
(che  la terza pena) gli raddoppia ogni sua fadiga.

Unde, come nella visione di me e' sancti sempre exultano, rinfrescandosi
con allegrezza il fructo delle loro fadighe che essi hanno portate per
me, con tanta abondanza d'amore e dispiacimento di loro medesimi; cos,
in contrario, questi tapinelli si rinfrescano ne' tormenti nella visione
delle dimonia, per che nel vedere loro cognoscono pi s, cio
cognoscono che per loro difecto se ne sonno facti degni. E per questo
modo il vermine pi rode, e non rist mai el fuoco di questa coscienzia
d'ardere.

Ancora l' pi pena, perch 'l vegono nella propria figura sua, la quale
 tanto orribile che non  cuore d'uomo che 'l potesse imaginare. E, se
ben ti ricorda, sai che, mostrandolo a te nella forma sua in piccolo
spazio di tempo (che sai che quasi fu uno punto), tu eleggevi, poi che
tornasti a te, prima di volere andare per una strada di fuoco, se
dovesse durare infino a l'ultimo d del giudicio, e andare sopra esso,
innanzi che vederlo pi. Con tucto questo che tu vedesti, anco non sai
bene quanto egli  orribile; per che si mostra, per divina giustizia,
pi orribile ne l'anima che  privata di me, e pi e meno secondo la
gravezza delle colpe loro.

El quarto tormento si  il fuoco. Questo fuoco arde e non consuma, per
che l'anima non si pu consumare l'essere suo; e non  cosa materiale,
la quale materia el fuoco la consumasse, per che ella  incorporea. Ma
Io per divina giustizia ho permesso che 'l fuoco gli arda
affliggitivamente, che gli affligge e non gli consuma. E affliggeli e
ardeli con grandissime pene, in diversi modi, secondo la diversit de'
peccati; chi pi e chi meno, secondo la gravezza della colpa.

Sopra questi quattro tormenti escono tucti quanti gli altri: con freddo
e caldo e stridore di denti. Or cos miserabilemente, doppo la
riprensione che lo' fu facta del giudicio e della ingiustizia nella vita
loro, e non si corressero in questa prima riprensione, come decto  di
sopra; e nella seconda, cio nella morte, non volsero sperare n dolersi
de l'offesa mia ma s della pena loro; hanno ricevuto morte etterna.




CAPITOLO XXXIX

  De la terza reprensione, la quale si far nel d del giudicio.


--Ora ti resto a dire della terza riprensione, cio de l'ultimo d del
giudicio. Gi t'ho decto delle due: ora, acci che tu vegga bene quanto
l'uomo s'inganna, ti dir della terza, cio del giudicio generale, nel
quale a l'anima tapinella sar rinfrescata e cresciuta la pena, per
l'unione che l'anima far col corpo, con una riprensione intollerabile,
la quale le generer confusione e vergogna.

Sappi che ne l'ultimo d del giudicio, quando verr il Verbo mio
Figliuolo con la divina mia Maiest a riprendere il mondo con la
potenzia divina, egli non verr come povarello, s come quando egli
nacque venendo nel ventre della Vergine e nascendo nella stalla fra gli
animali, e poi morendo in mezzo fra due ladroni. Alora Io nascosi la
potenzia mia in lui, lassandolo sostenere pene e tormenti come uomo: non
che la natura mia divina fusse per separata da la natura umana; ma
lassa' lo patire come uomo per satisfare a le colpe vostre.

Non verr cos ora in questo ultimo punto; ma verr con potenzia a
riprendere egli con la propria persona. E non sar alcuna creatura che
non riceva tremore, e render a ogniuno il debito suo.

A' dannati miserabili lo' dar tanto tormento l'aspecto suo e tanto
terrore che la lingua non sarebbe sufficiente a narrarlo; a' giusti
dar timore di reverenzia con grande giocundit. Non che egli si muti la
faccia sua, per che egli  immutabile, perch  una cosa con meco,
secondo la natura divina. E secondo la natura umana, la faccia sua anco
 immutabile, poi che prese la gloria della resurrexione. Ma a l'occhio
del dannato se gli mostrarr cotale, per che, con quello occhio
terribile e obscuro che egli ha in se medesimo, con quello el vedr. S
come l'occhio infermo che del sole, che  cos lucido, non vede altro
che tenebre; e l'occhio sano vede la luce. E questo non  per difecto
della luce che si muti pi al cieco che a l'alluminato, ma  per difecto
de l'occhio che  infermo. Cos e' dannati el veggono in tenebre, in
confusione e in odio, non per difecto della divina mia Maiest con la
quale egli verr a giudicare il mondo, ma per difecto loro.




CAPITOLO XL

  Come i danpnati non possono desiderare alcuno bene.


--Egli  tanto l'odio che essi hanno, che non possono volere n
desiderare veruno bene, ma sempre mi bastemmiano. E sai perch eglino
non possono desiderare il bene? per che, finita la vita dell'uomo, 
legato el libero arbitrio; per la qual cosa non possono meritare,
perduto che essi hanno el tempo.

Se eglino finiscono in odio con la colpa del peccato mortale, sempre per
divina giustizia sta legata l'anima col legame de l'odio e sempre sta
obstinata in quel male che ella ha, rodendosi in se medesima, e
accrescele sempre pene, e spezialmente delle pene d'alcuni in
particulare de' quali ella fusse stata cagione della dannazione loro. S
come vi dimostr quello ricco dannato quando chiedeva di grazia che
Lazzaro andasse a' suoi frategli, e' quali erano rimasi nel mondo, ad
anunziare le pene sue. Questo gi non faceva per carit n per
compassione de' frategli, per che egli era privato della carit e non
poteva desiderare bene n in onore di me n in salute loro; perch gi
t'ho decto che non possono fare alcuno bene nel proximo e me
bastemmiano, perch la vita loro fin ne l'odio di me e della virt. Ma
perch dunque il faceva? per che egli era stato el maggiore e avevali
notricati nelle miserie nelle quali egli era vissuto, s che egli era
cagione della dannazione loro. Per la quale cagione se ne vedeva
seguitare pena, giognendo eglino al crociato tormento, con lui insieme,
dove sempre in odio si rodono, perch ne l'odio fin la vita loro.




CAPITOLO XLI

  De la gloria de' beati.


--Cos l'anima giusta, che finisce in affecto di carit e legata in
amore, non pu crescere in virt venuto meno el tempo, ma pu sempre
amare con quella dileczione che egli viene a me; e con quella misura gli
 misurato. Sempre desidera me, e sempre m'ha; unde il suo desiderio non
 votio, ma avendo fame  saziato; e saziato s ha fame; e dilonga  il
fastidio dalla saziet, e dilonga  la pena dalla fame.

Ne l'amore godono ne l'etterna mia visione, participando quel bene che
Io ho in me medesimo, ognuno secondo la misura sua; cio con quella
misura de l'amore che essi sono venuti a me, con quella l' misurato,
perch sonno stati nella carit mia e in quella del proximo, e uniti
insieme con la carit comune e con la particulare che esce pure d'una
medesima carit.

Godono ed exultano participando l'uno el bene de l'altro con l'affecto
della carit, oltre al bene universale che essi hanno tucti insieme. E
con la natura angelica godono ed exultano, co' quali e' sancti sonno
collocati, secondo le diverse e varie virt le quali principalmente
ebbero nel mondo, essendo legati tucti nel legame della carit. Hanno
una singulare participazione con coloro co' quali strectamente d'amore
singulare s'amavano nel mondo. Col quale amore crescevano in grazia
aumentando la virt. L'uno era cagione a l'altro di manifestare la
gloria e loda del nome mio in loro e nel proximo. S che poi nella vita
durabile non l'hanno perduto; anco l'hanno, participando strectamente e
con pi abondanzia l'uno con l'altro, aggiontolo a l'universale bene.

E non vorrei per che tu credessi che questo bene particulare, il quale
Io t'ho decto che egli hanno, l'avessero solo per loro, per che non 
cos; ma  participato da tucti quanti e' gustatori cittadini e dilecti
miei figliuoli e da tucta la natura angelica. Unde, quando l'anima
giogne a vita etterna, tucti participano el bene di quella anima, e
l'anima del bene loro. Non che 'l vasello suo n il loro possa crescere,
n che abbi bisogno d'empirsi, per che egli  pieno e per non pu
crescere; ma hanno una exultazione, una giocundit, uno giubilo, una
allegrezza, la quale si rinfresca in loro per lo cognoscimento il quale
hanno trovato in quella anima. Vegono che per mia misericordia ella 
levata dalla terra con la plenitudine della grazia, e cos exultano in
me nel bene di quella anima el quale ha ricevuto per la mia bont.

E quella anima gode in me e ne l'anime e negli spiriti beati, vedendo in
loro e gustando la bellezza e dolcezza della mia carit. E' loro
desidri sempre gridano dinanzi a me per la salvazione di tucto quanto
el mondo. Perch la vita loro fin nella carit del proximo, non l'hanno
lassata; anco con essa passarono per la porta de l'unigenito mio
Figliuolo per lo modo che Io di sotto ti contiar. S che vedi che con
quello legame de l'amore in che fin la vita loro, con quello
permangono; e dura sempre etternalmente.

Essi sonno tanto conformati con la mia volont che essi non possono
volere se non quello ch'Io voglio; perch l'arbitrio loro  legato nel
legame della carit per s facto modo che, venendo meno el tempo a la
creatura che ha in s ragione, morendo in stato di grazia, non pu pi
peccare. E in tanto  unita la sua volont con la mia che, vedendo il
padre o la madre il figliuolo ne l'inferno, o il figliuolo la madre, non
se ne curano; anco sonno contenti di vederli puniti come nemici miei.
In neuna cosa si scordano da me: e' desidri loro sonno pieni.

El desiderio de' beati  di vedere l'onore mio in voi viandanti, e'
quali ste peregrini che sempre corrite verso il termine della morte.
Nel desiderio del mio onore desiderano la salute vostra, e per sempre
mi pregano per voi. El quale desiderio  adempito da me da la parte mia,
col dove voi ignoranti non ricalcitraste a la mia misericordia. Hanno
desiderio ancora di riavere la dota del corpo loro; e questo desiderio
non gli affligge non avendolo actualmente, ma godono gustando per
certezza che egli hanno d'avere il loro desiderio pieno; non gli
affligge per che non avendolo non lo' manca beatitudine, e per non lo'
d pena.

E non ti pensare che la beatitudine del corpo doppo la resurrexione dia
pi beatitudine a l'anima. Ch se questo fusse, seguitarebbe che infine
che non avessero il corpo avarebbero beatitudine imperfecta; la qual
cosa non pu essere, per che in loro non manca alcuna perfeczione. S
che non  il corpo che dia beatitudine a l'anima, ma l'anima dar
beatitudine al corpo: dar de l'abondanzia sua, rivestita ne l'ultimo d
del giudicio del vestimento della propria carne la quale lass.

Come l'anima  facta immortale, fermata e stabilita in me; cos el corpo
in quella unione diventa immortale, perduta la gravezza e facto soctile
e leggiero. Unde sappi che 'l corpo glorificato passarebbe per lo mezzo
del muro. N il fuoco n l'acqua non l'offendarebbe, non per virt sua
ma per virt de l'anima. La quale virt  mia, data a lei per grazia e
per amore ineffabile col quale Io la creai a la imagine e similitudine
mia. L'occhio de l'intellecto tuo non  sufficiente a vedere, n
l'orecchia a udire, n la lingua a narrare, n il cuore a pensare il
bene loro.

Oh quanto dilecto hanno in vedere me che so' ogni bene! oh quanto
dilecto avaranno essendo col corpo glorificato! El quale bene ora non
avendo, di qui al giudicio generale non hanno pena, perch non lo' manca
beatitudine, per che l'anima  piena in s. La quale beatitudine
participar col corpo, come decto t'ho. Dicevoti del bene che avarebbe
il corpo glorificato ne l'umanit glorificata de l'unigenito mio
Figliuolo, la quale vi d certezza della vostra resurrexione. Ine
exultano nelle piaghe sue, le quali sonno rimase fresche, riservate le
cicatrici nel corpo suo, le quali gridano continuamente misericordia per
voi a me sommo ed etterno Padre. Tucti si conformaranno con lui in
gaudio e in giocundit; occhio con occhio e mano con mano e con tucto
quanto el corpo del dolce Verbo mio Figliuolo tucti vi conformarete.
Stando in me, starete in lui, perch'egli  una cosa con meco. Ma
l'occhio del corpo vostro, come decto t'ho, si dilectar ne l'umanit
glorificata del Verbo unigenito mio Figliuolo. Questo perch? per che
la vita loro fin nella dileczione della mia carit, e per lo' dura
etternalmente.

Non che possano adoperare alcuno bene, ma godonsi quel che essi hanno
portato, cio che non possono fare veruno acto meritorio per lo quale
essi possano meritare. Per che solo in questa vita si merita e pecca,
secondo che piace a la propria volont col libero arbitrio. Costoro none
aspectano con timore il divino giudicio, ma con allegrezza. E non lo'
parr, la faccia del Figliuolo mio, terribile n piena d'odio, perch e'
sonno finiti in carit e in dileczione di me e benivolenzia del proximo.
S che vedi che la mutazione della faccia non sar in lui quando verr a
giudicare con la Maiest mia, ma in coloro che saranno giudicati da lui.
A' dannati aparr con odio e con giustizia; ne' salvati con amore e
misericordia.




CAPITOLO XLII

  Come doppo el giudicio generale crescer la pena de' danpnati.


--Hotti narrato della dignit de' giusti, acci che meglio cognosca la
miseria de' dannati. E questa  l'altra pena loro: vedere la beatitudine
de' giusti. La quale visione  a loro acrescimento di pena, come a'
giusti la dannazione de' dannati  acrescimento d'exultazione della mia
bont, perch meglio si cognosce la luce per la tenebre, e la tenebre
per la luce. S che lo' sar pena la visione de' beati e con pena
aspectano l'ultimo d del giudicio, perch se ne vegono seguitare
acrescimento di pena.

E cos sar; per che in quella voce terribile quando sar decto a loro:
_Surgite, mortui; venite ad iudicium_, tornar l'anima col corpo. E
ne' giusti sar glorificato, e ne' dannati sar crociato etternalmente.
E grande vergogna e rimproverio ricevaranno ne l'aspecto della mia
Verit e di tucti e' beati. El vermine della coscienzia alora rodar il
mirollo de l'arbore, cio l'anima, e la corteccia di fuore, cio il
corpo.

Rimprovarato lo' sar el Sangue che per loro fu pagato, e l'upare della
misericordia, le quali Io feci a loro col mezzo del mio Figliuolo,
spirituali e temporali, e quello che essi dovevano fare nel proximo
loro, s come si contiene nel sancto Evangelio. Ripresi saranno della
crudelt che essi hanno avuta verso el proximo, della superbia e de
l'amore proprio, della immondizia e avarizia loro.

Vedendo la misericordia che da me hanno ricevuta, rinfrescar duramente
la loro riprensione. Nel ponto della morte la riceve solamente l'anima;
ma nel giudicio generale la ricever insiememente l'anima e 'l corpo,
perch 'l corpo  stato compagno e strumento de l'anima a fare il bene e
il male, secondo che  piaciuto a la propria volont.

Ogni operazione buona e gactiva  facta col mezzo del corpo; e per
giustamente, figliuola mia,  renduto a' miei electi gloria e bene
infinito col corpo loro glorificato, remunerandoli delle loro fadighe
che per me insiememente con l'anima port. E cos agl'iniqui sar
renduta pena etternale col mezzo del corpo loro, perch fu strumento del
male.

Rinfrescarasse lo' la pena e cresciar, riavendo el corpo loro, ne
l'aspecto del mio Figliuolo. La miserabile sensualit con la immondizia
sua ricever riprensione in vedere la natura sua, cio l'umanit di
Cristo, unita con la purit della Deit mia; vedendo levata questa massa
d'Adam, natura vostra, sopra tucti e' cori degli angeli, ed essi per
loro difecti si veggono profondati nel profondo de l'inferno.

E vegono la larghezza e la misericordia relucere ne' beati, ricevendo el
fructo del sangue de l'Agnello; e vegono le pene che essi hanno portate,
che tucte stanno per adornamento ne' corpi loro, s come la fregiatura
sopra del panno, non per virt del corpo, ma solo per la plenitudine de
l'anima; la quale rapresenta al corpo el fructo della fadiga, perch fu
compagno con lei ad adoperare la virt, s che apparisce di fuore. S
come rapresenta lo specchio la faccia dell'uomo, cos nel corpo si
rapresenta el fructo delle fadighe, per lo modo che decto t'ho. Vedendo
e' tenebrosi tanta dignit della quale essi sono privati, lo' cresce la
pena e la confusione, perch ne' corpi loro apparisce il segno delle
iniquit, le quali commissero, con pena e crociato tormento. Unde in
quella parola che essi udiranno terribile: Andate maladecti nel fuoco
etternale, egli andar l'anima e 'l corpo a conversare con le dimonia
senza alcuno rimedio di speranza, aviluppandosi con tucta la puzza della
terra, ogniuno per s in diverso modo, s come diverse sonno state le
loro male operazioni: l'avaro con la puzza de l'avarizia, aviluppandosi
insieme la substanzia del mondo e ardendo nel fuoco (la quale egli
disordinatamente am); el crudele con la crudelt; lo immondo con la
immondizia e miserabile concupiscenzia; lo ingiusto con le sue
ingiustizie; lo invidioso con la invidia; e l'odio e rancore del proximo
con l'odio. El disordinato amore proprio di loro, unde nacquero tucti e'
loro mali, ardar e dar pena intollerabile, s come capo e principio
d'ogni male, acompagnato dalla superbia. S che tucti in diversi modi
saranno puniti, l'anima e 'l corpo insieme.

Or cos miserabilmente giongono al fine loro questi che vanno per la via
di socto, gi per lo fiume, non vollendosi a dietro a ricognoscere le
colpe sue, n a dimandare la misericordia, s come Io di sopra ti dixi.
E giongono a la porta della bugia perch seguitano la doctrina del
dimonio, el quale  padre delle bugie. Ed esso dimonio  porta loro, e
per questa porta giongono a l'etterna dannazione, come detto  di sopra.
S come gli electi e figliuoli miei, tenendo per la via di sopra, cio
del ponte, seguitano e tengono per la via della verit, ed essa verit 
porta. E per disse la mia Verit: Neuno pu andare al Padre mio se non
per me. Egli  la porta e la via, unde passano, a intrare in me, mare
pacifico.

E cos, in contrario, costoro sonno tenuti per la bugia, la quale lo' d
acqua morta. E ad questo vi chiama el dimonio, ciechi e macti che non se
n'avegono perch hanno perduto el lume della fede. Quasi lo' dica el
dimonio: Chi ha sete de l'acqua morta venga a me, ch io ne gli dar.




CAPITOLO XLIII

  De la utilit de le temptazioni, e come ogni anima ne la extremit
     de la morte vede e gusta el luogo suo, prima che essa anima sia
     separata dal corpo, cio o pena o gloria che debba ricevere.


--Egli  facto giustiziere mio dalla mia giustizia per tormentare
l'anime che miserabilmente hanno offeso me. E in questa vita gli ho
posti a temptare molestando le mie creature; non perch le mie creature
siano vente, ma perch esse vencano e ricevano da me la gloria della
victoria, provando in loro le virt.

E neuno in questo debba temere per veruna bactaglia n temptazione di
dimonio che lo' venga, per che Io gli ho facti forti, e dato lo' la
fortezza della volont, fortificata nel sangue del mio Figliuolo. La
quale volont n dimonio n creatura ve la pu mutare, per che ella 
vostra e data da me.

Voi dunque col libero arbitrio la potete tenere e lassare, secondo che
vi piace. Ella  l'arme la quale voi ponete nelle mani del dimonio, e
drictamente  uno coltello col quale egli vi percuote e con esso
v'ucide. Ma se l'uomo non d questo coltello della volont sua nelle
mani del dimonio, cio che egli consenta a le temptazioni e molestie
sue, giamai non sar offeso di colpa di peccato per veruna temptazione.
Anco el fortifica col dove egli apra l'occhio de l'intellecto a vedere
la carit mia. La quale carit permecte che siate temptati solo per
farvi venire a virt e a provare la virt.

A virt non si viene se non per lo cognoscimento di se medesimo e per
cognoscimento di me. El quale cognoscimento pi perfectamente s'acquista
nel tempo della temptazione: perch alora cognosce s non essere, non
potendosi levare le pene e le molestie le quali vorrebbe fuggire; e me
cognosce nella volont (la quale  fortificata per la bont mia) che non
consente a esse cogitazioni: e perch ha veduto che la mia carit le
concede perch 'l dimonio  infermo e per s non pu cavelle se non
quanto Io gli do; e Io el permecto per amore e non per odio, perch
venciate e non siate venti, e perch veniate ad perfecto cognoscimento
di voi e di me, e acci che la virt sia provata, per che ella non si
pruova se non per lo suo contrario.

Dunque vedi che sonno miei ministri a crociare i dannati ne l'inferno, e
in questa vita ad exercitare e provare la virt ne l'anima. Non che la
intenzione del dimonio sia per farli provare in virt, perch egli non
ha carit, ma per privarli de la virt, e questo non pu fare se voi non
volete.

Or vedi quanta  la stoltizia de l'uomo, che si fa debile col dove Io
l'ho facto forte, ed esso medesimo si mecte nelle mani delle dimonia.
Unde Io voglio che tu sappi che nel punto della morte, essendo entrati
nella vita loro socto la signoria del dimonio (none sforzati, per che
non possono essere sforzati come decto t'ho, ma volontariamente si sonno
messi nelle mani loro), giognendo poi a l'extremit della morte con
questa perversa signoria, essi non aspectano altro giudicio, ma essi
medesimi ne sonno giudici con la coscienzia loro e come disperati
giongono a l'etterna dannazione. Con l'odio strengono l'inferno in su la
extremit della morte; e prima che egli l'abbino, essi medesimi co' loro
signori dimoni pigliano per prezzo loro l'inferno.

S come e' giusti vissuti in carit morendo in dileczione, quando viene
l'extremit della morte, se egli  vissuto perfectamente in virt
illuminato del lume della fede, con l'occhio della fede, con perfecta
speranza del sangue de l'Agnello, vegono el bene il quale Io l'ho
aparecchiato e con le braccia de l'amore l'abracciano, stregnendo con
estrecte d'amore me, sommo e etterno Bene, ne l'ultima extremit della
morte. E cos gustano vita etterna prima che abbino lassato el corpo
mortale, cio prima che sia separato dal corpo.

Altri che fussero passati nella vita loro con una carit comune, che non
fussero in quella grande perfeczione e giognessero a l'extremit,
costoro abracciano la misericordia mia con quello lume medesimo della
fede e della speranza che ebbero quelli perfecti; ma hannola imperfecta.
Ma perch costoro erano imperfecti, strinsero la misericordia mia,
ponendo maggiore la misericordia mia che le colpe loro.

Gl'iniqui peccatori fanno el contrario, vedendo con la disperazione el
luogo loro, e con l'odio l'abracciano, come decto t'ho. S che non
aspectano d'essere giudicati n l'uno n l'altro; ma partonsi di questa
vita, e riceve ogniuno el luogo suo, come decto t'ho. Gustanlo e
possegonlo prima che si partano dal corpo nella extremit della morte:
e' dannati co' l'odio e disperazione, e i perfecti con l'amore e col
lume della fede e con la speranza del Sangue. E gl'inperfecti con la
misericordia e con quella medesima fede giongono al luogo del
purgatorio.




CAPITOLO XLIV

  Come el demonio sempre piglia l'anime sotto colore d'alcuno bene. E
     come quelli che tengono per lo fiume, e non per lo ponte predecto,
     sono ingannati, per che volendo fuggire le pene caggiono ne le
     pene; ponendo qui la visione d'uno arbore che questa anima ebbe una
     volta.


--Hotti decto che 'l dimonio invita gli uomini a l'acqua morta, cio a
quella che egli ha per s, aciecando con le delicie e stati del mondo.
Co' l'amo del dilecto gli piglia socto colore di bene, per che in altro
modo non gli potrebbe pigliare, per che non si lassarebbero pigliare se
alcuno bene proprio o dilecto non vi trovassero, imper che l'anima di
sua natura sempre appetisce bene.

Ma  vero che l'anima, aciecata da l'amore proprio, non cognosce n
discerne quale sia vero bene e che gli dia utilit a l'anima e al corpo.
E per el dimonio, come iniquo, vedendo ch'egli  aciecato dal proprio
amore sensitivo, gli pone e' diversi e vari difecti e' quali sonno
colorati con colore d'alcuna utilit e d'alcuno bene; e ad ogniuno d
secondo lo stato suo e secondo quegli vizi principali ne' quali el vede
pi disposto a ricevere. Altro d al secolare, altro d al religioso;
altro a' prelati, altro a' signori; e a ciascuno secondo e' diversi
stati che essi hanno.

Questo t'ho decto perch'Io ora ti contio di costoro che s'anniegano gi
per lo fiume, che neuno rispecto hanno altro che a loro, cio d'amare
loro medesimi con offesa di me; de' quali Io t'ho contiato el fine loro.
Ora ti voglio mostrare come essi s'ingannano, che volendo fuggire le
pene caggiono nelle pene. Perch lo' pare che a seguitare me, cio
tenere per la via del ponte del Verbo del mio Figliuolo, sia grande
fadiga, e per si ritragono a dietro, temendo la spina. Questo  perch
sonno aciecati e non vegono n cognoscono la verit, s come tu sai
ch'Io ti mostrai nel principio della vita tua, pregandomi tu che Io
facesse misericordia al mondo, traendoli della tenebre del peccato
mortale.

Sai che Io alora ti mostrai me in figura d'uno arbore, del quale non
vedevi n il principio n il fine, se non che vedevi che la radice era
unita con la terra; e questa era la natura divina unita con la terra
della vostra umanit. A' piei de l'arbore, se ben ti ricorda, era alcuna
spina; dalla quale spina tucti coloro che amavano la propria sensualit
si dilongavano e corrivano a uno monte di lolla, nel quale ti figurai
tucti e' dilecti del mondo. Quella lolla pareva grano e non era; e per,
come vedevi, molte anime dentro vi si perivano di fame, e molte,
cognoscendo l'inganno del mondo, tornavano a l'arbore e passavano la
spina, cio la deliberazione della volont.

La quale deliberazione, innanzi che ella sia facta,  una spina la quale
gli pare trovare in seguitare la via della verit. Sempre combacte da
l'uno lato la coscienzia, da l'altro lato la sensualit; ma subito che,
con odio e dispiacimento di s, virilmente delibera dicendo:--Io voglio
seguitare Cristo crocifixo,--rompe subbito la spina e truova dolcezza
inextimabile, s come Io alora ti mostrai, chi pi e chi meno, secondo
la disposizione e sollicitudine loro.

Sai che alora Io ti dixi:--Io so' lo Idio vostro immobile, che non mi
muovo; Io non mi ritrago da veruna creatura che a me voglia venire;
mostrato l'ho la verit, facendomi visibile a loro, essendo Io
invisibile; mostrato l'ho che cosa  amare alcuna cosa senza me.--Ma
essi, come aciecati da la nuvila del disordinato amore, non cognoscono
n me n loro. Vedi come sonno ingannati: che prima vogliono morire di
fame che passare un poca di spina.

Non possono fuggire che non sostengano pena, per che in questa vita
neuno ci passa senza croce, se non coloro che tengono per la via di
sopra: non che essi passino senza pena, ma la pena a loro  refrigerio.
E perch per lo peccato, s come di sopra ti dixi, el mondo germin
spine e triboli, e corse questo fiume, mare tempestoso, per vi diei el
ponte, acci che voi non annegaste.

Hotti mostrato come costoro s'ingannano con uno disordinato timore, e
come Io so' lo Idio vostro che non mi muovo, e che Io non so'
acceptatore delle persone ma del sancto desiderio. E questo t'ho
mostrato nella figura de l'arbore la quale Io t'ho decta.




CAPITOLO XLV

  Come, avendo el mondo per lo peccato germinato spine e triboli, chi
     sono quelli ad cui queste spine non fanno male, bene che neuno
     passi questa vita senza pena.


--Ora ti voglio mostrare a cui le spine e triboli, che germin la terra
per lo peccato, fanno male e a cui no. E perch infine a ora t'ho
mostrata la loro dannazione insiememente con la mia bont, e hotti
decto come essi sonno ingannati dalla propria sensualit, ora ti voglio
dire come solo costoro son quegli che sonno offesi dalle spine.

Veruno che nasca in questa vita passa senza fadiga o corporale o
mentale. Corporale le portano e' servi miei, ma la mente loro  libera;
cio che non sente fadiga della fadiga, perch ha acordata la sua
volont con la mia, la quale volont  quella cosa che d pena a l'uomo.
Pena di mente e di corpo portano costoro e' quali Io t'ho contiati che
in questa vita gustano l'arra de l'inferno; s come i servi miei gustano
l'arra di vita etterna.

Sai tu quale  il pi singulare bene che hanno e' beati?  d'avere la
volont loro piena di quel che desiderano. Desiderano me, e desiderando
me essi m'hanno e mi gustano senza alcuna rebellione, per che hanno
lassata la gravezza del corpo, el quale era una legge che impugnava
contra lo spirito. El corpo l'era uno mezzo che non lassava
perfectamente cognoscere la verit; n potevano vedermi a faccia a
faccia, perch 'l corpo non lassava.

Ma, poi che l'anima ha lassato el peso del corpo, la volont sua 
piena, perch desiderando di vedere me ella mi vede: nella quale visione
sta la vostra beatitudine. Vedendo cognosce, e cognoscendo ama, e amando
gusta me sommo e etterno Bene; gustando sazia e empie la volont sua,
cio il desiderio che egli ha di vedere e cognoscere me; desiderando ha,
e avendo desidera, e, come Io ti dixi, di longa  la pena dal desiderio;
e 'l fastidio dalla saziet.

S che vedi ch'e' servi miei ricevono beatitudine principalmente in
vedere e conoscere me. La quale visione e cognoscimento lo' riempie la
volont d'avere ci che essa volont desidera, e cos  saziata. E per
ti dixi che, singularmente, gustare vita etterna era d'avere quello che
la volont desidera. Ma sappi che ella si sazia nel vedere e cognoscere
me, come decto t'ho.

In questa vita gustano l'arra di vita etterna, gustando questo medesimo
del quale Io t'ho decto che essi sonno saziati. Come hanno questa arra
in questa vita? Dicotelo: in vedere la mia bont in s e in cognoscere
la mia verit; el quale cognoscimento ha l'intellecto illuminato in me,
el quale  l'occhio de l'anima. Questo occhio ha la pupilla della
sanctissima fede, el quale lume della fede fa discrnare e cognoscere e
seguitare la via e doctrina della mia Verit, Verbo incarnato. Senza
questa pupilla della fede non vedrebbe, se non come l'uomo che ha la
forma de l'occhio, ma el panno ha ricoperta la pupilla che fa vedere a
l'occhio. Cos l'occhio de l'intellecto la pupilla sua  la fede; la
quale, essendovi posto dinanzi el panno della infidelit, tracto da
l'amore proprio di s, non vede; ha la forma de l'occhio ma non el lume,
perch esso se l'ha tolto.

S che vedi che nel vedere cognoscono, e cognoscendo amano, e amando
anniegano e perdono la volont loro propria. Perduta la loro, si vestono
della mia che non voglio altro che la vostra sanctificazione. E subbito
si dnno a vllere il capo adietro da la via di socto, e cominciano a
salire per lo ponte, e passano sopra le spine. E perch sonno calzati e'
piei de l'affecto loro con la mia volont, non lo' fa male. E per ti
dixi che sostenevano corporalmente e non mentalmente, perch la volont
sensitiva  morta, la quale d pena e affligge la mente della creatura.
Tolta la volont,  tolta la pena, e ogni cosa portano con reverenzia,
reputandosi grazia d'essere tribolati per me, e non desiderano se non
quel ch'Io voglio.

Se Io lo' do pena da parte delle dimonia, permectendo lo' le molte
temptazioni per provarli nella virt, s come Io ti dixi di sopra, essi
resistono con la volont, la quale hanno fortificata in me, umiliandosi
e reputandosi indegni della pace e quiete della mente e reputandosi
degni della pena. E cos passano con allegrezza e cognoscimento di loro
senza pena affliggitiva.

Se ella  tribolazione dagli uomini, o infermit, o povert, o mutamento
di stato nel mondo, o privazione di figliuoli o de l'altre creature le
quali molto amasse (le quali tucte sonno spine che germin la terra
doppo el peccato), tucte le porta col lume della ragione e della fede
sancta, raguardando me che so' somma bont e non posso volere altro che
bene; e per bene le concedo: per amore e non per odio.

E cognosciuto che hanno l'amore in me, ed essi raguardano loro,
cognoscendo e' loro difecti. E vegono col lume della fede che 'l bene
debba essere remunerato e la colpa punita. Ogni piccola colpa vegono che
meritarebbe pena infinita, perch  facta contra me che so' infinito
Bene; e recansi a grazia che Io in questa vita gli voglia punire e in
questo tempo finito. E cos insiememente scontiano el peccato con la
contrizione del cuore, e con la perfecta pazienzia meritano, e le
fadighe loro sonno remunerate di bene infinito.

Poi cognoscono che ogni fadiga di questa vita  piccola per la
piccolezza del tempo. El tempo  quanto una punta d'aco e non pi; ch
passato el tempo  passata la fadiga. Adunque vedi che  piccola. Essi
portano con pazienzia e passano le spine actuali e non lo' tocca el
cuore, perch 'l cuore loro  tracto di loro per amore sensitivo e posto
e unito in me per affecto d'amore.

Bene  dunque la verit che costoro gustano vita etterna, ricevendo
l'arra in questa vita. E stando ne l'acqua non s'immollano, passando
sopra le spine non si pongono (come decto t'ho), perch hanno
cognosciuto me, sommo Bene, e cercatolo col dove egli si truova, cio
nel Verbo de l'unigenito mio Figliuolo.




CAPITOLO XLVI

  De' mali che procedono da la cechit dell'occhio de l'intellecto. E
     come li beni che non sono facti in stato di grazia non vagliono ad
     vita etterna.


--Questo t'ho decto acci che tu cognosca meglio e in che modo costoro
gustano l'arra de l'inferno, de' quali Io ti dixi lo inganno loro. Ora
ti dir unde procede lo inganno e come ricevono l'arra de l'inferno.
Questo  perch hanno aciecato l'occhio de l'intellecto con la
infedelit tracta da l'amore proprio. Come ogni verit s'acquista col
lume della fede, cos la bugia e lo inganno s'acquista con la
infidelit. Della infedelit, dico, di coloro che hanno ricevuto el
sancto baptesmo, nel quale baptesmo fu messa la pupilla della fede ne
l'occhio de l'intellecto. Venuto el tempo della discrezione, se essi
s'exercitano in virt, costoro hanno conservato el lume della fede e
parturiscono le virt vive, facendo fructo al proximo loro. Come la
donna che fa el figliuolo vivo, e vivo el d allo sposo suo; cos
costoro dnno le virt vive a me, che so' sposo de l'anima.

El contrario fanno questi miserabili che, venuto il tempo della
discrezione, dove essi debbono exercitare el lume della fede e parturire
con vita di grazia la virt, ed essi le parturiscono morte. Morte sonno
perch tucte l'operazioni loro sonno morte, essendo facte in peccato
mortale, privati del lume della fede. Hanno bene la forma del sancto
baptesmo ma none il lume, per che ne sonno privati per la nuvila della
colpa commessa per amore proprio, la quale ha ricoperta la pupilla unde
vedevano.

A costoro  decto, e' quali hanno fede senza opera, che  morta la fede
loro. Unde, come il morto non vede, cos l'occhio, ricuperta la pupilla,
come decto t'ho, non vede, n cognosce se medesimo non essere n i
difecti suoi che egli ha commessi. N cognosce la bont mia in s, donde
ha avuto l'essere e ogni grazia che  posta sopra l'essere.

Non cognoscendo me n s, non odia in s la propria sensualit; anco
l'ama, cercando di satisfare a l'appetito suo: e cos parturisce i
figliuoli morti di molti peccati mortali. N me non ama; non amando me,
non ama quel ch'Io amo, cio il proximo suo, n si dilecta d'adoperare
quel che mi piace: ci sonno le vere e reali virt, le quali mi
piacciono di vedere in voi, non per mia utilit, per che a me non
potete fare utilit, per che Io so' colui che so', e veruna cosa 
facta senza me, se non el peccato, che non  cavelle, perch priva
l'anima di me che so' ogni bene, privandola della grazia. Si che per
vostra utilit mi piacciono perch Io abbi di che remunerarvi in me,
vita durabile.

S che vedi che la fede di costoro  morta, perch  senza opera; e
quelle operazioni, le quali fanno, non vagliano a vita etterna, perch
non hanno vita di grazia. Nondimeno il bene adoperare o con grazia o
senza la grazia non si debba per lassare, per che ogni bene 
remunerato come ogni colpa punita. El bene che si fa in grazia, senza
peccato mortale, vale a vita etterna; ma quello che si fa con la colpa
del peccato mortale non vale a vita etterna: nondimeno  remunerato in
diversi modi, s come di sopra ti dixi.

Unde alcuna volta Io lo' presto el tempo. O Io li mecto nel cuore de'
servi miei per continua orazione, per le quali orazioni escono della
colpa e delle miserie loro. Alcuna volta, non ricevendo el tempo n
l'orazioni per disposizione di grazia, a questi cotali l' remunerato in
cose temporali, facendo di loro come de l'animale che s'ingrassa per
menarlo al macello. Cos questi cotali che sempre hanno ricalcitrato in
ogni modo a la mia bont, pure fanno alcuno bene; none in stato di
grazia, come decto t'ho, ma in peccato. Essi non hanno voluto ricevere
in questa loro operazione il tempo n l'orazioni n gli altri diversi
modi co' quali Io gli ho chiamati; unde, essendo riprovati da me per li
loro difecti, e la mia bont vuole pure remunerare quella operazione,
cio quel poco del servizio che hanno facto, unde li remunero nelle cose
temporali e ine s'ingrassano; e non correggendosi, giongono al supplicio
etternale.

S che vedi che sonno ingannati. Chi gli ha ingannati? essi medesimi,
perch s'hanno tolto el lume della fede viva, e vanno come aciecati
palpando e actaccandosi a quel che toccano. E perch non veggono se non
con l'occhio cieco, posto l'affecto loro nelle cose transitorie, per
sonno ingannati e fanno come stolti che raguardano solamente l'oro e non
el veleno. Unde sappi che le cose del mondo e tucti e' dilecti e piaceri
suoi se sonno presi e acquistati e posseduti senza me o con proprio e
disordinato amore, essi portano drictamente la figura degli scarpioni,
e' quali al principio tuo, doppo la figura de l'arbore Io ti mostrai,
dicendoti che portavano l'oro dinanzi e 'l veleno portavano dietro; e
non era il veleno senza l'oro n l'oro senza el veleno, ma el primo
aspecto era l'oro. E neuno si difendeva dal veleno, se non coloro che
erano illuminati del lume della fede.




CAPITOLO XLVII

  Come non si possono observare i comandamenti che non si observino i
     consigli. E come in ogni stato che la persona vuole essere, avendo
     sancta e buona volont,  piacevole a Dio.


--Costoro ti dixi che col coltello di due tagli (cio con l'odio del
vizio e amore delle virt) per amore tagliavano el veleno della propria
sensualit, e col lume della ragione tenevano e possedevano. E
acquistavano l'oro in queste cose mondane, chi le voleva tenere; ma chi
voleva usare la grande perfeczione le spregiava actualmente e
mentalmente. Questi ti dixi che observavano el consiglio actualmente, il
quale lo' fu dato e lassato da la mia Verit. Costoro che possedevano
sonno quelli che observano e' comandamenti e i consigli mentalmente ma
non actualmente. Ma per ch'e' consigli sonno legati co' comandamenti,
neuno pu observare i comandamenti che non observi e' consigli: non
actualmente ma mentalmente. Cio che, possedendo le ricchezze del mondo,
egli le possegga con umilit e non con superbia, possedendole come cosa
prestata e non come cosa sua, come elle sonno date a voi per uso da la
mia bont. Unde tanto l'avete quanto Io ve le do, e tanto le tenete
quanto Io ve le lasso, e tanto ve le lasso e do quanto Io vego che
faccino per la salute vostra. Per questo modo le dovete usare.

Usandole l'uomo cos, observa el comandamento, amando me sopra ogni cosa
e 'l proximo come se medesimo. Vive col cuore spogliato e gictale da s
per desiderio, cio che non l'ama n tiene senza la mia volont, poniamo
che actualmente le possega. Observa el consiglio per desiderio, come
decto t'ho, tagliandone il veleno del disordinato amore.

Questi cotali stanno nella carit comune. Ma coloro, che observano e'
comandamenti e i consigli mentalmente e actualmente, sonno nella carit
perfecta. Con vera simplicit observano el consiglio che dixe la mia
Verit, Verbo incarnato, a quel giovano quando dimand dicendo: Che
potrei io fare, Maestro, per avere vita etterna? Egli disse: Observa
e' comandamenti della Legge. Ed egli rispondendo dixe: Io gli
observo. Ed Egli dixe: Bene, se tu vuogli essere perfecto, va' e vende
ci che tu hai, e dllo a' povari. El giovano alora si contrist,
perch le ricchezze che egli aveva le teneva ancora con troppo amore, e
per si contrist. Ma questi perfecti l'observano abandonando el mondo
con tucte le delizie sue, macerando el corpo con la penitenzia e
vigilia, umile e continua orazione.

Questi altri che stanno nella carit comune, non levandosi actualmente,
non ne perdono per vita etterna, perch non ne sonno tenuti; ma
debbonle possedere, se eglino vogliono le cose del mondo, per lo modo
che decto t'ho. Tenendole, non offendono, perch ogni cosa  buona e
perfecta e creata da me, che so' somma bont, e facte perch servano
alle mie creature che hanno in loro ragione, e non perch le creature si
faccino servi e schiavi delle delizie del mondo; anco perch le tengano
(se lo' piace di tenere, non volendo andare alla grande perfeczione) non
come signori ma come servi. E 'l desiderio loro debbono dare a me, e
ogni altra cosa amare e tenere non come cosa loro ma come cosa prestata,
come decto t'ho.

Io non so' acceptatore delle creature n degli stati, ma de' sancti
desidri. In ogni stato che la persona vuole stare, abbi buona e sancta
volont, ed  piacevole a me. Chi le terr a questo modo? coloro che
n'hanno mozzato el veleno con l'odio della propria sensualit e con
amore della virt. Avendo mozzo el veleno della disordinata volont e
ordinatala con l'amore e sancto timore di me, egli pu tenere ed
eleggere ogni stato che egli vuole: e in ognuno sar acto ad avere vita
etterna.

Poniamo che maggiore perfeczione, e pi piacevole a me, sia di levarsi
mentalmente e actualmente da ogni cosa del mondo, chi non si sente di
giognere ad questa perfeczione, ch la fragilit sua non el patisse, pu
stare in questo stato comune, ogniuno secondo lo stato suo. E questo ha
ordinato la mia bont acci che veruno abbi scusa di peccato in
qualunque stato si sia. E veramente non hanno scusa, per che Io so'
consceso alle passioni e debilezze loro per sifacto modo che, volendo
stare nel mondo, possono e possedere le ricchezze e tenere stato di
signoria e stare allo stato del matrimonio e notricare ed affadigarsi
per li figliuoli. E qualunque stato si vuole essere, possono tenere,
purch in verit essi taglino el veleno della propria sensualit, la
quale d morte etternale.

E drictamente ella  uno veleno che, come el veleno d pena nel corpo, e
ne l'ultimo ne muore se gi egli non s'argomenta di bomitarlo e di
pigliare alcuna medicina, cos questo scarpione del dilecto del mondo:
non le cose temporali in loro, che gi t'ho decto che elle sonno buone e
facte da me che so' somma bont, e per le pu usare come gli piace con
sancto amore e vero timore; ma dico del veleno della perversa volont de
l'uomo. Dico che ella avelena l'anima e dlle la morte se esso non el
vomita per la confessione sancta, traendone il cuore e l'affecto. La
quale  una medicina che 'l guarisce di questo veleno, poniamo che paia
amara a la propria sensualit.

Vedi dunque quanto sonno ingannati! ch possono possedere e avere me, e
possono fuggire la tristizia e avere letizia e consolazione, ed essi
vogliono pure male, socto colore di bene, e dnnosi a pigliare l'oro con
disordinato amore. Ma perch essi sonno aciecati con molta infedelit,
non cognoscono el veleno; veggonsi avelenati e non pigliano el rimedio.
Costoro portano la croce del dimonio, gustando l'arra de l'inferno.




CAPITOLO XLVIII

  Come li mondani con ci che posseggono non si possono saziare; e de
     la pena che d loro la perversa volont pur in questa vita.


--Io s ti dixi di sopra che solo la volont dava pena a l'uomo. E
perch i servi miei sonno privati della loro e vestiti della mia, non
sentono pena affliggitiva, ma sonno saziati sentendo me per grazia ne
l'anime loro. Non avendo me, non possono essere saziati, se essi
possedessero tucto quanto el mondo; perch le cose create sonno minori
che l'uomo, per che elle sonno facte per l'uomo e non l'uomo per loro:
e per non pu essere saziato da loro. Solo Io el posso saziare. E per
questi miserabili, posti in tanta ciechit, sempre s'affannano e mai non
si saziano, e desiderano quel che non possono avere, perch non
l'adimandano a me che li posso saziare.

Vuogli ti dica come essi stanno in pene? Tu sai che l'amore sempre d
pena, perdendo quella cosa con cui essi si son conformati. Costoro hanno
facta conformit per amore nella terra in diversi modi, e per terra
sonno diventati. Chi fa conformit con la ricchezza, chi nello stato,
chi ne' figliuoli, chi perde me per servire a le creature, chi fa del
corpo suo uno animale bruto con molta immondizia. E cos per diversi
stati appetiscono e pasconsi di terra. Vorrebbero che fussero stabili,
ed essi non sonno; anco passano come il vento, per che o essi vengono
meno a loro col mezzo della morte, overo che di quello che essi amano ne
sono privati per mia dispensazione. Essendone privati, sostengono pena
intollerabile; e tanto la perdono con dolore quanto l'hanno posseduta
con disordinato amore. Avesserle tenute come cosa prestata e non come
cosa loro, lassavanle senza pena. Hanno pena perch non hanno quel che
desiderano, per che, come Io ti dixi, el mondo non gli pu saziare. Non
essendo saziati, hanno pena.

Quante sonno le pene dello stimolo della coscienzia! quante sonno le
pene di colui che appetisce vendecta! Continuamente si rode e prima ha
morto s, cio l'anima sua, che egli ucida el nemico suo; el primo morto
 egli, uccidendo s col coltello de l'odio. Quanta pena sostiene
l'avaro, che per avarizia strema la sua necessit! quanto tormento ha lo
invidioso, che sempre nel suo cuore si rode, e non gli lassa pigliare
dilecto del bene del proximo suo! Di tucte quante le cose, che esso ama
sensitivamente, ne trae pena con molti disordinati timori; hanno presa
la croce del dimonio, gustando l'arra de l'inferno in questa vita, ne
vivono infermi con molti diversi modi se essi non si corregono, e
ricevonne poi morte etternale.

Or costoro sonno quegli che sonno offesi dalle spine delle molte
tribolazioni, crociandosi loro medesimi con la propria disordinata
volont. Costoro hanno croce di cuore e di corpo; cio che con pena e
tormento passa l'anima e'l corpo senza alcuno merito, perch non portano
le fadighe con pazienzia, anco con impazienzia, perch hanno posseduto e
acquistato l'oro e le delizie del mondo con disordinato amore; privati
della vita della grazia e de l'affecto della carit. Facti sonno arbori
di morte, e per tucte le loro operazioni sonno morte, e con pena vanno
per lo fiume annegandosi, e giongono a l'acqua morta, passando con odio
per la porta del dimonio, e ricevono l'etterna dannazione.

Ora hai veduto come essi s'ingannano e con quanta pena essi vanno a
l'inferno, facendosi martiri del dimonio; e quale  quella cosa che gli
acieca, cio la nuvila de l'amore proprio, posta sopra la pupilla del
lume della fede. E veduto hai come le tribulazioni del mondo, da
qualunque lato elle vengono, offendono e' servi miei corporalmente, cio
che sonno perseguitati dal mondo, ma non mentalmente, perch sonno
conformati con la mia volont: per sonno contenti di sostenere pena per
me.

Ma e' servi del mondo sonno percossi dentro e di fuore: e singularmente
dentro, dal timore che essi hanno di non prdare quello che possegono, e
da l'amore, desiderando quel che non possono avere. Tucte l'altre
fadighe, che seguitano doppo queste due che sonno le principali, la
lingua tua non sarebbe sufficiente a narrarle. Vedi dunque che in questa
vita medesima hanno migliore partito e' giusti ch'e' peccatori.

Ora hai veduto a pieno el loro andare e il termine loro.




CAPITOLO XLIX

  Come el timore servile non  sufficiente a dare vita eterna; e come
     exercitando questo timore si viene ad amore de le virt.


--Ora ti dico che alquanti sonno che, sentendosi speronare dalle
tribulazioni del mondo (le quali Io do acci che l'anima cognosca che 'l
suo fine non  questa vita e che queste cose sonno imperfecte e
transitorie, e desideri me che so' suo fine, e cos le debba pigliare),
questi cominciano a levarsi la nuvila con la propria pena che essi
sentono, e con quella che veggono che lo' debba seguitare doppo la
colpa. Con questo timore servile cominciano a escire del fiume,
bomicando el veleno el quale l'era stato gictato dallo scarpione in
figura d'oro, e preso l'avevano senza modo e non con modo, e per
ricevettero el veleno da lui. Cognoscendolo, el cominciano a levare e
dirizzarsi verso la riva per actaccarsi al ponte.

Ma non  sufficiente d'andare solo col timore servile; per che spazzare
la casa del peccato mortale, senza empirla di virt fondate in amore e
non pure in timore, non  sufficiente a dare vita etterna, se esso non
pone amenduni e' piei nel primo scalone del ponte, cio l'affecto e il
desiderio, e' quali sonno e' piei che portano l'anima ne l'affecto della
mia verit, della quale Io v'ho facto ponte.

Questo  il primo scalone del quale Io ti dissi che vi conveniva salire,
dicendoti come Egli aveva facta scala del corpo suo. Bene  vero che
questo  quasi uno levare generale che comunemente fanno e' servi del
mondo, levandosi prima per timore della pena. E perch le tribolazioni
del mondo alcuna volta lo' fa venire a tedio loro medesimi, per lo'
comincia a dispiacere. Se essi exercitano questo timore col lume della
fede, passaranno a l'amore delle virt.

Ma alquanti sonno che vanno con tanta tepidezza che spesse volte vi
ritornano dentro, per che poi che sonno gionti a la riva, giognendo e'
venti contrari, sonno percossi da l'onde del mare tempestoso di questa
tenebrosa vita. Se giogne il vento della prosperit, non essendo salito,
per sua negligenzia, el primo scalone (cio con l'affecto suo e con
l'amore della virt), egli vlle il capo indietro a le delizie con
disordinato dilecto. E se viene il vento d'aversit, si vlle per
impazienzia, perch non ha odiata la colpa sua per l'offesa che ha facta
a me, ma per timore della propria pena la quale se ne vede seguitare,
col quale timore s'era levato dal vomito: perch ogni cosa di virt
vuole perseveranzia; e non perseverando, non viene in effecto del suo
desiderio, cio di giognere al fine per lo quale egli cominci, al
quale, non perseverando, non giogne mai. E per  bisogno la
perseveranzia a volere compire il suo desiderio.

Hocti decto che costoro si vllono secondo e' diversi movimenti che lor
vengono: o in loro medesimi, impugnando la loro propria sensualit
contra lo spirito; o dalle creature, vollendosi a loro o con disordinato
amore fuore di me, o per impazienzia per ingiuria che ricevono da loro;
o da le dimonia, con molte e diverse bactaglie. Alcuna volta con lo
spregiare per farlo venire a confusione, dicendo:--Questo bene che tu
hai cominciato non ti vale per li peccati e difecti tuoi.--E questo fa
per farlo tornare indietro e farli lassare quello poco de l'exercizio
che egli ha preso. Alcuna volta col dilecto, cio con la speranza che
egli piglia della misericordia mia, dicendo:--A che ti vuogli
affadigare? Gdeti questa vita, e nella extremit della vita,
cognoscendo te, riceverai misericordia.--E per questo modo el dimonio
lo' fa perdere il timore col quale avevano cominciato.

Per tucte queste e molte altre cose vllono el capo indietro e non sonno
constanti n perseveranti. E tucto l'adiviene perch la radice de
l'amore proprio non  punto divelta in loro, e per non sonno
perseveranti; ma ricevono con grande presumpzione la misericordia con la
speranza, la quale pigliano ma non come la debbono pigliare, ma
ignorantemente; e come presumptuosi sperano nella misericordia mia, la
quale continuamente  offesa da loro.

Non ho data n do la misericordia perch essi offendano con essa, ma
perch con essa si difendano dalla malizia del dimonio e disordinata
confusione della mente. Ma essi fanno tucto el contrario, ch col
braccio della misericordia offendono; e questo l'adiviene perch non
hanno exercitata la prima mutazione che essi fecero levandosi, con
timore della pena e impugnati dalla spina delle molte tribulazioni,
dalla miseria del peccato mortale. Unde, non mutandosi, non giongono a
l'amore delle virt; e per non hanno perseverato. L'anima non pu fare
che non si muti; unde, se ella non va innanzi, si torna indietro. S che
questi cotali, non andando innanzi con la virt (levandosi da la
imperfeczione del timore e giognendo a l'amore), bisogno  che tornino
adietro.




CAPITOLO L

  Come questa anima venne in grande amaritudine per la cechit di
     quelli che s'annegavano gi per lo fiume.


Alora quella anima ansietata di desiderio, considerando la sua e
l'altrui imperfeczione, adolorata d'udire e vedere tanta ciechit delle
creature, e avendo veduto che tanta era la bont di Dio che neuna cosa
aveva posta in questa vita che fusse impedimento, in qualunque stato si
fusse, a la sua salute, ma tucte ad exercitamento e a provazione della
virt, e nondimeno, con tucto questo, per lo proprio amore e disordinato
affecto, n'andavano gi per lo fiume non correggendosi, vedevali
giognere a l'etterna dannazione.

E molti di quelli che v'erano, che cominciavano, tornavano a dietro per
la cagione che udita aveva da la dolce bont di Dio, che aveva degnato
di manifestare se medesimo a lei. E per questo stava in amaritudine. E
fermando essa l'occhio de l'intellecto nel Padre etterno, diceva:--O
amore inextimabile, grande  l'inganno delle tue creature! Vorrei che,
quando piacesse a la tua bont, tu pi distinctamente mi spianassi e'
tre scaloni figurati nel corpo de l'unigenito tuo Figliuolo; e che modo
essi debbono tenere per escire al tucto del pelago e tenere la via della
Verit tua, e chi sonno coloro che salgono la scala.




CAPITOLO LI

  Come i tre scaloni figurati nel ponte gi decto, cio nel Figliuolo
     di Dio, significano le tre potenzie dell'anima.


Alora, raguardando la divina bont con l'occhio della sua misericordia
el desiderio e la fame di quella anima, diceva:--Dilectissima figliuola
mia, Io non so' spregiatore del desiderio, anco so' adempitore de'
sancti desidri. E per Io ti voglio dichiarare e mostrare di quel che
tu mi dimandi.

Tu mi dimandi ch'Io ti spiani la figura de' tre scaloni e che Io ti dica
che modo hanno a tenere a potere escire del fiume e salire il ponte. E
poniamo che di sopra, contiandoti lo 'nganno e ciechit de l'uomo e come
in questa vita gustano l'arra de l'inferno, s come martiri del dimonio,
e ricevono l'etterna dannazione (de' quali Io ti contiai el fructo loro
che essi ricevono delle loro male operazioni); e narrandoti queste cose,
ti mostrai e' modi che dovevano tenere: nondimeno ora pi a pieno tel
dichiarar, satisfacendo al tuo desiderio.

Tu sai che ogni male  fondato ne l'amore proprio di s, el quale amore
 una nuvila che tolle el lume della ragione; la quale ragione tiene in
s el lume della fede, e non si perde l'uno che non si perda l'altro.

L'anima creai Io a la imagine e similitudine mia, dandole la memoria, lo
'ntellecto e la volont. L'intellecto  la pi nobile parte de l'anima:
esso intellecto  mosso da l'affecto, e l'intellecto notrica l'affecto.
E la mano de l'amore, cio l'affecto, empie la memoria del ricordamento
di me e de' benefizi che ha ricevuti. El quale ricordamento el fa
sollicito e non negligente; fallo grato e none scognoscente. S che
l'una potenzia porge a l'altra, e cos si notrica l'anima nella vita
della grazia.

L'anima non pu vivere senza amore, ma sempre vuole amare alcuna cosa,
perch ella  facta d'amore, per che per amore la creai. E per ti dixi
che l'affecto moveva lo 'ntellecto, quasi dicendo:--Io voglio amare,
per che 'l cibo di che io mi notrico si  l'amore.--Alora lo
'ntellecto, sentendosi svegliare da l'affecto, si leva, quasi dica:--Se
tu vuoli amare, io ti dar bene quello che tu possa amare.--E subbito si
leva, speculando la dignit de l'anima, e la indegnit nella quale 
venuta per la colpa sua. Nella dignit de l'essere gusta la inextimabile
mia bont e carit increata con la quale Io la creai, e in vedere la sua
miseria truova e gusta la misericordia mia, che per misericordia l'ho
prestato el tempo e tracta della tenebre.

Alora l'affecto si notrica in amore, aprendo la bocca del sancto
desiderio, con la quale mangia odio e dispiacimento della propria
sensualit, unta di vera umilit, con perfecta pazienzia, la quale
trasse de l'odio sancto. Concepute le virt elle si parturiscono
perfectamente e imperfectamente, secondo che l'anima exercita la
perfeczione in s, s come di socto ti dir.

Cos per lo contrario, se l'affecto sensitivo si muove a volere amare
cose sensitive, l'occhio de l'intellecto a quello si muove, e ponsi per
obiecto solo cose transitorie, con amore proprio, con dispiacimento
della virt e amore del vizio; unde traie superbia e impazienzia. La
memoria non s'empie d'altro che di quello che le porge l'affecto. Questo
amore ha abbaccinato l'occhio, che non discerne n vede se non cotali
chiarori. Questo  il chiarore suo: che lo 'ntellecto ogni cosa vede e
l'affecto ama con alcuna chiarezza di bene e di dilecto; e se questo
chiarore non avesse, non offendarebbe, perch l'uomo di sua natura non
pu desiderare altro che bene. S che il vizio  colorato col colore del
proprio bene, e per offende l'anima. Ma perch l'occhio non discerne
per la ciechit sua, non cognosce la verit; e per erra cercando el
bene e i dilecti col dove non sonno.

Gi t'ho detto ch'e' dilecti del mondo senza me sonno tucti spine piene
di veleno; s che  ingannato l'intellecto nel suo vedere e la volont
ne l'amare (amando quel che non die) e la memoria nel ritenere. Lo
'ntellecto fa come il ladro che imbola l'altrui; e cos la memoria
ritiene il ricordamento continuo di quelle cose che sonno fuore di me: e
per questo modo l'anima si priva della grazia.

Tanta  l'unit di queste tre potenzie de l'anima, che Io non posso
essere offeso da l'una che tucte non m'offendano. Perch l'una porge a
l'altra, s com'Io t'ho decto, el bene e 'l male, secondo che piace al
libero arbitrio. Questo libero arbitrio  legato con l'affecto, e per
el muove secondo che gli piace, o con lume di ragione o senza ragione.
Voi avete la ragione legata in me, col dove el libero arbitrio con
disordinato amore non vi tagli; e avete la legge perversa, che sempre
impugna contra lo spirito. Avete dunque due parti in voi, cio la
sensualit e la ragione. La sensualit  serva, e per  posta perch
ella serva a l'anima, cio che con lo strumento del corpo proviate ed
exercitiate le virt.

L'anima  libera (liberata da la colpa nel sangue del mio Figliuolo), e
non pu essere signoreggiata se ella non vuole consentire con la
volont, la quale  legata col libero arbitrio; e esso libero arbitrio
si fa una cosa con la volont, acordandosi con lei. Egli  legato in
mezzo fra la sensualit e la ragione; e a qualunque egli si vuole
vollere, si pu.  vero che, quando l'anima si reca a congregare con la
mano del libero arbitrio le potenzie sue nel nome mio, s come decto
t'ho, alora sonno congregate tucte l'operazioni che fa la creatura,
temporali e spirituali. E il libero arbitrio alora si scioglie da la
propria sensualit e legasi con la ragione. Io alora, per grazia, mi
riposo nel mezzo di loro. E questo  quello che dixe la mia Verit,
Verbo incarnato, dicendo: Quando saranno due o tre o pi congregati nel
nome mio, Io sar nel mezzo di loro. E cos  la verit. E gi ti dixi
che neuno poteva venire a me se non per lui, e per n'avevo facto ponte
con tre scaloni; e' quali tre scaloni figurano tre stati de l'anima, s
come di socto ti narrar.




CAPITOLO LII

  Come, se le predecte tre potenzie dell'anima non sono unite
     insieme, non si pu avere perseveranzia, senza la quale neuno
     giogne al termine suo.


--Hotti spianata la figura de' tre scaloni in generale per le tre
potenzie de l'anima, le quali sonno tre scale, e non si pu salire l'una
senza l'altra, a volere passare per la doctrina e ponte della mia
Verit. N non pu l'anima, se non ha unite queste tre potenzie insieme,
avere perseveranzia. Della quale perseveranzia Io ti dixi di sopra,
quando tu mi dimandasti del modo che dovessero tenere questi andatori a
escire del fiume e che Io ti spianasse meglio e' tre scaloni; e Io ti
dixi che senza la perseveranzia neuno poteva giognere al termine suo.

Due termini sonno, e ogniuno richiede perseveranzia: cio il vizio e la
virt. Se tu vuoli giognere a vita, ti conviene perseverare nella virt;
e chi vuole giognere a morte etternale persevera nel vizio. S che con
perseveranzia si viene a me che so' vita, e al dimonio a gustare l'acqua
morta.




CAPITOLO LIII

  Exposizione sopra quella parola che dixe Cristo: Chi ha sete venga
     ad me e beia.


--Voi ste tucti invitati generalmente e particularmente da la mia
Verit, quando gridava nel Tempio per ansietato desiderio dicendo: Chi
ha sete venga a me e beia, per che Io so' fonte d'acqua viva. Non
dixe: Vada al Padre e beia; ma dixe: Venga a me. Perch? per che in
me, Padre, non pu cadere pena; ma s nel mio Figliuolo. E voi, mentre
che ste peregrini e viandanti in questa vita mortale, non potete andare
senza pena, perch per lo peccato la terra germin spine, s come decto
.

E perch dixe: Venga a me e beia? Perch, seguitando la doctrina sua,
o per la via de' comandamenti co' consigli mentali, o de' comandamenti
co' consigli actuali (cio d'andare o per la carit perfecta, o per la
carit comune, s come di sopra ti dixi), per qualunque modo che voi
passiate per andare a lui, cio seguitando la sua doctrina, voi trovate
che bere, trovando e gustando el fructo del Sangue per l'unione della
natura divina unita nella natura umana. E trovandovi in lui, vi trovate
in me, che so' mare pacifico; perch so' una cosa con lui, e egli  una
cosa con meco. S che voi ste invitati a la fonte de l'acqua viva della
grazia.

Convienvi tenere per lui, che v' facto ponte, con perseveranzia. S che
neuna spina n vento contrario n prosperit n adversit n altra pena,
che poteste sostenere, vi debba fare vllere il capo a dietro; ma dovete
perseverare infino che troviate me, che vi do acqua viva, che ve la do
per mezzo di questo dolce e amoroso Verbo unigenito mio Figliuolo.

Ma perch dixe: Io so' fonte d'acqua viva? Per che egli fu la fonte
la quale conteneva me, che do acqua viva, unendosi la natura divina con
la natura umana. Perch dixe: Venga a me e beia? Per che non potete
passare senza pena, e in me non cadde pena, ma s in lui; e per che di
lui Io vi feci ponte, neuno pu venire a me se non per lui. E cos dixe
egli: Neuno pu andare al Padre se non per me. Cos disse verit la
mia Verit.

Ora hai veduto che via elli vi conviene tenere e che modo: cio con
perseveranzia. E altrimenti non bereste, per che ella  quella virt
che riceve gloria e corona di victoria in me, Vita durabile.




CAPITOLO LIV

  Che modo debba tenere generalmente ogni creatura razionale per
     potere escire del pelago del mondo e andare per lo predecto sancto
     ponte.


--Ora ti ritorno a' tre scaloni per li quali vi conviene andare a volere
uscire del fiume e non annegare, e giognere a l'acqua viva a la quale
ste invitati, e a volere che Io sia in mezzo di voi. Per che alora, ne
l'andare vostro, Io so' nel mezzo, che per grazia mi riposo ne l'anime
vostre.

Convienvi dunque, a volere andare, avere sete; per che solo coloro che
hanno sete sonno invitati, dicendo: Chi ha sete venga a me, e beia.
Chi non ha sete non persevera ne l'andare: per che o egli si rist per
fadiga, o egli si rist per dilecto, n non si cura di portare el vaso
con che egli possa actgnare. N non si cura d'avere la compagnia; e
solo non pu andare. E per vlle il capo indietro quando vede giognere
alcuna puntura di persecuzioni, perch se n' facto nemico. Teme, perch
egli  solo; ma, se egli fusse acompagnato, non temarebbe. Se avesse
saliti e' tre scaloni, sarebbe sicuro, perch non sarebbe solo.

Convienvi dunque avere sete e congregarvi insieme, s come dixe: o due o
tre o pi. Perch dixe o due o tre? perch non sono due senza tre, n
tre senza due, n tre n due senza pi. Uno  schiuso che Io sia in
mezzo di lui, perch non ha seco compagno s che Io possa stare in
mezzo, e non  cavelle; per che colui, che sta ne l'amore proprio di
s,  solo perch  separato dalla grazia mia e dalla carit del proximo
suo. Ed essendo privato di me per la colpa sua, torna a non cavelle,
perch solo Io so' Colui che so'. S che colui che  uno, cio sta solo
ne l'amore proprio di s, non  contiato da la mia Verit n accepto a
me.

Dice dunque: Se saranno due o tre o pi congregati nel nome mio, Io
sar nel mezzo di loro. Dxiti che due non erano senza tre, n tre
senza due; e cos . Tu sai che i comandamenti della Legge stanno
solamente in due, e senza questi due neuno se ne observa: cio d'amare
me sopra ogni cosa, e il proximo come te medesima. Questo  il principio
e mezzo e fine de' comandamenti della Legge.

Questi due non possono essere congregati nel nome mio senza tre, cio
senza la congregazione delle tre potenzie de l'anima, cio la memoria,
lo 'ntellecto e la volont; s che la memoria ritenga i benefizi miei, e
la mia bont in s; e l'intellecto raguardi ne l'amore ineffabile, il
quale Io ho mostrato a voi col mezzo de l'unigenito mio Figliuolo, el
quale ho posto per obiecto a l'occhio de l'intellecto vostro, acci che
in lui raguardi el fuoco della mia carit; e la volont alora sia
congregata in loro, amando e desiderando me, che so' suo fine.

Come queste tre virt e potenzie de l'anima sonno congregate, Io so' nel
mezzo di loro per grazia. E perch alora l'uomo si truova pieno della
carit mia e del proximo suo, subbito si truova la compagnia delle molte
e reali virt. Alora l'apetito de l'anima si dispone ad avere sete.
Sete, dico, della virt, de l'onore di me e salute de l'anime; e ogni
altra sete  spenta e morta in loro; e va sicuramente senza alcuno
timore servile, salito lo scalone primo de l'affecto. Perch l'affecto,
spogliatosi del proprio amore, saglie sopra di s e sopra le cose
transitorie, amandole e tenendole, se egli le vuole tenere, per me e non
senza me, cio con sancto e vero timore, e amore della virt.

Alora si truova salito el secondo scalone, cio al lume de l'intellecto,
el quale si specula ne l'amore cordiale di me, in Cristo crocifixo in
cui, come mezzo, Io ve l'ho mostrato. Alora truova la pace e la quiete,
perch la memoria s' impta e non  vtia della mia carit. Tu sai che
la cosa vtia toccandola bussa, ma quando ella  piena non fa cos.
Cos, quando  piena la memoria col lume de l'intellecto, e con
l'affecto pieno d'amore, muovelo con tribulazioni o con delizie del
mondo, egli non bussa con disordinata allegrezza; e non bussa per
impazienzia, perch egli  pieno di me che so' ogni bene.

Poi che  salito, egli si truova congregato; ch, possedendo la ragione
e' tre scaloni delle tre potenzie de l'anima, come decto t'ho, l'ha
congregate nel nome mio. Congregati e' due, cio l'amore di me e del
proximo, e congregata la memoria a ritenere e lo 'ntellecto a vedere e
la volont ad amare, l'anima si truova acompagnata di me che so' sua
fortezza e sua securt. Truova la compagnia delle virt; e cos va e sta
secura, perch so' nel mezzo di loro.

Alora si muove con ansietato desiderio, avendo sete di seguitare la via
della Verit, per la quale via truova la fonte de l'acqua viva. Per la
sete che egli ha de l'onore di me e salute di s e del proximo, ha
desiderio della via, per che senza la via non si potrebe giognere.
Alora va e porta el vaso del cuore vtio d'ogni affecto e d'ogni amore
disordinato del mondo. E subito che egli  vtio, s'empie, perch neuna
cosa pu stare vtia; unde, se ella non  piena di cosa materiale, ed
ella s'empie d'aria. Cos el cuore  uno vasello che non pu stare
vtio; ma, subito che n'ha tracte le cose transitorie per disordinato
amore,  pieno d'aria, cio di celestiale e dolce amore divino, col
quale giogne a l'acqua della grazia: unde gionto che , passa per la
porta di Cristo crocifixo e gusta l'acqua viva, trovandosi in me che so'
mare pacifico.




CAPITOLO LV

  Repetizione in somma d'alcune cose gi decte.


--Ora t'ho mostrato che modo ha a tenere generalmente ogni creatura che
ha in s ragione, per potere escire del pelago del mondo e per non
annegare e giognere a l'etterna dannazione. Anco t'ho mostrato e' tre
scaloni generali, ci sonno le tre potenzie de l'anima, e che neuno ne
pu salire uno che non li salga tucti. E hotti decto sopra quella parola
che disse la mia Verit: Quando saranno due o tre o pi congregati nel
nome mio, come questa  la congregazione di questi tre scaloni, cio
delle tre potenzie de l'anima. Le quali tre potenzie acordate hanno seco
e' due principali comandamenti della Legge: cio la carit mia e del
proximo tuo, cio d'amare me sopra ogni cosa, e 'l proximo come te
medesima.

Alora, salita la scala, cio congregate nel nome mio, come decto t'ho,
subito ha sete de l'acqua viva. E allora si muove e passa su per lo
ponte, seguitando la doctrina della mia Verit, che  esso ponte. Alora
voi corrite doppo la voce sua che vi chiama, s come di sopra ti dixi;
che, gridando, nel tempio v'invitava, dicendo: Chi ha sete venga a me e
beia, che so' fonte d'acqua viva. Hotti spianato quel che egli voleva
dire e come si debba intendere, acci che tu meglio abbi cognosciuta
l'abondanzia della mia carit, e la confusione di coloro che a dilecto
pare che corrano per la via del dimonio che gl'invita a l'acqua morta.

Ora hai veduto e udito di quello che mi dimandavi, cio del modo che si
debba tenere per non annegare. E hotti decto che 'l modo  questo: cio
di salire per lo ponte. Nel quale salire sonno congregati e uniti
insieme, stando nella dileczione del proximo, portando el cuore e
l'affecto suo come vasello a me, che do bere a chi me l'adimanda, e
tenendo per la via di Cristo crocifixo con perseveranzia infino a la
morte.

Questo  quel modo che tucti dovete tenere in qualunque stato l'uomo si
sia, per che neuno stato lo scusa che egli nol possa fare e che non il
debba fare; anco el pu fare e debbalo fare, ed nne obligata ogni
creatura che ha in s ragione. E neuno si pu ritrare, dicendo:--Io ho
lo stato, ho' figliuoli, ho altri impacci del mondo; e per questo mi
ritrago ch'io non sguito questa via.--O per malagevolezza che vi
truovino, non il possono dire; per che gi ti dixi che ogni stato era
piacevole e accepto a me, purch fusse tenuto con buona e sancta
volont. Perch ogni cosa  buona e perfecta e facta da me, che so'
somma bont: non sonno create n date da me perch con esse pigliate la
morte, ma perch n'abbiate vita.

Agevole cosa , per che neuna cosa  di tanta agevolezza e di tanto
dilecto quanto  l'amore. E quello che Io vi richiego non  altro che
amore e dileczione di me e del proximo. Questo si pu fare in ogni
tempo, in ogni luogo e in ogni stato che l'uomo , amando e tenendo ogni
cosa ad laude e gloria del nome mio.

Sai che Io ti dixi che per lo inganno loro, non andando eglino col lume
ma vestendosi de l'amore proprio di loro, amando e possedendo le
creature e le cose create fuore di me, passano costoro questa vita
crociati, essendo facti incomportabili a loro medesimi. E se essi non si
levano per lo modo che decto , giongono a l'ecterna dannazione.

Ora t'ho decto che modo debba tenere ogni uomo generalmente.




CAPITOLO LVI

  Come Dio, volendo mostrare a questa devota anima che i tre scaloni
     del sancto ponte sono significati in particulare per li tre stati
     dell'anima, dice che ella levi s sopra di s a raguardare questa
     verit.


--Perch di sopra ti dixi come debbono andare e vanno coloro che sonno
nella carit comune, ci sonno quegli che observano i comandamenti e i
consigli mentalmente; ora ti voglio dire di coloro che hanno cominciato
a salire la scala e cominciano a volere andare per la via perfecta, cio
d'observare i comandamenti e i consigli actualmente in tre stati, e'
quali ti mostrarr, spianandoti ora in particulare i tre gradi e stati
de l'anima e tre scaloni, e' quali ti posi in generale per le tre
potenzie de l'anima. De' quali l'uno  imperfecto, l'altro  pi
perfecto, l'altro  perfectissimo. L'uno m' servo mercennaio, l'altro
m' servo fedele, l'altro m' figliuolo, cio che ama me senza alcuno
rispecto.

Questi sonno tre stati che possono essere e sonno in molte creature, e
sonno in una creatura medesima. In una creatura sonno e possono essere
quando con perfecta sollicitudine corre per la via predecta exercitando
il tempo suo, che da lo stato servile giogne al liberale, e dal liberale
al filiale.

Leva te sopra di te e apre l'occhio de l'intellecto tuo, e mira questi
perregrini viandanti come passano. Alcuni imperfectamente, e alcuni
perfectamente per la via de' comandamenti, e alquanti perfectissimamente
tenendo ed exercitando la via de' consigli. Vedrai unde viene la
imperfeczione e unde viene la perfeczione, e quanto  l'inganno che
l'anima riceve in se medesima perch la radice de l'amore proprio non 
dibarbicata. In ogni stato che l'uomo , gli  bisogno d'ucidere questo
amore proprio in s.




CAPITOLO LVII

  Come questa devota anima, raguardando nel divino specchio, vedeva
     le creature andare in diversi modi.


Alora quella anima, ansietata d'affocato desiderio, specolandosi nello
specchio dolce divino, vedeva le creature tenere in diversi modi e con
diversi rispecti per giognere al fine loro. Molti vedeva che
cominciavano a salire sentendosi impugnati dal timore servile, cio
temendo la propria pena. E molti, exercitando el primo chiamare,
giognevano al secondo; ma pochi si vedevano giognere a la grandissima
perfeczione.




CAPITOLO LVIII

  Come el timore servile, senza l'amore de le virt, non 
     sufficiente a dare vita eterna. E come la legge del timore e quella
     dell'amore sono unite insieme.


Alora la bont di Dio, volendo satisfare al desiderio de l'anima,
diceva:--Vedi tu: costoro si sonno levati con timore servile dal bmico
del peccato mortale; ma se essi non si levano con amore della virt, non
 sufficiente il timore servile a dar lo' vita durabile. Ma l'amore col
sancto timore  sufficiente, perch la legge  fondata in amore con
timore sancto.

La legge del timore era la legge vecchia che fu data da me a Mois. La
quale era fondata solamente in timore, perch, commessa la colpa,
pativano la pena.

La legge de l'amore  la legge nuova, data dal Verbo de l'unigenito mio
Figliuolo: la quale  fondata in amore. E per la legge nuova non si
ruppe per la vecchia: anco s'adempi. E cos dixe la mia Verit: Io non
venni a dissolvere la legge, ma adempirla. E un la legge del timore
con quella de l'amore. Fulle tolto per l'amore la imperfeczione del
timore della pena, e rimase la perfeczione del timore sancto, cio
temere solo di non offendere, non per danno proprio, ma per non
offendere me che so' somma bont.

S che la legge imperfecta fu facta perfecta con la legge de l'amore.
Poi che venne il carro del fuoco de l'unigenito mio Figliuolo, el quale
rec el fuoco della mia carit ne l'umanit vostra, con l'abondanzia
della misericordia, fu tolta via la pena delle colpe che si commectono:
cio di non punirle in questa vita di subbito che offende, s come
anticamente era dato e ordinato nella legge di Mois di dare la pena
subbito che la colpa era commessa. Ora non  cos: non bisogna dunque
timore servile. E non  per che la colpa non sia punita, ma  servata a
punire (se la persona non la punisce con perfecta contrizione) ne
l'altra vita, separata l'anima dal corpo. Mentre che vive egli, gli 
tempo di misericordia; ma, morto, gli sar tempo di giustizia.

Debbasi dunque levare dal timore servile e giognere a l'amore e sancto
timore di me. Altro rimedio non ci sarebbe che elli non ricadesse nel
fiume, giognendoli l'onde delle tribolazioni e le spine delle
consolazioni. Le quali sonno tucte spine che pongono l'anima che
disordinatamente l'ama e possiede.




CAPITOLO LIX

  Come, exercitandosi nel timore servile, el quale  stato
     d'inperfeczione (per lo quale s'intende el primo scalone del sancto
     ponte), si viene al secondo, el quale  stato di perfeczione.


--Perch Io ti dixi che neuno poteva andare per lo ponte n escire del
fiume che non salisse i tre scaloni, e cos  la verit: che salgono chi
imperfectamente e chi perfectamente e chi con grande perfeczione.

Costoro e' quali sonno mossi dal timore servile hanno salito e
congregatisi insieme imperfectamente. Cio che l'anima, avendo veduta la
pena che sguita doppo la colpa, saglie e congrega insieme la memoria a
trarne el ricordamento del vizio, lo intellecto a vedere la pena sua che
per essa colpa aspecta d'avere; e per la volont si muove ad odiarla.

E poniamo che questa sia la prima salita e la prima congregazione,
conviensi exercitarla col lume de l'intellecto dentro nella pupilla
della sanctissima fede, raguardando non solamente la pena ma el fructo
delle virt e l'amore che Io lo' porto; acci che salgano con amore co'
piei de l'affecto, spogliati del timore servile. E facendo cos,
diventaranno servi fedeli e non infedeli, servendomi per amore e non per
timore. E se con odio s'ingegnaranno di dibarbicare la radice de l'amore
proprio di loro, se sonno prudenti costanti e perseveranti, vi giongono.

Ma molti sonno che pigliano el loro cominciare e salire s lentamente, e
tanto per spizzicone rendono el debito loro a me, e con tanta
negligenzia e ignoranzia, che subbito vengono meno. Ogni piccolo vento
gli fa andare a vela e voltare il capo a dietro, perch imperfectamente
hanno salito e preso el primo scalone di Cristo crocifixo; e per non
giongono al secondo del cuore.




CAPITOLO LX

  De la inperfeczione di quelli che amano e servono Dio per propria
     utilit e dilecto e consolazione.


Alquanti sonno che sonno facti servi fedeli, cio che fedelmente mi
servono, senza timore servile (servendo solo per timore della pena), ma
servono con amore. Questo amore, cio di servire per propria utilit o
per dilecto o piacere che truovino in me,  imperfecto. Sai chi lo' 'l
dimostra che l'amore loro  imperfecto? quando sonno privati della
consolazione che trovavano in me. E con questo medesimo amore imperfecto
amano el proximo loro. E per non basta n dura l'amore: anco allenta, e
spesse volte viene meno. Allenta inverso di me quando alcuna volta Io,
per exercitargli nella virt e per levarli dalla imperfeczione, ritrago
a me la consolazione della mente e permecto lo' bactaglie e molestie. E
questo fo perch vengano ad perfecto cognoscimento di loro, e conoscano
loro non essere, e neuna grazia avere da loro. E nel tempo delle
bactaglie rifuggano a me, cercandomi e cognoscendomi come loro
benefactore, cercando solo me con vera umilit. E per questo lo' 'l do e
ritrago da loro la consolazione, ma non la grazia.

Questi cotali alora allentano, voltandosi con impazienzia di mente.
Alcuna volta lassano per molti modi e' loro exercizi, e spesse volte
socto colore di virt, dicendo in loro medesimi:--Questa operazione non
ti vale,--sentendosi privati della propria consolazione della mente.
Questi fa come imperfecto che anco non ha bene levato el panno de
l'amore proprio spirituale della pupilla de l'occhio della sanctissima
fede. Per che, se egli l'avesse levato in verit, vedrebbe che ogni
cosa procede da me e che una foglia d'arbore non cade senza la mia
providenzia; e che ci che Io do e permecto, do per loro
sanctificazione, cio perch abbino el bene e il fine per lo quale Io vi
creai.

Questo debbono vedere e cognoscere, che Io non voglio altro che il loro
bene, nel sangue de l'unigenito mio Figliuolo, nel quale sangue sonno
lavati dalle iniquit loro. In esso sangue possono cognoscere la mia
verit, che, per dar lo' vita etterna, Io gli creai a la imagine e
similitudine mia, e ricreai a grazia, col sangue del Figliuolo proprio,
loro, figliuoli adoptivi. Ma perch essi sonno imperfecti, servono per
propria utilit e allentano l'amore del proximo.

E' primi vi vengono meno per timore che hanno di non sostenere pena.
Costoro, che sonno e' secondi, allentano, privandosi de l'utilit che
facevano al proximo, e ritragono a dietro da la carit loro, se si
vegono privati della propria utilit o d'alcuna consolazione che
avessero trovata in loro. E questo l'adiviene perch l'amore loro non
era schiecto; ma, con quella imperfeczione che amano me (cio d'amarmi
per propria utilit), di quello amore amano loro.

Se essi non ricognoscono la loro imperfeczione col desiderio della
perfeczione, impossibile sarebbe che non voltassero el capo indietro. Di
bisogno l', a volere vita etterna, che essi amino senza rispecto: non
basta fuggire il peccato per timore della pena n abracciare le virt
per rispecto della propria utilit, per che non  sufficiente a dare
vita etterna; ma conviensi che si levi del peccato perch esso dispiace
a me, e ami la virt per amore di me.

 vero che quasi el primo chiamare generale d'ogni persona  questo;
per che prima  imperfecta l'anima che perfecta. E da la imperfeczione
debba giognere a la perfeczione: o nella vita mentre che vive, vivendo
in virt col cuore schiecto e liberale d'amare me senza alcuno rispecto;
o nella morte, riconoscendo la sua imperfeczione con proponimento che,
se egli avesse tempo, servirebbe me senza rispecto di s.

Di questo amore imperfecto amava sancto Pietro el dolce e buono Ies,
unigenito mio Figliuolo, molto dolcemente sentendo la dolcezza della
conversazione sua. Ma, venendo el tempo della tribolazione, venne meno;
tornando a tanto inconveniente che, non tanto che egli sostenesse pena
in s, ma, cadendo nel primo timore della pena, el neg, dicendo che
mai non l'aveva cognosciuto.

In molti inconvenienti cade l'anima che ha salita questa scala solo col
timore servile e con l'amore mercennaio. Debbansi adunque levare ed
essere figliuoli, e servire a me senza rispecto di loro. Bench Io, che
so' remuneratore d'ogni fadiga, rendo a ciascuno secondo lo stato ed
exercizio suo. E se costoro non tassano l'exercizio de l'orazione sancta
e de l'altre buone operazioni, ma con perseveranzia vadano aumentando la
virt, giogneranno a l'amore del figliuolo.

E Io amar loro d'amore filiale, per che con quello amore che so' amato
Io, con quello vi rispondo: cio che, amando me s come fa el servo el
signore, Io come signore ti rendo el debito tuo, secondo che tu hai
meritato. Ma non manifesto me medesimo a te, perch le cose secrete si
manifestano a l'amico che  facto una cosa con l'amico suo.

 vero che 'l servo pu crescere per la virt sua e amore che porta al
signore, s che diventar amico carissimo: cos  e adiviene di questi
cotali. Mentre che stanno nel mercennaio amore, Io non manifesto me
medesimo a loro; ma se essi con dispiacimento della loro imperfeczione e
amore delle virt, con odio dibarbicando la radice de l'amore spirituale
proprio di se medesimo, salendo sopra la sedia della coscienzia sua,
tenendosi ragione, s che non passino e' movimenti, nel cuore, del
timore servile e de l'amore mercennaio che non sieno correcti col lume
della sanctissima fede; facendo cos, sar tanto piacevole a me, che per
questo giognaranno a l'amore de l'amico.

E cos manifestar me medesimo a loro, s come dixe la mia Verit quando
disse: Chi m'amar sar una cosa con meco e Io con loro, e manifestar
me medesimo, e faremo mansione insieme. Questa  la condiczione del
carissimo amico, che sonno due corpi e una anima per affecto d'amore,
perch l'amore si transforma nella cosa amata. Se elli  facto una
anima, neuna cosa gli pu essere segreta. E per dixe la mia Verit: Io
verr e faremo mansione insieme. E cos  la verit.




CAPITOLO LXI

  In che modo Dio manifesta se medesimo all'anima che l'ama.


--Sai in che modo manifesto me ne l'anima che m'ama in verit,
seguitando la doctrina di questo dolce ed amoroso Verbo? In molti modi
manifesto la virt mia ne l'anima, secondo el desiderio che ella ha.

Tre principali manifestazioni Io fo. La prima  che Io manifesto
l'affecto e la carit mia col mezzo del Verbo del mio Figliuolo; el
quale affecto e la quale carit si manifesta nel Sangue sparto con tanto
fuoco d'amore. Questa carit si manifesta in due modi: l'uno  generale
comunemente a la gente comune, cio a coloro che stanno nella carit
comune. Manifestasi, dico, in loro vedendo e provando la mia carit in
molti e diversi benefizi che ricevono da me. L'altro modo  particulare
a quegli che sonno facti amici, aggionto alla manifestazione della
comune carit che egli gustano e cognoscono e pruovano e sentono per
sentimento ne l'anime loro.

La seconda manifestazione della carit  pure in loro medesimi,
manifestandomi per affecto d'amore. None che Io sia acceptatore delle
creature, ma del sancto desiderio; manifestandomi ne l'anima in quella
perfeczione che ella mi cerca. Alcuna volta mi manifesto (e questa 
pure la seconda) dando lo' spirito di profezia, mostrando lo' le cose
future. E questo  in molti e in diversi modi, secondo el bisogno che Io
vego ne l'anima propria e ne l'altre creature.

Alcuna volta (e questa  la terza) formar nella mente loro la presenzia
della mia Verit, unigenito mio Figliuolo, in molti modi, secondo che
l'anima appetisce e vuole. Alcuna volta mi cerca ne l'orazione, volendo
cognoscere la potenzia mia; e Io le satisfo facendole gustare e sentire
la mia virt. Alcuna volta mi cerca nella sapienzia del mio Figliuolo, e
Io le satisfo ponendolo per obiecto a l'occhio de l'intellecto suo.
Alcuna volta mi cerca nella clemenzia dello Spirito sancto; e alora la
mia bont le fa gustare il fuoco della divina carit, concipendo le vere
e reali virt, fondate nella carit pura del proximo suo.




CAPITOLO LXII

  Perch Cristo non dixe: Io manifestar el Padre mio, ma dixe: Io
     manifestar me medesimo.


--Adunque vedi che la Verit mia disse verit, dicendo: Chi m'amar
sar una cosa con meco; per che, seguitando la doctrina sua, per
affecto d'amore ste uniti in lui. Ed essendo uniti in lui, ste uniti
in me, perch siamo una cosa insieme; e cos manifesto me medesimo a
voi, perch siamo una medesima cosa. Unde, se la mia Verit dixe: Io
manifestar me a voi, dixe verit; per che manifestando s manifestava
me, e manifestando me manifestava s.

Ma perch non disse: Io manifestar el Padre mio a voi? Per tre cose
singulari. Una, perch egli volse manifestare che Io non so' separato da
lui, n egli da me; e per a sancto Filippo, quando gli dixe: Mostraci
el Padre e basta a noi, dixe: Chi vede me vede il Padre, e chi vede el
Padre vede me. Questo disse, per che era una cosa con meco, e quello
che egli aveva l'aveva da me, e none Io da lui. E per dixe a' giuderi:
La doctrina mia non  mia, ma  del Padre mio che mi mand. Perch il
Figliuolo mio procede da me, e non Io da lui. Ma ben so' una cosa con
lui ed egli con meco. Per adunque non dixe: Io manifestar el Padre,
ma dixe: Io manifestar me, cio: per che so' una cosa col Padre.

La seconda fu per che, manifestando s a voi, non porgeva altro che
quel che aveva avuto da me, Padre, quasi volesse elli dire: El Padre ha
manifestato s a me, perch'Io so' una cosa con lui. E Io, me e lui, per
mezzo di me, manifestar a voi.

La terza fu perch Io, invisibile, non posso essere veduto da voi,
visibili, se non quando sarete separati da' corpi vostri. Alora vedrete
me, Dio, a faccia a faccia, e il Verbo del mio Figliuolo
intellectualmente di qui al tempo della resurreczione generale, quando
l'umanit vostra si conformar e dilectar ne l'umanit del Verbo, s
come di sopra nel _Tractato della resurreczione_ ti contiai.

S che me, come Io so', non mi potete vedere. E per velai Io la divina
natura col velame della vostra umanit, acci che mi poteste vedere. Io,
invisibile, mi feci quasi visibile, dandovi el Verbo del mio Figliuolo,
velato del velame della vostra umanit. Egli manifesta me a voi; e per
adunque non disse: Io manifestar el Padre, ma disse: Io manifestar
me a voi, quasi dica: secondo che m'ha dato el Padre mio, manifestar
me a voi.

S che vedi che in questa manifestazione, manifestando s, manifesta me.
Ed anco hai udito perch egli non disse: Io manifestar el Padre a
voi, cio perch a voi nel corpo mortale non  possibile di vedere me,
come decto , e perch egli  una cosa con meco.




CAPITOLO LXIII

  Che modo tiene l'anima per salire lo scalone secondo del sancto
     ponte, essendo gi salita el primo.


--Ora hai veduto in quanta excellenzia sta colui che  gionto a l'amore
de l'amico. Questo ha salito el pi de l'affecto ed  gionto al secreto
del cuore, cio al secondo de' tre scaloni e' quali sonno figurati nel
corpo del mio Figliuolo. Dxiti che significati erano nelle tre potenzie
de l'anima, e ora tel pongo significare e' tre stati de l'anima. Ora,
innanzi ch'Io ti gionga al terzo, ti voglio mostrare in che modo gionse
ad essere amico (ed essendo facto amico,  facto figliuolo, giognendo a
l'amore filiale), e quello che fa essendo facto amico, e in quello che
si vede che egli  facto amico.

El primo, cio come egli  venuto ad essere amico, dicotelo. In prima
era imperfecto, essendo nel timore servile: exercitandosi e
perseverando, venne a l'amore del dilecto e della propria utilit,
trovando dilecto e utilit in me. Questa  la via, e per questa passa
colui che desidera di giognere a l'amore perfecto, cio ad amore d'amico
e di figliuolo.

Dico che l'amore filiale  perfecto, per che ne l'amore del figliuolo
riceve la eredit di me, Padre etterno. E perch amore di figliuolo non
 senza l'amore de l'amico, per ti dixi che d'amico era facto
figliuolo.

Ma che modo tiene a gignarvi? Dicotelo. Ogni perfeczione ed ogni virt
procede da la carit, e la carit  notricata da l'umilit, e l'umilit
esce del cognoscimento e odio sancto di se medesimo, cio della propria
sensualit. Chi ci giogne, conviene che sia perseverante e stia nella
cella del cognoscimento di s; nel quale cognoscimento di s cognoscer
la misericordia mia nel sangue de l'unigenito mio Figliuolo, tirando a
s con l'affecto suo la divina mia carit, exercitandosi in extirpare
ogni perversa volont spirituale e temporale, nascondendosi nella casa
sua. S come fece Pietro e gli altri discepoli, che, doppo la colpa
della negazione che fece del mio Figliuolo, pianse. El suo pianto era
ancora imperfecto: e imperfecto fu infino a doppo e' quaranta d, cio
doppo l'Ascensione, poi che la mia Verit ritorn a me secondo l'umanit
sua. Alora si nascosero Pietro e gli altri nella casa aspectando
l'avenimento dello Spirito sancto, s come la mia Verit aveva promesso
a loro.

Essi stavano inserrati per paura, per che sempre l'anima, infino che
non giogne al vero amore, teme: ma perseverando in vigilia, in umile e
continua orazione infino che ebbero l'abondanzia dello Spirito sancto,
alora, perduto el timore, seguitavano e predicavano Cristo crocifixo.

Cos l'anima che ha voluto o vuole giognere a questa perfeczione, poi
che doppo la colpa del peccato mortale s' levata e ricognosciuta s,
comincia a piagnere per timore della pena. Poi si leva a la
considerazione della misericordia mia, dove truova dilecto e sua
utilit. E questo  imperfecto. E per Io, per farla venire ad
perfeczione, doppo e' quaranta d (cio doppo questi due stati), a ora a
ora mi sottraggo da l'anima: non per grazia ma per sentimento.

Questo vi manifest la mia Verit, quando dixe a' discepoli: Io andar
e tornar a voi. Ogni cosa che egli diceva era decta in particulare a'
discepoli, ed era decta in generale e comunemente a tucti e' presenti e
a' futuri, cio di quelli che dovevano venire. Disse: Io andar e
tornar a voi; e cos fu: ch, tornando lo Spirito sancto sopra e'
discepoli, torn Egli, perch, come di sopra ti dixi, lo Spirito sancto
non torn solo, ma venne con la potenzia mia e con la sapienzia del
Figliuolo (che  una cosa con meco), e con la clemenzia sua d'esso
Spirito sancto, el quale procede da me, Padre, e dal Figliuolo.

Or cos ti dico: che, per fare levare l'anima dalla imperfeczione, Io mi
sottraggo, per sentimento, privandola della consolazione di prima.
Quando ella era nella colpa del peccato mortale, ella si part da me, ed
Io sottraxi la grazia per la colpa sua, perch essa aveva serrata la
porta del desiderio; unde il sole della grazia n'esc fuore, non per
difecto del sole, ma per difecto della creatura, che serr la porta del
desiderio. Ricognoscendo s e la tenebre sua, apre la finestra,
vomitando el fracidume per la sancta confessione. Io alora per grazia
so' tornato ne l'anima, e ritraggomi da lei non per grazia ma per
sentimento, come decto . Questo fo per farla umiliare e per farla
exercitare in cercare me in verit, e per provarla nel lume della fede,
perch ella venga a prudenzia. Alora, se ella ama senza rispecto, con
viva fede e con odio di s, gode nel tempo della fadiga, reputandosi
indegna della pace e quiete della mente. E questa  la seconda cosa
delle tre, delle quali Io ti dicevo, cio di mostrare in che modo viene
ad perfeczione, e che fa quando ella  gionta.

Questo  quel che fa: che, perch ella senta ch'Io sia ritracto a me,
non volta el capo a dietro; anco persevera con umilit ne l'exercizio
suo, e sta serrata nella casa del cognoscimento di s. E ine con fede
viva aspecta l'avenimento dello Spirito sancto, cio me, che so' esso
fuoco di carit. Come aspecta? non oziosa, ma in vigilia e continua e
sancta orazione. E non solamente la vigilia corporale, ma la vigilia
intellectuale, cio che l'occhio de l'intellecto non si serra, ma col
lume della fede veghia, extirpando con odio le cogitazioni del cuore;
veghiando ne l'affecto della mia carit, cognoscendo che Io non voglio
altro che la sua sanctificazione. E questo n' certificato nel sangue
del mio Figliuolo.

Poi che l'occhio vegghia nel cognoscimento di me e di s, ra
continuamente con orazione di sancta e buona volont: questa  orazione
continua. E anco con l'orazione actuale, cio, dico, facta ne l'actuale
tempo ordinatamente, secondo l'ordine della sancta Chiesa.

Questo  quello che fa l'anima che s' partita dalla imperfeczione e
gionta alla perfeczione. E acci che ella vi giognesse, mi partii da
lei, non per grazia ma per sentimento.

Partiimi ancora perch ella vedesse e cognoscesse il difecto suo: per
che, sentendosi privata della consolazione, se sente pena affliggitiva e
sentesi debile e non stare ferma n perseverante, in questo truova la
radice de l'amore spirituale proprio di s. E per l' materia di
cognoscersi e di levarsi s sopra di s, salendo sopra la sedia della
coscienzia sua; e non lassare passare quel sentimento che non sia
correcto con rimproverio, dibarbicando la radice de l'amore proprio col
coltello de l'odio d'esso amore e con l'amore della virt.




CAPITOLO LXIV

  Come, amando Dio inperfectamente, inperfectamente s'ama el proximo.
     E de' segni di questo amore inperfecto.


--E voglio che tu sappi che ogni inperfeczione e perfeczione si
manifesta e s'acquista in me; e cos s'acquista e manifesta nel mezzo
del proximo. Bene il sanno e' semplici, che spesse volte amano le
creature di spirituale amore. Se l'amore di me ha ricevuto schiectamente
senza alcuno rispecto, schiectamente beie l'amore del proximo suo, s
come il vasello che s'empie nella fonte: che, se nel traie fuore,
beiendo, el vasello rimane vtio; ma se egli el beie stando el vasello
nella fonte, non rimane vto, ma sempre sta pieno. Cos l'amore del
proximo, spirituale e temporale, vuole essere beiuto in me, senza alcuno
rispecto.

Io vi richiegio che voi m'amiate di quello amore che Io amo voi. Questo
non potete fare a me, per che Io v'amai senza essere amato. Ogni amore,
che voi avete a me, m'avete di debito e non di grazia, per che 'l
dovete fare. E Io amo voi di grazia e non di debito. Adunque a me non
potete rendere questo amore che Io vi richiego; e per v'ho posto el
mezzo del proximo vostro, acci che faciate a lui quello che non potete
fare a me, cio d'amarlo senza veruno respecto, di grazia e senza
aspectarne alcuna utilit. E io reputo che faciate a me quello che fate
allui.

Questo mostr la mia Verit dicendo a Pavolo, quando mi perseguitava:
Saulo, Saulo, perch mi perseguiti?. Questo diceva, reputando che
Pavolo perseguitasse me perseguitando e' miei fedeli.

S che vuole essere schiecto questo amore. E con quello amore, che voi
amate me, dovete amare loro. Sai a che se n'avede che egli non 
perfecto colui che ama di spirituale amore? Se si sente pena
affliggitiva quando non gli pare che la creatura, che egli ama,
satisfaccia a l'amore suo, non parendogli essere amato quanto gli pare
amare. Ovvero che egli si vega sottrare la conversazione, o privare
della consolazione, o vedendo amare un altro pi di lui.

A questo e a molte altre cose se ne potr avedere che questo amore in me
e nel proximo  ancora imperfecto, e che questo vasello  beiuto fuore
della fonte: poniamo che l'amore abbi tracto da me. Ma perch in me
l'aveva ancora imperfecto, per imperfecto el mostra in colui che ama di
spirituale amore. Tucto procede perch la radice de l'amore proprio
spirituale non era bene dibarbicata.

E per Io permecto spesse volte che ponga questo amore, perch cognosca
s e la sua imperfeczione per lo modo decto. E sottragomi, per
sentimento, da lei, perch essa si rinchiuda nella casa del
cognoscimento di s, dove acquistar ogni perfeczione. E poi Io torno in
lei con pi lume e cognoscimento della mia verit, in tanto che si
reputa a grazia di potere uccidere la propria volont per me. E non si
rist mai di potare la vigna de l'anima sua, e di divellere le spine
delle cogitazioni, e ponere le pietre delle virt fondate nel sangue di
Cristo crocifixo, le quali ha trovate ne l'andare per lo ponte di Cristo
crocifixo, unigenito mio Figliuolo. S com'Io ti dixi, se bene ti
ricorda, che sopra del ponte, cio della doctrina della mia Verit,
erano le pietre fondate in virt del sangue suo, perch le virt hanno
dato vita a voi in virt del Sangue.




TRACTATO DELL'ORAZIONE




CAPITOLO LXV

  Del modo che tiene l'anima per giognere ad l'amore schietto e
     liberale. E qui comincia el tractato dell'orazione.


--Poi che l'anima  intrata dentro passando per la doctrina di Cristo
crocifixo, con vero amore della virt e odio del vizio, con perfecta
perseveranzia, gionta a la casa del cognoscimento di s, sta serrata in
vigilia e continua orazione, separata al tucto da la conversazione del
secolo.

Perch si rinchiuse? Per timore, cognoscendo la sua imperfeczione, e per
desiderio che ha di giognere a l'amore schiecto e liberale. E perch
vede bene e cognosce che per altro modo non vi pu giognere, per
aspecta con fede viva l'avenimento di me per acrescimento di grazia in
s.

In che si cognosce la fede viva? Nella perseveranzia della virt, non
vollendo el capo a dietro per veruna cosa che sia, n levarsi da
l'orazione sancta per veruna cosa che sia: guarda gi che non fusse per
obbedienzia o per carit; altrimenti non debba partirsi da l'orazione.
Per che spesse volte, nel tempo ordinato de l'orazione, el dimonio
giogne con le molte battaglie e molestie pi che quando si truova fuore
de l'orazione. Questo fa per farle venire a tedio l'orazione sancta,
dicendo spesse volte:--Questa orazione non ti vale, per che tu non
debbi pensare altro n actendere ad altro che a quel che tu
dici.--Questo le fa vedere il dimonio perch ella venga a tedio e a
confusione di mente, e lassi l'exercizio de l'orazione. La quale  una
arme con che l'anima si difende da ogni adversario, tenuta con la mano
de l'amore e col braccio del libero arbitrio, difendendosi con essa arme
col lume della sanctissima fede.




CAPITOLO LXVI

  Qui, toccando alcuna cosa del sacramento del Corpo di Cristo, d
     piena doctrina come l'anima venga da l'orazione vocale a la
     mentale; e narra qui una visione che questa devota anima ebbe una
     volta.


--Sappi, figliuola carissima, che ne l'orazione umile e continua e
fedele, con vera perseveranzia acquista l'anima ogni virt. E per debba
perseverare e non lassarla mai, n per illusione di dimonio n per
propria fragilit (cio per pensiero o movimento che venisse nella
propria carne sua) n per decto di creatura, ch spesse volte si pone il
dimonio sopra le lingue loro, facendo lo' favellare parole che hanno a
impedire la sua orazione. Tucte le debba passare con la virt della
perseveranzia. Oh! quanto  dolce a quella anima, e a me  piacevole la
sancta orazione facta nella casa del cognoscimento di s e nel
cognoscimento di me, aprendo l'occhio de l'intellecto col lume della
fede e con l'affecto ne l'abbondanzia della mia carit!

La quale carit v' facta visibile per lo visibile unigenito mio
Figliuolo, avendovela mostrata col sangue suo. El quale sangue inebbria
l'anima e vestela del fuoco della divina carit, e dlle il cibo del
sacramento (el quale v'ho posto nella bottiga del corpo mistico della
sancta Chiesa) del Corpo e del Sangue del mio Figliuolo tucto Dio e
tucto uomo, dandolo a ministrare per le mani del mio vicario, el quale
tiene la chiave di questo sangue.

Questa  quella bottiga, della quale ti feci menzione, che stava in sul
ponte per dare il cibo e confortare e' viandanti e perregrini che
passano per la doctrina della mia Verit, acci che per debilezza non
vengano meno. Questo cibo conforta poco e assai, secondo el desiderio di
colui che 'l piglia, in qualunque modo el piglia, o sacramentalmente o
virtualmente. Sacramentalmente  quando si comunica del sancto
Sacramento; virtualmente  comunicandosi per sancto desiderio: s per
desiderio della comunione, e s per considerazione del sangue di Cristo
crocifixo, cio comunicandosi sacramentalmente de l'affecto della
carit, la quale ha gustata e trovata nel Sangue, el quale vede che per
amore fu sparto. E per vi s'inebria e vi s'accende per sancto
desiderio, e vi si sazia trovandosi piena solo della carit mia e del
proximo suo.

Questo dove l'acquist? Nella casa del cognoscimento di s, con sancta
orazione, dove perd la imperfeczione. S come i discepoli e Pietro
perdro (stando dentro in vigilia e orazione) la imperfeczione loro e
acquistro la perfeczione. Con che? con la perseveranzia condita con la
sanctissima fede.

Ma non pensare che riceva tanto ardore e nutrimento da questa orazione
solamente con orazione vocale, s come fanno molte anime, che la loro
orazione  di parole pi che d'affecto. Le quali non pare che actendano
ad altro se none in compire e' molti salmi e dire i molti paternostri. E
compto el numero che si sonno proposti di dire, non pare che pensino
pi oltre. Pare che pongano affecto e actenzione a l'orazione solo nel
dire vocalmente: ed egli non si vuole fare cos; per che, non facendo
altro, poco fructo ne tragono, e poco  piacevole a me.

Ma se tu mi dici:--Debbasi lassare stare questa, ch tucti non pare che
siano tracti a l'orazione mentale?--No, ma debba andare col modo, ch Io
so bene che, come l'anima  prima imperfecta che perfecta, cos 
imperfecta la sua orazione. Debba bene, per non cadere ne l'ozio, quando
 ancora imperfecta, andare con l'orazione vocale; ma non debba fare
l'orazione vocale senza la mentale: cio che, mentre che dice, s'ingegni
di levare e dirizzare la mente sua ne l'affecto mio, con la
considerazione comunemente de' difecti suoi e del sangue de l'unigenito
mio Figliuolo, dove truova la larghezza della mia carit e la remissione
de' peccati suoi.

E questo debba fare acci che 'l cognoscimento di s e la considerazione
de' difecti suoi le faccia cognoscere la mia bont in s e continuare
l'exercizio suo con vera umilit.

Non voglio che siano considerati e' difecti in particulare, ma in
comune, acci che la mente non sia contaminata per lo ricordamento de'
particulari e ladi peccati. Dicevo che Io non voglio; e non debba avere
solo la considerazione de' peccati in comune n in particulare senza la
considerazione e memoria del Sangue e larghezza della misericordia,
acci che non venga a confusione. Ch se 'l cognoscimento di s e
considerazione del peccato non fusse condito con la memoria del Sangue e
speranza della misericordia, starebbe in essa confusione: e con essa,
insieme col dimonio che l'ha guidato socto colore di contrizione e
dispiacimento del peccato, giognerebbe a l'etterna dannazione; non
solamente per questo, ma perch da questo, non pigliando el braccio
della misericordia mia, verrebbe a disperazione.

Questo  uno de' soctili inganni che 'l dimonio faccia a' servi miei. E
per conviene, per vostra utilit e per campare l'inganno del dimonio e
per essere piacevoli a me, che sempre vi dilarghiate il cuore e
l'affecto nella smisurata misericordia mia con vera umilit. Ch sai che
la superbia del dimonio non pu sostenere la mente umile; n la sua
confusione la larghezza della mia bont e misericordia, dove l'anima in
verit speri.

E per, se ben ti ricorda, quando el dimonio ti voleva aterrare per
confusione, volendoti mostrare che la vita tua fusse stata inganno e non
avere seguitata n facta la volont mia, tu allora facesti quel che tu
dovevi fare e che la mia bont ti die' di potere fare (la quale bont
non  nascosa a chi la vuole ricevere), cio che t'innalzasti nella
misericordia mia con umilit, dicendo:--Io confesso al mio Creatore che
la vita mia non  passata altro che in tenebre; ma io mi nascondar
nelle piaghe di Cristo crocifixo e bagnarommi nel sangue suo; e cos
avar consumate le iniquit mie e godarommi, per desiderio, nel mio
Creatore.

Sai che alora el dimonio fugg. E tornando poi con l'altra, cio di
volerti levare in alto per superbia, dicendo:--Tu se' perfecta e
piacevole a Dio; non bisogna pi che t'affliga n che pianga e' difecti
tuoi;--donandoti Io alora el lume, vedesti la via che ti conveniva fare,
cio d'umiliarti; e rispondesti al dimonio, dicendo:--Miserabile a me!
Giovanni Baptista non fece mai peccato e fu sanctificato nel ventre
della madre, e nondimeno fece tanta penitenzia! E io ho commessi cotanti
difecti, e non cominciai mai a cognoscerlo con pianto e vera
contrizione, vedendo chi  Dio che  offeso da me, e chi so' io che
l'offendo!--

Allora el dimonio non potendo sostenere l'umilit della mente n la
speranza della mia bont, disse a te:--Maladecta sia tu, ch modo non
posso trovare con teco! Se io ti pongo abasso per confusione, e tu ti
levi in alto a la misericordia. E se io ti pongo in alto, e tu ti poni
abasso, venendo ne l'inferno per umilit, e intro lo 'nferno mi
perseguiti. S che io non tornar pi a te, per che tu mi percuoti col
bastone della carit.--

Debba dunque l'anima condire col cognoscimento della mia bont el
cognoscimento di s, e il cognoscimento di me col cognoscimento di s. A
questo modo l'orazione vocale sar utile a l'anima che la far, e a me
sar piacevole. E da l'orazione vocale imperfecta giognar, perseverando
con l'exercizio, a l'orazione mentale perfecta. Ma se semplicemente mira
di compire el numero suo, o se per la orazione vocale lassasse
l'orazione mentale, non vi giogne mai.

Alcuna volta sar l'anima s ignorante che, factosi el suo proponimento
di dire cotanta orazione con la lingua (e io alcuna volta visitar la
mente sua, quando in uno modo e quando in uno altro: alcuna volta in uno
lume di cognoscimento di s con una contrizione del difecto suo; alcuna
volta nella larghezza della mia carit; alcuna volta ponendole dinanzi a
la mente sua in diversi modi, secondo che piace a me, la presenzia della
mia Verit, e secondo che essa anima avesse desiderato), ed ella, per
compire il suo numero, lassa la visitazione di me che sente nella mente,
quasi per coscienzia che si far di lassare quello che ha cominciato.

Non debba fare cos, per che, facendolo, sarebbe inganno di dimonio; ma
subbito che sente disponere la mente per mia visitazione (per molti
modi, come detto ), debba abandonare l'orazione vocale. Poi, passata la
mentale, se ha tempo, pu ripigliare quello che proposto s'aveva di
dire; non avendo tenpo non se ne debba curare, n venirne a tedio n
confusione di mente. Cos debba fare. Guarda gi che non fusse l'offizio
divino, el quale i cherici e religiosi sonno tenuti e obligati di dire;
e non dicendolo, offendono. Essi debbono infino a la morte dire
l'offizio suo. E se essi si sentissero, all'ora debita che si debba
dire, la mente tracta e levata per desiderio, si debbano provedere di
dirlo innanzi o dirlo poi, s che non trapassi che il debito de
l'offizio non sia renduto.

D'ogni altra cosa che l'anima cominciasse, la debba cominciare
vocalmente per giognere a la mentale. E sentendosi la mente disposta, la
debba lassare per la cagione decta. Questa orazione vocale, facta nel
modo che decto t'ho, giogner ad perfeczione; e per non debba lassare
l'orazione vocale, per qualunque modo ella  facta, ma debba andare col
modo che decto t'ho. E cos con l'essercizio e perseveranzia gustar
l'orazione in verit e il cibo del sangue de l'unigenito mio Figliuolo.
E per ti dixi che alcuno si comunicava virtualmente del Corpo e del
sangue di Cristo, bench non sacramentalmente, cio comunicandosi de
l'affecto della carit, la quale gusta col mezzo della sancta orazione,
poco e assai, secondo l'affecto di colui che ra.

Chi va con poca prudenzia, e non con modo, poco truova; chi con assai,
assai truova; perch quanto l'anima pi s'ingegna di sciogliere
l'affecto suo e legarlo in me col lume de l'intellecto, pi cognosce:
chi pi cognosce pi ama; pi amando, pi gusta.

Adunque vedi che l'orazione perfecta non s'acquista con molte parole, ma
con affecto di desiderio, levandosi in me con cognoscimento di s,
condito insieme l'uno con l'altro. Cos insiememente avar la vocale e
la mentale, perch elle stanno insieme s come la vita activa e la vita
contemplativa.

Bench in molti e in diversi modi s'intenda orazione vocale o vuoli
mentale: perch posto t'ho che 'l desiderio sancto  continua orazione,
cio d'avere buona e sancta volont. La quale volont e desiderio si
leva al luogo e al tempo ordinato actualmente, agionto a quella
continua orazione del sancto desiderio. E cos l'orazione vocale, stando
l'anima nella sancta volont, la far al tempo ordinato; o alcuna volta
fuore del tempo ordinato la fa continua, secondo che gli richiede la
carit in salute del proximo (s come vede il bisogno e la necessit) e
secondo lo stato che Io l'ho posto.

Ogniuno, secondo lo stato suo, debba adoperare in salute de l'anime
secondo el principio della sancta volont. Ci che aduopera vocalmente e
actualmente nella salute del proximo  uno orare virtuale: poniamo che
actualmente, a luogo debito, la facci per s. E fuore della debita
orazione sua, ci che egli fa nella carit del proximo suo, o in s per
exercizio che egli facesse actualmente di qualunque cosa si fusse,  uno
orare. S come disse il glorioso mio banditore di Pavolo, cio che non
cessa d'orare chi non cessa di bene adoperare. E per ti dixi che
l'orazione si faceva in molti modi se si vede l'actuale unita con la
mentale, perch l'actuale orazione facta per lo modo decto  facta con
l'affecto della carit. El quale affecto di carit  la continua
orazione.

Ora t'ho decto in che modo si giogne a l'orazione mentale, cio con
l'essercizio e perseveranzia e lassando la vocale per la mentale quando
Io visito l'anima. E hotti decto quale  l'orazione comune e la vocale
comunemente fuore del tempo ordinato, e l'orazione della buona e sancta
volont; e come ogni exercizio in s e nel proximo, che fa con buona
volont, fuore de l'ordinato tempo,  orazione. Adunque virilmente
l'anima debba speronare se medesima con questa madre de l'orazione.
Questo  quello che fa l'anima che  rinchiusa in casa del cognoscimento
di s, gionta a l'amore de l'amico e filiale. E se essa anima non tiene
i modi decti, sempre rimarrebbe nella tiepidezza e imperfeczione sua. E
tanto amarebbe, quanto sentisse dilecto o utilit in me o nel proximo
suo.




CAPITOLO LXVII

  De lo inganno che ricevono gli uomini mondani, e' quali amano e
     servono Dio per propria consolazione e dilecto.


--Del quale amore imperfecto ti voglio dire. E non ti voglio tacere uno
inganno che in esso amore possono ricevere, nella parte d'amare me per
propria consolazione. Unde voglio che tu sappi che il servo mio, che
imperfectamente m'ama, cerca pi la consolazione, per la quale egli
m'ama, che me. E a questo se ne pu avedere: che, mancandoli la
consolazione o spirituale, cio di mente, o consolazione temporale, si
turba.

Nelle temporali tocca agli uomini del mondo, che vivono con alcuno acto
di virt, mentre che hanno la prosperit; e sopravenendo la
tribulazione, la quale Io do per loro bene, si conturbano in quel poco
del bene che adoperavano. E chi gli dimandasse:--Perch ti
conturbi?--rispondarebbero:--Perch aviamo ricevuta tribolazione, e quel
poco del bene ch'io facevo mel pare quasi perdere, perch non el fo con
quel cuore e con quello animo che io facevo, mi pare a me. Questo  per
la tribolazione che io ho ricevuta, per che mi pareva pi adoperare, e
pi pacificamente col cuore riposato, innanzi che ora.--

Costoro sonno ingannati nel proprio dilecto. E non  la verit che ne
sia cagione la tribolazione: n che essi amino meno n aduoparino meno,
cio che l'operazione, che fanno nel tempo della tribolazione, tanto
vale in s quanto di prima, nel tempo della consolazione; anco lo'
potrebbe valere pi, se essi avessero pazienzia. Ma questo l'adiviene
perch essi si dilectavano nella prosperit: ine con un poco d'acto di
virt amavano me; ine pacificavano la mente loro con quella poca
operazione. Essendo privati di quello dove si posavano, lo' pare che lo'
sia tolto el riposo nel loro adoperare: ed egli non  cos.

Ma a loro adiviene come de l'uomo che  in uno giardino: che in esso
giardino, perch v'ha dilecto, si riposa con la sua operazione. Parli
riposare ne l'operazione, ed egli si riposa nel dilecto che egli ha
preso nel giardino. E a questo se n'avede che egli  la verit che egli
si dilecta pi nel giardino che ne l'operazione: per che, toltoli el
giardino, si sente privato del dilecto. Per che, se 'l principale
dilecto avesse posto nella sua operazione, non l'avarebbe perduto, anco
l'avarebbe seco; perch l'exercizio del bene adoperare non si pu
perdere (se egli non vuole) perch gli sia tolto el dilecto della
prosperit, s come a colui el giardino.

Adunque s'ingannano nel loro adoperare per la propria passione. Unde
hanno per uso di dire questi cotali:--Io so che io facevo meglio, e pi
consolazione avevo innanzi che io fusse tribulato che ora, e giovavami
di fare bene; ma ora non me ne giova n dilecto punto.--El loro vedere e
il loro dire  falso, per che, se essi si fussero dilectati del bene
per amore del bene della virt, non l'avarebbero perduto n mancato in
loro, anco cresciuto. Ma perch el loro bene adoperare era fondato nel
proprio loro bene sensitivo, per lo' manca e vien lo' meno.

Questo  lo inganno che riceve la comune gente in alcuno loro bene
adoperare. Questi sonno ingannati da loro medesimi, dal proprio dilecto
sensitivo.




CAPITOLO LXVIII

  De lo inganno che ricevono e' servi di Dio, e' quali ancora amano
     Dio di questo amore imperfecto predecto.


--Ma e' servi miei che anco sonno ne l'amore imperfecto, cercando e
amando me con affecto d'amore verso la consolazione e dilecto che
truovano in me, qualche volta sono ingannati. Perch'Io so' remuneratore
d'ogni bene che si fa, poco e assai, secondo la misura de l'amore di
colui che riceve; per questo do consolazione mentale, quando in uno modo
e quando in un altro, nel tempo de l'orazione. Questo non fo perch ella
ignorantemente riceva la consolazione, cio che ella raguardi pi el
presente della consolazione che  data da me che me, ma perch ella
raguardi pi l'affecto della mia carit con che Io lel do e la indegnit
sua che riceve, che el dilecto della propria consolazione. Ma se ella,
ignorante, piglia solo el dilecto senza la considerazione de l'affecto
mio verso di lei, ne riceve il danno e lo inganno che Io ti dir.

L'uno si  che, ingannata da la propria consolazione, cerca essa
consolazione e ine si dilecta. E pi che, alcuna volta, sentendo in
alcuno modo la consolazione e visitazione mia in s, e poi partendosi,
andar dietro per la via che tenne quando la trov, per trovare quella
medesima. E Io non le do a uno modo (ch cos parrebbe ch'Io non avesse
che dare); anco le do in diversi modi, secondo che piace a la mia bont
e secondo la necessit e il bisogno suo. Essendo ella ignorante, cercar
pure in quello modo come se ella volesse ponere legge allo Spirito
sancto. Non debba fare cos; ma debba passare virilmente per lo ponte
della doctrina di Cristo crocifixo, e ine ricevere in quel modo, in
quello luogo e in quel tempo che piace a la mia bont di dare. E se Io
non do, anco quel non dare Io el fo per amore e non per odio, perch
essa mi cerchi in verit e non m'ami solamente per lo dilecto, ma riceva
con umilit pi la carit mia che il dilecto che truova. Per che, se
ella non fa cos, e che ella vada solo al dilecto a suo modo e non a
mio, ricever pena e confusione intollerabile quando si vedr tolto
l'obiecto del dilecto, el quale si pose dinanzi a l'occhio de
l'intellecto suo.

Questi sonno quegli che eleggono le consolazioni a loro modo, cio che,
trovando dilecto, in alcuno modo, di me nella mente loro, vorranno
passare con quel medesimo. E alcuna volta sonno tanto ignoranti che,
visitandogli Io in altro modo che in quello, faranno resistenzia e non
riceveranno, anco vorranno pur quello che s'hanno imaginato. Questo 
difecto della propria passione e dilecto spirituale il quale trov in
me: ella  ingannata, per che impossibile sarebbe di stare
continuamente in uno modo. Perch, come l'anima non pu stare ferma, ch
o e' si conviene che ella vada innanzi a le virt, o ella torni a
dietro; cos la mente in me non pu stare ferma solo in uno dilecto, che
la mia bont non ne dia pi. Molto differenti gli do: alcuna volta do
dilecto d'una allegrezza mentale; alcuna volta una contrizione e uno
dispiacimento, che parr che la mente sia conturbata in s; alcuna volta
sar ne l'anima e non mi sentir; alcuna volta formar la mia Verit,
Verbo incarnato, in diversi modi dinanzi a l'occhio de l'intellecto suo,
e nondimeno non parr che essa, nel sentimento de l'anima, el senta con
quello calore e dilecto che a quello vedere le pare che dovesse
seguitare; e alcuna volta sentir e non vedr grandissimo dilecto.

Tucto questo fo per amore e per conservarla e acrescerla nella virt de
l'umilit e nella perseveranzia, e per insegnarle che essa non voglia
poner regola a me, n il fine suo nella consolazione, ma solo nella
virt fondata in me; ma con umilit riceva l'uno tempo e l'altro, e con
affecto d'amore l'affecto mio con che Io do; e con viva fede creda ch'Io
do a necessit o della salute sua, o a necessit di farla venire a la
grande perfeczione.

Debba dunque stare umile, facendo el principio e il fine ne l'affecto
della mia carit, e ricevere in essa carit dilecto e non dilecto,
secondo la mia volont e non secondo la sua. Questo  il modo a non
volere ricevere inganno, anco ogni cosa ricevere per amore da me che so'
loro fine, fondati nella dolce mia volont.




CAPITOLO LXIX

  Di quelli e' quali, per non lassare la loro pace e consolazione,
     non sovengono al proximo ne le sue necessitadi.


--Hotti decto de l'inganno che ricevono coloro che a loro modo vogliono
gustare e ricevare me nella mente loro.

Ora ti voglio dire il secondo inganno di coloro che tucto el loro
dilecto  posto in ricevere la consolazione della mente loro; intanto
che spesse volte vedranno el proximo loro in necessit o spirituale o
temporale e non li soverranno, socto colore di virt dicendo:--Io ne
perdo la pace e la quiete della mente, e non dico l'ore mie a l'ora n
al tempo.--Unde, non avendo la consolazione, ne lo' pare offendere me:
ed essi sonno ingannati dal proprio dilecto spirituale della mente loro;
e offendonmi pi non sovenendo a la necessit del proximo che lassando
tucte le loro consolazioni. Perch ogni exercizio vocale e mentale 
ordinato da me, che l'anima el facci per giognere a la carit perfecta
di me e del proximo, e di conservarla in essa carit. S che egli
m'offende pi lassando la carit del proximo per lo suo exercizio
actuale e quiete di mente, che lassando l'exercizio per lo proximo.

Perch nella carit del proximo truovano me, e nel dilecto loro, dove
cercano me, ne sarebbero privati. Per che, non sovenendo, _ipso facto_
diminuiscono la carit del proximo; diminuita la carit del proximo,
diminuisce l'affecto mio verso di loro; diminuito l'affecto, diminuita
la consolazione. S che, volendo guadagnare, essi perdono; e volendo
perdere, guadagnano; cio che, volendo perdere le proprie consolazioni
in salute del proximo, riceve e guadagna me e il proximo suo,
sovenendolo e servendolo caritativamente.

E cos gustarebbero in ogni tempo la dolcezza della carit mia. E, non
facendolo, stanno in pena: perch alcuna volta si converr pur che 'l
sovenga, o per forza o per amore, o per infermit corporale o per
infermit spirituale che egli s'abbi; sovenendolo, el soviene con pena,
con tedio di mente e stimolo di coscienzia, e diventa incomportabile a
s e ad altrui. E chi el dimandasse:--Perch senti questa
pena?--rispondarebbe:--Perch mi pare avere perduta la pace e la quiete
della mente, e molte cose, di quelle che io solevo fare, ho lassate, e
credone offendere Dio.--Ed egli non  cos; ma perch 'l suo vedere 
posto nel proprio dilecto, per non sa discernere n cognoscere in
verit dove sta la sua offesa. Per che vedrebbe che l'offesa non sta in
non avere la consolazione mentale, n in lassare l'essercizio de
l'orazione nel tempo della necessit del proximo suo; anco sta in essere
trovato senza la carit del proximo, el quale egli debba amare e servire
per amore di me.

S che vedi come s'inganna solo col proprio amore spirituale verso di
s.




CAPITOLO LXX

  De lo inganno che ricevono quelli li quali hanno posto tucto el
     loro affecto ne le consolazioni e visioni mentali.


--E alcuna volta per questo cos facto amore ne riceve anco pi danno.
Ch se l'affecto suo solo si pone e cerca nella consolazione e visioni
le quali spesse volte dono e do a' servi miei, quando ella se ne vede
privata cade in amaritudine e in tedio di mente, perch le pare essere
privata della grazia quando alcuna volta mi sottrago della mente sua; s
come ti dixi che Io andavo e tornavo ne l'anima, partendomi non per
grazia ma per sentimento, per fare venire l'anima ad perfeczione. S che
ne cade in amaritudine, e parle essere intro lo 'nferno, sentendosi
levata dal dilecto e sentendo le molestie delle molte temptazioni.

Non debba essere ignorante n lassarsi tanto ingannare al proprio amore
spirituale che non cognosca la verit; e cognoscere me in s, che so' Io
colui, sommo Bene, che le conservo la buona volont, nel tempo delle
bactaglie, che non corre per dilecto dietro a loro. Debbasi dunque
umiliare, reputandosi indegna della pace e quiete della mente. E per mi
sottrago da lei, per questa cagione: per farla umiliare e per farle
cognoscere la carit mia in s, trovandola nella buona volont che Io le
conservo nel tempo delle bactaglie; e perch essa non riceva solamente
il lacte della dolcezza sprizzato da me nella faccia de l'anima sua, ma
perch essa s'atacchi al pecto della mia Verit, s che riceva el lacte
insieme con la carne, cio di trare a s il lacte della mia carit col
mezzo della Carne di Cristo crocifixo, cio della doctrina sua, della
quale v'ho facto ponte acci che per lui giongano a me. Per questo mi
ritrago da loro.

Andando elleno con prudenzia, e non con ignoranzia ricevendo solamente
il lacte, ritorno a loro con pi dilecto e fortezza e lume e ardore di
carit. Ma se esse ricevono con tedio e con tristizia e confusione di
mente el partire del sentimento della dolcezza mentale, poco guadagnano
e permangono nella tiepidezza loro.




CAPITOLO LXXI

  Come i predecti, che si dilectano de le consolazioni e visioni
     mentali, possono essere ingannati ricevendo el demonio
     transfigurato in forma di luce. E de' segni a' quali si pu
     cognoscere quando la visitazione  da Dio, o dal demonio.


--E doppo questo, ricevono spesse volte un altro inganno dal dimonio,
cio di trasformarsi in forma di luce. Perch 'l dimonio in quello che
vede la mente disposta a ricevere e desiderare, in quello gli d. Perch
vede la mente inghiottornita e posto el suo desiderio solo nelle
consolazioni e visioni mentali (a le quali l'anima non debba ponere il
suo desiderio, ma solamente nelle virt, e di quelle per umilit
reputarsene indegna ed in esse consolazioni ricevere l'affecto mio),
dico che 'l dimonio alora si trasforma in quella mente in forma di luce,
in diversi modi: quando in forma d'angelo, e quando in forma della mia
Verit, o in altra forma de' sancti miei: E questo fa per pigliarla co'
l'amo del proprio dilecto spirituale che ha posto nelle visioni e
dilecto della mente. E se essa anima non si leva con la vera umilit,
spregiando ogni dilecto, rimane presa con questo lamo nelle mani del
dimonio. Ma se essa con umilit, spregiando el dilecto, e con amore
stregne l'affecto di me, che so' donatore, e non del dono, el dimonio
non la pu sostenere, per la sua superbia, la mente umile.

E se tu mi dimandassi:--A che si pu cognoscere che sia pi dal dimonio
che da te?--io ti rispondo che questo  il segno: che se ella  dal
dimonio, che egli sia venuto nella mente a visitare in forma di luce,
come decto , l'anima riceve subbito nel suo venire allegrezza; e quanto
pi sta, pi perde l'allegrezza e rimane tedio e tenebre e stimolo nella
mente, obfuscandovisi dentro. Ma se in verit  visitata da me, Verit
etterna, l'anima riceve timore sancto nel primo aspecto; e con esso
timore riceve allegrezza e sicurt con una dolce prudenzia, che,
dubbitando, non dubbita; ma, per cognoscimento di s reputandosi
indegna, dir:--Io non so' degna di ricevere la tua visitazione; non
essendone degna, come pu essere?--Alora si vlle a la larghezza della
mia carit, cognoscendo e vedendo che a me  possibile di dare; e non
raguardo alla indegnit sua, ma a la dignit mia che la fo degna di
ricevere me, per grazia e per sentimento, in s, perch non dispregio il
desiderio col quale ella mi chiama. E per riceve umilmente,
dicendo:--Ecco l'ancilla tua: facta sia in me la tua volont.--E alora
esce del camino de l'orazione e visitazione mia con allegrezza e gaudio
di mente, e con umilit reputandosi indegna, e con carit
ricognoscendola da me.

Or questo  il segno che l'anima  visitata da me o dalle dimonia:
trovando quando  da me, nel primo aspecto, el timore e, al fine e al
mezzo, l'allegrezza e la fame delle virt. E quando  dal dimonio, el
primo aspecto  l'allegrezza, e poi rimane in confusione e in tenebre di
mente. S che Io ho proveduto in darvi el segno, acci che l'anima, se
ella vuole andare umile e con prudenzia, non possa essere ingannata. El
quale inganno riceve l'anima che vorr navicare solo con l'amore
imperfecto delle proprie consolazioni pi che de l'affecto mio, come
decto t'ho.




CAPITOLO LXXII

  Come l'anima, che in verit cognosce se medesima, saviamente si
     guarda da tucti li predecti inganni.


--Non t'ho voluto tacere l'inganno che ricevono e' comuni, ne l'amore
sensitivo, nel loro poco bene adoperare, cio di quella poca virt che
essi adoperavano nel tempo della consolazione; n de l'amore proprio
spirituale delle proprie consolazioni de' servi miei, come essi col
proprio amore del dilecto s'ingannano che non lo' lassa cognoscere la
verit de l'affecto mio n discernere la colpa dove ella sta, e
l'inganno che 'l dimonio usa con loro per loro colpa, se essi non
tengono el modo che decto t'ho.

Hottelo decto, acci che tu e gli altri servi miei andiate dietro a la
virt per amore di me, e none a veruna altra cosa. Tucti questi inganni
e pericoli pu ricevare e spesse volte ricevono coloro che sonno ne
l'amore imperfecto, cio d'amare me per rispecto del dono e non di me
che do. Ma l'anima, che in verit  intrata nella casa del cognoscimento
di s, exercitando l'orazione perfecta e levandosi da la imperfeczione
de l'amore de l'orazione inperfecta (per quel modo che nel _Tractato de
l'orazione_ Io ti contiai), riceve me per affecto d'amore, cercando di
trare a s el lacte della dolcezza mia col pecto della doctrina di
Cristo crocifixo.

Gionti al terzo stato, cio de l'amore de l'amico e filiale, non hanno
amore mercennaio, anco fanno come carissimi amici. S come far l'uno
amico con l'altro, che, essendo presentato da l'amico suo, l'occhio non
si vlle solamente al presente, anco nel cuore e ne l'affecto di colui
che d, e riceve e tiene caro el presente solo per amore de l'affecto de
l'amico suo. Cos l'anima, gionta al terzo stato de l'amore perfecto,
quando riceve i doni e le grazie mie non raguarda solamente il dono, ma
raguarda con l'occhio de l'intellecto l'affecto della carit di me
donatore.

E acci che l'anima non abbi scusa di fare cos, cio di raguardare
l'affecto mio, Io providi d'unire il dono e 'l donatore, cio unendo la
natura divina con la natura umana quando vi donai el Verbo de
l'unigenito mio Figliuolo, el quale  una cosa con meco, e Io con lui.
S che per questa unione non potete raguardare il dono che non
raguardiate me donatore. Vedi dunque con quanto affecto d'amore dovete
amare e desiderare il dono e il donatore! Facendo cos, sarete in amore
puro e schiecto e non mercennaio, s come fanno questi che sempre stanno
serrati nella casa del cognoscimento di loro.




CAPITOLO LXXIII

  Per che modi l'anima si parte da l'amore inperfecto e giogne ad
     l'amore perfecto dell'amico e filiale.


--In fino a ora Io t'ho mostrato per molti modi come l'anima si leva da
la imperfeczione e giogne a l'amore perfecto, e quello che fa poi che
ella  gionta a l'amore de l'amico e filiale.

Dixiti e dico che ella vi giogne con perseveranzia, serrandosi nella
casa del cognoscimento di s. El quale cognoscimento di s vuole essere
condito col cognoscimento di me, acci che non venga a confusione.
Perch del cognoscimento di s acquistar l'odio della propria passione
sensitiva e del dilecto delle proprie consolazioni. E da l'odio fondato
in umilit trarr la pazienzia, nella quale pazienzia diventar forte
contra le bactaglie del dimonio, contra le persecuzioni degli uomini e
verso di me, quando per suo bene sottrago el dilecto da la mente sua.
Tucte le portar con questa virt.

E se la sensualit propria, per malagevolezza, volesse alzare el capo
contra la ragione, el giudice della coscienzia debba salire sopra di s,
e con odio tenersi ragione, e non lassare passare i movimenti che non
sieno correcti. Bench l'anima che star ne l'odio sempre si corregge e
riprende, d'ogni tempo: non tanto che quegli che sonno contra la
ragione, ma quegli che, spesse volte, saranno da me.

Questo volse dire il dolce servo mio sancto Gregorio, quando disse che
la sancta e pura coscienzia faceva peccato dove non era peccato: cio
che vedeva, per la purit della coscienzia, la colpa dove non era la
colpa.

Or cos debba fare e fa l'anima che si vuole levare dalla imperfeczione,
aspectando, nella casa del cognoscimento di s, la providenzia mia col
lume della fede, s come fecero e' discepoli che stectero in casa e non
si mossero mai, ma con perseveranzia in vigilia e umile e continua
orazione perseverro infino a l'avenimento dello Spirito sancto.

Questo  quello (s come Io ti dixi) che l'anima fa, quando s' levata
dalla imperfeczione e rinchiusasi in casa per giognere a perfeczione.
Ella sta in vigilia, vegghiando con l'occhio de l'intellecto nella
doctrina della mia Verit, umiliata perch ha cognosciuta s in continua
orazione, cio di sancto e vero desiderio, perch in s cognobbe
l'affecto della mia carit.




CAPITOLO LXXIV

  De' segni a' quali si cognosce che l'anima sia venuta all'amore
     perfecto.


--Ora ti resto a dire in che si vede che essi sieno gionti a l'amore
perfecto: per quello segno medesimo che fu dato a' discepoli sancti poi
che ebbero ricevuto lo Spirito sancto, che escro fuore di casa e,
perduto el timore, anunziavano la parola mia, predicando la doctrina del
Verbo de l'unigenito mio Figliuolo. E non temevano pene, anco si
gloriavano nelle pene; non curavano d'andare dinanzi a' tiranni del
mondo ad anunziar lo' e dir lo' la verit per gloria e loda del nome
mio.

Cos l'anima che ha aspectato per cognoscimento di s, nel modo che
decto t'ho, Io so' tornato a lei col fuoco de la carit mia. Nella quale
carit, mentre che stette in casa con perseveranzia, concep le virt
per affecto d'amore, participando della potenzia mia, con la quale
potenzia e virt signoreggi e vinse la propria passione sensitiva.

E in essa carit participai in lei la sapienzia del Figliuolo mio, nella
quale sapienzia vide e cognobbe con l'occhio de l'intellecto la mia
Verit e gl'inganni de l'amore sensitivo spirituale, cio l'amore
imperfecto della propria consolazione, come decto . E cognobbe la
malizia e l'inganno del dimonio, che d a l'anima che  legata in quello
amore imperfecto. E per si lev con odio d'essa imperfeczione e amore
della perfeczione.

In questa carit, che  esso Spirito sancto, el participai nella volont
sua, fortificando la volont a volere sostenere pena, ed escire fuore di
casa per lo nome mio, e parturire le virt sopra el proximo suo. Non che
esca fuore della casa del cognoscimento di s, ma escono della casa de
l'anima le virt concepute per affecto d'amore, e parturiscele, al tempo
del bisogno del proximo suo, in molti e diversi modi; perch 'l timore 
perduto, el quale teneva, che non manifestava per timore di non perdere
le proprie consolazioni, s come di sopra ti dixi. Ma poi che sonno
venuti a l'amore perfecto e liberale, escono fuore per lo modo decto.

E questo gli unisce col quarto stato, cio che dal terzo stato, el quale
 stato perfecto (nel quale terzo stato gusta e parturisce la carit nel
proximo suo), riceve uno stato ultimo di perfecta unione in me. E' quali
due stati sonno uniti insieme, che non  l'uno senza l'altro, se non
come la carit mia senza la carit del proximo, e quella del proximo
senza la mia non pu essere separata l'una da l'altra.

Cos di questi due stati non  l'uno senza l'altro, s come ti verr
dichiarando e mostrando per questo terzo.




CAPITOLO LXXV

  Come gl'imperfecti vogliono seguitare solamente el Padre, ma i
     perfecti seguitano el Figliuolo. E d'una visione che ebbe questa
     devota anima, ne la quale si narra di diversi baptesmi e d'alcune
     altre belle e utili cose.


--Hotti decto che sonno esciti fuore. El quale  il segno che so' levati
da la imperfeczione e gionti a la perfeczione. Apre l'occhio de
l'intellecto e miragli crrire per lo ponte della doctrina di Cristo
crocifixo, el quale fu regola e via e doctrina vostra. Dinanzi a
l'occhio de l'intellecto loro essi non si pongono altro che Cristo
crocifixo; non si pongono me, Padre, s come fa colui che sta ne l'amore
imperfecto, el quale non vuole sostenere pena. E perch in me non pu
cadere pena, vuole seguitare solo el dilecto che truova in me, e per
dico che sguita me: non me, ma el dilecto che truova in me.

Non fanno cos costoro; ma, come ebbri e affocati d'amore, hanno
congregati e saliti tre scaloni generali, e' quali ti figurai nelle tre
potenzie de l'anima, e i tre scaloni actuali che actualmente ti figurai
nel Corpo di Cristo crocifixo, unigenito mio Figliuolo. Salito e' piei,
co' piei de l'affecto de l'anima, gionse al costato, dove trov il
secreto del cuore; e cognobbe il baptesmo de l'acqua (el quale ha virt
nel Sangue) dove l'anima trov la grazia nel sancto baptesmo, disposto
el vasello de l'anima a ricevere la grazia unita e impastata nel Sangue.

Dove cognobbe questa dignit di vedersi unita e impastata nel sangue de
l'Agnello, ricevendo el sancto baptesmo in virt del Sangue? Nel
costato, dove cognobbe il fuoco della divina carit. E cos manifestoe,
se bene ti ricorda, la mia Verit, essendo dimandato da te, quando
dicevi:--Doh! dolce ed immaculato Agnello, tu eri morto quando el
costato ti fu aperto, perch volesti essere percosso e partito el
cuore?--Ed egli rispose, se ben ti ricorda, che assai cagioni ci aveva;
ma alcuna principale te ne dir.

--Perch il desiderio mio verso l'umana generazione era infinito, e
l'operazione actuale di sostenere pena e tormenti era finita: e per la
cosa finita non potevo mostrare tanto amore quanto pi amavo, perch
l'amore mio era infinito. E per volsi che vedeste il secreto del cuore,
mostrandovelo aperto, acci che vedeste che pi amavo che mostrare non
vi potevo per la pena finita. Gictando sangue e acqua, vi mostrai el
sancto baptesmo de l'acqua, el quale riceveste in virt del Sangue: e
per versava sangue e acqua. E anco mostravo el baptesmo del Sangue in
due modi: l'uno  in coloro che sonno baptezzati nel sangue loro sparto
per me; il quale ha virt per lo sangue mio, non potendo essi avere il
sancto baptesmo. Alcuni altri si baptezzano nel fuoco, desiderando el
baptesmo con affecto d'amore e non poterlo avere: e non  baptesmo di
fuoco senza Sangue, per che 'l Sangue  intriso e impastato col fuoco
della divina carit, perch per amore fu sparto.

In un altro modo riceve l'anima questo baptesmo del Sangue, parlando per
figura. E questo providde la divina carit, perch, cognoscendo la
infermit e fragilit de l'uomo, per la quale fragilit offendendo (non
che egli sia costrecto da fragilit n da altro a commectere la colpa,
se egli non vuole; ma, come fragile, cade in colpa di peccato mortale,
per la quale colpa perde la grazia che trasse nel sancto baptesmo in
virt del Sangue), e per fu bisogno che la divina carit prove desse a
lassare il continuo baptesmo del Sangue, el quale si riceve con la
contrizione del cuore e con la sancta confessione, confessando, quando
pu, a' ministri miei, che tengono la chiave del Sangue. El quale Sangue
gitta, ne l'absoluzione, sopra la faccia de l'anima.

E non potendo avere la confessione, basta la contrizione del cuore.
Alora la mano della mia clemenzia vi dona el fructo di questo prezioso
sangue; ma, potendo avere la confessione, voglio che l'abbiate; e chi la
potr avere e non la vorr, sar privato del fructo del Sangue.  vero
che ne l'ultima extremit, volendola e non potendola avere, anco el
ricever. Ma non sia alcuno s macto che si voglia per con questa
speranza conducersi ad aconciare i facti suoi ne l'ultima extremit
della morte, perch non  sicuro che, per la sua obstinazione, Io con la
divina mia giustizia non dicesse:--Tu non ti ricordasti di me nella
vita, nel tempo che tu potesti: Io non mi ricordar di te nella
morte.--S che neuno debba pigliare lo indugio; e se pure per lo difecto
suo l'ha preso, non debba lassare infino a l'ultimo di baptezzarsi per
speranza nel Sangue.

S che vedi che questo baptesmo  continuo, dove l'anima si debba
baptezzare infino a l'ultimo, per lo modo decto. In questo baptesmo
cognosci che l'operazione mia (cio de la pena della croce) fu finita;
ma el fructo della pena, che avete ricevuto per me,  infinito. Questo 
in virt della natura divina infinita, unita con la natura umana finita,
la quale natura umana sostenne pena in me. Verbo, vestito della vostra
umanit. Ma perch  intrisa e impastata l'una natura con l'altra,
trasse a s, la Deit etterna, la pena ch'Io sostenni con tanto fuoco
d'amore. E per si pu chiamare infinita questa operazione; non che
infinita sia la pena, n l'actuale del corpo n la pena del desiderio
che Io avevo di compire la vostra redempzione, per che ella termin e
fin in croce quando l'anima si part dal corpo. Ma el fructo, che esc
della pena e desiderio della vostra salute,  infinito: e per el
ricevete infinitamente. Per che, se egli non fusse stato infinito, non
sarebbe restituita tucta l'umana generazione, n ' passati n i presenti
n gli avenire. Neanco l'uomo che offende, doppo l'offesa, non si
potrebbe rilevare, se questo baptesmo del Sangue non vi fusse dato
infinito, cio che 'l fructo del Sangue fusse infinito.

Questo vi manifestai ne l'apritura del lato mio, dove truovi el segreto
del cuore: mostrando che Io v'amo pi che mostrare non posso con questa
pena finita. Mstrotelo infinito. Con che? col baptesmo del Sangue,
unito col fuoco della mia carit, che per amore fu sparto; e nel
baptesmo generale (dato a' cristiani e a chiunque il vuole ricvare) de
l'acqua unita col Sangue e col fuoco, dove l'anima s'inpasta nel sangue
mio. E per mostrarvelo volsi che del costato escisse sangue e acqua.

Ora ho risposto a quello che tu mi dimandavi.




CAPITOLO LXXVI

  Come l'anima, essendo salita el terzo scalone del sancto ponte,
     cio pervenuta a la bocca, piglia incontenente l'offizio de la
     bocca. E come la propria volont essendo morta  vero segno che
     ella v' gionta.


--Ora ti dico che tucto questo ch'Io t'ho narrato, sai che narroe la mia
Verit. Hottelo narrato da capo, favellandoti Io in persona sua, acci
che tu cognosca l'excellenzia dove  l'anima ch' salita questo secondo
scalone, dove cognosce e acquista tanto fuoco d'amore. Dove subbito
corrono al terzo, cio a la bocca, dove manifesta essere venuto ad
perfecto stato.

Unde passoe? per lo mezzo del cuore, cio con la memoria del Sangue dove
si ribaptezz lassando l'amore imperfecto, per lo cognoscimento che
trasse del cordiale amore, vedendo, gustando e provando el fuoco della
mia carit. Gionti sonno costoro a la bocca, e per el dimostrano
facendo l'officio della bocca. La bocca parla con la lingua che  ne la
bocca; el gusto gusta. La bocca ritiene porgendolo a lo stomaco. I denti
schiacciano, per che in altro modo nol potrebbe inghioctire.

Or cos l'anima: prima parla a me con la lingua che sta nella bocca del
sancto desiderio, cio la lingua della sancta e continua orazione.
Questa lingua parla actuale e mentale: mentale, offerendo a me dolci e
amorosi desidri in salute de l'anime; e parla actuale, anunziando la
doctrina della mia Verit, amonendo, consigliando e confessando senza
alcuno timore di propria pena che 'l mondo le volesse dare, ma
arditamente confessa innanzi a ogni creatura, in diversi modi, e a
ciascuno secondo lo stato suo.

Dico che mangia prendendo el cibo de l'anime, per onore di me, in su la
mensa della sanctissima croce, per che in altro modo n in altra mensa
nol potrebbe mangiare in verit perfectamente. Dico che lo schiaccia co'
denti, per che in altro modo nol potrebbe inghioctire: cio con l'odio
e con l'amore, e' quali sonno due filaia di denti nella bocca del sancto
desiderio, che riceve il cibo schiacciando con odio di s e con amore
della virt. In s e nel proximo suo schiaccia ogni ingiuria, scherni,
villanie, strazi e rimprovri con le molte persecuzioni; sostenendo fame
e sete, freddo e caldo e penosi desidri, lagrime e sudori per salute de
l'anime. Tucti gli schiaccia per onore di me, portando e sopportando el
proximo suo. E poi che l'ha schiacciato, el gusto el gusta, asaporando
el fructo della fadiga e il dilecto del cibo de l'anime, gustandolo nel
fuoco della carit mia e del proximo suo. E cos giogne questo cibo
nello stomaco, che per lo desiderio e fame de l'anime s'era disposto a
volere ricevere (cio lo stomaco del cuore), col cordiale amore, diletto
e dileczione di carit col proximo suo; dilectandosene e rugumando per
s facto modo, che perde la tenarezza della vita corporale, per potere
mangiare questo cibo (preso in su la mensa della croce) della doctrina
di Cristo crocifixo.

Alora ingrassa l'anima nelle vere e reali virt, e tanto rigonfia per
l'abbondanzia del cibo, che 'l vestimento della propria sensualit (cio
del corpo, che ricuopre l'anima), criepa quanto a l'appetito sensitivo.
Colui che criepa, muore. Cos la volont sensitiva rimane morta. Questo
 perch la volont ordinata de l'anima  viva in me, vestita de
l'etterna volont mia, e per  morta la sensitiva.

Or questo fa l'anima che in verit  gionta al terzo scalone della
bocca, e il segno che ella v' gionta  questo: che ella ha morta la
propria volont quando gust l'affecto della carit mia.

E per trov pace e quiete ne l'anima sua nella bocca. Sai che nella
bocca si d la pace. Cos in questo terzo stato truova la pace per s
facto modo che neuno  che la possa turbare, perch ha perduta e
annegata la sua propria volont, la quale volont d pace e quiete
quando ella  morta.

Questi parturiscono le virt senza pena sopra del proximo loro: non che
le pene non siano pene in loro, ma non  pena a la volont morta, per
che volontariamente sostiene pena per lo nome mio. Questi corrono, senza
negligenzia, per la doctrina di Cristo crocifixo, e non allentano
l'andare per ingiuria che lo' sia facta n per alcuna persecuzione n
per dilecto che trovassero; cio dilecto che il mondo lo' volesse dare.
Ma tucte queste cose trapassano con vera fortezza e perseveranzia,
vestito l'affecto loro de l'affecto della carit, gustando el cibo della
salute de l'anime con vera e perfecta pazienzia. La quale pazienzia 
uno segno demostrativo, che mostra che l'anima ami perfectissimamente e
senza alcuno rispecto. Per che, se ella amasse me e il proximo per
propria utilit, sarebbe impaziente e allentarebbe ne l'andare. Ma
perch essi amano me per me, in quanto Io so' somma bont e degno
d'essere amato, e loro amano per me e 'l proximo per me, per rendere
loda e gloria al nome mio, per sonno pazienti e forti a sostenere e
perseveranti.




CAPITOLO LXXVII

  De le operazioni de l'anima poi che  salita el predecto sancto
     terzo scalone.


--Queste sonno quelle tre gloriose virt fondate nella vera carit, le
quali stanno in cima de l'arbore d'essa carit: cio la pazienzia, la
fortezza e la perseveranzia, che  coronata col lume della sanctissima
fede, col quale lume corrono, senza tenebre, per la via della verit. Ed
 levata in alto per sancto desiderio, e per non  alcuno che la possa
offendere: n il dimonio con le sue temptazioni (perch egli teme
l'anima che arde nella fornace della carit), n le detraczioni n le
ingiurie degli uomini; anco, con tucto ci che 'l mondo gli perseguiti,
el mondo ha timore di loro.

Questo permette la mia bont: di fortificarli e farli grandi dinanzi a
me e nel mondo, perch essi si sonno facti piccoli per umilit. Bene lo
vedi tu nei sancti miei, e' quali per me si fecero piccoli, e Io gli ho
facti grandi in me, Vita durabile, e nel corpo mistico della sancta
Chiesa, dove si fa sempre menzione di loro perch i nomi loro sonno
scripti in me, libro di vita; s che 'l mondo gli ha in reverenzia
perch essi hanno spregiato el mondo. Questi non nascondono la virt per
timore ma per umilit; e se egli  bisogno del servizio suo nel proximo,
egli non la nasconde per timore della pena n per timore di perdere la
propria consolazione, ma virilmente il serve perdendo se medesimo e non
curando di s.

E in qualunque modo egli exercita la vita e 'l tempo suo in onore di me,
si gode e truovasi pace e quiete nella mente. Perch? perch non elegge
di servire a me a suo modo ma a modo mio; e per gli pesa tanto el tempo
della consolazione quanto quello della tribolazione, e tanto la
prosperit quanto l'aversit. Tanto gli pesa l'una quanto l'altra,
perch in ogni cosa truova la volont mia, ed egli non pensa di fare
altro se non di conformarsi, dovunque egli la truova, con essa volont.

Egli ha veduto che veruna cosa  facta senza me, e con misterio e con
divina providenzia, se non il peccato che non : e per odiano el
peccato, e ogni altra cosa hanno in reverenzia; e per sonno tanto fermi
e stabili nel loro volere andare per la via della verit, e non
allentano, ma fedelmente servono el proximo loro, non raguardando a
l'ignoranzia e ingratitudine sua. N perch alcuna volta el vizioso gli
dica ingiuria e riprenda el suo bene adoperare, che egli non gridi, nel
cospecto mio, per orazione per lui, dolendosi pi de l'offesa che egli
fa a me e danno de l'anima sua che della ingiuria propria.

Costoro dicono col glorioso di Pavolo mio banditore: El mondo ci
maladice, e noi benediciamo; egli ci perseguita, e noi ringraziamo;
cacciaci come immondizia e spazzatura del mondo, e noi pazientemente
portiamo. S che vedi, figliuola dilectissima, e' dolci segni; e
singularmente, sopra ogni segno, la virt della pazienzia, dove l'anima
dimostra in verit d'essere levata da l'amore imperfecto e venuta al
perfecto, seguitando el dolce e immaculato Agnello, unigenito mio
Figliuolo, el quale, stando in su la croce tenuto da' chiovi de l'amore,
non ritrae adietro per decto dei giuderi che dicevano: Discende della
croce e credarenti. N per ingratitudine vostra non ritrasse adietro
che non perseverasse ne l'obbedienzia, che Io gli avevo posta, con tanta
pazienzia che il grido suo non fu udito per alcuna mormorazione.

Cos questi cotali dilectissimi figliuoli e fedeli servi miei seguitano
la doctrina e l'exemplo della mia Verit. E perch con lusinghe e
minacce il mondo gli voglia ritrare, non vllono per el capo adietro a
mirare l'aratro, ma guardano solo ne l'obiecto della mia Verit. Questi
non si vogliono partire del campo della bactaglia per tornare a casa per
la gonnella, cio per la gonnella propria, che egli lass, del piacere
pi a le creature e temere pi loro che me Creatore suo; anco con
dilecto sta nella bactaglia, pieno e inebriato del sangue di Cristo
crocifixo. El quale Sangue v' posto dinanzi nella bottiga del corpo
mistico della sancta Chiesa da la mia carit, per fare inanimare coloro
che vogliono essere veri cavalieri, e combactere con la propria
sensualit e carne fragile, col mondo e col dimonio, col coltello de
l'odio d'essi nemici suoi, con cui egli ha a combctare, e con amore
delle virt. El quale amore  una arme che ripara da' colpi che nol
possono accanare se esso non si trae l'arme di dosso e 'l coltello di
mano e dialo nelle mani de' nemici suoi, cio dando l'arme con la mano
del libero arbitrio, arrendendosi volontariamente a' nemici suoi. Non
fanno cos questi che sonno inebriati nel Sangue, anco virilmente
perseverano infino a la morte, dove rimangono sconfitti tucti e' nemici
suoi.

O gloriosa virt, quanto se' piacevole a me e riluci nel mondo negli
occhi tenebrosi degl'ignoranti, che non possono fare che non participino
della luce de' servi miei! Ne l'odio loro riluce la clemenzia ch'e'
servi miei hanno a la loro salute; nella invidia loro riluce la
larghezza della carit; nella crudelt la piet, per che essi sonno
crudeli verso di loro, ed essi sonno pietosi; nella ingiuria riluce la
pazienzia, reina che signoreggia e tiene la signoria di tucte le virt,
perch ella  il mirollo della carit. Ella dimostra e rasegna le virt
ne l'anima; dimostra se elle sonno fondate in me in verit, o no. Ella
vince e non  mai vinta; ella  compagna della fortezza e perseveranzia,
come decto ; ella torna a casa con la victoria, escita del campo della
bactaglia, tornata a me, Padre etterno, remuneratore d'ogni loro fadiga,
e ricevono da me la corona della gloria.




CAPITOLO LXXVIII

  Del quarto stato, el quale non  per separato dal terzo; e de le
     operazioni de l'anima che  gionta a questo stato; e come Dio non
     si parte mai da essa per continuo sentimento.


--Ora t'ho decto come dimostrano d'essere gionti a la perfeczione de
l'amore de l'amico e filiale.

Ora non ti voglio tacere in quanto dilecto gustano me, essendo ancora
nel corpo mortale. Perch, gionti al terzo stato, in esso stato, s
com'Io ti dixi, acquistano el quarto stato. Non che sia stato separato
dal terzo, ma unito insieme con esso, e l'uno non pu essere senza
l'altro se non come la carit mia e quella del proximo, s com'Io ti
dixi. Ma  uno fructo che esce di questo terzo stato d'una perfecta
unione che l'anima fa in me, dove riceve fortezza sopra fortezza,
intanto che non che porti con pazienzia, ma esso desidera, con ansietato
desiderio, di potere sostenere pene per gloria e loda del nome mio.

Questi si gloriano negli obrobri de l'unigenito mio Figliuolo, s come
diceva el glorioso di Pavolo mio banditore: Io mi glorio nelle
tribulazioni e negli obrobri di Cristo crocifixo. E in un altro luogo:
Io non reputo di dovere gloriarmi altro che in Cristo crocifixo. Unde
in un altro luogo dice: Io porto le stmate di Cristo crocifixo nel
corpo mio. Cos questi cotali, come inamorati de l'onore mio e come
affamati del cibo de l'anime, corrono a la mensa della sanctissima
croce, volendo, con pena e con molto sostenere, fare utilit al proximo,
conservare e acquistare le virt, portando le stmate di Cristo ne'
corpi loro. Cio che 'l crociato amore, il quale hanno, riluce nel
corpo, mostrandolo con dispregiare se medesimi e con dilectarsi
d'obrobri, sostenendo molestie e pene da qualunque lato e in qualunque
modo Io le concedo.

A questi cotali carissimi figliuoli la pena l' dilecto, el dilecto l'
fadiga e ogni consolazione e dilecto che 'l mondo alcuna volta lo'
volesse dare. E non solamente quelle che 'l mondo lo' d per mia
dispensazione (cio ch'e' servi del mondo alcuna volta sonno costrecti
da la mia bont ad averli in reverenzia e sovenirli ne' loro bisogni e
necessit corporali), ma la consolazione che ricevono da me, Padre
etterno, nella mente loro, la spregiano per umilit e odio di loro
medesimi. Non che spregino la consolazione e 'l dono e la grazia mia, ma
el dilecto che truova el desiderio de l'anima in essa consolazione.
Questo  per la virt della vera umilit acquistata da l'odio sancto, la
quale umilit  baglia e nutrice della carit acquistata con vero
cognoscimento di s e di me.

S che vedi che la virt riluce, e le stmate di Cristo crocifixo, ne'
corpi e nelle menti loro. A questi cotali l' tolto di non separarmi da
loro per sentimento, s come degli altri ti dixi che Io andavo e tornavo
a loro, partendomi non per grazia ma per sentimento. Non fo cos a
questi perfectissimi che sonno gionti alla grande perfeczione, in tucto
morti a ogni loro volont, ma continuamente mi riposo per grazia e per
sentimento ne l'anima loro; cio che ogni otta che vogliono unirsi in me
la mente per affecto d'amore, possono, perch 'l desiderio loro  venuto
a tanta unione per affecto d'amore che per veruna cosa se ne pu
separare, ma ogni luogo l' luogo e ogni tempo l' tempo d'orazione;
perch la loro conversazione  levata da la terra e salita in clo, cio
che ogni affecto terreno e amore proprio sensitivo di loro medesimi
hanno tolto da s. Levati si sonno sopra di loro ne l'altezza del cielo
con la scala delle virt, saliti e' tre scaloni che Io ti figurai nel
corpo del mio Figliuolo.

Nel primo spogliro e' piei de l'affecto de l'amore del vizio; nel
secondo gustro el secreto e l'affecto del cuore, unde concepettero
amore nelle virt; nel terzo (cio della pace e quiete della mente)
provarono in s le virt e, levandosi da l'amore imperfecto, gionsero a
la grande perfeczione. Unde hanno trovato el riposo nella doctrina della
mia Verit; hanno trovata la mensa, el cibo e il servidore. El quale
cibo gustano col mezzo della doctrina di Cristo crocifixo, unigenito mio
Figliuolo; Io lo' so' letto e mensa. Questo dolce e amoroso Verbo l'
cibo, s perch gustano el cibo de l'anime in questo glorioso Verbo, e
s perch egli  cibo dato da me a voi: la carne e 'l sangue suo, tucto
Dio e tucto uomo, el quale ricevete nel Sacramento de l'altare, posto e
dato a voi da la mia bont, mentre che ste peregrini e viandanti, acci
che non veniate meno, ne l'andare, per debilezza, e perch non perdiate
la memoria del benefizio del Sangue sparto per voi con tanto fuoco
d'amore, ma perch sempre vi confortiate e dilectiate nel vostro andare.
Lo Spirito sancto gli serve, cio l'affecto della mia carit, la quale
carit lo' ministra e' doni e le grazie. Questo dolce servidore porta e
arreca: arreca a me i penosi e dolci ed amorosi desidri, e porta a loro
el fructo della divina carit delle loro fadighe ne l'anime loro,
gustando e notricandosi della dolcezza della mia carit. S che vedi che
Io lo' so' mensa, el Figliuolo mio l' cibo, e lo Spirito sancto gli
serve, che procede da me Padre e dal Figliuolo.

Vedi dunque che sempre, per sentimento, mi sentono nella loro mente. E
quanto pi hanno spregiato el dilecto e voluta la pena, pi hanno
perduta la pena e acquistato el dilecto. Perch? perch sonno arsi e
affocati nella mia carit, dove  consumata la volont loro. Unde el
dimonio teme il bastone della carit loro, e per gicta le saecte sue da
longa e non s'ardisce d'acostare. El mondo percuote nella corteccia de'
corpi loro credendo offendere, ed egli  offeso, perch la saecta, che
non truova dove intrare, ritorna a colui che la gitta. Cos el mondo con
le saecte delle ingiurie e persecuzioni e mormorazioni sue, gictandole
ne' perfectissimi servi miei, non v' luogo da veruna parte dove possa
intrare, perch l'orto de l'anima loro  chiuso; e per ritorna la
saecta a colui che la gicta, avelenata col veleno della colpa.

Vedi che da veruno lato la pu percuotere, per che, percotendo el
corpo, non percuote l'anima. Ma sta beata e dolorosa: dolorosa sta de
l'offesa del proximo suo, e beata per l'unione e affecto della carit
che ha ricevuta in s.

Questi seguitano lo immaculato Agnello, unigenito mio Figliuolo, el
quale stando in croce era beato e doloroso: doloroso era, portando la
croce del corpo, sostenendo pena, e la croce del desiderio per satisfare
la colpa de l'umana generazione; e beato era, perch la natura divina,
unita con la natura umana, non poteva sostenere pena, e sempre faceva
l'anima sua beata mostrandosi a lei senza velame. E per era beato e
doloroso, perch la carne sosteneva, e la deit pena non poteva patire;
neanco l'anima quanto a la parte di sopra de l'intellecto.

Cos questi dilecti figliuoli, gionti al terzo e al quarto stato, sonno
dolorosi portando la croce actuale e mentale: cio actualmente,
sostenendo pene ne' corpi loro, secondo che Io permecto, e la croce del
desiderio del crociato dolore de l'offesa mia e danno del proximo. Dico
che sonno beati, per che 'l dilecto della carit, la quale gli fa
beati, non lo' pu essere tolto, unde eglino ricevono allegrezza e
beatitudine. Unde si chiama questo dolore, non dolore affliggitivo che
disecca l'anima, ma ingrassativo, che ingrassa l'anima ne l'affecto
della carit, perch le pene aumentano la virt e fortificano e crescono
e pruovano la virt.

S che  pena ingrassativa e non affliggitiva, perch veruno dolore n
pena la pu trare del fuoco, se non come il tizzone, che  tucto
consumato nella fornace, che veruno  che 'l possa pigliare per
spegnere, perch gli  facto fuoco. Cos queste anime, gictate nella
fornace della mia carit, non rimanendo veruna cosa fuore di me, cio
veruna loro volont, ma tucti affocati in me, veruno  che le possa
pigliare n trarle fuore di me per grazia, perch sonno facte una cosa
con meco ed Io con loro. E mai da loro non mi sottraggo per sentimento
che la mente loro non mi senta in s, s come degli altri ti dixi che Io
andavo e tornavo, partendomi per sentimento e non per grazia; e questo
facevo per farli venire a la perfeczione. Gionti a la perfeczione, lo'
tolgo el giuoco de l'amore d'andare e di tornare, el quale si chiama
giuoco d'amore, ch per amore mi parto e per amore torno: non
propriamente Io (ch Io so' lo Idio vostro immobile che non mi muovo),
ma el sentimento che d la mia carit ne l'anima  quello che va e
torna.




CAPITOLO LXXIX

  Come Dio da' predecti perfectissimi non si sottrae per sentimento
     n per grazia, ma s per unione.


--Dicevo che a costoro l' tolto che 'l sentimento non perdono mai. Ma
in un altro modo mi parto: perch l'anima che  legata nel corpo non 
sufficiente a ricevere continuamente l'unione ch'Io fo ne l'anima; e
perch non  sufficiente, mi sottrago non per sentimento n per grazia,
ma per unione. Perch, levandosi l'anime con ansietato desiderio,
corsero con virt per lo ponte della doctrina di Cristo crocifixo;
giongono a la porta levando la mente loro in me, bagnate, inebriate di
Sangue, arse di fuoco d'amore; gustano in me la deit etterna, el quale
 a loro uno mare pacifico, dove l'anima ha facta tanta unione che
veruno movimento quella mente non ha altro che in me.

Ed essendo mortale, gusta el bene degl'inmortali; ed essendo col peso
del corpo, riceve la leggerezza dello spirito. Unde spesse volte il
corpo  levato da la terra per la perfecta unione che l'anima ha facta
in me, quasi come il corpo grave diventasse leggiero. Non  per che gli
sia tolta la gravezza sua, ma perch l'unione che l'anima ha facta in me
 pi perfecta che non  l'unione fra l'anima e 'l corpo; e per la
fortezza dello spirito unita in me leva da tera la gravezza del corpo.
El corpo sta come immobile, tucto stracciato da l'affecto de l'anima,
intanto che (s come ti ricorda d'avere udito da alcune creature) non
sarebbe possibile di vivere se la mia bont non el cerchiasse di
fortezza.

Unde Io voglio che tu sappi che maggiore miracolo  a vedere che l'anima
non si parte dal corpo in questa unione, che vedere molti corpi
resuscitati. E per Io, per alcuno spazio, sottrago l'unione, facendola
tornare al vasello del corpo suo: cio che 'l sentimento del corpo, che
era tucto alienato per l'affecto de l'anima, torna al sentimento suo.
Per che, non  che l'anima si parta dal corpo, ch ella non si parte se
non col mezzo della morte, ma partonsi le potenzie e l'affecto de
l'anima per amore unito in me. Unde la memoria non si truova piena
d'altro che di me; lo intellecto  levato speculando ne l'obiecto della
mia Verit; l'affecto, che va dietro a l'intellecto, ama e uniscesi in
quello che l'occhio de l'intellecto vide.

Congregate e unite tucte insieme queste potenzie, e immerse e affogate
in me, perde il corpo el sentimento: ch l'occhio vedendo non vede,
l'orecchia udendo non ode, la lingua parlando non parla (se non come
alcuna volta, per l'abondanzia del cuore, permectar che 'l membro
della lingua parli per sfogamento del cuore e per gloria e loda del nome
mio; s che parlando non parla, la mano toccando non tocca, e' piei
andando non vanno; tucte le membra sonno legate e occupate dal legame e
sentimento de l'amore. Per lo quale legame sonnosi soctoposte a la
ragione e uniti con l'affecto de l'anima, ch, quasi contra sua natura,
a una voce tucte gridano a me, Padre etterno, di volere essere separate
da l'anima, e l'anima dal corpo. E per grida, dinanzi da me, col
glorioso di Pavolo: O disaventurato a me, chi mi dissolverebbe dal
corpo mio? Perch'io ho una legge perversa che impugna contra lo
spirito.

Non tanto diceva Pavolo della impugnazione che fa el sentimento
sensitivo contra lo spirito, ch per la parola mia era quasi certificato
quando gli fu decto: Pavolo, bastiti la grazia mia. Ma perch il
diceva? perch, sentendosi Pavolo legato nel vasello del corpo, el quale
gl'impediva per spazio di tempo la visione mia (cio infino a l'ora de
la morte), l'occhio era legato a non potere vedere me, Trinit etterna,
nella visione de' beati immortali che sempre rendono gloria e loda al
nome mio, ma trovavasi fra' mortali che sempre offendono me, privato
della mia visione, cio di vedermi ne l'essenzia mia.

None che esso e gli altri servi miei non mi veggano e gustino, non in
essenzia, ma in affecto di carit in diversi modi, secondo che piace a
la bont mia di manifestare me medesimo a voi; ma ogni vedere, che
l'anima riceve mentre che  nel corpo mortale,  una tenebre a rispecto
del vedere che ha l'anima separata dal corpo. S che pareva a Pavolo che
'l sentimento del vedere impugnasse il vedere dello spirito, cio che 'l
sentimento umano della grossezza del corpo impedisse l'occhio de
l'intellecto, che non lassava vedere me a faccia a faccia. La volont
gli pareva che fusse legata a non potere tanto amare quanto desiderava
d'amare, perch ogni amore in questa vita  imperfecto infino che non
giogne a la sua perfeczione.

None che l'amore di Pavolo o degli altri veri servi miei fusse
imperfecto a grazia e a perfeczione di carit (ch egli era perfecto),
ma era imperfecto ch non aveva saziet nel suo amore; unde era con
pena. Ch se fusse stato pieno el desiderio di quello che egli amava,
non avarebbe avuta pena; ma perch l'amore perfectamente, mentre che
egli  nel corpo mortale, non ha quel che egli ama, per ha pena. Ma,
separata l'anima dal corpo, ha pieno il desiderio suo, e per ama senza
pena.  saziata, e di longa  il fastidio da la saziet; essendo
saziata, ha fame, ma di longa  la pena da la fame, perch, separata
l'anima dal corpo,  ripieno el vasello suo in me in verit, fermato e
stabilito che non pu desiderare cosa che non abbi. Desiderando di
vedere me, egli mi vede a faccia a faccia; desiderando di vedere la
gloria e loda del nome mio ne' sancti miei, egli la vede s nella natura
angelica e s nella natura umana.




CAPITOLO LXXX

  Come li mondani rendono gloria e loda a Dio, vogliano essi o no.


--E tanto  perfecto el suo vedere che non tanto ne' cittadini che sonno
a vita etterna ma nelle creature mortali vede la gloria e loda del nome
mio; ch, o voglia el mondo o no, egli mi rende gloria. Vero  che non
me la rende per lo modo che debba, amando me sopra ogni cosa. Ma da la
parte mia Io trago di loro gloria e loda al nome mio, cio che in loro
riluce la misericordia mia e l'abbondanzia della mia carit, prestando
el tempo, non comandando a la terra che gl'inghioctisca per li difecti
loro. Anco gli aspecto, e a la terra comando che lo' doni de' fructi
suoi, al sole che gli scaldi e dia lo' la luce e 'l caldo suo, al cielo
che si muova; e in tucte quante le cose create facte per loro Io uso la
mia misericordia e carit, non sottraendole per li difecti loro. Anco le
do al peccatore come al giusto, e spesse volte pi al peccatore che al
giusto, perch il giusto, che  apto a portare, il privar del bene
della terra per darli pi abondantemente del bene del cielo. S che la
misericordia mia e carit riluce sopra di loro.

Alcuna volta, nelle persecuzioni ch'e' servi del mondo faranno a' servi
miei, provando in loro la virt della pazienzia e della carit,
offerendo il servo mio, che sostiene, umili e continue orazioni, me ne
torna gloria e loda al nome mio. S che, o voglia quello iniquo o no, me
ne torna gloria; poniamo che 'l suo rispecto non fusse per ci, ma per
farmi vituperio.




CAPITOLO LXXXI

  Come eziandio li demni rendono gloria e loda a Dio.


--Questi stanno in questa vita ad aumentare la virt ne' servi miei, s
come le dimonia stanno ne l'inferno come miei giustizieri e aumentatori:
cio facendo giustizia de' dannati, e aumentatori a le creature mie che
sonno viandanti e peregrine in questa vita, facte per giognere a me
termine loro. Essi gli aumentano exercitandoli in virt con molte
molestie e temptazioni in diversi modi: facendo fare ingiuria l'uno a
l'altro, e tllare le cose l'uno dell'altro non solamente per le cose o
per la ingiuria, ma per privarli della carit. Credendo privare i servi
miei, ed essi gli fortificano, provando in loro la virt della
pazienzia, fortezza e perseveranzia.

Per questo modo rendono gloria e loda al nome mio, e cos s'adempie la
mia verit in loro, che gli avevo creati per gloria e loda di me Padre
etterno e perch participassero la bellezza mia; ma, ribellando a me per
la superbia sua, cadde e fu privato della mia visione: onde non mi
rendono gloria in dileczione d'amore. Ma Io, Verit etterna, gli ho
messi per strumento ad exercitare e' servi miei nella virt, e come
giustizieri di coloro che per li loro difecti vanno a l'ecterna
dannazione, e cos di coloro che vanno a le pene del purgatorio. S che
vedi che egli  la verit che la verit mia  adempita in loro, cio che
mi rendono gloria non come cittadini di vita etterna (ch ne sonno
privati per li loro difecti) ma come miei giustizieri, manifestando per
loro la giustizia mia sopra e' dannati e sopra quegli del purgatorio.




CAPITOLO LXXXII

  Come l'anima, poi che  passata di questa vita, vede pienamente la
     gloria e loda del nome di Dio in ogni creatura. E come in essa 
     finita la pena del desiderio, ma non el desiderio.


--Questo chi el vede e gusta: che in ogni cosa creata, e nelle creature
che hanno in loro ragione, e nelle dimonia si vega la gloria e loda del
nome mio? L'anima che  denudata dal corpo e gionta a me, fine suo, vede
schiectamente, e nel suo vedere cognosce la verit. Vedendo me, Padre
etterno, ama; amando,  saziato; saziato, cognosce la verit;
cognoscendo la verit,  fermata la volont sua nella volont mia e
legata e stabilita per modo che in veruna cosa pu sostenere pena,
perch egli ha quello che desiderava d'avere prima di vedere me, e di
vedere la gloria e loda del nome mio.

Egli la vede a pieno in verit ne' sancti miei e negli spiriti beati e
in tucte l'altre creature e nelle dimonia, come decto t'ho. E poniamo
che anco vega l'offesa che  facta a me, della quale in prima aveva
dolore: ora non ne pu avere dolore, ma compassione senza pena, amandoli
e sempre pregando me con affecto di carit ch'Io facci misericordia al
mondo.

 terminata in loro la pena ma non la carit: s come al Verbo del mio
Figliuolo in su la croce, nella penosa morte, termin la pena del
crociato desiderio che egli aveva portato dal principio che Io el mandai
nel mondo infino a l'ultimo della morte per la salute vostra; ma non
termin l'affecto della vostra salute, ma s la pena. Ch se l'affecto
della mia carit, la quale per mezzo di lui vi mostrai, fusse alora
terminata e finita in voi, voi non sareste, perch ste facti per amore:
se l'amore fusse ritracto a me, che Io non amasse l'essere vostro, voi
non sareste. Ma l'amore mio vi cre, e l'amore mio vi conserva. E perch
Io so' una cosa con la mia Verit, ed egli, Verbo incarnato, con meco,
fin la pena del desiderio e non l'amore del desiderio.

Vedi dunque che i santi e ogni anima che  ad vita ecterna hanno
desiderio della salute dell'anime senza pena, per che la pena termin
nella morte loro, ma none l'affecto della carit. Anche, come ebbri nel
sangue dello inmaculato Agnello, vestiti della carit del proximo,
passarono per la porta strecta, bagnati nel sangue di Cristo crucifixo,
e trovaronsi in me, mare pacifico, levati dalla imperfeczione, cio
dalla insaziet, e giunti alla perfeczione saziati d'ogni bene.




CAPITOLO LXXXIII

  Come, poi che sancto Paulo appostolo fu tracto a vedere la gloria
     de' beati, desiderava d'essere sciolto dal corpo; la qual cosa
     fanno anche quelli che sono giunti al terzo e al quarto santo stato
     predecto.


--Paulo dunque aveva veduto e gustato questo bene quando Io el trassi al
terzo cielo, cio nell'altezza della Trinit, gustando e cognoscendo la
verit mia, dove egli ricevette ad pieno lo Spirito santo e impar la
doctrina della mia Verit, Verbo incarnato. Vestitasi l'anima di Paulo,
per sentimento e unione, di me Padre ecterno, come i beati della vita
durabile, excepto che l'anima non era separata dal corpo, ma per
sentimento e unione; e piacendo alla mia bont di farlo vasello
d'elleczione nell'abisso di me Trinit ecterna, lo spogliai di me,
perch in me non cade pena, e Io volevo che sostenesse per lo nome mio;
e per gli posi per obiecto Cristo crucifixo dinanzi ad l'occhio
dell'intellecto suo, vestendoli el vestimento della doctrina sua, legato
e incatenato con la clemenzia dello Spirito santo, fuoco di carit.
Egli, come vasello disposto e reformato dalla bont mia, perch non fece
resistenzia quando fu percosso, anche dixe: Signore mio, che vuogli tu
che io faccia? Dimi quello che tue vuogli che io faccia, e io el far;
Io gliel'insegnai, quando gli posi Cristo crucifixo dinanzi ad l'occhio
suo, vestendolo della doctrina della mia Verit. Illuminato
perfectiximamente col lume della vera contrizione (colla quale spense el
difecto suo), fondato nella mia carit, si vest della dottrina di
Cristo crucifixo. E strinselo per s facto modo, siccome esso ti
manifest, che giamai no gli fu tracto di dosso: n per tentazione di
demonia, n per lo stimolo della carne che spesse volte lo impugnava
(lassato ad lui dalla mia bont per crescerlo in grazia e in merito, e
per umiliazione, per che egli avea gustata l'altezza della Trinit);
neanche per tribolazioni, n per veruna cosa che gli avenisse, allentava
el vestimento di Cristo crucifixo, cio la perserveranzia della doctrina
sua, anche, pi strectamente se lo incarnava. E tanto sello strinse, che
egli ne die' la vita, e con esso vestimento ritorn ad me, Dio ecterno.

Sicch Paulo avea provato che cosa era gustare me senza la gravezza del
corpo, facendogliele Io gustare per sentimento d'unione, ma non per
separazione.

Adunque, poi che fu ritornato ad s, vestito del vestimento di Cristo
crocifixo, alla perfeczione dell'amore che in me aveva gustata e veduta
e che i santi gustano separati dal corpo, gli pareva, el suo,
imperfecto. E per gli pareva che la gravezza del corpo gli ribellasse,
cio che gl'impedisse la grande perfeczione della saziet del desiderio,
che riceve l'anima doppo la morte. Onde la memoria gli pareva imperfecta
e debole, come ella , per la quale debilezza e imperfeczione
gl'impediva di potere ritenere ed essere capace e ricevere e gustare me
in verit con quella perfeczione che mi ricevono i santi. E per gli
pareva che ogni cosa, mentre che stava nel corpo suo, gli fuxe una legge
perversa che impugnasse e ribellasse contro allo spirito. Non di
impugnazione di peccato, per che gi ti dixi che Io el certificai
dicendo: Paulo, bastiti la grazia mia; ma di impugnazione che faceva
di impedire la perfeczione dello spirito, cio di vedere me
nell'essenzia mia, el quale vedere era impedito dalla legge e gravezza
del corpo. E per gridava: Disaventurato uomo, chi mi dissolverebbe dal
corpo mio? ch io ho una legge perversa, legata nelle menbra mie, che
impugna contro allo spirito. E cos  la verit: per che la memoria 
impugnata dalla imperfeczione corporale; lo intellecto  impedito e
legato, per questa grossezza del corpo, di non vedere me come Io sono
nell'essenzia mia; e la volont  legata, cio che non pu giugnere col
peso del corpo a gustare me, senza pena, Dio ecterno, per lo modo che
decto t'ho. Sicch Paulo diceva la verit: che egli aveva una legge
perversa legata nel corpo che impugnava contro allo spirito. E cos
questi miei servi, de' quali Io ti dicevo che erano giunti al terzo e al
quarto stato della perfecta unione che fanno in me, gridano con lui
volendo essere sciolti dal corpo e separati.




CAPITOLO LXXXIV

  Per quali cagioni l'anima desidera d'essere sciolta dal corpo. La
     quale cosa non potendo essere, non discorda per dalla volont di
     Dio; ma pi tosto si gloria in questa e in ogni altra pena per
     onore di Dio.


--Questi non sentono malagevolezza della morte, per che n'hanno
desiderio, e con odio perfecto hanno facto guerra col corpo loro; onde
hanno perduta la tenerezza che naturalmente  fra l'anima e 'l corpo:
sicch, dato el bocto all'amore naturale, con odio della vita del corpo
suo e con amore di me, desidera la morte. E per dice: Chi mi
dissolverebbe dal corpo mio? Io desidero d'essere sciolta dal corpo ed
essere con Cristo. E dicono ancora questi cotali col medeximo Paulo:
La morte m' in dexiderio e la vita impazienzia. Per che l'anima
levata in questa perfecta unione desidera di vedere me e di vedermi
rendere gloria e loda. Onde, tornando poi alla nuvila del corpo suo,
tornando, dico, el sentimento nel corpo (el quale sentimento era tracto
in me per affecto d'amore, siccome Io ti dixi, cio che tucti e'
sentimenti del corpo erano tratti per la forza dell'affecto dell'anima,
unita in me pi perfectamente che non  l'unione tra l'anima e 'l
corpo); traendo dunque ad me questa unione (per che gi ti dixi che il
corpo non era sufficiente a portare la continua unione), Io mi parto per
unione, ma non per grazia n per sentimento, come nel secondo e terzo
stato ti feci menzione, e sempre torno con pi acrescimento di grazia e
con pi perfecta unione. Onde, sempre di nuovo e con pi altezza e
cognoscimento della mia verit, torno, manifestando me medeximo a loro.
E quando Io mi parto, per lo modo decto, perch il corpo torni un poco
al sentimento suo, dico che per l'unione che Io avevo facta nell'anima,
e l'anima in me, tornando ad s, cio al sentimento del corpo, 
impaziente nel vivere, vedendosi levata da l'unione di me, levandosi da
la conversazione degl'inmortali e trovandosi con la conversazione de'
mortali, vedendo offendere me tanto miserabilemente.

Questo  il crociato desiderio che eglino portano vedendomi offendere da
le mie creature. Per questo e per lo desiderio di vedermi, l'
incomportabile la vita loro; e nondimeno, perch la volont loro non 
loro, anco  facta una cosa con meco per amore, non possono volere n
desiderare altro che quello ch'Io voglio. Desiderando el venire, sonno
contenti di rimanere, se Io voglio che rimangano con loro pena, per pi
gloria e loda del nome mio e salute de l'anime. S che in veruna cosa si
scordano da la mia volont, ma corrono con espasimato desiderio, vestiti
di Cristo crocifixo, tenendo per lo ponte della doctrina sua,
gloriandosi degli obrobri e pene sue. Tanto si dilectano quanto si
veggono sostenere; anco, nel sostenere de le molte tribulazioni, a loro
 uno refrigerio nel desiderio della morte, che, spesse volte, per lo
desiderio e volont del sostenere mitiga la pena che essi hanno d'essere
sciolti dal corpo.

Costoro non tanto che portino con pazienzia, come nel terzo stato ti
dixi, ma essi si gloriano, per lo nome mio, portare molte tribolazioni.
Portando, hanno dilecto; non portando, hanno pena temendo che el loro
bene adoperare non el voglia remunerare in questa vita, o che non sia
piacevole a me il sacrifizio de' loro desidri: ma sostenendo,
permectendo lo' le molte tribolazioni, essi si rallegrano, vedendosi
vestire delle pene e obrobri di Cristo crocifixo. Unde, se lo' fusse
possibile d'avere virt senza fadiga, non la vorrebbero, ch pi tosto
si vogliono dilectare in croce con Cristo e con pena acquistare le
virt, che per altro modo avere vita etterna.

Perch? perch sonno affogati e annegati nel Sangue, dove truovano
l'affocata mia carit; la quale carit  uno fuoco, che procede da me,
che rapisce il cuore e la mente loro, acceptando el sacrificio de' loro
desidri. Unde si leva l'occhio de l'intellecto specolandosi nella mia
Deit, dove l'affetto si notrica e si unisce, tenendo dietro a
l'intellecto. Questo  uno vedere per grazia infusa che Io fo ne l'anima
che in verit ama e serve me.




CAPITOLO LXXXV

  Come quelli che sono gionti al predecto stato unitivo, sono
     illuminati nell'occhio dell'intellecto loro di lume sopranaturale
     infuso per grazia; e come  meglio andare per consiglio de la
     salute dell'anima ad uno umile con sancta coscienzia, che a uno
     superbo licterato.


--Con questo lume, il quale  posto ne l'occhio de l'intellecto, mi
vidde Tomaso, unde acquist el lume della molta scienzia. Agustino,
Ieronimo e gli altri doctori e sancti miei, illuminati dalla mia verit,
intendevano e cognoscevano nelle tenebre la mia verit; cio che la
sancta Scriptura, che pareva tenebrosa perch non era intesa, non per
difecto della Scriptura ma dello intenditore che non intendeva. E per
Io mandai queste lucerne ad illuminare gli accecati e grossi
intendimenti. Levavano l'occhio de l'intellecto per cognoscere la verit
nella tenebre, come decto . E Io, fuoco acceptatore del sacrificio
loro, gli rapivo, dando lo' lume non per natura ma sopra ogni natura, e
nella tenebre ricevevano el lume cognoscendo la verit per questo modo.

Unde, quella che alora appareva tenebrosa, appare ora con perfectissimo
lume a' grossi e a' soctili di qualunque maniera gente si sia. Ogniuno
riceve secondo la sua capacit e secondo che esso si vuole disponere a
cognoscere me, perch'Io none spregio le loro disposizioni. S che vedi
che l'occhio de l'intellecto ha ricevuto lume infuso per grazia sopra
del lume naturale, nel quale i doctori e gli altri sancti cognobbero la
luce nella tenebre, e di tenebre si fece luce, per che lo 'ntellecto
fu prima che fusse formata la Scriptura; unde da l'intellecto venne la
scienzia, perch nel vedere discerse.

Per questo modo discersero e intesero e' sancti padri e profeti che
profetavano de l'avenimento e morte del mio Figliuolo. Per questo modo
ebbero gli apostoli doppo l'avenimento dello Spirito sancto, che lo'
done questo lume sopra el lume naturale. Questo ebbero evangelisti,
doctori, confessori, vergini e martiri; e tucti sono stati illuminati da
questo perfecto lume; e ogniuno avutolo in diversi modi, secondo la
necessit della salute sua e della salute de le creature, e a
dichiarazione della sancta Scriptura. S come fecero e' sancti doctori,
nella scienzia dichiarando la doctrina della mia Verit, la predicazione
degli appostoli, le sposizioni sopra e' vangeli de' vangelisti; e'
martiri, dichiarando nel sangue loro el lume della sanctissima fede, el
fructo e il tesoro del sangue de l'Agnello; le vergini, ne l'affecto
della carit e purit; negli obedienti  dichiarata l'obedienzia del
Verbo, cio mostrando la perfeczione de l'obedienzia, la quale riluce
nella mia Verit, che, per l'obedienzia ch'Io gl'imposi, corse a
l'obrobriosa morte della croce.

Tucto questo lume e' si vede nel vecchio e nel nuovo Testamento. Nel
vecchio, le profezie de' sancti profeti, fu veduto e cognosciuto da
l'occhio de l'intellecto col lume infuso per grazia da me sopra el lume
naturale, come decto t'ho. Nel nuovo Testamento della vita evangelica,
con che  dichiarata a' fedeli cristiani? con questo lume medesimo. E
perch ella procedeva da uno medesimo lume, non ruppe la legge nuova la
legge vechia, anco si leg insieme; ma tolsele la imperfeczione, perch
ella era fondata solo in timore. Venendo el Verbo de l'unigenito mio
Figliuolo, con la legge de l'amore la comp, dandole l'amore, levando el
timore della pena e rimanendo el timore sancto. E per dixe la mia
Verit a' discepoli per dimostrare che Egli non era rompitore della
legge: Io non so' venuto a dissolvere la legge, ma adempirla. Quasi
dicesse la mia Verit a loro:--La legge  ora imperfecta, ma col sangue
mio la far perfecta, e cos la riempir di quello che ora le manca,
tollendo via el timore della pena e fondandola in amore e in timore
sancto.

Chi la dichiar che questa fusse la verit? El lume che fu dato ed 
dato a chi el vuole ricevere per grazia sopra el lume naturale, come
decto . S che ogni lume che esce della sancta Scriptura  uscito ed
esce da questo lume. E per gl'ignoranti superbi scienziati aciecano nel
lume, perch la superbia e la nuvila de l'amore proprio ha ricoperta e
tolta questa luce: per intendono pi la Scriptura licteralmente che con
intendimento; e per ne gustano la lectera rivollendo molti libri, e non
gustano il merollo della Scriptura, perch s'hanno tolto el lume con che
 formata e dichiarata la Scriptura. Unde questi cotali si maravigliano
e cadranno nella mormorazione vedendo molti grossi e idioti nel sapere
la Scriptura sancta, e nondimeno sonno tanto illuminati nel cognoscere
la verit come se longo tempo l'avessero studiata. Questa non 
maraviglia neuna, perch egli hanno la principale cagione del lume unde
venne la scienzia. Ma perch essi superbi hanno perduto el lume, non
veggono n cognoscono la bont mia, n el lume della grazia infusa sopra
de' servi miei.

Unde Io ti dico che molto  meglio andare per consiglio della salute de
l'anima a uno umile con sancta e dricta coscienzia, che a uno superbo
lecterato studiante nella molta scienzia, perch colui non porge se non
di quello che elli ha in s, unde, per la tenebrosa vita, spesse volte
el lume della sancta Scriptura porger in tenebre. El contrario trovar
ne' servi miei, ch el lume che hanno in loro, quello porgono con fame e
desiderio de la salute sua.

Questo t'ho decto, dolcissima figliuola mia, per farti cognoscere la
perfeczione di questo unitivo stato, dove l'occhio de l'intellecto 
rapito dal fuoco della carit mia, nella quale carit ricevono el lume
sopranaturale. Con esso lume amano me, perch l'amore va dietro a
l'intellecto, e quanto pi cognosce, pi ama, e quanto pi ama, pi
cognosce. Cos l'uno nutrica l'altro.

Con questo lume giongono a l'etterna mia visione, dove veggono e gustano
me in verit, separata l'anima dal corpo, s come Io ti dixi quando ti
contiai della beatitudine che l'anima riceveva in me. Questo  quello
stato excellentissimo che, essendo anco mortale, gusta tra gl'inmortali.
Unde spesse volte viene a tanta unione, che a pena che egli sappi se
egli  nel corpo o fuore del corpo, e gusta l'arra di vita etterna s
per l'unione che ha facta in me e s perch la volont  morta in s,
per la quale morte fece unione in me, che in altro modo perfectamente
non la poteva fare. Adunque gustano vita etterna, privati de lo 'nferno
della propria volont, la quale d una arra d'inferno a l'uomo che vive
a la volont sensitiva, s come Io ti dixi.




CAPITOLO LXXXVI

  Repetizione utile di molte cose gi decte; e come Dio induce questa
     devota anima a pregarlo per ogni creatura e per la sancta Chiesa.


--Ora hai veduto con l'occhio de l'intellecto tuo ed hai udito con
l'orecchia del sentimento da me, Verit etterna, che modo ti conviene
tenere a fare utilit, a te e al proximo tuo, di doctrina e di
cognoscere la mia verit, s come nel principio ti dixi che a
cognoscimento della verit si viene per lo cognoscimento di te: non puro
cognoscimento di te, ma condito e unito col cognoscimento di me in te.
Unde hai trovato umilit, odio e dispiacimento di te, e il fuoco della
mia carit per lo cognoscimento che trovasti di me in te; unde venisti
ad amore e dileczione del proximo, facendo a lui utilit di doctrina e
di sancta e onesta vita.

Anco t'ho mostrato el ponte come egli sta, ed hotti mostrato e' tre
scaloni generali posti per le tre potenzie de l'anima; e come veruno pu
avere la vita della grazia se non gli saglie tucti e tre, cio che sieno
congregati nel nome mio. E anco te gli ho manifestati in particulare per
li tre stati de l'anima figurati nel Corpo de l'unigenito mio Figliuolo,
del quale ti dixi che egli aveva facto scala del Corpo suo, mostrandolo
ne' piei confitti, e ne l'apritura del lato, e nella bocca dove gusta
l'anima la pace e la quiete, per lo modo che decto .

E hotti mostrata la imperfeczione del timore servile e la imperfeczione
de l'amore, amando me per dolcezza; e la perfeczione del terzo stato di
coloro che sonno gionti a la pace della bocca, essendo corsi con
ansietato desiderio per lo ponte di Cristo crocifixo, salendo e' tre
scaloni generali, cio d'avere congregate le tre potenzie de l'anima,
dove congrega tucte le sue operazioni nel nome mio, s come di sopra ti
spianai pi chiaramente; e de' tre scaloni particulari e' quali ha
saliti, passato dallo stato imperfecto al perfecto. E cos gli hai
veduti crrire in verit, e factati gustare la perfeczione de l'anima
con l'adornamento delle virt, e gl'inganni che riceve prima che gionga
a la sua perfeczione, se essa non essercita el tempo suo nel
cognoscimento di s e di me.

Anco t'ho dichiarata la miseria di coloro che vanno annegandosi per lo
fiume, non tenendo per lo ponte della doctrina della mia Verit, el
quale Io vi posi perch voi none annegaste; ma eglino, come matti, sono
voluti annegare nella miseria e puzza del mondo.

Tucto questo t'ho dichiarato per farti crescere il fuoco del sancto
desiderio e la compassione e dolore della dannazione de l'anime, acci
che 'l dolore e l'amore ti costringa a strignere me con lagrime e
sudori: con lagrime de l'umile e continua orazione offerta a me con
fuoco d'ardentissimo desiderio. E non solamente per te, ma per molte
altre creature e servi miei che l'udiranno. Saranno costrecti da la mia
carit (cos insiememente tu e gli altri servi miei) di pregare e
strignere me a fare misericordia al mondo e al corpo mistico della
sancta Chiesa per cui tu tanto mi preghi.

Perch gi ti dixi, se ben ti ricorda, che Io adempirei e' desidri
vostri dandovi refrigerio nelle vostre fadighe, cio satisfacendo a'
penosi vostri desidri, donando la reformazione della sancta Chiesa di
buoni e sancti pastori: non con guerra, come Io ti dixi, n con coltello
n crudelt, ma con pace e quiete, lagrime e sudori de' servi miei, e'
quali v'ho messi come lavoratori de l'anime vostre e di quelle del
proximo, e nel corpo mistico della sancta Chiesa. In voi, lavorare in
virt: nel proximo e nella sancta Chiesa, in exemplo e in doctrina, e
continua orazione offerire a me per lei e per ogni creatura; parturendo
le virt sopra del proximo vostro per lo modo che decto t'ho. Perch gi
ti dixi che ogni virt e difecto si faceva e aumentavasi sopra del
proximo.

E per voglio che facciate utilit al proximo vostro; e per questo modo
darete de' fructi della vigna vostra. Non vi ristate di gittarmi oncenso
d'odorifere orazioni per salute de l'anime e perch'Io voglio fare
misericordia al mondo, e con esse orazioni e sudori e lagrime lavare la
faccia della sposa mia, cio della sancta Chiesa, perch gi te la
mostrai in forma d'una donzella lordata tucta la faccia sua, quasi come
lebbrosa. Questo era per lo difecto de' ministri, e di tucta la
religione cristiana, che al pecto di questa sposa si notricano. De'
quali difecti Io in un altro luogo ti narrar.




CAPITOLO LXXXVII

  Come questa devota anima fa petizione a Dio di volere sapere de li
     stati e fructi de le lagrime.


Alora quella anima, ansietata di grandissimo desiderio, levandosi come
ebbra s per l'unione che era facta in Dio e s per quello che aveva
udito e gustato da la prima dolce Verit, e ansietata di dolore della
ignoranzia delle creature di non cognoscere il loro benefactore e
l'affecto della carit di Dio (e nondimeno aveva una allegrezza d'una
speranza della promessa che la verit di Dio aveva facta a lei,
insegnandole el modo che ella dovesse tenere, ed ella e gli altri servi
di Dio, per volere che egli faccia misericordia al mondo); levando
l'occhio de l'intellecto nella dolce Verit dove stava unita, volendo
alcuna cosa sapere sopra de' decti stati de l'anima che Dio aveva a lei
narrati, vedendo che l'anima passa agli stati con lagrime; e per
voleva sapere da la Verit la differenzia delle lagrime, e come erano
facte, e unde procedevano, e il fructo che seguitava doppo el pianto.

Volendo adunque saperlo da la prima dolce Verit unde procedevano le
decte lagrime, e di quante fussero ragioni lagrime, perch la verit non
si pu cognoscere altro che da essa Verit, per dimanda la Verit. E
nulla cosa si cognosce nella Verit che non si vegga con l'occhio de
l'intellecto, unde  bisogno, a chi vuole cognoscere, che si levi con
desiderio di volere cognoscere col lume della fede nella Verit, aprendo
l'occhio de l'intellecto con la pupilla della fede ne l'obbiecto della
Verit.

Poi che ebbe cognosciuto, perch non l'era escito di mente la doctrina
che le die' la Verit, cio Dio, che per altra via non poteva sapere
quello che desiderava di sapere degli stati e fructi delle lagrime, lev
s sopra di s con grandissimo desiderio oltre a ogni modo, e col lume
della fede viva upriva l'occhio de l'intellecto suo nella Verit
etterna, nella quale vide e cognobbe la verit di quello che dimandava.
Manifestandole Dio se medesimo, cio la benignit sua, conscendendo a
l'affocato desiderio, adempiva la sua petizione.




CAPITOLO LXXXVIII

  Come sono cinque maniere di lagrime.


Alora diceva la Verit prima dolce di Dio:--O dilectissima e carissima
figliuola, tu m'adimandi di volere sapere delle ragioni delle lagrime e
de' fructi loro; e Io non ho spregiato el desiderio tuo. Apre bene
l'occhio de l'intellecto, e mostrarocti, per li decti stati de l'anima
che contiati t'ho, le lagrime imperfecte fondate nel timore.

Ma prima, delle lagrime degl'iniqui uomini del mondo. Queste sonno
lagrime di dannazione.

Le seconde sonno quelle del timore, di coloro che si levano dal peccato
per timore della pena, e per timore piangono.

El terzo  di coloro che, levati dal peccato, cominciano a gustare me, e
con dolcezza piangono, e comincianmi a servire; ma, perch  imperfecto
l'amore,  imperfecto el pianto, s come Io ti narrar.

El quarto  di coloro che gionti sonno a perfeczione nella carit del
proximo, amando me senza rispecto veruno di s. Costoro piangono, e il
pianto loro  perfecto.

El quinto  unito col quarto: sonno lagrime di dolcezza gictate con
grande suavit, s come di socto distesamente ti dir.

Anco ti narrar delle lagrime del fuoco, senza lagrima d'occhio, per
satisfare a coloro che spesse volte desiderano el pianto e non el
possono avere. E voglio che tu sappi che tucti questi diversi stati
possono essere in una anima levandosi dal timore e da l'amore imperfecto
e giognendo a la carit perfecta e a l'unitivo stato.

Ora ti comincio a narrare delle dette lagrime per questo modo.




CAPITOLO LXXXIX

  De la differenzia d'esse lagrime, discorrendo per li predecti stati
     dell'anima.


--Io voglio che tu sappi che ogni lagrima procede dal cuore, perch
neuno membro  nel corpo che voglia tanto satisfare al cuore quanto
l'occhio. Se egli ha dolore, l'occhio el manifesta; e se egli  dolore
sensitivo, gicta lagrime cordiali che generano morte, perch procedevano
dal cuore, perch l'amore era disordinato fuore di me; e perch egli 
disordinato, per  con offesa di me e riceve mortale dolore e lagrime.
 vero che la gravezza della colpa e pianto  pi grave e meno, secondo
la misura del disordinato amore. Questi sonno quelli primi che hanno
lagrime di morte, de' quali Io t'ho decto e dir.

Ora comincia a vedere le lagrime che cominciano a dare vita, cio di
coloro che, cognoscendo le colpe loro, per timore della pena cominciano
a piangere. Queste sonno lagrime cordiali e sensitive, cio che, non
essendo ancora al perfectissimo odio della colpa commessa per l'offesa
facta a me, levansi con uno cordiale dolore per la pena che lo' sguita
doppo el peccato commesso; e per l'occhio piagne perch vuole satisfare
al dolore del cuore.

Ed exercitandosi l'anima a la virt, comincia a perdere il timore,
perch cognosce che solo el timore non  sufficiente a darli vita
etterna, s come nel secondo stato dell'anima Io ti narrai. E per si
leva con amore a cognoscere se medesima e la mia bont in s, e comincia
a pigliare speranza della misericordia mia, nella quale il cuore sente
allegrezza. Mescolato el dolore della colpa con allegrezza della
speranza della divina mia misericordia, l'occhio alora comincia a
piangere: la quale lagrima esce della fontana del cuore. Ma perch
ancora non  gionta a la grande perfeczione, spesse volte gitta lagrime
sensuali. Se tu mi dimandi:--Per che modo?--rispondoti: Perch la radice
de l'amore proprio di s non  d'amore sensitivo (che gi v' levato per
lo modo decto), ma  uno amore spirituale quando l'anima appetisce le
spirituali consolazioni, delle quali distesamente ti dixi la
imperfeczione loro, o mentali o con mezzo d'alcuna creatura amata di
spirituale amore. Quando  privata di quella cosa che ama, cio delle
consolazioni o dentro o di fuore (dentro, per consolazione che abbi
tracta da me; o di fuore, della consolazione che aveva dalla creatura),
e sopravenendo le temptazioni o persecuzioni dagli uomini, el cuore ha
dolore: e subbito l'occhio, che sente il dolore e la pena del cuore,
comincia a piangere d'uno pianto tenero e compassionevole a se medesima,
d'una compassione spirituale di proprio amore, perch non  ancora
conculcata e annegata la propria volont in tucto. Per questo modo gicta
lagrime sensuali, cio di spirituale passione.

Ma, crescendo ed exercitandosi nel lume del cognoscimento di s, concipe
uno dispiacimento in se medesima e odio perfecto di se medesima, unde
traie uno cognoscimento vero della mia bont con uno fuoco d'amore, e
comincia a unirsi e conformare la volont sua con la mia. E cos
comincia a sentire gaudio e compassione: gaudio in s per l'affecto de
l'amore, e compassione al proximo, s come nel terzo stato Io ti narrai.
Subbito l'occhio, che vuole satisfare al cuore, geme nella carit mia e
del proximo suo con cordiale amore, dolendosi solo de l'offesa mia e del
dapno del proximo e non di pena n danno proprio di s, perch non pensa
di s, ma solo pensa di potere rendere gloria e loda al nome mio; e con
espasimato desiderio si dilecta di prendere il cibo in su la mensa della
sanctissima croce, cio conformandosi con l'umile, paziente e inmaculato
Agnello, unigenito mio Figliuolo, del quale feci ponte, come decto .

Poi che cos dolcemente  ita per lo ponte, seguitando la doctrina della
dolce mia Verit, e passata per questo Verbo, sostenendo con vera e
dolce pazienzia ogni pena e molestia, secondo che Io ho permesso per la
salute sua, ella virilmente l'ha ricevute, none eleggendole a suo modo
ma a mio; e non tanto che porti con pazienzia, come Io ti dixi, ma con
allegrezza sostiene. E recasi in una gloria d'essere perseguitata per lo
nome mio, pure che abbia di che patire. Alora viene l'anima a tanto
dilecto e tranquillit di mente, che non  lingua sufficiente a poterlo
narrare.

Passata col mezzo di questo Verbo (cio per la doctrina de l'unigenito
mio Figliuolo), fermato l'occhio de l'intellecto in me, dolce prima
Verit, veduta la cognosce, e cognoscendo l'ama. Tracto l'affecto dietro
a l'intellecto, gusta la Deit mia etterna, la quale cognosce, e vede
essa natura divina unita con la vostra umanit. Riposasi alora in me,
mare pacifico. El cuore  unito per affecto d'amore in me, s come nel
quarto unitivo stato ti dixi. Nel sentimento di me, Deit etterna,
l'occhio comincia a versare lagrime di dolcezza, che drictamente sonno
uno lacte che nutrica l'anima in vera pazienzia. Queste lagrime sonno
uno unguento odorifero che gicta odore di grande soavit.

O dilectissima figliuola mia, quanto  gloriosa quella anima che cos
realmente ha saputo trapassare dal mare tempestoso a me, mare pacifico,
e impto el vaso del cuore suo nel mare di me, somma ed etterna Deit! E
per l'occhio, ch' uno condocto, s'ingegna, come egli ha tracto del
cuore, di satisfarli; e cos versa lagrime.

Questo  quello ultimo stato dove l'anima sta beata e dolorosa: beata
sta per l'unione che ha facta meco per sentimento, gustando l'amore
divino; dolorosa sta per l'offesa che vede fare a me, bont e grandezza
mia, la quale ha veduta e gustata nel cognoscimento di s e di me, per
lo quale cognoscimento di s e di me gionse a l'ultimo stato. E non 
per impedito lo stato unitivo (che d lagrime di grande dolcezza), per
lo conoscimento di s, nella carit del proximo, nella quale trov
pianto d'amore della divina mia misericordia e dolore de l'offesa del
proximo: piangendo con coloro che piangono e godendo con coloro che
godono (ci sonno coloro che vivono in carit, de' quali l'anima gode
vedendo rendere gloria e loda a me da' servi miei). S che 'l pianto
secondo (cio il terzo) non impedisce l'ultimo, (cio il quarto),
l'unitivo secondo; anco condisce l'uno l'altro. Ch se l'ultimo pianto,
dove l'anima ha trovata tanta unione, non avesse tracto dal secondo
(cio dal terzo stato della carit del proximo), non sarebbe perfecto.
S che  di bisogno che si condisca l'uno con l'altro, altrementi
verrebbe a presumpzione, nella quale intrarrebbe uno vento sottile d'una
propria reputazione, e cadrebbe da l'altezza infino a la bassezza del
primo vomito. E per  bisogno di portare e tenere continuo la carit
del proximo suo con vero cognoscimento di s.

Per questo modo nutricar el fuoco della mia carit in s, perch la
carit del proximo  tracta da la carit mia, cio da quello
cognoscimento che l'anima ebbe conoscendo s e la bont mia in s, unde
ella si vidde amare da me ineffabilemente. E per con questo medesimo
amore che vide in s essere amata, ama ogni creatura che ha in s
ragione; e questa  la ragione che l'anima si distende, subbito che
conosce me, ad amare il proximo suo. Unde, perch vidde, l'ama
ineffabilemente, s che ama quella cosa che vidde che Io pi amavo.

Poi cognobbe che a me non poteva fare utilit n rendermi quel puro
amore con che si sente essere amata da me; e per si pone a rendermi
amore con quello mezzo che Io v'ho posto, cio il proximo suo, che 
quel mezzo a cui dovete fare utilit (s come Io ti dixi che ogni virt
si faceva col mezzo del proximo a ogni creatura in comune e in
particulare), secondo le diverse grazie ricevute da me, dandovele a
ministrare. Amare dovete di quel puro amore che Io ho amati voi: questo
non si pu fare verso di me, perch'Io v'amai senza essere amato e senza
veruno rispecto. E per che v'ho amati senza essere amato da voi, prima
che voi fuste (anco l'amore mi mosse a crearvi a la imagine e
similitudine mia), non el potete rendere a me, ma dovetelo rendere alla
creatura che ha in s ragione, amandoli senza essere amato da loro; e
amare senza alcuno rispecto di propria utilit o spirituale o temporale,
ma solo amare a gloria e loda del nome mio, perch  amata da me. Cos
adempirete il comandamento della legge: d'amare me sopra ogni cosa e il
proximo come voi medesimi.

Bene  dunque vero che a quella altezza non si pu giognere senza questo
secondo stato, cio che viene el terzo stato e il secondo a l'unione.
N, poi che  gionto, si pu conservare se si partisse da quello affecto
unde pervenne a le seconde lagrime decte; s come non si pu adempire la
legge di me, Dio etterno, senza quella del proximo vostro, perch sonno
due piei de l'affecto per cui s'observano e' comandamenti e i consigli
(s com'Io ti dixi) che vi die' la mia Verit, Cristo crocifixo.

Cos questi due stati, de' quali  facto uno, notricano l'anima nelle
virt, crescendola nella perfeczione delle virt e de l'unitivo stato.
Non che muti altro stato, poi che  gionto a questo; ma questo medesimo
cresce la ricchezza della grazia in nuovi e in diversi doni e amirabili
elevazioni di mente, s come Io ti dixi, con uno cognoscimento di verit
che quasi, essendo mortale, pare immortale: perch 'l sentimento della
propria sensualit  mortificato, e la volont  morta per l'unione che
ha facta in me.

Oh, quanto  dolce questa unione a l'anima che la gusta! che,
gustandola, vede le segrete cose mie, onde spesse volte ricever spirito
di profezia in sapere le cose future. Questo fa la mia bont, bench
l'anima umile sempre le debba spregiare: none l'affecto della mia
carit che do, ma l'appetito delle proprie consolazioni, reputandosi
indegna della pace e quiete della mente, per notricare la virt dentro
ne l'anima sua. E none sta nel secondo stato, ma torna a la valle del
conoscimento di s.

Questo le permecto, per grazia, di darle questo lume acci che sempre
cresca, perch l'anima non  tanto perfecta in questa vita che non possa
crescere a maggiore perfeczione, cio a perfeczione d'amore. Solo el
dilecto unigenito mio Figliuolo, capo vostro, fue quello a cui non pot
crescere alcuna perfeczione perch Egli era una cosa con meco e Io con
lui; l'anima sua era beata per l'unione della natura mia divina. Ma voi,
perregrini membri, sempre ste apti a crescere in maggiore perfeczione.
Non per ad altro stato, come decto , poi che ste gionti a l'ultimo;
ma potete crescere quello ultimo medesimo con quella perfeczione che
sar di vostro piacere, mediante la grazia mia.




CAPITOLO XC

  Repetizione breve del precedente capitolo. E come el demonio fugge
     da quelli che sono gionti a le quinte lagrime. E come le molestie
     del dimonio sono verace via da giognere a questo stato.


--Ora hai veduto gli stati delle lagrime e la differenzia loro, secondo
che  piaciuto a la mia verit di satisfare al desiderio tuo. Delle
prime, di coloro che sonno in stato di morte (di colpa di peccato
mortale), vedesti che 'l pianto loro procede dal cuore generalmente,
perch 'l principio de l'affecto, unde venne la lagrima, era corrocto, e
per n'esce corrocto e miserabile pianto e ogni loro operazione.

El secondo stato  di coloro che cominciano a conoscere i loro mali per
la propria pena che lo' sguita doppo la colpa. Questo  uno comincio
generale buonamente dato da me a' fragili, che, come ignoranti,
s'anniegano gi per lo fiume, schifando la doctrina della mia verit; ma
molti e molti sonno quegli che conoscono loro senza timore servile, cio
di propria pena, e vannosene chi, di subbito, con uno grande odio di s,
per lo quale odio si reputa degno della pena; alcuni con una buona
simplicit si dnno servire me, loro Creatore, dolendosi de l'offesa che
hanno facta a me.  vero che egli  pi apto a giognere a lo stato
perfecto colui che va con grandissimo odio che gli altri, bene che,
exercitandosi, l'uno e l'altro giogne; ma questo giogne prima. Debba
guardare l'uno di non rimanere nel timore servile, e l'altro nella
tiepidezza sua, cio che in quella simplicit, non exercitandola, non vi
s'intepidisse dentro. S che questo  uno chiamare comune.

El terzo e il quarto  di coloro che, levati dal timore, sono gionti a
l'amore e a speranza, gustando la divina mia misericordia, ricevendo
molti doni e consolazioni da me, per le quali l'occhio, che satisfa al
sentimento del cuore, piagne; ma perch ancora  imperfecto, mescolato
col pianto sensitivo spirituale, come decto , giogne, exercitandosi in
virt, al quarto, dove l'anima, cresciuta in desiderio, uniscesi e
conformasi con la mia volont, in tanto che non pu volere n desiderare
se non quel ch'Io voglio, vestito della carit del proximo, unde traie
uno pianto d'amore in s e dolore de l'offesa mia e danno del proximo
suo. Questo  unito con la quinta e ultima perfeczione, dove egli si
unisce in verit, dove  cresciuto el fuoco del sancto desiderio, dal
quale desiderio el dimonio fugge e non pu percuotere l'anima, n per
ingiuria che le fusse facta, perch ella  facta paziente nella carit
del proximo, non per consolazione n spirituale n temporale, per che
per odio e vera umilit le spregia.

Egli  ben vero che 'l dimonio da la parte sua non dorme mai, ma insegna
a voi negligenti che nel tempo del guadagno state a dormire. Ma la sua
vigilia a questi cotali non pu nuocere, perch non pu sostenere il
calore della carit loro n l'odore de l'unione che ha facta in me, mare
pacifico, dove l'anima non pu essere ingannata mentre che star unita
in me. S che fugge come fa la mosca da la pignacta che bolle, per paura
che ha del fuoco: se fusse tiepida, non temarebbe, ma andarebbevi
dentro, bench spesse volte egli vi perisce, trovandovi pi caldo che
non si imaginava. E cos diviene de l'anima prima che venga a lo stato
perfecto: el dimonio, perch gli pare tiepida, v'entra dentro con molte
diverse temptazioni; ma, essendovi ponto di cognoscimento e di calore e
dispiacimento della colpa, resiste, legando la volont, che non
consenta, col legame de l'odio del peccato e amore della virt.

Rallegrisi ogni anima che sente le molte molestie, perch quella  la
via da giognere a questo dolce e glorioso stato. Perch gi ti dixi che
per lo conoscimento e odio di voi e per conoscimento della mia bont voi
venivate a perfeczione. Veruno tempo  che si conosca tanto bene l'anima
se Io so' in lei, quanto nel tempo delle molte bactaglie. In che modo?
Dicotelo: s conosce bene, vedendosi nelle bactaglie e non si pu
liberare n resistere che non l'abbia; pu bene resistere a la volont a
non consentire, ma in altro no. Alora pu conoscere s non essere: ch
se ella fusse alcuna cosa per se medesima, si levarebbe quelle che ella
non vuole. Cos per questo modo s'aumilia con vero conoscimento di s, e
col lume della sanctissima fede corre a me, Dio etterno, per la cui
bont si truova conservare la buona e sancta volont che non consente,
al tempo delle molte bactaglie, ad andare dietro a le miserie nelle
quali si sente molestare.

Bene avete dunque ragione di confortarvi con la doctrina del dolce e
amoroso Verbo, unigenito mio Figliuolo, nel tempo delle molte molestie e
pene, adversit e temptazioni dagli uomini e dal demonio, poi che
aumentano la virt e fanvi giognere a la grande perfeczione.




CAPITOLO XCI

  Come quelli, che desiderano le lagrime degli occhi e non le possono
     avere, hanno quelle del fuoco. E per che cagione Dio sottrae le
     lagrime corporali.


--Decto t'ho delle lagrime perfecte e imperfecte, e come tucte escono
del cuore. Di questo vasello esce ogni lagrima di qualunque ragione si
sia, e per tucte si possono chiamare lagrime cordiali: solo la
differenzia sta ne l'ordinato o disordinato amore e ne l'amore perfecto
o imperfecto, secondo che decto  di sopra.

Restoti ora a dire, a satisfaczione del desiderio tuo che m'hai
domandato, d'alcuni che vorrebbero la perfeczione delle lagrime e non
pare che le possino avere. Hacci altro modo che lagrima d'occhio? S:
cci un pianto di fuoco, cio di vero e sancto desiderio, el quale si
consuma per affecto d'amore: vorrebbe dissolvere la vita sua in pianto
per odio di s e salute de l'anime, e non pare che possa. Dico che
costoro hanno lagrima di fuoco, in cui piagne lo Spirito sancto dinanzi
a me per loro e per lo proximo loro. Cio dico che la divina mia carit
accende con la sua fiamma l'anima che offera ansietati desidri dinanzi
da me, senza lagrima d'occhio. Dico che queste sono lagrime di fuoco:
per questo modo dicevo che lo Spirito sancto piagneva. Questo non
potendo fare con lagrime, offera desidri di volont che ha di pianto,
per amore di me. Bench, se aprono l'occhio de l'intellecto, vedranno
che ogni servo mio che gitta odore di sancto desiderio ed umili e
continue orazioni dinanzi da me, piagne lo Spirito sancto per mezzo di
lui. A questo modo parbe che volesse dire il glorioso apostolo Pavolo,
quando dixe che lo Spirito sancto piagneva dinanzi a me, Padre, con
gemito inenarrabile per voi.

Adunque vedi che non  di meno el fructo della lagrima del fuoco che di
quella de l'acqua: anco spesse volte  di maggiore, secondo la misura de
l'amore. E per non debba venire a confusione di mente, n debbale
parere essere privata di me quella anima che desidera lagrime e non le
pu avere per lo modo che desidera; ma debbale desiderare con la volont
acordata con la mia e umiliata al s e al no, secondo che piace a la
divina mia bont. Alcuna volta Io permecto di non dare lagrime
corporalmente, per fare l'anima continuamente stare dinanzi da me
umiliata e con continua orazione e desiderio gustando me; ch avere da
me quello che essa dimanda non le sarebbe di quella utilit che essa si
crede, ma starebbesi contenta ad avere quello che ha desiderato, e
allentarebbe l'affecto e il desiderio con che ella me l'adimandava. S
che Io per acrescimento, e non perch diminuisca, sottrago a me di non
darle actuali lagrime d'occhio, ma dolle le mentali solamente di cuore,
piene di fuoco della divina mia carit. S che in ogni stato e in ogni
tempo saranno piacevoli a me, pure che l'occhio de l'intellecto non si
serri mai col lume della fede da l'obiecto della mia verit etterna con
affecto d'amore. Per ch'Io so' medico, e voi infermi; e do a tucti
quello che  di necessit e di bisogno a la vostra salute e a crescere
la perfeczione ne l'anima vostra.

Questa  la verit, e la dichiarazione degli stati delle decte lagrime
dichiarate da me, Verit etterna, a te dolcissima mia figliuola.
Annigati dunque nel sangue di Cristo crocifixo, umile, crociato,
inmaculato Agnello, unigenito mio Figliuolo, crescendo in continua
virt, acci che si nutrichi el fuoco della divina mia carit in te.




CAPITOLO XCII

  Come li quatro stati di questi predecti cinque stati de le lagrime
     dnno infinite varietadi di lagrime. E come Dio vuole essere
     servito con cosa infinita e non con cosa finita.


--Questi cinque stati predecti sonno come cinque principali canali de'
quali e' quattro dnno abondanzia e infinite variet di lagrime, che
tucte dnno vita, se sonno exercitate in virt, come detto t'ho. Come
infinite? Non dico che in questa vita siate infiniti in pianto, ma
infinite le chiamo per lo infinito desiderio de l'anima.

Ora t'ho decto come la lagrima procede dal cuore, e il cuore la porge a
l'occhio, avendola ricolta ne l'affocato desiderio: s come el legno
verde che sta nel fuoco, che per lo caldo geme l'acqua, perch egli 
verde (ch, se fusse secco, gi non gemarebbe); cos el cuore,
rinverdito per la rinnovazione della grazia, trctane la secchezza de
l'amore proprio che disecca l'anima. S che sonno unite fuoco e lagrime,
cio desiderio affocato. E perch il desiderio non finisce mai, non si
sazia in questa vita, ma quanto pi ama meno gli pare amare; e cos
exercita el desiderio sancto che  fondato in carit, col quale
desiderio l'occhio piagne.

Ma, separata che l'anima  dal corpo e gionta a me, fine suo, non
abandona per el desiderio che non desideri me e la carit del proximo
suo; inper che la carit  intrata dentro come donna, portandosene il
fructo di tucte l'altre virt.  vero che termina e finisce la pena, s
com'Io ti dissi; per che, se egli desidera me, esso m'ha in verit
senza alcuno timore di potere perdere quello che ha tanto tempo
desiderato. E in questo modo si notrica la fame: cio che avendo fame
sonno saziati, e saziati hanno fame, e di longa  il fastidio dalla
saziet, e di longa  la pena da la fame, perch ine non manca alcuna
perfeczione.

S che il desiderio vostro  infinito: ch altrementi non varrebbe n
avarebbe vita alcuna virt se fussi solamente servito con cosa finita,
perch Io, che so' Dio infinito, voglio essere servito da voi con cosa
infinita; e infinito altro non avete se non l'affecto e il desiderio
vostro de l'anima. E per questo modo dicevo che erano infinite variet
di lagrime, e cos  la verit per lo modo che decto ho: per lo infinito
desiderio che era unito con la lagrima. La lagrima, partita che l'anima
 dal corpo, rimane di fuore; ma l'affecto della carit ha tracto a s
el fructo della lagrima e consumatala, s come l'acqua nella fornace:
non  che l'acqua sia fuore della fornace, ma el calore del fuoco l'ha
consumata e tracta in s. Cos l'anima, gionta a gustare il fuoco de la
divina mia carit,  passata di questa vita con l'affecto della carit
di me e del prossimo suo, e con l'amore unitivo col quale gictava la
lagrima. E non restano mai di continuamente offerire loro desidri beati
e lagrimosi senza pena: non con lagrima d'occhio, ch ella  diseccata
nella fornace, come decto ; ma lagrima di fuoco di Spirito sancto.

Veduto hai dunque come sonno infinite, che pure in questa vita medesima
non  lingua sufficiente a narrare quanti diversi pianti si fanno in
questo stato decto. Ma hocti decta la differenzia de' quattro stati
delle lagrime.




CAPITOLO XCIII

  Del fructo de le lagrime degli uomini mondani.


--Restoti a dire del fructo che d la lagrima gictata con desiderio, e
quello che adopera ne l'anima. Ma prima ti cominciar della quinta,
della quale al principio ti feci menzione, cio di coloro che
miserabilmente vivono nel mondo, facendosi Dio delle creature e delle
cose create e della loro propria sensualit, unde vi viene ogni danno de
l'anima e del corpo. Io ti dixi che ogni lagrima procedeva dal cuore, e
cos  la verit, perch tanto si duole il cuore quanto egli ama. Gli
uomini del mondo piangono quando el cuore sente dolore, cio quando 
privato di quella cosa che egli amava. Ma molto sonno diversi e' pianti
loro: sai quanto? quanto  differente e diverso l'amore. E perch la
radice  corrocta del proprio amore sensitivo, ogni cosa n'esce
corrocta. Egli  uno arbore che non germina altro che fructi di morte,
fiori putridi, foglie macchiate, rami inchinati infino a terra, percossi
da diversi venti: questo  l'arbore de l'anima. Perch tucti ste arbori
d'amore, e per senza amore non potete vivere, perch ste facti da me
per amore. L'anima che virtuosamente vive pone la radice de l'arbore suo
nella valle della vera umilit: ma questi che miserabilmente vivono
l'hanno posta nel monte della superbia; unde, perch egli  mal
piantato, non produce fructo di vita, ma di morte. E' fructi sonno le
loro operazioni, e' quali sonno tucti avelenati di molti e diversi
peccati: e se veruno fructo di buona operazione essi fanno, perch 
corrocta la radice, ogni cosa n'esce guasto; cio che l'anima che  in
peccato mortale, neuna buona operazione che faccia, le vale a vita
etterna, perch non sonno facte in grazia. Bench non debba lassare per
la buona operazione, perch ogni bene  remunerato e ogni colpa punita.
El bene che  facto fuore della grazia non  sufficiente n gli vale a
vita etterna, come decto ; ma la divina bont e mia giustizia d
remunerazione imperfecta, come ella  data a me l'operazione imperfecta:
alcuna volta l' remunerato in cose temporali, alcuna volta ne gli
presto el tempo, s come in un altro luogo, sopra questa materia, di
sopra ti narrai, dandoli spazio pure perch egli si possa correggere.
Questo anco alcuna volta gli far: che gli dar vita di grazia con
alcuno mezzo de' servi miei e' quali sono piacevoli e accepti a me; s
come feci al glorioso apostolo Pavolo, che, per l'orazioni di sancto
Stefano, si lev da la sua infidelit e persecuzioni che faceva a'
cristiani. S che vedi bene che, in qualunque stato l'uomo si sia, non
debba mai lassare di ben fare.

Dicevoti che i fiori erano putridi; e cos  la verit. E' fiori sonno
le puzzolenti cogitazioni del cuore (le quali sonno spiacevoli a me), e
odio e dispiacimento verso el proximo suo. S come ladro, l'onore ha
furato di me, suo Creatore, e datolo a s. Questo fiore mena puzza di
falso e miserabile giudicio, el quale giudicio  in due modi: l'uno
verso di me, giudicando gli occulti miei giudici e ogni mio misterio
iniquamente, e in odio quello che Io gli ho facto per amore, e in bugia
quello che Io gli ho facto per verit, e in morte quello che Io do per
vita. Ogni cosa condannano e giudicano secondo el loro infermo parere,
perch si sonno aciecati, col proprio amore sensitivo, l'occhio de
l'intellecto e ricoperta la pupilla della sanctissima fede che non lo'
lassa vedere n cognoscere la verit.

L'altro giudicio ultimo  inverso del proximo suo, unde spesse volte
n'esce molto male; ch il misero uomo non cognosce s, e vuolsi ponere a
cognoscere il cuore e l'affecto della creatura che ha in s ragione, e,
per una operazione che vedr o parola che oda, vorr giudicare l'affecto
del cuore. Ma e' servi miei sempre giudicano in bene, perch sonno
fondati in me, sommo Bene. Ma questi cotali sempre giudicano in male,
perch sonno fondati nel miserabile male. De' quali giudici molte volte
ne viene odio, omicidii e dispiacimento verso del proximo suo, e
dilungamento da l'amore della virt de' servi miei.

Cos a mano a mano seguitano le foglie, le quali sonno le parole che
escono della bocca in vitoperio di me e del sangue de l'unigenito mio
Figliuolo e in danno del proximo suo. E non si curano d'altro che di
maledire e condepnare l'operazioni mie, o di bastemmiare e dire male
d'ogni creatura che ha in s ragione, come facto lo' viene, secondo che
il loro giudicio porta. E non tengono a mente (disaventurati a loro!)
che la lingua  facta solo per rendere onore a me e per confessare i
difecti loro, e adoperare per amore della virt e in salute del proximo.
Queste sonno le foglie macchiate della miserabile colpa, perch 'l
cuore, unde sonno procedute, non era schiecto, ma molto maculato di
doppiezza e di molta miseria. Quanto pericolo (oltre al danpno
spirituale della privazione della grazia che ha facta ne l'anima) esce
in danno temporale! Ch per le parole avete udito e veduto venire
mutazioni di Stati, disfacimento di citt e molti omicidii e altri mali:
perch la parola intr nel mezzo del cuore a colui a cui ella fu decta;
introe dove non sarebbe passato el coltello col dove pass e introe la
parola.

Dico che l'arbore ha sette rami che chinano infino a terra, de' quali
escono e' fiori e le foglie per lo modo che decto t'ho. Questi sonno e'
septe peccati mortali, e' quali sono pieni di diversi e molti peccati,
legati nella radice e gambone de l'amore proprio di s e della superbia.
La quale ha facto prima e' rami e i fiori delle molte cogitazioni; poi
procede la foglia delle parole e il fructo di gattive operazioni. Stanno
chinati infino a terra, cio che i rami de' peccati mortali non si
voltano altro che a la terra d'ogni fragile e disordinata sustanzia del
mondo, e in altro modo non mira se none in che modo si possa nutricare
della terra insaziabilmente, che mai non si sazia. Insaziabili sonno e
incomportabili a loro medesimi; e cosa convenevole  che egli sieno
sempre inquieti, ponendosi a desiderare e volere quella cosa che lo' d
sempre insaziet, s come Io ti dixi. Questa  la cagione perch essi
non si possono saziare: perch sempre apetiscono cosa finita, ed eglino
sonno infiniti quanto ad essere, ch l'essere loro non finisce mai
(perch finisca a grazia per la colpa del peccato mortale) e perch
l'uomo  posto sopra tucte le cose create, e non le cose create sopra
lui; e per non si pu saziare n stare quieto se none in cosa maggiore
di s. Maggiore di s non ci  altro che Io, Dio etterno; e per solo Io
gli posso saziare. E perch egli n' privato per la colpa commessa, sta
in continuo tormento e pena. Dipo' la pena gli sguita el pianto; e
giognendoli e' venti, percuotono l'arbore de l'amore della propria
sensualit dove egli ha facto ogni suo principio.




CAPITOLO XCIV

  Come li predecti piangitori mondani sono percossi da quatro diversi
     venti.


--O egli  vento di prosperit, o egli  vento d'aversit, o di timore,
o di coscienzia, che sonno quattro venti.

El vento della prosperit notrica la superbia con molta presumpzione,
con grandezza di s e avilimento del proximo suo. Se egli  signore, va
con molta ingiustizia e con vanit di cuore, e con immondizia di corpo e
di mente, e con propria reputazione e con molte altre cose che seguitano
doppo queste, le quali la lingua tua non potrebbe narrare. Questo vento
della prosperit  egli corrocto in s? No; n questo n veruno; ma 
corrocta la principale radice de l'arbore, unde ogni cosa corrompe.
Perch Io, che mando e dono ogni cosa che ha essere, so' somamente
buono; e per  buono ci che  in questo vento prospero. Unde ne gli
sguita pianto, perch 'l suo cuore non  saziato, ch desidera quello
che non pu avere; e non potendolo avere, ha pena, e nella pena piagne.
Gi ti dixi che l'occhio vuole satisfare al cuore.

Dipo' questo viene uno vento di timore servile, nel quale gli fa paura
l'ombra sua, temendo di perdere la cosa che egli ama. O egli teme di
perdere la vita sua medesima, o quella de' figliuoli o d'altre creature;
o teme di perdere lo stato suo o d'altre per amore proprio di s, o
onore o ricchezza. Questo timore non gli lassa possedere il dilecto suo
in pace, perch ordinatamente, secondo la mia volont, non le possiede;
e per gli sguita timore servile e pauroso, facto servo miserabile del
peccato, e tale si pu reputare quale  quella cosa a cui egli serve. El
peccato  non cavelle: adunque egli  venuto a non cavelle.

Mentre che il vento del timore l'ha percosso, ed elli giogne quello
della tribulazione e aversit della quale egli temeva, e privalo di
quello che egli aveva, alcuna volta in particulare e alcuna volta in
generale. Generale  quando  privato della vita, che per forza della
morte  privato d'ogni cosa. Alcuna volta  particulare, ch quando levo
una cosa e quando un'altra: o della sanit, o de' figliuoli, o
ricchezze, o stati, o onori, secondo che Io, dolce medico, vego che  di
necessit a la vostra salute, e per ve l'ho date. Ma, perch la
fragilit vostra  tucta corrocta, e senza veruno cognoscimento guasta
el fructo della pazienzia; e per germina impazienzia, scandalo e
mormorazione, odio e dispiacimento verso di me e delle mie creature, e
quello che Io ho dato per vita l'ha ricevuto in morte con quella misura
del dolore che egli aveva l'amore.

Ora  condocto a pianto affliggitivo d'impazienzia che disecca l'anima e
ucidela tollendole la vita della grazia; e disecca e consuma el corpo, e
acciecalo spiritualmente e corporalmente, e privalo d'ogni dilecto e
tollegli la speranza, perch  privato di quella cosa nella quale aveva
dilecto, dove aveva posto l'affecto e la speranza e la fede sua: s che
piagne. E non solamente la lagrima fa venire tanti inconvenienti, ma el
disordinato affecto e dolore del cuore, unde  proceduta la lagrima. Ch
non la lagrima de l'occhio in s d morte e pena, ma la radice unde ella
procede, cio l'amore proprio disordinato del cuore. Ch, se 'l cuore
fusse ordinato e avesse vita di grazia, la lagrima sarebbe ordinata e
costrignerebbe me, Dio etterno, a farli misericordia. Ma perch dicevo
che questa lagrima d morte? perch ella  il messo che vi manifesta la
vita o morte che fusse nel cuore.

Dicevo che veniva uno vento di coscienzia; e questo fa la divina mia
Bont, che, avendo provato con la prosperit per trarli per amore e col
timore, ch per importunit dirizzassero el cuore ad amare con virt e
non senza virt; provato con la tribolazione, data perch cognoscano la
fragilit e poca fermezza del mondo; ad alcuni altri, poi che questo non
giova, perch v'amo ineffabilemente, do uno stimolo di coscienzia,
perch si levino ad aprire la bocca bomicando el fracidume de' peccati
per la sancta confessione. Ma essi, come obstinati, e drictamente
riprovati da me per le iniquit loro (che non hanno voluto ricevere la
grazia mia in veruno modo), fugono lo stimolo della coscienzia, e
vannolo spassando con miserabili dilecti e dispiacere mio e del proximo
loro. Tucto l'adiviene perch  corrocta la radice con tucto l'arbore, e
ogni cosa l' in morte, e stanno in continue pene, pianti e amaritudine,
come decto . E se non si correggono mentre che hanno el tempo di potere
usare el libero arbitrio, passano da questo pianto dato in tempo finito,
e con esso giongono al pianto infinito. S che il finito lo' torna ad
infinito, perch la lagrima fu gictata con infinito odio della virt,
cio col desiderio de l'anima, fondato in odio, che  infinito.

Vero  che, se avessero voluto, ne sarebbero esciti mediante la mia
divina grazia nel tempo che essi erano liberi, non obstante ch'Io
dicesse essere infinito: infinito  in quanto l'affecto  essere de
l'anima, ma none l'odio e l'amore che fusse ne l'anima; ch, mentre che
ste in questa vita, potete amare e odiare, secondo che  di vostro
piacere. Ma se finisce in amore di virt, riceve infinito bene, e se
finisce in odio, sta in infinito odio ricevendo l'ecterna dannazione, s
come Io ti dixi quando ti contiai che s'annegavano per lo fiume; intanto
che non possono desiderare bene, privati della misericordia mia e della
carit fraterna, la quale gustano e' sancti l'uno con l'altro, cio
della carit di voi, perregrini viandanti in questa vita, posti qui da
me per giognere al termine vostro, di me, vita etterna.

N orazioni n limosine n verun'altra operazione lor vale: essi sono
membri tagliati dal corpo della divina mia carit, perch, mentre che
vissero, non volsero essere uniti a l'obbedienzia de' sancti miei
comandamenti nel corpo mistico della sancta Chiesa e nella dolce sua
obbedienzia, unde traete il sangue dello immaculato Agnello, unigenito
mio Figliuolo. E per ricevono el fructo de l'ecterna dannazione con
pianto e stridore di denti.

Questi sonno quelli martiri del dimonio, de' quali Io ti dixi; s che 'l
dimonio lo' d quello fructo che ha per s. Adunque vedi che questo
pianto d fructo di pene in questo tempo finito, e ne l'ultimo lo' d la
infinita conversazione delle dimonia.




CAPITOLO XCV

  De' fructi de le seconde e de le terze lagrime.


--Ora ti resto a dire de' fructi che ricevono coloro che si cominciano a
levare da la colpa per timore della pena, ad acquistare la grazia.
Alquanti sonno che escono della morte del peccato mortale per timore
della pena. Questo  il generale chiamare, come detto .

Che fructo riceve questo? che egli comincia a votiare la casa de l'anima
sua della immondizia, mandando el libero arbitrio el messo del timore
della pena. Poi che egli ha purificata l'anima da la colpa, riceve pace
di coscienzia, comincia a disponere l'affecto de l'anima e aprire
l'occhio de l'intellecto a vedere il luogo suo, che, prima che fusse
vto, non il vedeva n vedeva altro che puzza di molti e diversi
peccati. Comincia a ricevere consolazioni, perch 'l vermine della
coscienzia sta in pace, quasi aspectando di prendere il cibo della
virt. S come fa l'uomo, che, poi che ha sanato lo stomaco e tractone
fuore gli umori, dirizza l'appetito a prendere il cibo; cos questi
cotali aspectano pure che la mano del libero arbitrio con l'amore del
cibo delle virt gli apparecchi, ch doppo l'apparecchiare aspecta di
mangiare. E cos  veramente: che, exercitando l'anima el primo timore,
votiato de' peccati l'affecto suo, ne riceve il secondo fructo, cio il
secondo stato delle lagrime, dove l'anima, per affecto d'amore, comincia
a fornire la casa di virt. Bench imperfecta sia ancora, poniamo che
sia levata dal timore, riceve consolazione e dilecto perch l'amore de
l'anima sua ha ricevuto dilecto da la mia verit che so' esso amore; e,
per lo dilecto e consolazione che truova in me, comincia ad amare molto
dolcemente, sentendo la dolcezza della consolazione mia o dalle creature
per me.

Exercitando l'amore nella casa de l'anima sua, che  intrato dentro poi
che 'l timore l'ebbe purificata, comincia a ricevere i fructi della
divina mia bont, unde ebbe la casa de l'anima sua. Poi che egli 
intrato l'amore a possedere, comincia a gustare ricevendo molti vari e
diversi fructi di consolazione; e ne l'ultimo, perseverando, riceve
fructo di ponere la mensa: cio, poi che l'anima  trapassata dal timore
a l'amore delle virt, si pone la mensa sua. Gionto a le terze lagrime,
egli pone la mensa della sanctissima croce nel cuore e ne l'anima sua;
poi che l'ha posta, trovandovi el cibo del dolce e amoroso Verbo (el
quale dimostra l'onore di me Padre e la salute vostra per la quale fu
aperto el Corpo de l'unigenito mio Figliuolo dandosi a voi in cibo),
alora comincia a mangiare l'onore di me e la salute de l'anime con odio
e dispiacimento del peccato.

Che fructo riceve l'anima di questo terzo stato delle lagrime? Dicotelo:
riceve una fortezza fondata in odio sancto della propria sensualit, con
uno fructo piacevole di vera umilit, con una pazienzia che tolle ogni
scandalo, e priva l'anima d'ogni pena, perch col coltello de l'odio
ucise la propria volont, dove sta ogni pena: ch solo la volont
sensitiva si scandalizza delle ingiurie, delle persecuzioni e delle
consolazioni temporali o spirituali, come di sopra ti dixi, e cos viene
ad impazienzia. Ma, perch la volont  morta, con lagrimoso e dolce
desiderio comincia a gustare il fructo della lagrima della dolce
pazienzia.

O fructo di grande soavit, quanto se' dolce a chi ti gusta, e piacevole
a me, che stando ne l'amaritudine gusta la dolcezza! Nel tempo de
l'ingiuria ricevi la pace; nel tempo che se' nel mare tempestoso che i
venti pericolosi percuotono con le grandi onde la navicella de l'anima,
tu se' pacifica e tranquilla senza veruno male, ricoperta la navicella
con la dolce, etterna mia volont divina. Unde hai ricevuto vestimento
di vera e ardentissima carit, perch acqua non vi possa intrare. O
dilectissima figliuola, questa pazienzia  reina, posta nella rcca
della fortezza: ella vince e non  mai vinta; essa non  sola, ma 
acompagnata con la perseveranzia; ella  il mirollo della carit; ella 
colei che manifesta il vestimento d'essa carit se egli  vestimento
nupziale o no; se egli  rocto d'imperfeczione, ella el manifesta,
sentendo subbito el contrario della inpazienzia. Tucte le virt si
possono alcuna volta occultare, mostrandosi perfecte essendo imperfecte,
excepto che a te non si possono nascondere: ch, se ella  ne l'anima
questa dolce pazienzia, mirollo di carit, ella dimostra che tucte le
virt sonno vive e perfecte; e se ella non v', manifesta che tucte le
virt sonno imperfecte e non sonno gionte ancora alla mensa della
sanctissima croce, dove essa pazienzia fu conceputa nel cognoscimento di
s e nel cognoscimento della mia bont in s, e parturita da l'odio
sancto e unta di vera umilit. A questa pazienzia non  denegato el cibo
de l'onore di me e salute de l'anime: anco essa  quella che 'l mangia
continuamente, e cos  la verit.

Raguarda, carissima figliuola, ne' dolci e gloriosi martiri, che col
sostenere mangiavano el cibo de l'anime. La morte loro dava vita:
resuscitavano e' morti e cacciavano le tenebre de' peccati mortali. El
mondo con tucte le sue grandezze e i signori con la loro potenzia non si
potevano difendere da loro, per la virt di questa reina, dolce
pazienzia. Questa virt sta come lucerna in sul candelabro. Questo  il
glorioso fructo che die' la lagrima gionta nella carit del proximo suo,
mangiando con lo svenato e immaculato Agnello, unigenito mio Figliuolo,
con crociato e ansietato desiderio e con pena intollerabile de l'offesa
di me, Creatore suo: non pena afliggitiva, ch l'amore con la vera
pazienzia ucise ogni timore e amore proprio che d pena; ma pena
consolativa, solo de l'offesa mia e danno del proximo, fondata in
carit, la quale pena ingrassa l'anima. Godene in s, perch ella  uno
segno dimostrativo che dimostra me essere per grazia ne l'anima.




CAPITOLO XCVI

  Del fructo de le quarte e unitive lagrime.


--Decto t'ho del fructo delle terze lagrime. Sguita el quarto e ultimo
stato della lagrima unitiva, lo quale non  separato dal terzo, come
decto , ma uniti insieme, s come la carit mia con quella del proximo
l'una condisce l'altra. Ma  in tanto cresciuto, gionto al quarto, che,
non tanto che porti con pazienzia (s come di sopra ti dissi), ma con
allegrezza le desidera; in tanto che spregia ogni recreazione, da
qualunque lato le viene, pure che si possa conformare con la mia Verit,
Cristo crocifixo.

Questa riceve uno fructo di quiete di mente, una unione, facta per
sentimento, nella natura mia dolce divina, dove gusta el lacte. S come
il fanciullo, che pacificato si riposa al pecto della madre, traie a s
il lacte col mezzo della carne; cos l'anima, gionta a questo ultimo
stato, si riposa al pecto della divina mia carit, tenendo nella bocca
del sancto desiderio la carne di Cristo crocifixo, cio seguitando le
vestigie e la doctrina sua, perch cognobbe bene nel terzo stato che non
gli conveniva andare per me, Padre, perch in me, Padre etterno, non pu
cadere pena: ma s nel dilecto mio Figliuolo, dolce e amoroso Verbo. E
voi non potete andare senza pena, ma con molto sostenere giognerete a le
virt provate. S che si pose al pecto di Cristo crocifixo, che  essa
verit; e cos trasse a s il lacte della virt, nella quale virt ebbe
vita di grazia, gustando in s la natura mia divina che dava dolcezza a
le virt. E cos  la verit: che le virt in loro non erano dolci, ma
perch furono facte e unite in me, amore divino: cio che l'anima non
ebbe alcuno rispecto a sua propria utilit, altro che a l'onore di me e
salute de l'anime.

Or raguarda, dolce figliuola, quanto  dolce e glorioso questo stato,
nel quale l'anima ha facta tanta unione al pecto della carit che non
si truova la bocca senza el pecto, n il pecto senza el lacte. Cos
questa anima non si truova senza Cristo crociato, n senza me, Padre
etterno, el quale truova gustando la somma e etterna Deit. Oh! chi
vedesse come s'empiono le potenzie di quella anima! La memoria s'empie
di continuo ricordamento di me, tracto a s, per amore, i benefizi miei:
non tanto l'acto de' benefizi, ma l'affecto della carit mia con che Io
gli l'ho donati; e singularmente il benefizio della creazione, vedendosi
creato a la imagine e similitudine mia. Nel quale benefizio, nel primo
stato decto, cognobbe la pena della ingratitudine che ne gli seguitava;
e per si lev da le miserie nel benefizio del sangue di Cristo, dove Io
el ricreai a grazia, lavandovi la faccia de l'anime vostre da la lebra
del peccato, dove l'anima trov nel secondo stato una dolcezza, gustando
la dolcezza de l'amore e dispiacere della colpa, nella quale egli vidde
che tanto era spiaciuta a me, che Io l'avevo punita sopra el corpo de
l'unigenito mio Figliuolo.

Dipo' questo ha trovato l'avenimento dello Spirito sancto, el quale
dichiar e dichiara l'anima della verit. Quando riceve l'anima questo
lume? poi che ha cognosciuto, per lo primo e secondo stato, el benefizio
mio in s. Riceve alora lume perfecto, cognoscendo la verit di me,
Padre etterno, cio che per amore l'avevo creata per darle vita etterna.
Questa era la verit: hovelo manifestato col sangue di Cristo crocifixo.
Poi che l'ha cognosciuta l'ama: amandola, el dimostra amando
schiectamente quello ch'Io amo e odiando quel ch'Io odio.

Cos si truova nel terzo stato della carit del prossimo. S che la
memoria a questo pecto s'empie, passata ogni imperfeczione, perch s'
ricordata e ha tenuto in s i benefizi miei. Lo intellecto ha ricevuto
el lume: mirando dentro nella memoria, cognobbe la verit; perdendo la
ciechit de l'amore proprio, rimase nel sole de l'obiecto di Cristo
crocifixo, dove cognobbe Dio e uomo. Oltre a questo cognoscimento, per
l'unione che ha facta, si leva ad uno lume acquistato non per natura, s
come Io ti dixi, n per sua propria virt adoperata, ma per grazia data
da la mia dolce Verit, la quale none spregia gli ansietati desidri n
fadighe le quali ha offerte dinanzi da me. Alora l'affecto, che va
dietro a lo 'ntellecto, s'unisce con perfectissimo e ardentissimo amore.
E chi mi dimandasse:--Chi  questa anima?--direi:-- uno altro me, facta
per unione d'amore.--

Quale sarebbe quella lingua che potesse narrare l'excellenzia di questo
ultimo stato unitivo, e i fructi diversi e divariati che riceve essendo
piene le tre potenzie de l'anima? Questa  quella dolce congregazione
della quale, ne' tre scaloni generali, ti feci menzione, dichiarandoti,
di sopra, la parola della mia Verit. Non  sufficiente la lingua a
poterlo narrare, ma ben vel dimostrano e' sancti doctori illuminati da
questo glorioso lume che con esso spianavano la sancta Scriptura. Unde
avete del glorioso Tomaso d'Aquino (che la scienzia sua egli ebbe pi
per studio d'orazione ed elevazione di mente e lume d'intellecto, che
per studio umano), el quale fu uno lume che Io ho messo nel corpo
mistico della sancta Chiesa, spegnendo le tenebre de l'errore. E se ti
vlli al glorioso Giovanni evangelista, quanto lume egli acquist sopra
el prezioso pecto di Cristo, mia Verit, col quale lume acquistato
evangelizz me, ha cotanto tempo.

E, cos discorrendo, tucti ve l'hanno manifestata, chi per uno modo e
chi per un altro. Ma lo intrinseco sentimento, ineffabile dolcezza e
perfecta unione, non el potresti narrare con la lingua tua, perch 
cosa finita. Questo parbe che volesse dire Pavolo, dicendo: Occhio non
pu vedere, n orecchia udire, n cuore pensare quanto  il dilecto e 'l
bene che riceve, e ne l'ultimo  apparecchiato a quelli che in verit
m'amano. Oh quanto  dolce la mansione, dolce sopra ogni dolcezza, con
perfecta unione che l'anima ha facta in me, che non ci  in mezzo la
volont de l'anima medesima, perch ella  facta una cosa con meco! Ella
gicta odore per tucto quanto el mondo, fructo di continue e umili
orazioni: l'odore del desiderio, grido della salute de l'anime con voce
senza voce umana, gridando nel conspecto della mia divina maiest.

Questi sonno e' fructi unitivi che mangia l'anima in questa vita ne
l'ultimo stato, acquistato con molte fadighe, lagrime e sudori. E cos
passa con vera perseveranzia dalla vita della grazia, da questa unione
che  anco imperfecta, ed  perfecta in grazia. Ma mentre che  legata
nel corpo, perch in questa vita non si pu saziare di quello che
desidera, e anco perch  legata con la legge perversa (che s'
adormentata per l'affecto della virt, ma non  morta, e per si pu
destare se levassi lo istrumento della virt che la fa dormire), e per
 decta imperfecta unione. Ma questa imperfecta unione el conduce a
ricevere la perfeczione durabile, la quale non gli pu essere tolta per
veruna cosa che sia, s come Io ti dixi narrandoti de' beati. Ine gusta
co' gustatori veri in me vita etterna, sommo ed etterno Bene, che mai
non finisco. Costoro hanno ricevuto vita etterna incontrario di coloro
che ricevettero el fructo del pianto loro, morte etternale. Costoro dal
pianto son gionti a l'allegrezza, ricevendo vita sempiterna. Col fructo
della lagrima e con l'affocata carit gridano e offerano lagrima di
fuoco, per lo modo decto di sopra, dinanzi a me per voi.

Compto ho di narrarti e' gradi delle lagrime e la loro perfeczione, e
il fructo che riceve l'anima d'esse lagrime: che i perfecti ricevono me
vita etterna, e gl'iniqui l'etterna dannazione.




CAPITOLO XCVII

  Come questa devota anima, ringraziando Dio de la dechiarazione de'
     predecti stati de le lagrime, gli fa tre petizioni.


Alora quella anima, ansietata di grandissimo desiderio per la dolce
dichiarazione e satisfaczione che ebbe da la Verit sopra e' decti
stati, diceva come inamorata:

--Grazia, grazia sia a te, sommo ed etterno Padre, satisfacitore de'
sancti desidri e amatore della salute nostra, che per amore ci hai dato
l'amore nel tempo che eravamo in guerra con teco, col mezzo de
l'unigenito tuo Figliuolo. Per questo abisso de l'affocata tua carit
t'adimando, di grazia e di misericordia, che, acci che schiectamente
possa venire a te e con lume e non con tenebre corra per la doctrina
della tua Verit, della quale tu chiaramente m'hai dimostrata la
verit, e acci ch'io possa vedere due altri inganni de' quali io temo
che non ci sieno o possano essere, vorrei, Padre etterno, che, prima che
io escisse di questi stati, tu mel dichiarassi.

L'uno si  che, se alcuna volta o a me o ad alcuno altro servo tuo fusse
venuto per consiglio di volere servire a te, che doctrina io gli debbo
dare. Bench di sopra so, dolce Dio etterno, che tu me ne dichiarasti
sopra quella parola che tu dicesti:--Io so' colui che mi dilecto di
poche parole e di molte operazioni;--nondimeno, se piace a la tua bont
toccarne alcuna parola ancora, sarammi di grande piacere.

E anco, se alcuna volta, pregando io per le tue creature e singularmente
per li servi tuoi, io trovasse, ne l'orazione, ne l'uno la mente
disposta, parendomelo vedere che esso si goda di te; e ne l'altro mi
paresse che fusse la mente tenebrosa, debbo io, Padre etterno, o posso
giudicare l'uno in luce e l'altro in tenebre? O che io vedesse l'uno
andare con grande penitenzia e l'altro no: debbo io giudicare che
maggiore perfeczione abbi colui che fa penitenzia maggiore, che colui
che non la fa? Pregoti che acci ch'io non sia ingannata dal mio poco
vedere, che tu mi dichiari in particulare quello che tu m'hai decto in
generale.

La seconda cosa della quale io ti dimando, si  che tu mi dichiari
meglio, sopra del segno che tu mi dicesti che riceve l'anima quando 
visitata da te, se egli  da te, Dio etterno, o no. Se bene mi ricorda
tu mi dicesti, Verit etterna, che la mente rimaneva in allegrezza e
inanimata a la virt. Vorrei sapere se questa allegrezza pu essere con
inganno della propria passione spirituale; ch, se ci fusse, io
m'aterrei solamente al segno della virt.

Queste sonno quelle cose le quali io t'adimando, acci che in verit io
possa servire a te e al proximo mio e non cadere in neuno falso giudicio
verso le tue creature e de' servi tuoi, perch mi pare che 'l giudicio,
cio il giudicare, dilonghi l'anima da te: e per non vorrei cadere in
questo inconveniente.




CAPITOLO XCVIII

  Come el lume de la ragione  necessario ad ogni anima che vuole a
     Dio in verit servire. E prima, del lume generale.


Alora Dio etterno, dilectandosi della sete e fame di quella anima e
della schiectezza del cuore e del desiderio suo con che ella dimandava
di volerli servire, volse l'occhio della piet e misericordia sua verso
di lei, dicendo:

--O dilectissima, o carissima, o dolce figliuola e sposa mia, leva te
sopra di te e apre l'occhio de l'intellecto a vedere me, bont infinita,
e l'amore ineffabile che Io ho a te e agli altri servi miei. Ed apre
l'orecchia del sentimento del desiderio tuo, per che altrementi, se tu
non vedessi, non potresti udire: cio che l'anima, che non vede con
l'occhio de l'intellecto suo ne l'obiecto della mia Verit, non pu
udire n cognoscere la mia verit. E per voglio, acci che meglio la
cognosca, che ti levi sopra el sentimento tuo, cio sopra el sentimento
sensitivo; ed Io, che mi dilecto della tua domanda e desiderio, ti
satisfar. Non che dilecto possa crescere a me di voi, per che Io so'
colui che so' e che fo crescere voi, e non voi me; ma dilectomi nel mio
dilecto medesimo della factura mia.--

Alora quella anima obbed, levando s sopra di s per cognoscere la
verit di quello che dimandava. Alora Dio etterno disse a lei:--Acci
che tu meglio possa intendere quello ch'Io ti dir, Io mi far al
principio di quello che mi dimandi, sopra tre lumi che escono di me,
vero lume.

L'uno  uno lume generale in coloro che sonno nella carit comune: bene
che decto te l'abbi de l'uno e de l'altro, e molte cose di quelle che Io
t'ho decte ti dir, perch 'l tuo basso intendimento meglio intenda
quello che tu vuoli sapere. E due altri lumi sonno di coloro che sono
levati dal mondo e vogliono la perfeczione. Sopra di questo ti
dichiarar di quello che m'hai adimandato, dicendoti pi in particulare
quello che ti toccai in comune.

Tu sai, s come Io ti dixi, che senza el lume neuno pu andare per la
via della verit, cio senza el lume della ragione. El quale lume di
ragione traete da me, vero lume, con l'occhio de l'intellecto e col lume
della fede che Io v'ho dato nel sancto baptesmo, se voi non vel tollete
per li vostri difecti. Nel quale baptesmo, mediante e in virt del
sangue de l'unigenito mio Figliuolo, riceveste la forma della fede. La
quale fede, exercitata in virt col lume della ragione (la quale ragione
 illuminata da questo lume), vi d vita e favi andare per la via della
verit, e con esso giognete a me, vero lume; e senza esso giognereste a
la tenebre.

Due lumi, tracti da questo lume, vi sonno necessari d'avere, ed anco a'
due ti porr el terzo. El primo  che voi tucti siate illuminati in
cognoscere le cose transitorie del mondo, le quali passano tucte come il
vento. Ma non le potete bene cognoscere se prima non cognoscete la
propria vostra fragilit quanto ella  inchinevole, con una legge
perversa che  legata nelle membra vostre, a ribellare a me, vostro
Creatore. Non che per questa legge neuno possa essere costrecto a
commectere uno minimo peccato, se egli non vuole; ma bene impugna contra
lo spirito. E non diei questa legge perch la mia creatura, che ha in s
ragione, fusse venta, ma perch ella aumentasse e provasse la virt ne
l'anima, per che la virt non si pruova se non per lo suo contrario. La
sensualit  contraria a lo spirito, e per in essa sensualit pruova
l'anima l'amore che ha in me, Creatore suo. Quando si pruova? quando con
odio e dispiacimento si leva contra di lei.

E anco le diei questa legge per conservarla nella vera umilit. Unde tu
vedi che, creando l'anima a la imagine e similitudine mia posta in tanta
dignit e bellezza, Io l'acompagnai con la pi vile cosa che sia,
dandole la legge perversa, cio legandola col corpo formato del pi vile
della terra, acci che, vedendo la bellezza sua, non levasse il capo per
superbia contra di me. Unde il fragile corpo, a chi ha questo lume, 
cagione di fare umiliare l'anima, e non ha alcuna materia d'insuperbire:
anco di vera e perfecta umilit. S che questa legge non costrigne ad
alcuna colpa di peccato per alcuna sua impugnazione, ma  cagione di
farvi cognoscere voi medesimi e cognoscere la poca fermezza del mondo.

Questo debba vedere l'occhio de l'intellecto col lume della sanctissima
fede, della quale ti dixi che era la pupilla de l'occhio. Questo 
quello lume necessario, che generalmente  di bisogno a ogni creatura
che ha in s ragione, a volere participare la vita della grazia in
qualunque stato si sia, se vuole participare il fructo del sangue dello
inmaculato Agnello. Questo  il lume comune, cio che comunemente ogni
persona el debba avere, come decto ; e chi non l'avesse, starebbe in
stato di dannazione. E questa  la ragione che essi non sonno in stato
di grazia non avendo el lume: per che chi non ha el lume, non cognosce
il male della colpa e chi n' cagione, e per non pu schifare n odiare
la cagione sua. E cos chi non cognosce il bene e la cagione del bene,
cio la virt, non pu amare n desiderare me, che so' esso Bene, e la
virt che Io v'ho data come strumento e mezzo a darvi la grazia mia, me,
vero Bene.

S che vedi di quanto bisogno v' questo lume, ch in altro none stanno
le colpe vostre se none in amare quel che Io odio o in odiare quel che
Io amo. Io amo la virt e odio el vizio; chi ama el vizio e odia la
virt offende me ed  privato della grazia mia. Questi va come cieco
che, non cognoscendo la cagione del vizio, cio il proprio amore
sensitivo, non odia se medesimo n cognosce il vizio n il male che gli
sguita dipo' el vizio. N cognosce la virt, n me che so' cagione di
darli la virt che gli d vita, n la dignit nella quale egli si
conserva e viene a grazia col mezzo della virt.

S che vedi che 'l non cognoscere gli  cagione del suo male. vi dunque
di bisogno d'avere questo lume, come decto .




CAPITOLO XCIX

  Di quelli e' quali hanno posto pi el loro desiderio in mortificare
     el corpo che in uccidere la propria volont; el quale  uno lume
     perfecto pi che il generale, ed  questo el secondo lume.


--E poi che l'anima  venuta ed ha acquistato el lume generale, del
quale Io t'ho decto, non debba stare contenta; perch, mentre che ste
perregrini in questa vita, ste apti a crescere e dovete crescere: e chi
non cresce, _ipso facto_ torna adietro. O debba crescere nel comune lume
che egli ha acquistato mediante la grazia mia, o egli debba con
sollicitudine ingegnarsi d'andare al secondo lume perfecto, e da
l'imperfecto giognere al perfecto, per che con lume si vuole andare
alla perfeczione.

In questo secondo lume perfecto sonno due maniere di perfecti: perfecti
sonno che si sonno levati dal comune vivere del mondo. In questa
perfeczione ci sonno due. L'uno che sonno alcuni che perfectamente si
dnno a gastigare il corpo loro, facendo aspra e grandissima penitenzia:
e acci che la sensualit loro non ribelli a la ragione, tucto hanno
posto il desiderio loro pi in mortificare il corpo che in ucidere la
loro propria volont, s come in un altro luogo ti dixi. Costoro si
pascono a la mensa della penitenzia, e sonno buoni e perfecti se ella 
fondata in me col lume di discrezione, cio con vero cognoscimento di
loro e di me, e con grande umilit, tucti conformati ad essere giudici
della volont mia e non di quella degli uomini.

Ma se non fussero cos, cio con vera umilit vestiti della volont mia,
spesse volte offendarebbero la loro perfeczione, facendosi giudicatori
di coloro che non vanno per quella medesima via che vanno eglino. Sai tu
perch a questi cotali l'adiverrebbe? Perch hanno posto pi studio e
desiderio in mortificare il corpo che in ucidere la propria volont.
Questi cotali sempre vogliono eleggere i tempi e i luoghi e le
consolazioni della mente a loro modo, e anco le tribulazioni del mondo
e le bactaglie del dimonio, s come nel secondo stato imperfecto Io ti
narrai. Costoro dicono, per inganno di loro medesimi, ingannati da la
propria volont, la quale ti chiamai volont spirituale:--Io vorrei
questa consolazione e non queste bactaglie n molestie del dimonio; e
gi non el dico per me, ma per pi piacere a Dio e averlo pi per grazia
ne l'anima mia, perch meglio mel pare avere e servirlo in questo modo
che in quello.--

E cos per questo modo spesse volte cade in pena e in tedio, e diventane
incomportabile a se medesimo; e cos offende il suo stato perfecto e non
se n'avvede, n che vi caggia dentro la puzza della superbia; ed ella vi
giace, per che, se ella non vi fusse, ma fusse veramente umile e non
presumptuoso, vedrebbe col lume che Io, dolce e prima Verit, do stato e
tempo e luogo e consolazioni e tribulazioni secondo che  necessit a la
salute vostra ed a compire la perfeczione ne l'anima a la quale Io l'ho
electe. E vedrebbe che ogni cosa do per amore; e per con amore e
riverenzia debba ricevere ogni cosa. S come fanno e' secondi (cio che
viene il terzo), de' quali Io ti dir, che sonno questi due stati che
stanno in questo perfectissimo lume.




CAPITOLO C

  Del terzo e perfectissimo lume de la ragione. E dell'opere che fa
     l'anima quando  venuta a esso lume. E d'una bella visione che
     questa devota anima ebbe una volta, ne la quale si tracta
     pienamente del modo da venire ad perfecta purit, e dove anco si
     parla del non giudicare.


--Questi cotali (ci sonno e' terzi, che viene secondo a questo), gionti
a questo glorioso lume, sonno perfecti in ogni stato che essi sonno. E
ci che Io permecto a loro, ogni cosa hanno in debita reverenzia, s
come nel terzo stato de l'anima e unitivo Io ti feci menzione. Questi si
reputano degni delle pene e scandali del mondo, e d'essere privati delle
loro consolazioni proprie di qualunque cosa si sia. E come si reputano
degni delle pene, cos si reputano indegni del fructo che sguita a loro
doppo la pena. Costoro nel lume hanno cognosciuta e gustata l'etterna
volont mia, la quale non vuole altro che 'l vostro bene; e perch siate
sanctificati in me, per ve lo do e permecto.

Poi che l'anima l'ha cognosciuta, s se ne  vestita e non actende ad
altro se none a vedere in che modo possa conservare e crescere lo stato
suo perfecto per gloria e loda del nome mio, aprendo l'occhio de
l'intellecto col lume della fede ne l'obiecto di Cristo crocifixo,
unigenito mio Figliuolo, amando e seguitando la doctrina sua, la quale 
regola e via a' perfecti e agl'imperfecti. E vede che lo inamorato
Agnello, mia Verit, gli d doctrina di perfeczione, e vedendola se ne
inamora. La perfeczione  questa che cognobbe vedendo questo dolce e
amoroso Verbo, unigenito mio Figliuolo, che si notric a la mensa del
sancto desiderio, cercando l'onore di me, Padre etterno e salute vostra;
e con questo desiderio corse, con grande sollicitudine, a l'obrobriosa
morte della croce e comp l'obbedienzia che gli fu imposta da me Padre,
none schifando fadiga n obbrobri, non ritraendosi per vostra
ingratitudine o ignoranzia di non cognoscere tanto benefizio dato a voi,
n per persecuzione de' giudei, n per scherni, villania e mormorazioni
e grida del popolo. Ma tucte le trapass come vero capitano e vero
cavaliere, il quale Io avevo posto in sul campo della bactaglia a
combactere per trarvi delle mani delle dimonia e perch fuste liberi e
tracti della pi perversa servitudine che voi poteste avere, e perch
esso v'insegnasse la via, la doctrina e regola sua e poteste giognere a
la porta di me, vita etterna, con la chiave del suo prezioso Sangue
sparto con tanto fuoco d'amore, con odio e dispiacimento delle colpe
vostre. Quasi vi dica questo dolce e amoroso Verbo mio Figliuolo:--Ecco
che Io v'ho facta la via e aperta la porta col Sangue mio: non siate
dunque voi negligenti a seguitarla, ponendovi a sedere con amore proprio
di voi e con ignoranzia di non cognoscere la via, e con presumpzione di
volere eleggere il servire a me a vostro modo e non di me, che ho facta
a voi la via dricta col mezzo della mia Verit, Verbo incarnato, e
bactuta col Sangue.--Levatevi dunque suso e seguitatelo, per che neuno
pu venire a me Padre se non per lui. Egli  la via e la porta unde vi
conviene intrare in me, mare pacifico.

Alora quando l'anima  gionta a gustare questo lume, perch dolcemente
l'ha veduto e cognosciuto, per el gustoe, e corre come inamorata e
ansietata d'amore a la mensa del sancto desiderio. E non vede s per s,
cercando la propria consolazione n spirituale n temporale, ma come
persona che al tucto in questo lume e cognoscimento ha annegata la
propria volont; non schifa alcuna fadiga da qualunque lato ella si
viene: anco, con pena sostenendo obrobrio e molestie dal dimonio e
mormorazioni dagli uomini, mangia in su la mensa della sanctissima croce
il cibo de l'onore di me, Dio etterno, e della salute de l'anime. E none
cerca alcuna remunerazione n da me n dalle creature, perch elli 
spogliato de l'amore mercennaio, cio d'amare me per rispecto di s, ed
 vestito del lume perfecto, amando me schiectamente e senza alcuno
rispecto, altro che a gloria e loda del nome mio, non servendo me per
proprio dilecto n al proximo per propria utilit, ma per puro amore.

Costoro hanno perduti loro medesimi, e spogliatisi de l'uomo vecchio,
cio della propria sensualit, e vestiti de l'uomo nuovo, Cristo dolce
Ies, mia Verit, seguitandolo virilmente. Questi sonno quelli che si
pongono a la mensa del sancto desiderio: che hanno posta pi la
sollicitudine loro in ucidere la propria volont che in ucidere e
mortificare il corpo. Essi hanno bene mortificato el corpo, ma non per
principale affecto, ma come strumento che egli  ad aitare ad ucidere la
propria volont, s come Io ti dixi dichiarandoti sopra quella parola
ch'Io volevo poche parole e molte operazioni. E cos dovete fare, per
che 'l principale affecto debba essere d'ucidere la volont, che non
cerchi n voglia altro che seguitare la mia dolce Verit, Cristo
crocifixo, cercando l'onore e gloria del nome mio e salute de l'anime.

Questi che sonno in questo dolce lume il fanno; e per stanno sempre in
pace e in quiete, e non hanno chi gli scandalizzi, perch hanno tolta
via quella cosa che lo' d scandalo, cio la propria volont. E tucte le
persecuzioni che 'l mondo pu dare e il dimonio, tucte corrono sotto e'
piedi loro. Stanno ne l'acqua delle molte tribolazioni e temptazioni, e
non lo' nuoce perch stanno ataccati al tralcio de l'affocato desiderio.
Questo gode d'ogni cosa, e non  facto giudice de' servi miei n di
veruna creatura che abbi in s ragione; anco gode d'ogni stato e d'ogni
modo che vede, dicendo:--Grazia sia a te Padre etterno, che nella Casa
tua ha molte mansioni.--E pi gode de' diversi modi che vede, che se gli
vedesse andare tucti per una via, perch vede manifestare pi la
grandezza della mia bont. D'ogni cosa gode e traie l'odore della rosa.
E non tanto che del bene, ma di quella cosa che vede che expressamente 
peccato, non piglia giudicio, ma pi tosto una vera e sancta
compassione, pregando me per loro; e con umilit perfecta dicono:--Oggi
tocca a te, e domane a me se non fusse la divina grazia che mi
conserva.--

O carissima figliuola, inamrati di questo dolce ed excellente stato, e
raguarda costoro che corrono in questo glorioso lume e la excellenzia
loro, per che hanno menti sancte e mangiano a la mensa del sancto
desiderio; e con lume sonno gionti a notricarsi del cibo de l'anime per
onore di me, Padre etterno, vestiti del vestimento dolce de l'Agnello,
unigenito mio Figliuolo, cio della doctrina sua, con affocata carit.
Questi non perdono el tempo a dare i falsi giudici n verso de' servi
miei n verso de' servi del mondo, e non si scandalizzano per veruna
mormorazione n per loro n per altrui: cio che verso di loro sono
contenti di sostenere per lo nome mio; e quando ella  facta in altrui,
la portano con compassione del proximo e non con mormorazione verso
colui che d e verso colui che riceve, perch l'amore loro  ordinato in
me, Dio etterno, e nel proximo, e non disordinato. E perch egli 
ordinato, questi cotali, carissima figliuola, non pigliano mai scandalo
verso coloro che essi amano n in alcuna creatura che ha in s ragione,
perch il loro parere  morto e non vivo, e per non pigliano giudicio
di giudicare la volont degli uomini, ma solo la volont della clemenzia
mia.

Questi observano la doctrina, la quale tu sai che al principio della
vita tua ti fu data da la Verit mia, dimandando tu con grande
desiderio di volere venire a perfecta purit. Pensando tu in che modo vi
potessi venire, sai che ti fu risposto, essendo tu adormentata, sopra
questo desiderio: non tanto che nella mente, ma nel suono de l'orecchia
tua rinson la voce, in tanto che, se bene ti ricorda, tu ritornasti al
sentimento del corpo tuo, dicendoti la mia Verit:--Vuoli tu venire a
perfecta purit ed essere privata degli scandali, e che la mente tua non
sar scandalizzata per veruna cosa? Or fa' che tu sempre ti unisca in me
per affecto d'amore, per che Io so' somma ed etterna purit, e so' quel
fuoco che purifico l'anima: e per quanto pi s'acosta a me, tanto
diventa pi pura; e quanto pi se ne parte, tanto pi  immonda. E per
caggiono in tante nequizie gli uomini del mondo, perch sonno separati
da me; ma l'anima, che senza mezzo si unisce in me, participa della mia
purit.

Un'altra cosa ti conviene fare a giognere a questa unione e purit: che
tu non giudichi mai, in alcuna cosa che tu vedessi fare o dire, da
qualunque creatura si fusse, o verso di te o verso d'altrui, la volont
de l'uomo, ma la volont mia in loro e in te. E se tu vedessi peccato o
difecto expresso, trae di quella spina la rosa, cio che tu gli offeri
dinanzi a me per sancta compassione. E nelle ingiurie che fussero facte
a te, giudica che la volont mia el permecte per provare in te e negli
altri servi miei la virt, giudicando che colui come strumento messo da
me faccia quello; vedendo che spesse volte avaranno buona intenzione,
per che neuno  che possa giudicare l'occulto cuore de l'uomo. Quello
che tu non vedi che sia expresso e palese peccato mortale non il debbi
giudicare nella mente tua altro che la volont mia in loro; e vedendolo,
non el pigliare per giudicio, ma per sancta compassione, come decto . A
questo modo verrai a perfecta purit, per che, facendo cos, la mente
tua non sar scandalizzata n in me n nel proximo tuo; per che lo
sdegno cade verso del proximo quando giudicaste la mala volont loro
verso di voi, e non la mia in loro. El quale sdegno e scandalo discosta
l'anima da me e impedisce la perfeczione, e in alcuno tolle la grazia,
pi e meno secondo la gravezza dello sdegno e de l'odio conceputo nel
proximo per lo suo giudicio.

In contrario riceve l'anima che giudicar la volont mia, come decto
t'ho. La quale non vuole altro che 'l vostro bene, e ci ch'Io do e
permecto, do perch aviate il fine vostro per lo quale Io vi creai. E
perch sta sempre nella dileczione del proximo, sta sempre nella mia; e
stando nella mia, sta unita in me. E per t' di necessit, a volere
venire a la purit che tu m'adimandi, di fare queste tre cose
principali, cio: di unirti in me per affecto d'amore, portando nella
memoria tua e' benefizi ricevuti da me; e con l'occhio de l'intellecto
vedere l'affecto della mia carit che v'am inestimabilemente; e nella
volont de l'uomo giudicare la volont mia e non la mala volont loro,
per che Io ne so' giudice, Io e non voi. E da questo ti verr ogni
perfeczione.--

Questa fu la doctrina data a te da la mia Verit, se ben ti ricorda. Ora
ti dico, carissima figliuola, che questi cotali, de' quali Io ti dixi
che pareva che avessero imparata questa doctrina, gustano l'arra di vita
etterna in questa vita. Se tu avarai tenuta a mente questa doctrina, non
cadrai negl'inganni del dimonio perch gli cognoscerai, n in quello del
quale tu m'hai adimandato. Ma nondimeno, per satisfare al desiderio tuo,
pi distinctamente tel dir e manifestarocti che neuno giudicio voi
potete dare per giudicio, ma per sancta compassione.




CAPITOLO CI

  Per che modo ricevono l'arra di vita eterna in questa vita quelli
     che stanno nel predecto terzo perfectissimo lume.


--E perch ti dixi che ricevevano l'arra di vita etterna? Dico che
ricevono l'arra, ma none il pagamento perch aspectano di riceverlo in
me, vita durabile, dove ha vita senza morte, e saziet senza fastidio, e
fame senza pena; perch di lunga  la pena da la fame, per che essi
hanno quel che desiderano, e di longa  il fastidio dalla saziet,
perch Io lo' so' cibo di vita senza alcuno difecto.

 vero che in questa vita ricevono l'arra e gustanla in questo modo,
cio che l'anima comincia a essere afamata de l'onore di me, Dio
etterno, e del cibo della salute de l'anime; e come ella ha fame, cos
se ne pasce, cio che l'anima si notrica della carit del proximo, del
quale ha fame e desiderio (che gli  uno cibo che, notricandosene, non
se ne sazia mai), per che  insaziabile, e per rimane la continua
fame. E s come l'arra  uno comincio di sicurt che si d a l'uomo, per
la quale aspecta di ricevere il pagamento (non che l'arra sia perfecta
in s, ma per fede d certezza di giognere al compimento di ricevere il
pagamento suo), cos questa anima inamorata e vestita della doctrina
della mia Verit, che gi ha ricevuta l'arra, in questa vita, della
carit mia e del proximo suo in se medesima, non  perfecta; ma aspecta
la perfeczione della vita immortale.

Dico che non  perfecta questa arra: cio che l'anima che la gusta non
ha ancora la perfeczione che non senta le pene in s e in altrui. In s,
per l'offesa che fa a me per la legge perversa che  legata nelle membra
sue quando vuole impugnare contra lo spirito: in altrui, per l'offesa
del proximo.  ben perfecto a grazia; ma none a questa perfeczione de'
sancti miei, che sonno gionti a me, vita durabile, s come decto ; ch
i desidri loro sonno senza pena, e i vostri sonno con pena. Stanno
questi servi miei (s come Io ti dixi in un altro luogo, che si
notricano a la mensa di questo sancto desiderio) che stanno beati e
dolorosi, s come stava l'unigenito mio Figliuolo in sul legno della
croce sanctissima. Per che la carne sua era dolorosa e tormentata, e
l'anima era beata per l'unione della natura divina. Cos questi cotali
sonno beati per l'unione del sancto desiderio loro in me, s come decto
, vestiti della dolce mia volont; e dolorosi sonno per la compassione
del proximo e per tollersi delizie e consolazioni sensuali, affliggendo
la propria sensualit.




CAPITOLO CII

  Per che modo si debba reprendere el proximo, a ci che la persona
     non caggia in falso giudizio.


--Ora actende, carissima figliuola; ed acci che tu meglio sia
dichiarata di quello che m'adimandasti, t'ho decto del lume comune il
quale tucti dovete avere in qualunque stato voi ste: ci dico di coloro
che stanno nella carit comune.

E hocti decto di coloro che sonno nel lume perfecto, el quale lume ti
distinsi in due, cio di coloro che erano levati dal mondo e studiavano
di mortificare il corpo loro, e degli altri che in tucto ucidevano la
propria volont, e questi erano quegli perfecti che si notricavano a la
mensa del sancto desiderio.

Ora ti favellar in particulare a te: e, parlando a te, parlar ed agli
altri e satisfar al tuo desiderio. Io voglio che tre cose singulari tu
faccia, acci che l'ignoranzia non impedisca la tua perfeczione a la
quale Io ti chiamo, e acci che 'l dimonio, col mantello della virt
della carit del proximo, non notricasse dentro ne l'anima la radice
della presumpzione. Per che da questo cadresti ne' falsi giudci, e'
quali Io t'ho vetati, parendoti giudicare a dricto e tu giudicaresti a
torto andando dietro al tuo vedere. E spesse volte il dimonio ti farebbe
vedere molte verit per conducerti nella bugia. E questo farebbe per
farti essere giudice delle menti e delle intenzioni delle creature che
hanno in loro ragione, la quale cosa, s come Io ti dixi, solo Io ho a
giudicare.

Questa  una di quelle tre cose che Io voglio che tu abbi e servi in te:
cio che tu giudicio non dia alcuno senza modo, ma voglio che il dia col
modo. El modo suo  questo: che, se gi Io expressamente, non pure una
volta n due ma pi, non manifestasse el difecto del proximo tuo nella
mente tua, non il debbi mai dire in particulare, cio a colui in cui ti
paresse vedere il difecto; ma debbi in comune correggere i vizi di chi
ti venisse a visitare, e piantare la virt caritativamente e con
benignit, e nella benignit l'asprezza, quando vedi che bisogni. E se
ti paresse che Io ti manifestasse spesse volte i difecti altrui, se tu
non vedi che ella sia expressa revelazione, come decto t'ho, none il
dire in particulare, ma actienti a la parte pi sicura, acci che fuga
lo inganno e la malizia del dimonio. Per che con questo lamo del
desiderio ti pigliarebbe, facendoti spesse volte giudicare nel prossimo
tuo quello che non sarebbe, e spesse volte lo scandalizzaresti.

Unde nella bocca tua stia el silenzio o uno sancto ragionamento della
virt, spregiando el vizio. E il vizio, che ti paresse cognoscere in
altrui, ponlo insiememente a loro ed a te, usando sempre una vera
umilit. E se in verit quello vizio sar in quella cotale persona, egli
si corregger meglio vedendosi compreso cos dolcemente, e costrecto
sar da quella piacevole reprensione di correggersi, e dir a te quello
che tu volevi dire a lui; e tu ne starai sicura, e avarai tagliata la
via al dimonio, che non ti potr ingannare n impedire la perfeczione de
l'anima tua.

E voglio che tu sappi che d'ogni vedere tu non ti debbi fidare, ma
debbiteli ponere doppo le spalle e non volere vederlo; ma solo debbi
rimanere nel vedere e nel cognoscimento di te medesima, e in te
cognoscere la larghezza e bont mia. Cos fanno coloro che sonno gionti
a l'ultimo stato, di cui Io ti dixi che sempre tornavano a la valle del
cognoscimento di loro, e non impediva per l'altezza e l'unione che
avevano facta in me. E questa  l'una delle tre cose le quali Io ti
dissi ch'Io volevo che tu facessi, acci che in verit servissi me.




CAPITOLO CIII

  Come, se, pregando per alcuna persona, Dio la manifestasse, ne la
     mente di chi prega, piena di tenebre, non si debba per giudicare
     in colpa.


--Che se alcuna volta ti venisse caso, s come tu mi dimandasti la
dichiarazione, che tu pregassi particularmente per alcune creature, e
nel pregare tu vedessi in colui per cui tu preghi alcuno lume di grazia
e in un altro no (e ambedue sonno pure servi miei), ma paressetelo
vedere con la mente aviluppata e tenebrosa, none il debbi n puoi
pigliare per in giudicio di difecto di grave colpa in lui, per che
spesse volte il tuo giudicio sarebbe falso. E voglio che tu sappi che
alcuna volta, pregandomi per una medesima persona, adiviene che l'una
volta el trovarai con uno lume e con uno desiderio sancto dinanzi a me,
in tanto che del suo bene parr che l'anima tua ingrassi, s come vuole
l'affecto della carit che participiate il bene l'uno de l'altro; e
un'altra volta el trovarai che parr che la mente sua sia di longa da me
e tucta piena di tenebre e di molestie, che parr che a te medesima sia
fadiga a pregare per lui tenendolo dinanzi a me.

Questo adiviene alcuna solta che potr essere per difecto che sar in
colui per cui tu hai pregato; ma el pi delle volte non sar per
difecto, ma avr per sottraimento che Io, Dio etterno, avar facto di me
in quella anima, s come spesse volte Io fo, per fare venire l'anima a
perfeczione, secondo che negli stati de l'anima Io ti narrai. Sarommi
ritracto per sentimento, ma non per grazia; ma per sentimento di
dolcezza e di consolazione. E per rimane la mente sterile, asciucta e
penosa. La quale pena Io fo sentire a quella anima che per lui prega. E
questo fo per grazia e per amore che Io ho a quella anima che riceve
l'orazione, acci che chi prega insiememente con lui aiti a dissolvere
la nuvila che  nella mente sua.

S che vedi, carissima e dolcissima figliuola, quanto sarebbe ignorante
e degno di grande reprensione questo giudicio, che tu o alcuno altro per
questo semplice vedere giudicassi che vizio fusse in quella anima,
perch Io te la manifestasse cos tenebrosa; dove gi hai veduto che
egli non  privato della grazia, ma del sentimento della dolcezza che
Io, per sentimento, gli davo di me.

Voglio dunque, e debbi volere tu e gli altri servi miei, che vi diate a
cognoscere perfectamente voi, acci che pi perfectamente cognosciate la
bont mia in voi. E questo e ogni altro giudicio lassate a me, per che
egli  mio e non vostro; ma abandonate il giudicio, che  mio, e
pigliate la compassione con fame de l'onore mio e salute de l'anime; e
con ansietato desiderio anunziate la virt e riprendete il vizio in voi
e in loro per lo modo che decto t'ho di sopra. Per questo modo verrai a
me in verit e mostrarrai d'avere tenuto a mente e observata la doctrina
che ti fu data dalla mia Verit, cio di giudicare la volont mia e non
quella degli uomini; e cos debbi fare se vuoli avere la virt
schiectamente e stare ne l'ultimo perfectissimo e glorioso lume,
pascendoti a la mensa del sancto desiderio del cibo de l'anime, per
gloria e loda del nome mio.




CAPITOLO CIV

  Come la penitenzia non si die pigliare per fondamento n per
     principale affecto, ma l'affecto e l'amore de le virt.


--Decto t'ho, carissima figliuola, delle due: ora ti dir della terza, a
la quale Io voglio che tu abbi avertenzia, e riprenda te medesima se
alcuna volta el dimonio o el tuo basso vedere ti molestasse di volere
mandare e vedere andare tucti e' servi miei per quella via che tu
andassi tu; per che questo sarebbe contra la doctrina data a te da la
mia Verit.

Perch spesse volte adiviene che, vedendo andare molte creature per la
via della molta penitenzia, tucti gli vorrebbe mandare per quella
medesima via; e se vede che non vi vadano, ne piglia dispiacimento e
scandalo in se medesimo, parendoli che non faccian bene. Or vedi quanto
 ingannato, per che spesse volte adiverr che far meglio colui di cui
gli pare male perch fa meno penitenzia, e pi virtuoso sar (poniamo
che non facci tanta penitenzia) che colui che ne mormora. E per ti dixi
di sopra che coloro che si pascono a la mensa della penitenzia, se non
vanno con vera umilit e che la penitenzia loro non sia posta per
principale affecto ma per strumento di virt, spesse volte per questa
mormorazione offendaranno la perfeczione loro. E per non debbono essere
ignoranti, ma debbono vedere che la perfeczione non sta solamente in
macerare n in ucidere il corpo, ma in ucidere la propria e perversa
volont. E per questa via della volont, annegata e sottoposta a la
dolce volont mia, dovete desiderare, e voglio che tu desideri, che
tucti vadano.

Questa  la doctrina della luce di quello glorioso lume, dove l'anima
corre inamorata e vestita della mia Verit. E non dispregio per la
penitenzia: perch la penitenzia  buona a macerare il corpo quando
vuole impugnare contra lo spirito. Ma non voglio per, carissima
figliuola, che tu mel ponga per regola a ogniuno. Per che tucti e'
corpi non sonno aguagliati n d'una medesima forte complessione, per
che ha pi forte natura uno che un altro; e anco perch spesse volte, s
com'Io ti dixi, adiviene che la penitenzia che si comincia, per molti
accidenti che possono adivenire, si conviene lassare. E se 'l fondamento
dunque fusse in te, o che tu el dessi altrui, facessi o facessi fare
sopra la penitenzia, verrebbe meno e sarebbe imperfecto; e mancarebbevi
la consolazione e la virt ne l'anima. Essendo poi privati di quella
cosa che amavate e dove avavate facto el vostro principio, vi parrebbe
essere privati di me, e, parendovi essere privati della mia bont,
verreste a tedio e a grandissima tristizia, amaritudine e confusione.
Per questo modo perdareste l'exercizio e la fervente orazione, la quale
solevate fare quando faciavate la vostra penitenzia. La quale lassata
per molti accidenti che vengono, non vi sa l'orazione di quello sapore
che vi sapeva prima. Questo adiverrebbe, perch il fondamento sarebbe
facto ne l'affecto della penitenzia e non ne l'ansietato desiderio:
desiderio, dico, delle vere e reali virt.

S che vedi quanto male ne seguitarebbe per fare solo el principio nella
penitenzia. E per sareste ignoranti e cadreste nella mormorazione verso
de' servi miei, come decto , e verrestene a tedio e a molta
amaritudine, e studiareste di fare solo operazioni finite a me che so'
Bene infinito, e per Io vi richiego infinito desiderio.

Convienvi dunque fare il fondamento in uccidere e annegare la propria
volont, e con essa volont, sottoposta a la volont mia, mi darete
dolce e afamato e infinito desiderio, cercando l'onore di me e la
salute de l'anime. E cos vi pascerete a la mensa del sancto desiderio;
el quale desiderio non  mai scandalizzato n in s n nel proximo suo,
ma d'ogni cosa gode e trae fructo di tanti diversi e variati modi che Io
do ne l'anima. Non fanno cos e' miserabili che non seguitano questa
doctrina, dolce e dricta via data da la mia Verit: anco fanno el
contrario, giudicando secondo la cechit e infermo vedere loro; e per
vanno come farnetichi, e privansi del bene della terra e del bene del
cielo. E in questa vita, s come Io ti dixi in un altro luogo, gustano
l'arra de l'inferno.




CAPITOLO CV

  Repetizione in somma de le predecte cose, con una agiunta sopra la
     reprensione del proximo.


--Ora t'ho decto, carissima figliuola, satisfacendo al desiderio tuo e
dichiaratati di quello che mi dimandasti, cio in che modo tu debbi
riprendere il proximo tuo, acci che tu non sia ingannata dal dimonio n
dal tuo basso vedere. Cio che tu debbi riprendere in generale e non in
particulare (se gi per expressa revelazione tu non l'avessi da me), ma
con umilit, per lo modo che decto t'ho, riprendere te e loro.

Anco t'ho decto e dico che in veruno modo del mondo t' licito el
giudicare in alcuna creatura, n in comune n in particulare, ne le
menti dei servi miei, n trovandola disposta n non disposta. E decta
t'ho la cagione per la quale tu non puoi giudicare, e giudicando
rimarresti ingannata nel tuo giudicio; ma compassione debbi avere tu e
gli altri, e il giudicio lassare a me.

E anco t'ho decta la doctrina e il principale fondamento che tu debbi
dare a coloro che venissero a te per consiglio e che volessero escire
delle tenebre del peccato mortale e seguitare la via delle virt: cio
che tu lo' dia per principio e fondamento l'affecto e l'amore delle
virt nel cognoscimento di loro e della mia bont in loro; e ucidano e
annieghino la loro propria volont, acci che in neuna cosa ribellino a
me. E la penitenzia lo' d come strumento e non per principale affecto,
come decto , non a ogniuno equalmente, ma secondo che sonno apti a
portare e secondo la loro possibilit e stato suo, chi poco e chi assai,
secondo che pu di questi strumenti di fuore.

E perch'Io ti dixi che la riprensione non t'era licito di farla altro
che in generale per lo modo che decto t'ho (e cos  la verit), non
vorrei per che tu credessi che, vedendo tu actualmente uno expresso
difecto, tu nol possa correggere fra te e lui: anco puoi, e anco, se
egli fusse obstinato che non si correggesse, el puoi fare manifesto a
due o a tre; e se questo non giuova, farlo manifesto al corpo mistico
della sancta Chiesa. Ma hotti decto che licito non  per tuo vedere o
sentire dentro nella mente tua: n anco, per ogni vedere di fuore, non
ti debbi cos tosto mutare: se tu non vedessi expressamente la verit o
che nella mente tua l'avessi per expressa mia revelazione, non debbi
usare la reprensione se non per lo modo che Io ti dissi. Quella  pi
sicura per te, da non potere il dimonio ingannarti col mantello della
carit del proximo.

Compto t'ho ora, carissima figliuola, di dichiararti sopra questa parte
quello che bisogna a conservare e crescere la perfeczione ne l'anima
tua.




CAPITOLO CVI

  De' segni da cognoscere quando le visitazioni e visioni mentali
     sono da Dio o dal demonio.


--Ora ti dichiarar di quello che tu mi dimandasti sopra el segno che Io
ti dixi che Io davo ne l'anima a cognoscere la visitazione che riceve
l'anima o per visioni o altre consolazioni che le paia ricevere. E
dissiti el segno per lo quale ella si potesse cognoscere quando fusse da
me o no. El suo segno era l'allegrezza che rimaneva ne l'anima doppo la
visitazione, e la fame delle virt, e spezialmente unta della virt
della vera umilit, e arsa nel fuoco della divina carit.

Ma perch tu m'adimandi se ne l'allegrezza si potesse ricevere inganno
alcuno (per che, cognoscendolo, ti vorresti attenere a la parte pi
sicura, cio al segno della virt che non pu essere ingannata), Io ti
dir lo inganno che si pu ricevere, e a quello che tu cognoscerai che
l'allegrezza sia in verit o no. Lo inganno si pu ricevere in questo
modo: Io voglio che tu sappi che di ci che la creatura, che ha in s
ragione, ama o desidera d'avere, avendola n'ha allegrezza. E tanto
quanto pi ama quella cosa che egli ha, tanto meno vede e si d a
cognoscere con prudenzia unde ella viene, per lo dilecto che ha preso in
essa consolazione; per che l'allegrezza nel ricevere la cosa che ama
non gli li lassa vedere, n si cura di discernerla. Cos coloro, che
molto si dilectano e amano la consolazione mentale, cercano le visioni,
e pi hanno posto el principale affecto nel dilecto della consolazione
che propriamente in me; s come Io ti dixi di coloro che anco erano
nello stato imperfecto, che raguardavano pi al dono delle consolazioni
che ricevevano da me donatore, che a l'affecto della mia carit con che
Io lo' do.

Qui possono ricevere inganno questi cotali, cio ne l'allegrezza loro,
oltre agli altri inganni ch'Io ti contai distinctamente in un altro
luogo. In che modo el ricevono? Dicotelo: che poi che essi hanno
conceputo l'amore grande a la consolazione, come decto , ricevendo poi
la consolazione o visione, in qualunque modo l'avesse, sente allegrezza
perch si vede quello che ama e desiderava d'avere; e spesse volte
potrebbe essere dal dimonio, e sentirebbe pure questa allegrezza: della
quale allegrezza Io ti dixi che, quando ella era dal dimonio, questa
visitazione della mente veniva con allegrezza e rimaneva con pena e
stimolo di coscienzia e vtia del desiderio della virt. Ora ti dico che
alcuna volta potr avere questa allegrezza, e con essa allegrezza si
levar da l'orazione: se questa allegrezza si trova senza l'affocato
desiderio della virt, unta d'umilit e arsa nella fornace della divina
mia carit, quella visitazione e consolazione e visione, che ella ha
ricevuta,  dal demonio e non da me, non obstante che si senta el segno
de l'allegrezza. Ma perch l'allegrezza non  unita con l'affecto della
virt per lo modo che decto t'ho, puoi vedere manifestamente che quella
 allegrezza tracta da l'amore che aveva a la propria consolazione
mentale, e per gode ed ha allegrezza perch si vede avere quello che
desiderava; perch gli  condiczione de l'amore di qualunque cosa si
sia, sentire allegrezza quando riceve quella cosa che egli ama.

S che per pura allegrezza non te ne potresti fidare: poniamo che
l'allegrezza ti durasse mentre che tu hai la consolazione, e anco pi.
L'amore ignorante in essa allegrezza non cognosciarebbe l'inganno del
dimonio, non andando con altra prudenzia; ma, se con prudenzia andar,
veder se l'allegrezza andar con l'affecto della virt, o s o no, e
cognoscer in questo modo se ella sar da me o dal dimonio la
visitazione che riceve nella mente sua.

Questo  quello segno che Io ti dixi in che modo tu potessi cognoscere
che l'allegrezza ti fusse segno quando fusse visitata da me, se ella
fusse unita con la virt, s com'Io t'ho decto. Veramente questo  segno
dimostrativo, che ti dimostra quello che  inganno e quello che non 
inganno: cio de l'allegrezza che ricevi nella mente tua da me in
verit, da l'allegrezza che ricevessi per proprio amore spirituale, cio
da l'amore ed affecto che avessi posto a la propria consolazione: quella
che  da me  unita l'allegrezza con l'affecto della virt, e quella che
 dal dimonio sente solamente allegrezza, e, quando viene a vedere,
tanta virt si truova quanto prima. Questa allegrezza lo' procede da
l'amore della propria consolazione, come detto .

E voglio che tu sappi che ogniuno non riceve per inganno da questa
allegrezza, se non solamente questi imperfecti che pigliano dilecto e
consolazione, e pi raguardano al dono che a me donatore. Ma quegli,
che, schiectamente e senza rispecto alcuno di loro, raguardano come
affocati a l'affecto solamente di me che dono e non al dono, e il dono
amano per me che dono e non per propria loro consolazione, non possono
essere ingannati da questa allegrezza.

E per l' a loro subito questo el segno, quando el dimonio alcuna volta
volesse per suo inganno trasformarsi in forma di luce e mostrarsi nella
mente loro, giognendo subito con grande allegrezza. Ma essi, che non
sono passionati da l'amore della consolazione nella mente loro, con
prudenzia in verit cognoscono lo inganno suo: passando tosto
l'allegrezza, vegonsi rimanere in tenebre. E per s'aumiliano con vero
cognoscimento di loro, e spregiano ogni consolazione e abracciano e
stringono la doctrina della mia Verit. El dimonio, come confuso, rade
volte o non mai in questa forma vi torna.

Ma quelli, che sonno amatori della propria consolazione, spesse volte ne
riceveranno; ma conosceranno l'inganno loro per lo modo che decto t'ho,
cio trovando l'allegrezza senza la virt, cio che non si vega escire
di quello camino con umilit e vera carit, fame de l'onore di me, Dio
etterno, e della salute de l'anime.

Questo ha facto la mia bont: d'avere proveduto verso di voi, a'
perfecti e agl'imperfecti, in qualunque stato voi ste, perch neuno
inganno voi potiate ricevere, se vorrete conservarvi el lume de
l'intellecto che Io v'ho dato con la pupilla della sanctissima fede, che
voi non vel lassiate obumbrare dal dimonio e nol veliate con l'amore
proprio di voi. Perch, se non vel tollete voi, non  alcuno che vel
possa tollere.




CAPITOLO CVII

  Come Dio  adempitore de' sancti desidri de' servi suoi, e come
     molto gli piace chi dimanda e bussa a la porta de la sua Verit con
     perseveranzia.


--Ora t'ho decto, carissima figliuola, e in tucto dichiarato e
illuminatone l'occhio de l'intellecto tuo verso gl'inganni che 'l
dimonio ti potesse fare. E ho satisfacto al desiderio tuo in quello che
tu mi dimandasti, perch Io non so' spregiatore del desiderio de' servi
miei. Anco do a chi mi dimanda, e invitovi a dimandare; e molto mi
spiace colui che in verit non bussa a la porta della sapienzia de
l'unigenito mio Figliuolo, seguitando la doctrina sua; la quale
doctrina, seguitandola,  uno bussare chiamando a me, Padre etterno, con
la voce del sancto desiderio, con umili e continue orazioni. E Io so'
quel Padre che vi do el pane della grazia col mezzo di questa porta,
dolce mia Verit. E alcuna volta, per provare i desidri vostri e la
vostra perseveranzia, fo vista di non intendervi; ma Io v'intendo, e
dvi, mentre, quello che bisogna, perch vi do la fame e la voce con che
chiamate a me; e Io, vedendo la costanzia vostra, compio e' vostri
desidri, quando sonno ordinati e dirizzati in me.

A questo chiamare v'invitoe la mia Verit quando dixe: Chiamate e
saravi risposto; bussate e saravi aperto; chiedete e saravi dato. E
cos ti dico che Io voglio che tu facci: che tu non allenti mai el
desiderio tuo di chiedere l'aiutorio mio; n abbassi la voce tua di
chiamare a me, ch'Io facci misericordia al mondo; n ti ristare di
bussare a la porta della mia Verit, seguitando le vestigie sue; e
dilctati in croce con Lui, mangiando el cibo de l'anime per gloria e
loda del nome mio. E con ansiet di cuore mughiare sopra el morto de
l'umana generazione, el quale vedi condocto a tanta miseria che la
lingua non sarebbe sufficiente a narrarlo. Con questo mughio e grido
vorr fare misericordia al mondo. E questo  quello che Io richiego da'
servi miei, e questo mi sar segno che in verit m'amino. E Io non sar
spregiatore de' loro desidri, s come Io t'ho decto.




CAPITOLO CVIII

  Come questa devota anima, rendendo grazie a Dio, s'umilia. Poi fa
     orazione per tucto el mondo e singularmente per lo corpo mistico de
     la sancta Chiesa e per li figliuoli suoi spirituali e per li due
     padri de l'anima sua. E, doppo queste cose, dimanda d'udire parlare
     de' defecti de' ministri de la sancta Chiesa.


Alora quella anima, come ebbra veramente, pareva fuore di s, e,
alienati e' sentimenti del corpo suo, per l'unione de l'amore che facta
aveva nel Creatore suo, levata la mente e specolando nella Verit
etterna con l'occhio de l'intellecto suo, avendo cognosciuta la verit,
s'era innamorata della verit, e diceva:

--O somma ed etterna bont di Dio, e chi so' io, miserabile, che tu,
sommo ed etterno Padre, hai manifestata a me la verit tua e gli occulti
inganni del dimonio; e lo 'nganno del proprio sentimento, che io e gli
altri potiamo ricevere in questa vita della perregrinazione, acci che
io non sia ingannata n dal dimonio n da me medesima? Chi t'ha mosso?
L'amore. Per che tu m'amasti senza essere amato da me. O fuoco d'amore,
grazia, grazia sia a te, Padre etterno. Io, imperfecta, piena di
tenebre; e tu, perfecto e luce, hai mostrato a me la perfeczione e la
via lucida della doctrina de l'unigenito tuo Figliuolo. Io ero morta, e
tu m'hai risuscitata; io ero inferma, e tu m'hai data la medicina: e non
tanto la medicina del Sangue che tu desti allo 'nfermo de l'umana
generazione col mezzo del tuo Figliuolo, ma tu m'hai data una medicina
contra una infermit occulta, la quale io non cognoscevo, dandomi tu la
doctrina che in neuno modo io posso giudicare alcuna creatura che abbi
in s ragione, e singularmente verso de' servi tuoi, de' quali spesse
volte, come cieca e inferma di questa infermit, sotto spezie e colore
de l'onore tuo e salute de l'anime, davo giudicio. E per io ti
ringrazio, somma ed etterna bont, che, nel manifestare la tua verit e
lo inganno del dimonio e la propria passione, m'hai facto conoscere la
infermit mia. Unde io t'adimando per grazia e misericordia che oggi sia
posto termine e fine che io mai non esca della doctrina tua, data a me
da la tua bont e a chiunque la vorr seguitare, per che senza te neuna
cosa  facta.

A te dunque ricorro e rifugo, Padre etterno, e non te l'adimando per me
sola, Padre, ma per tucto quanto el mondo, e singularmente per lo corpo
mistico della sancta Chiesa: che questa verit e doctrina riluca ne'
ministri tuoi, data da te, Verit etterna, a me miserabile. Ed anco
t'adimando spezialmente per tucti coloro e' quali m'hai dati che io ami
di singulare amore, e' quali hai facti una cosa con meco; per che essi
saranno el mio refrigerio per gloria e loda del nome tuo, vedendoli
crrire per questa dolce e dricta via schiecti e morti ad ogni loro
volont e pareri, e senza alcuno giudicio o scandalo o mormorazione del
proximo loro. E pregoti, dolcissimo amore, che neuno me ne sia tolto
delle mani dal dimonio infernale, s che ne l'ultimo giongano a te,
Padre etterno, fine loro.

Anco ti fo un'altra petizione per le due colonne de' padri che m'hai
posti in terra a guardia e doctrina di me, inferma, miserabile, dal
principio della mia conversione infino a ora: che tu gli unisca e di due
corpi facci una anima, e che neuno actenda ad altro che a compire in
loro, e nei misterii che tu l'hai posti nelle mani, la gloria e loda del
nome tuo in salute de l'anime. E io, indegna e miserabile, schiava e non
figliuola, tenga quel modo, con debita reverenzia e sancto timore verso
di loro, per amore di te, che sia tuo onore, pace e quiete loro ed
edificazione del proximo.

So' certa, Verit etterna, che tu non dispregiarai el desiderio mio n
le petizioni che Io t'ho adimandate, per che io cognosco per veduta,
secondo che t' piaciuto di manifestare, e molto maggiormente per
pruova, che tu se' acceptatore de' sancti desidri. Io, indegna tua
serva, m'ingegnar, secondo che mi darai la grazia, d'observare il
comandamento e la doctrina tua.

O Padre etterno, ricordato m' d'una parola che tu dicesti quando mi
narravi alcuna cosa de' ministri della sancta Chiesa, dicendo tu che pi
distinctamente in un altro luogo me ne parlaresti: de' difecti che al d
d'oggi essi commectono. Unde, se piacesse a la tua bont di dirne alcuna
cosa, acci che io avesse materia di crescere il dolore e la compassione
e l'ansietato desiderio per la salute loro (ch mi ricordo che gi tu
dicesti che, col sostenere e lagrime, dolori, sudori e orazioni de'
servi tuoi, ci daresti refrigerio, riformandola di sancti e buoni
pastori); s che, acci che questo cresca in me, per te l'adimando.




CAPITOLO CIX

  Come Dio rende sollicita la predecta anima all'orazione,
     rispondendo ad alcuna de le predecte petizioni.


Alora Dio etterno, vollendo l'occhio della sua misericordia e non
spregiando el suo desiderio, ma acceptando le sue petizioni, volendo
satisfare a l'ultima petizione che ella aveva facta sopra la promessa
sua, diceva:--O dilectissima e carissima figliuola, Io adempir in
quello che m'hai adimandato el desiderio tuo, purch da la tua parte non
commecta ignoranzia n negligenzia. Per che molto ti sarebbe pi grave
e degna di maggiore reprensione ora che prima, perch pi hai
cognosciuto della mia verit. E per sia dunque sollicita di dare
orazioni per tucte le creature che hanno in loro ragione, e per lo corpo
mistico della sancta Chiesa, e per quegli che Io t'ho dati che tu ami di
singulare amore. E non commectere negligenzia in dare orazioni ed
exemplo di vita e la doctrina della parola, riprendendo il vizio e
commendando la virt giusta 'l tuo potere. Delle colonne le quali Io ho
date a te, delle quali tu mi dicesti, e cos  la verit, fa' che tu sia
uno mezzo di dare a ciascuno quello che gli bisogna, secondo
l'aptitudine loro e come Io, tuo Creatore, ti ministrar, per che senza
me neuna cosa potresti fare; ed Io adempiroe i desidri tuoi. Ma non
mancare tu n eglino nello sperare in me, per che la providenzia mia
non mancar in voi; e ogniuno umilemente riceva quello che esso  apto a
ricevere, e ogniuno ministri quello che Io gli dar a ministrare,
ogniuno nel modo suo, secondo che hanno ricevuto e riceveranno da la mia
bont.




CAPITOLO CX

  De la dignit de' sacerdoti, e del sacramento del Corpo di Cristo.
     E di quelli che comunicano degnamente e indegnamente.


--Ora ti rispondo di quello che m'hai adimandato sopra e' ministri della
sancta Chiesa. E acci che tu meglio possa cognoscer la verit, apre
l'occhio de l'intellecto tuo e raguarda l'excellenzia loro, in quanta
dignit Io gli ho posti. E perch meglio si cognosce l'uno contrario per
l'altro, voglioti mostrare la dignit di coloro che exercitano in virt
el tesoro che Io lo' missi fra le mani; e per questo, meglio vedrai la
miseria di coloro che oggi si pascono al pecto di questa sposa.--

Alora quella anima, per obbedire, si specolava nella verit, dove vedeva
rilucere le virt ne' veri gustatori. Alora Dio etterno
diceva:--Carissima figliuola, prima ti voglio dire la dignit loro dove
Io gli ho posti per la mia bont; oltre a l'amore generale che Io ho
avuto a le mie creature creandovi a la imagine e similitudine mia, e
ricreativi tucti a grazia nel sangue de l'unigenito mio Figliuolo; unde
veniste in tanta excellenzia, per l'unione ch'Io feci della Deit mia
nella natura umana, che in questo avete maggiore excellenzia e dignit
voi che l'angelo, perch'Io presi la natura vostra e non quella de
l'angelo. Unde, s come Io dixi, Io Dio so' facto uomo e l'uomo  facto
Dio per l'unione della natura mia divina nella natura vostra umana.

Questa grandezza  data in generale ad ogni creatura che ha in s
ragione; ma tra questi ho electi e' miei ministri per la salute vostra,
acci che per loro vi sia ministrato el sangue de l'umile e immaculato
Agnello unigenito mio Figliuolo. A costoro ho dato a ministrare il Sole,
dando lo' el lume della scienzia e il caldo della divina carit e il
colore unito col caldo e col lume, cio il Sangue e il Corpo del mio
Figliuolo. El quale Corpo  uno sole, perch  una cosa con meco, vero
Sole. E tanto  unito, che l'uno non si pu separare da l'altro n
tagliare, se non come il sole, che non si pu dividere n il caldo suo
da la luce n la luce dal suo colore, per la sua perfeczione de
l'unione.

Questo sole, non partendosi da la ruota sua, cio che non si divide, d
lume a tucto quanto el mondo e scalda a chiunque da lui vuole essere
scaldato; e per alcuna immondizia questo sole non si lorda, e il lume
suo  unito, come detto t'ho. Cos questo Verbo mio Figliuolo, con el
sangue dolcissimo suo,  uno sole, tucto Dio e tucto uomo, perch egli 
una medesima cosa con meco e Io con lui. La potenzia mia non  separata
da la sapienzia sua, n il calore, fuoco di Spirito sancto, non 
separato da me Padre, n da lui Figliuolo, per che egli  una medesima
cosa con Noi, perch lo Spirito sancto procede da me Padre e dal
Figliuolo, e siamo uno medesimo Sole.

Io so' quel Sole, Dio etterno, unde  proceduto el Figliuolo e lo
Spirito sancto. Allo Spirito sancto  appropriato el fuoco; al Figliuolo
la sapienzia, nella quale sapienzia e' ministri miei ricevono uno lume
di grazia, perch hanno ministrato questo lume con lume e con
gratitudine del benefizio ricevuto da me Padre etterno, seguitando la
doctrina di questa sapienzia, unigenito mio Figliuolo.

Questo  quello lume che ha in s il colore della vostra umanit, unito
l'uno con l'altro. Unde il lume della Deit mia fu quello lume unito col
colore de l'umanit vostra. El quale colore divent lucido, quando fu
inpassibile in virt della Deit, natura divina. E per questo mezzo,
cio de l'obiecto di questo Verbo incarnato, intriso e impastato col
lume della mia Deit, natura divina, e col caldo e fuoco dello Spirto
sancto, avete ricevuto el lume. A cui l'ho dato a ministrare? A'
ministri miei nel corpo mistico della sancta Chiesa, acci che aviate
vita, dandovi el Corpo suo in cibo e il Sangue in beveraggio.

Decto t'ho che questo Corpo  sole. Unde non vi pu essere dato el Corpo
che non vi sia dato el Sangue, n il Sangue n il Corpo senza l'anima di
questo Verbo, n l'anima n il Corpo senza la Deit di me Dio etterno,
perch l'una non si pu separare da l'altra; s come in un altro luogo
ti dixi che la natura divina non si part mai da la natura umana, n per
morte n per verun'altra cosa non si poteva n pu separare. S che
tucta l'essenzia divina ricevete in quello dolcissimo sacramento socto
quella bianchezza del pane. E s come il sole non si pu dividere, cos
non si divide tucto Dio ed uomo in questa bianchezza dell'ostia. Poniamo
che l'ostia si dividesse: se mille migliaia di minuzzoli fusse possibile
di fame, in ciascuno so' tucto Dio e tucto uomo, come decto ho. S come
lo specchio che si divide, e non si divide per la imagine che si vede
dentro nello specchio; cos, dividendo questa ostia, non si divide tucto
Dio e tucto uomo, ma in ciascuna parte  tucto. N non diminuisce per
in se medesimo se non come il fuoco, cio in questo exemplo.

Se tu avessi uno lume, e tucto el mondo venisse per questo lume; per
quello tollere, el lume non diminuisce, e nondimeno ciascuno l'ha tucto.
 vero che chi pi o meno participa di questo lume: secondo la materia
che colui, che riceve, porta, cos riceve il fuoco. E acci che meglio
m'intenda, pongoti questo exemplo. Se fussero molti che portassero
candele, e l'una avesse materia d'una oncia e l'altra di due o di sei, o
chi di libra e chi pi, e andassero al lume e accendessero le candele
loro; poniamo che in ciascuno, ne l'assai e nel poco, vede tucto el
lume, cio il caldo e il colore ed esso lume; nondimeno tu giudicarai
che meno n'abbi colui che la porta d'una oncia che quelli di libra. Or
cos adiviene di quegli che ricevono questo sacramento: chi porta la
candela sua, cio il sancto desiderio con che si riceve e piglia questo
Sacramento; la quale candela in s  spenta, e accendesi ricevendo
questo Sacramento. Spenta dico, perch da voi non ste alcuna cosa. 
vero che Io v'ho data la materia con che voi potiate notricare in voi
questo lume e riceverlo. La materia vostra  l'amore, perch'Io vi creai
per amore, e per non potete vivere senza amore.

Questo essere dato a voi per amore ha ricevuta la disposizione nel
sancto baptesmo, che ricevete in virt del sangue di questo Verbo; ch
in altro modo non potreste participare di questo lume, anco sareste come
candela senza el papeio dentrovi, che non pu ardere n ricevere in s
questo lume. Cos voi, se ne l'anima vostra non aveste ricevuto el
papeio che riceve questo lume, cio la sanctissima fede, ed unita la
grazia che ricevete nel baptesmo con l'affecto de l'anima vostra creata
da me, apta ad amare; s come decto t'ho che tanto  apta ad amare che
senza amore non pu vivere, anco el suo cibo  l'amore.

Dove s'accende questa anima unita per lo modo che detto t'ho? Al fuoco
della divina mia carit, amando e temendo me e seguitando la doctrina
della mia Verit.  vero che s'accende pi e meno, s com'Io ti dixi,
secondo che portar e dar materia a questo fuoco; per che, bene che
tucti abbiate una medesima materia, cio che tucti siate creati a la
imagine e similitudine mia e abbiate el lume del sancto baptesmo voi
cristiani, nondimeno ogniuno pu crescere in amore e in virt, secondo
che piace a voi, mediante la grazia mia. Non che voi mutiate altra forma
che quella che Io v'ho data, ma crescete e aumentate ne l'amore le
virt, usando in virt e in affecto di carit el libero arbitrio, mentre
che avete il tempo; per che, passato el tempo, non il potreste fare. S
che potete crescere in amore, come decto t'ho. El quale amore, venendo
con esso a ricevere questo dolce e glorioso lume (del quale Io v'ho dato
a ministrare col mezzo dei ministri miei, e dato ve l'hoe in cibo, e
tanto ricevete di questo lume quanto portarete de l'amore e affocato
desiderio), poniamo che tucto el ricevete (s com'Io dixi ponendoti
l'exemplo di coloro che portavano candele, e' quali secondo la quantit
del peso cos ricevevano), poniamo che in ogniuno el vedessi tucto
intero e non diviso, per che dividere non si pu, come decto , per
veruna vostra imperfeczione, n di voi che 'l ricevete n di chi el
ministra; ma tanto participate in voi di questo lume, cio della grazia
che ricevete in questo sacramento, quanto vi disponete a ricevere con
sancto desiderio. E chi andasse a questo dolce sacramento con colpa di
peccato mortale, da questo sacramento non riceve grazia, poniamo che
egli riceva actualmente tucto Dio ed uomo, s come decto t'ho.

Ma sai come sta questa anima che 'l riceve indegnamente? Sta s come la
candela che v' caduta l'acqua, che non fa altro che stridare quando 
acostata al fuoco: che, subbito che 'l fuoco v' intrato,  spento in
quella candela, e non vi rimane altro che 'l fummo. Cos questa anima
porta s, candela, la quale ricevette il sancto baptesmo e poi gittoe
l'acqua della colpa dentro ne l'anima sua, la quale fue una acqua che
inacquoe il papeio del lume della grazia del baptesmo. Non essendosi
scaldata al fuoco della vera contrizione, confessandosi della colpa sua,
and alla mensa de l'altare a ricevere questo lume actualmente. Questo
vero lume, non essendo disposta quella anima come si debba disponere a
tanto misterio, non rimane per grazia in quella anima, ma partesi, e ne
l'anima rimane maggiore confusione, spenta con tenebre e aggravata la
colpa sua. Di questo sacramento non sente altro che strido di rimorso
della coscienzia, non per difecto del lume, per che non pu ricevere
alcuna lesione, ma per difecto de l'acqua che trov ne l'anima; la quale
acqua imped l'affecto de l'anima, che non pot ricevere questo lume.

S che vedi che in neuno modo questo lume, unito el caldo e il colore a
esso lume, si pu dividere: n per piccolo desiderio che porti l'anima
ricevendo questo Sacramento, n per difecto che fusse ne l'anima che 'l
riceve n di colui che 'l ministra; s come Io ti dixi del sole, el
quale, stando in su la cosa immonda, non si lorda per. Cos questo
dolce lume in questo sacramento per neuna cosa si lorda, n si divide,
n diminuisce il lume suo, n non si stacca da la ruota: poniamo che
tucto el mondo si comunichi del lume e del caldo di questo sole. Cos
non si stacca questo Verbo Sole, unigenito mio Figliuolo, da me Sole,
Padre etterno, perch nel corpo mistico della sancta Chiesa sia
ministrato a chiunque il vuole ricevere; ma tucto rimane, e tucto
l'avete, Dio e uomo, s come ti diei exemplo del lume: che se tucto el
mondo mandasse per esso lume, tucti l'hanno tucto, e tucto si rimane.




CAPITOLO CXI

  Come i sentimenti corporali tucti sono ingannati del predecto
     sacramento, ma non quelli dell'anima; e per con quelli si debba
     vedere, gustare e toccare. E d'una bella visione che questa anima
     ebbe sopra questa materia.


--O carissima figliuola, apre bene l'occhio dell'intellecto a raguardare
l'abisso della mia carit, ch non  alcuna creatura che abbi in s
ragione che non si dovesse dissolvere il cuore suo per affecto d'amore a
raguardare fra gli altri benefizi che avete ricevuti da me, vedere il
benefizio che ricevete di questo sacramento. E con che occhio, carissima
figliuola, debbi tu e gli altri vederlo e raguardare questo misterio e
toccarlo? Non solamente con toccamento e vedere di corpo, per che tucti
e' sentimenti del corpo ci vengono meno. Tu vedi che l'occhio non vede
altro che quella bianchezza di quel pane, la mano altro non tocca, el
gusto altro non gusta che il sapore del pane; s che i grossi sentimenti
del corpo sonno ingannati: ma el sentimento de l'anima non pu essere
ingannato, se ella vorr, cio che ella non si voglia tollere il lume
della sanctissima fede con la infidelit.

Chi gusta e vede e tocca questo sacramento? el sentimento de l'anima.
Con che occhio el vede? con l'occhio de l'intellecto, se dentro ne
l'occhio  la pupilla della sanctissima fede. Questo occhio vede in
quella bianchezza tucto Dio e tucto uomo, la natura divina unita con la
natura umana. El corpo, l'anima e il sangue di Cristo; l'anima unita nel
corpo. El corpo e l'anima uniti con la natura mia divina, non
staccandosi da me. S come ben ti ricorda che, quasi nel principio della
vita tua, Io ti manifestai. E non tanto con l'occhio de l'intellecto, ma
con l'occhio del corpo, bene che, per lo lume grande, l'occhio del corpo
tuo perd il vedere e rimase solo il vedere a l'occhio de l'intellecto.

Mostra' telo a tua dichiarazione contra la bactaglia che 'l dimonio in
esso sacramento t'aveva data, e per farti crescere in amore e nel lume
della sanctissima fede. Unde tu sai che andando tu la mactina, a
l'aurora, a la chiesa per udire la messa, essendo stata dinanzi
passionata dal dimonio, tu ti ponesti ricta a l'altare del Crocifixo. El
sacerdote era venuto a l'altare di Maria; e stando ine a considerare il
difecto tuo, temendo di non avere offeso me per la molestia che 'l
dimonio t'aveva data, e a considerare l'affecto della mia carit che
t'avevo facta degna d'udire la messa (conciosiacosach tu ti reputavi
indegna d'entrare nel sancto tempio mio), venendo el ministro a
consegrare, a la consacrazione tu alzasti gli occhi sopra del ministro;
e nel dire le parole della consacrazione, Io manifestai me a te, vedendo
tu escire del pecto mio uno lume come il raggio del sole che esce della
ruota del sole, non partendosi da essa ruota. Nel quale lume veniva una
colomba, uniti insieme l'uno con l'altro, e percoteva sopra de l'ostia
in virt delle parole della consecrazione che 'l ministro diceva; perch
l'occhio tuo corporale non fu sufficiente a sostenere il lume, ma
rimaseti el vedere solo ne l'occhio intellectuale, e ine vedesti e
gustasti l'abisso della Trinit, tucto Dio e uomo, nascoso e velato
socto quella bianchezza. N il lume n la presenzia del Verbo, che tu in
essa bianchezza vedesti intellectualmente, non tolleva per la
bianchezza del pane: l'uno non impediva l'altro, n il vedere Dio e uomo
in quello pane, n quel pane era impedito da me, cio che non gli era
tolto n la bianchezza n il toccare n il sapore.

Questo fu mostrato a te da la mia bont, come decto t'ho. A cui rimase
il vedere? A l'occhio de l'intellecto con la pupilla della sanctissima
fede; s che nell'occhio de l'intellecto debba essere il principale
vedere, per che egli non pu essere ingannato. Adunque con esso dovete
raguardare questo sacramento. Chi el tocca? la mano de l'amore. Con
questa mano si tocca quello che l'occhio ha veduto e cognosciuto in
questo sacramento. Per fede il tocca con la mano de l'amore, quasi
certificandosi di quello che per fede vide e cognobbe intellectualmente.
Chi el gusta? el gusto del sancto desiderio. El gusto del corpo gusta el
sapore del pane; ed il gusto de l'anima, cio il sancto desiderio, gusta
Dio e uomo. S che vedi che ' sentimenti del corpo sonno ingannati, ma
none il sentimento de l'anima: anco n' chiarificata e certificata in se
medesima, perch l'occhio de l'intellecto l'ha veduto con la pupilla del
lume della sanctissima fede. Perch 'l vidde e il cognobbe, per el
tocca con la mano de l'amore, per che quello che vide il tocca per
amore con fede. E col gusto de l'anima, con l'affocato desiderio el
gusta, cio l'affocata mia carit, amore ineffabile. Col quale amore
l'ho facta degna di ricevere tanto misterio di questo sacramento, e la
grazia che in esso sacramento si vede ricevere. S che vedi che non
solamente col sentimento corporale dovete ricevere e vedere questo
sacramento, ma col sentimento spirituale, disponendo e' sentimenti de
l'anima con affecto d'amore a vedere, ricevere e gustare questo
sacramento, come decto t'ho.




CAPITOLO CXII

  De la excellenzia dove l'anima sta, la quale piglia el predecto
     sacramento in grazia.


--Raguarda, carissima figliuola, in quanta excellenzia sta l'anima
ricevendo, come debba ricevere, questo pane della vita, cibo degli
angeli. Ricevendo questo sacramento, sta in me e Io in lei; s come il
pesce sta nel mare e il mare nel pesce, cos Io sto ne l'anima e l'anima
in me, mare pacifico. In essa anima rimane la grazia, perch, avendo
ricevuto questo pane della vita in grazia, rimane la grazia, consumato
quello accidente del pane. Io vi lasso la imprompta della grazia mia s
come il suggello che si pone sopra la cera calda: partendosi e levando
el suggello, vi rimane la imprompta d'esso suggello. Cos la virt di
questo sacramento vi rimane ne l'anima, cio che vi rimane il caldo
della divina carit, clemenzia di Spirito sancto. Rimanvi el lume della
sapienzia de l'unigenito mio Figliuolo, illuminato l'occhio de
l'intellecto in essa sapienzia a cognoscere e a vedere la doctrina della
mia Verit ed essa sapienzia. Rimane forte, participando della fortezza
mia e potenzia, facendola forte e potente contra la propria passione
sua sensitiva, contra le dimonia e contra 'l mondo. S che vedi che le
rimane la imprompta, levato che 'l suggello s'; cio che, consumata
quella materia, cio gli accidenti del pane, questo vero Sole si ritorna
a la ruota sua; non che fusse staccato, come decto t'ho, ma unito
insieme con meco. Ma l'abisso della mia carit, per vostra salute e per
darvi cibo in questa vita, dove ste perregrini e viandanti, acci che
aviate refrigerio e non perdiate la memoria del benefizio del Sangue, ve
l'ha dato in cibo per mia dispensazione e divina providenzia, sovenendo
a' vostri bisogni dandovelo in cibo questa mia dolce Verit, come decto
t'ho.

S che mira quanto ste tenuti e obligati a me a rendarmi amore, poi che
Io tanto v'amo, e perch Io so' somma ed etterna bont, degno d'essere
amato da voi.




CAPITOLO CXIII

  Come le predecte cose, che sono decte intorno a la excellenzia del
     sacramento, sono decte per meglio cognoscere la dignit de'
     sacerdoti. E come Dio richiede in essi maggiore purit che
     nell'altre creature.


--O carissima figliuola, tucto questo t'ho decto acci che tu meglio
cognosca la dignit dove Io ho posti e' miei ministri, acci che pi ti
doglia delle miserie loro. Se essi medesimi raguardassero la loro
dignit, non giacerebbero nella tenebre del peccato mortale n
lordarebbero la faccia de l'anima loro. E non tanto che essi
offendessero me e la loro dignit, ma, se dessero el corpo loro ad
ardere, non lo' parrebbe potere satisfare a tanta grazia e a tanto
benefizio quanto hanno ricevuto, per che a maggiore dignit in questa
vita non possono venire.

Essi sonno e' miei unti, e chimoli e' miei cristi, perch l'ho dato a
ministrare me a voi. Questa dignit non ha l'angelo, ed holla data agli
uomini: a quelli che Io ho electi per miei ministri, e' quali ho posti
come angeli, e debbono essere angeli terrestri in questa vita, per che
debbono essere come angeli. In ogni anima richieggio purit e carit,
amando me e il proximo suo, e sovenendo il proximo di quello che pu,
ministrandoli l'orazione e stando nella dileczione della carit, s come
in un altro luogo sopra questa materia Io ti narrai. Ma molto
maggiormente Io richieggio purit ne' miei ministri e amore verso di me
e del proximo loro, ministrando lo' el Corpo e 'l Sangue de l'unigenito
mio Figliuolo con fuoco di carit e fame della salute de l'anime, per
gloria e loda del nome mio.

S come essi ministri vogliono la nectezza del calice dove si fa questo
sacrifizio, cos richeggio Io la purit e nectezza del cuore, de l'anima
e della mente loro. E il corpo, s come strumento de l'anima, voglio che
si conservi in perfecta purit; e non voglio che si notrichino n
involgano nel loto della immondizia, n siano infiati per superbia
cercando le grandi prelazioni, n crudeli verso di loro e del proximo,
per che la crudelt loro non possono usarla senza el proximo loro.
Perch, se essi sonno crudeli a loro di colpa, sonno crudeli a l'anime
de' proximi loro, perch non lo' dnno exemplo di vita n si curano di
trare l'anime delle mani del dimonio, n di ministrar lo' el Corpo e 'l
Sangue de l'unigenito mio Figliuolo, e me vera luce, come decto t'ho,
negli altri sacramenti della sancta Chiesa. S che, se essi sonno
crudeli a loro, sonno crudeli in altrui.




CAPITOLO CXIV

  Come li sacramenti non si debbono vendere n comprare, e come
     quelli che el ricevono debbono sovenire li ministri de le cose
     temporali, quali essi ministri debbono dispensare in tre parti.


--Voglio che siano larghi e non avari, cio che per cupidit e avarizia
vendano la grazia mia dello Spirito sancto. Non debbono fare, n Io
voglio che faccino cos: anco, come di dono e larghezza di carit hanno
ricevuto da la bont mia, cos in dono e in cuore largo, per affecto
d'amore verso l'onore mio e salute de l'anime, debbono donare
caritativamente a ogni creatura che ha in s ragione, che umilemente
l'adimandi. E non debbono tollere alcuna cosa per prezzo, per che non
l'hanno comprata, ma ricevuta per grazia da me perch ministrino a voi;
ma ben possono e debbono tollere per limosina. E cos debba fare il
subdito che riceve: che debba da la parte sua, quando egli pu, dare per
limosina; per che essi debbono essere pasciuti da voi delle cose
temporali, sovenendo alla necessit loro. E voi dovete essere pasciuti e
notricati da loro della grazia e doni spirituali, cio de' sancti
sacramenti che Io ho posti nella sancta Chiesa, perch ve li ministrino
in vostra salute.

E fovi a sapere che, senza veruna comparazione, donano pi a voi che voi
a loro; per che comparazione non si pu ponere da le cose finite e
transitorie, delle quali sovenite loro, a me, Dio, che so' infinito, el
quale per mia providenzia e divina carit ho posti loro che il
ministrino a voi. E non tanto di questo misterio, ma di qualunque cosa
si sia, e da qualunque creatura vi fusse ministrato grazie spirituali, o
per orazione o per alcuna altra cosa; con tucte le vostre substanzie
temporali non agiongono n potrebbero agiognere a quello che ricevete
spiritualmente, senza veruna comparazione.

Ora ti dico che la substanzia, che essi ricevono da voi, essi sonno
tenuti di distribuirla in tre modi, cio farne tre parti: l'una per la
vita loro, l'altra a' poveri e l'altra mectere nella Chiesa nelle cose
che sonno necessarie; e per altro modo no. Facendone altrementi,
offenderebbero me.




CAPITOLO CXV

  De la dignit de' sacerdoti, e come la virt de' sacramenti non
     diminuisce per le colpe di chi gli ministra o riceve. E come Dio
     non vuole che li secolari s'inpaccino di corrggiarli.


--Questo facevano e' dolci e gloriosi ministri, de' quali Io ti dixi che
volevo che vedessi l'excellenzia loro, oltre a la dignit che Io l'avevo
data avendoli facti miei cristi, s come Io ti dixi. Exercitando in
virt questa dignit, sonno vestiti di questo dolce e glorioso Sole el
quale Io lo' diei a ministrare. Raguarda Gregorio dolce, Silvestro e
gli altri antecessori e subcessori che sonno seguitati doppo el
principale pontefice Pietro, a cui furono date le chiavi del regno del
cielo da la mia Verit, dicendo: Pietro, Io ti do le chiavi del regno
del cielo; e cui tu scioglierai in terra sar sciolto in cielo, e cui tu
legarai in terra sar legato in cielo.

Attende, carissima figliuola, che, manifestandoti l'excellenzia delle
virt di costoro, Io pi pienamente ti mostrarr la dignit nella quale
Io ho posti questi miei ministri. Questa  la chiave del sangue de
l'unigenito mio Figliuolo. La quale chiave diserr vita etterna, che
grande tempo era stata serrata per lo peccato d'Adam; ma poi che Io vi
donai la Verit mia, cio il Verbo de l'unigenito mio Figliuolo,
sostenendo morte e passione, con la morte sua destrusse la morte vostra,
facendovi bagno del sangue suo. S che 'l sangue e morte sua, ed in
virt della natura mia divina unita con la natura umana, diserroe vita
etterna. A cui ne lassoe le chiavi di questo Sangue? Al glorioso
apostolo Pietro e a tucti gli altri, che so' venuti o verranno di qui a
l'ultimo d del giudicio; s che tutti hanno e avaranno quella medesima
auctorit che ebbe Pietro. E per neuno loro difecto non diminuisce
questa auctorit, n tolle la perfeczione al Sangue n ad alcuno
sacramento, perch gi ti dixi che questo Sole per neuna immondizia si
lordava, e non perde la luce sua per tenebre di peccato mortale che
fusse in colui che 'l ministra o in colui che 'l riceve: per che la
colpa sua neuna lesione a' sacramenti della sancta Chiesa pu fare, n
diminuire la virt in loro; ma ben diminuisce la grazia, e cresce la
colpa in colui che 'l ministra e in colui che 'l riceve indegnamente.

S che Cristo in terra tiene le chiavi del Sangue, s come, se ben ti
ricorda, Io tel manifestai in questa figura, volendoti mostrare quanta
reverenzia e' secolari debbono avere a questi ministri, o buoni o
gattivi che siano, e quanto mi spiaceva la inreverenzia. Sai che Io ti
posi el corpo mistico della sancta Chiesa quasi in forma d'uno cellaio,
nel quale cellaio era il sangue de l'unigenito mio Figliuolo; nel quale
sangue vagliono tucti e' sacramenti, e hanno vita in virt di questo
sangue. A la porta di questo cellaio era Cristo in terra, a cui era
commesso a ministrare el Sangue, e a lui stava di mectere i ministratori
che l'aitassero a ministrare per tucto l'universale corpo della
religione cristiana. Chi era acceptato e unto da lui n'era facto
ministro, e altri no. Da costui esce tucto l'ordine chericato, e
messili, ciascuno ne l'offizio suo, a ministrare questo glorioso Sangue.
E come egli gli ha messi per suoi aitatori, cos a lui tocca el
correggerli de' difecti loro; e cos voglio che sia, che, per
l'excellenzia ed auctorit che Io l'ho data, Io gli ho tracti della
servitudine, cio subieczione della signoria de' signori temporali. La
legge civile non ha a fare cavelle con la legge loro in punizione; ma
solo in colui che  posto a signoreggiare e a ministrare nella legge
divina. Questi sono e' miei unti, e per dixi per la Scriptura: Non
vogliate toccare e' cristi miei. Unde a maggiore ruina non pu venire
l'uomo che se ne fa punitore.




CAPITOLO CXVI

  Come la persecuzione, che si fa a la sancta Chiesa o vero a'
     ministri, Dio la reputa facta a s, e come questa colpa pi  grave
     che neuna altra.


--E se tu mi dimandassi per che cagione Io ti mostrai che pi era grave
la colpa di coloro che perseguitavano la sancta Chiesa che tucte l'altre
colpe commesse, e perch per li loro difecti Io non volevo che la
reverenzia verso di loro diminuisse, Io ti rispondarei e rispondo:
perch ogni reverenzia che si fa a loro, non si fa a loro, ma a me, per
la virt del Sangue che Io l'ho dato a ministrare. Unde, se non fusse
questo, tanta reverenzia avareste a loro quanta agli altri uomini del
mondo, e non pi. E per questo ministerio ste costrecti a far lo'
reverenzia; e a le loro mani vi conviene venire, non a loro per loro, ma
per la virt che Io ho data a loro, se volete ricevere i sancti
sacramenti della Chiesa; per che, potendoli avere e non volendogli,
sareste e morreste in stato di dannazione.

S che la reverenzia  mia e di questo glorioso Sangue (che siamo una
medesima cosa per l'unione della natura divina con la natura umana,
come decto ), e non loro. E s come la reverenzia  mia, cos la
inreverenzia: ch gi t'ho decto che la reverenzia non dovete fare a
loro per loro, ma per l'auctorit che Io ho data a loro. E cos non
debbono essere offesi, per che, offendendo loro, offendono me e non
loro. E gi l'ho vetato, e decto che i miei cristi non voglio che sieno
toccati per le loro mani; e per questo neuno si pu scusare dicendo:--Io
non fo ingiuria n so' ribello a la sancta Chiesa, ma follo a' difecti
de' gactivi pastori.--Questi mente sopra el capo suo e, come aciecato
dal proprio amore, non vede; ma elli vede bene, ma fa vista di non
vedere per ricoprire lo stimolo della coscienzia sua. Vedrebbe, e vede,
che egli perseguita el Sangue e non loro. Mia  l'ingiuria, s come mia
era la reverenzia. E cos  mio ogni danno: scherni, villanie, obrobrio
e vitoperio, che fanno a loro; cio che reputo facto a me quel che fanno
a loro, perch Io lo' dixi e dico che i miei cristi non voglio che sieno
toccati da loro. Io gli ho a punire, e non eglino. Ma eglino dimostrano,
gl'iniqui, la inreverenzia che essi hanno al Sangue, e che poco tengono
caro el tesoro che Io l'ho dato in salute e in vita de l'anime loro.

Pi non potavate ricevere che darmivi tucto Dio e uomo in cibo, s come
Io t'ho decto. Ma perch la reverenzia non era facta a me per mezzo di
loro, per l'hanno diminuita perseguitandoli, vedendo in loro molti
peccati e difecti, s come, in un altro luogo, de' difecti loro Io ti
narraroe. Se in verit avessero avuta questa reverenzia in loro per me,
non sarebbe levata per ne uno difecto loro, perch non diminuisce, come
decto , la virt di questo sacramento per neuno difecto. E per non
debba diminuire la reverenzia; e quando diminuisce, n'offendono me.

E per m' pi grave questa colpa che tucte l'altre, per molte ragioni:
ma tre principali te ne dir. L'una si  perch quello che fanno a loro
fanno a me. L'altra si  perch trapassano el comandamento: perch gi
l'ho vetato che non gli tocchino; unde spregiano la virt del Sangue che
trassero del sancto baptesmo, perch essi disobediscono facendo quel che
l' vetato. E so' ribelli a questo Sangue, perch hanno levata la
reverenzia, e levatisi con la grande persecuzione. Essi sonno come
membri putridi, tagliati dal corpo mistico della sancta Chiesa; unde,
mentre che stessero obstinati in questa rebellione e inreverenzia,
morendo con essa, giongono a l'etterna dapnazione.  vero che, giognendo
a l'extremit, umiliandosi e cognoscendo la colpa loro, volendosi
reconciliare col loro capo e non potendo actualmente, riceve
misericordia: poniamo che non debba per aspectare il tempo, perch non
 securo d'averlo. L'altra si  perch la loro colpa  pi aggravata che
tucte l'altre, perch egli  peccato facto per propria malizia e con
deliberazione, e cognoscono che con buona coscienzia essi nol possono
fare; e, facendolo, offendono. Ed  offesa con una perversa superbia,
senza dilecto corporale; anco si consumano l'anima e 'l corpo: l'anima
si consuma privata della grazia, e spesse volte lo' rode il vermine
della coscienzia; la sustanzia temporale si consuma in servigio del
dimonio, e i corpi ne sonno morti come animali.

S che questo peccato  facto propriamente a me, ed  facto senza colore
di propria utilit o dilecto alcuno, se non con malizia e fummo di
superbia, la quale superbia nacque dal proprio amore sensitivo, e da
quello timore perverso che ebbe Pilato che, per timore di non perdere la
signoria, uccise Cristo unigenito mio Figliuolo. Cos hanno facto e
fanno costoro.

Tucti gli altri peccati sonno facti o per simplicit o per ignoranzia di
non cognoscere, o per malizia, cio che cognosce il male che egli fa, ma
per lo disordinato dilecto e piacere che ha in esso peccato, o per
alcuna utilit che vi trovasse, offende, e, offendendo, fa dapno e
offende l'anima sua, e offende me e il proximo suo. Me, perch non rende
gloria e loda al nome mio; el proximo, perch non gli rende la
dileczione della carit. Ma egli non mi percuote actualmente che la
faccia propriamente a me, ma offende s; la quale offesa mi dispiace per
lo dapno suo. Ma questa  offesa facta a me proprio, senza mezzo. Gli
altri peccati hanno alcuno colore e sonno facti con alcuno colore e
sonno facti con mezzo, perch Io ti dixi che ogni peccato si faceva col
mezzo del proximo, e ogni virt: el peccato si fa per la privazione
della carit di me, Dio, e del proximo; e la virt con la dileczione
della carit: offendendo il proximo, offendono me col mezzo di loro. Ma
perch tra le mie creature che hanno in loro ragione Io ho electi questi
miei ministri, e' quali sonno e' miei unti, s come Io ti dixi,
ministratori del corpo e del sangue de l'unigenito mio Figliuolo, carne
vostra umana unita con la natura mia divina, unde, consecrando, stanno
in persona di Cristo mio Figliuolo; s che vedi che questa offesa 
facta a questo Verbo; ed essendo facta a lui,  facta a me, perch siamo
una medesima cosa.

Questi miserabili perseguitano el Sangue e privansi del tesoro e del
fructo del Sangue. Unde ella m' pi grave questa offesa, facta a me e
non a' ministri, perch loro non reputo ne debba essere n l'onore n la
persecuzione; anco a me, cio a questo glorioso sangue del mio
Figliuolo, che siamo una medesima cosa, come decto t'ho. Unde Io ti dico
che, se tucti gli altri peccati che essi hanno commessi fussero da l'uno
lato, e questo solo da l'altro, mi pesa pi questo uno che gli altri,
per lo modo che decto t'ho, s come Io tel manifestai, acci che tu
avessi pi materia di dolerti de l'offesa mia e della dapnazione di
questi miserabili, acci che col dolore e con l'amaritudine tua e degli
altri servi miei, per mia bont e misericordia, si dissolvesse tanta
tenebre quanta  venuta in questi membri putridi, tagliati dal corpo
mistico della sancta Chiesa.

Ma Io non truovo quasi chi si doglia della persecuzione che  facta a
questo glorioso e prezioso Sangue: ma truovo bene chi mi percuote
continuamente con le saecte del disordinato amore e timore servile, e
con la propria reputazione, come aciecati, recandosi a onore quello che
l' a vitoperio, e a vitoperio quello che l' onore, cio d'aumiliarsi
al capo loro. Per questi difecti si sonno levati e levano a perseguitare
il Sangue.




CAPITOLO CXVII

  Qui si parla contra li persecutori de la sancta Chiesa e de'
     ministri, in diversi modi.


--Perch ti dixi che mi percotevano, e cos  la verit. In quanto la
intenzione loro mi percuotono con quello che possono: none che Io in me
possa ricevere alcuna lesione n essere percosso da loro; ma Io fo come
la pietra che, gictandole il colpo, nol riceve, ma torna verso colui che
'l gicta. Cos le percosse de l'offese loro, le quali gictano puzza, a
me non possono nuocere, ma ritorna a loro la saecta avelenata della
colpa. La quale colpa in questa vita gli priva della grazia, perdendo el
fructo del Sangue; e ne l'ultimo, se essi non si correggono con la
sancta confessione e contrizione del cuore, giongono a l'etterna
dapnazione, tagliati da me e legati col dimonio. E hanno facta lega
insieme, perch, subbito che l'anima  privata della grazia,  legata
nel peccato d'odio della virt e amore del vizio. El quale legame hanno
posto col libero arbitrio nelle mani delle dimonia, e con esso gli lega,
per che in altro modo non potrebbero essere legati.

Con questo legame si sonno legati e' persecutori del Sangue l'uno con
l'altro, e' come membri legati col dimonio, hanno preso l'offizio delle
dimonia. Le dimonia s'ingegnano di pervertire le mie creature e trarle
della grazia e riducerle a la colpa del peccato mortale, acci che di
quel male che essi hanno in loro medesimi, di quello abbino le creature.
Cos fanno questi cotali, n pi n meno: per che, s come membri del
dimonio, vanno subvertendo e' figliuoli della Sposa di Cristo unigenito
mio Figliuolo, e sciogliendoli dal legame della carit e legandoli nel
miserabile legame, privati del fructo del Sangue con loro insieme.
Legame annodato col nodo della superbia e con la propria reputazione,
col nodo del timore servile; che, per timore di non perdere le signorie
temporali, perdono la grazia e caggiono nella maggiore confusione che
venire possino, essendo privati della dignit del Sangue. Questo legame
 suggellato col suggello della tenebre, per che essi non cognoscono
in quanti inconvenienti e miserie essi sonno caduti e fanno cadere
altrui, e per non si correggono, perch non el cognoscono, ma come
aciecati si gloriano della loro destruczione de l'anima e del corpo.

O carissima figliuola, duolti inextimabilmente di vedere tanta ciechit
e miseria in coloro che sono lavati nel Sangue come tu, e nutricatisi e
allevatisi d'esso Sangue al pecto della sancta Chiesa; e ora, come
ribelli, per timore e socto colore di correggere e' difecti de' ministri
miei (de' quali Io ho vetato ch'Io non voglio che siano toccati da
loro), s si sonno partiti da questo pecto. Unde terrore ti debba
venire, a te e agli altri servi miei, quando odi ricordare questo cos
facto miserabile legame. La lingua tua non sarebbe sufficiente a potere
narrare quanto m' abominevole: e peggio  che col mantello del difecto
de' ministri miei si vogliono amantellare e ricoprire i difecti loro; e
non pensano che con neuno mantello si possono riparare a l'occhio mio
ch'Io nol vegga. Potrebbersi bene nascondere a l'occhio della creatura,
ma none a me, che non tanto che sieno nascoste a me le cose presenti, ma
neuna cosa a me  nascosa. Io v'amai e vi cognobbi prima che voi fuste.

E questa  una delle cagioni ch'e' miserabili uomini del mondo non si
correggono, perch in verit col lume della fede viva non credono ch'Io
li vegga. Per che, se essi credessero in verit che Io veggo e' difecti
loro, e che ogni difecto  punito, come ogni bene  remunerato, s come
in un altro luogo ti dixi, non farebbero tanto male, ma correggerebbersi
di quello che hanno facto e dimandarebbero umilemente la misericordia
mia. E Io, col mezzo del sangue del mio Figliuolo, lo' farei
misericordia. Ma essi sono come obstinati e riprovatisi da la mia bont
per li difecti loro, e caduti ne l'ultima ruina, per li loro difecti,
d'essere privati del lume, e come ciechi sono facti persecutori del
Sangue. La quale persecuzione non debba essere facta per alcuno difecto
che si vedesse ne' ministri del Sangue.




CAPITOLO CXVIII

  Repetizione breve sopra le predecte cose de la sancta Chiesa e de'
     ministri.


--Hotti narrato, carissima figliuola, alcuna cosa della reverenzia che
si debba fare a' miei unti, non obstante i difecti loro; perch la
reverenzia non  facta n debba essere facta a loro per loro, ma per
l'auctorit che Io ho data a loro. E perch per li difecti loro el
misterio del sacramento non pu diminuire n essere diviso, non debba
venire meno la reverenzia verso di loro: non per loro, come decto , ma
per lo tesoro del Sangue.

Facendo el contrario, hotti mostrato alcuna piccola cosa (per rispecto
che ella ) quanto egli  grave e spiacevole a me e dapno a loro la
inreverenzia e persecuzione del Sangue, e il legame facto contra a me,
che essi hanno facto e fanno insieme, legati in servizio del dimonio;
acci che tu pi ti doglia.

Questo  uno difecto el quale particularmente Io t'ho narrato per la
persecuzione della sancta Chiesa. E cos ti dico generalmente della
religione cristiana: che, stando in peccato mortale, spregiano el Sangue
privandosi della vita della grazia. Questo mi dispiace, ed  grave colpa
la loro, di quelli che narrato t'ho particularmente, s come decto .




CAPITOLO CXIX

  De la excellenzia e de le virt e de le operazioni sancte de'
     virtuosi e sancti ministri. E come essi hanno la condiczione del
     sole. E de la correczione loro verso de' subditi.


--Ora, per dare un poco di refrigerio a l'anima tua, mitigar el dolore
della tenebre di questi miserabili subditi con la vita sancta de' miei
ministri, de' quali Io ti dixi che aveano la condiczione del sole; s
che con l'odore delle loro virt mitiga la puzza, e con la luce loro la
tenebre. E anco con questa luce meglio vorr che tu cognosca la tenebre
e il difecto de' ministri miei, de' quali Io ti dixi.

Apre l'occhio de l'intellecto tuo, e raguarda in me, sole di giustizia;
e vedrai e' gloriosi ministri e' quali, avendo ministrato el Sole, hanno
presa la condiczione del Sole, s come Io ti contai di Pietro, el
principe degli appostoli, el quale ricevette le chiavi del reame del
cielo. Cos ti dico degli altri che in questo giardino della sancta
Chiesa hanno ministrato el Lume, cio il Corpo e il Sangue de
l'unigenito mio Figliuolo (Sole unito e non diviso come decto ), e
tucti e' sacramenti della sancta Chiesa, e' quali tucti vagliono e dnno
vita in virt del Sangue; ogniuno posto in diversi gradi, secondo lo
stato suo, a ministrare la grazia dello Spirito sancto. Con che l'hanno
ministrata? col lume della grazia che hanno tracta da questo vero lume.

Questo lume  egli solo? No, per che egli non pu essere solo el lume
della grazia, n pu essere diviso: anco si conviene o che egli l'abbi
tucto o nonne mica. Chi sta in peccato mortale, esso facto,  privato
del lume della grazia; e chi ha la grazia ha illuminato l'occhio de
l'intellecto suo in cognoscere me, che gli ho data la grazia e la virt
che conserva la grazia. E cognosce in esso lume la miseria del peccato e
la cagione del peccato, cio il proprio amore sensitivo, e per e'
l'odia, e odiandolo riceve il caldo della divina carit ne l'affecto
suo, perch l'affecto va dietro a l'intellecto. Riceve il colore di
questo glorioso lume, seguitando la doctrina della dolce mia Verit;
unde la memoria sua s' impita nel ricordamento del benefizio del
Sangue.

S che vedi che non pu ricevere il lume che non riceva el caldo e il
colore, perch sonno uniti insieme e sono una medesima cosa. E cos non
pu, s com'Io ti dixi, avere una potenzia de l'anima ordinata a
ricevere me, vero Sole, che tucte e tre non siano ordinate e congregate
nel nome mio. Per che subbito che l'occhio de l'intellecto col lume
della fede si leva sopra el vedere sensitivo speculandosi in me,
l'affecto gli va dietro amando quello che l'intellecto vidde e cognobbe,
e la memoria s'empie di quello che l'affecto ama. E subbito che elle
sonno disposte, participa me, Sole, illuminandolo nella potenzia mia e
nella sapienzia de l'unigenito mio Figliuolo, e nella clemenzia del
fuoco dello Spirito sancto.

S che vedi che essi hanno presa la condiczione del sole, cio che,
essendo vestiti e piene le potenzie de l'anima loro di me, vero Sole,
come decto t'ho, fanno come il sole. El sole scalda e illumina, e col
caldo suo fa germinare la terra: cos questi miei dolci ministri, electi
e unti e messi nel corpo mistico della sancta Chiesa a ministrare me,
Sole, cio il Corpo e il Sangue de l'unigenito mio Figliuolo con gli
altri sacramenti e' quali hanno vita da questo Sangue, essi el
ministrano actualmente e ministranlo mentalmente, cio rendendo lume nel
corpo mistico della sancta Chiesa. Lume di scienzia sopranaturale col
colore d'onesta e sancta vita, cio seguitando la doctrina della mia
Verit, e ministrano el caldo de l'ardentissima carit. Unde col caldo
loro facevano germinare l'anime sterili, illuminandole col lume della
scienzia, e con la vita loro sancta e ordinata cacciavano la tenebre de'
peccati mortali e di molta infidelit, e ordinavano la vita di coloro
che disordenatamente vivevano in tenebre di peccato e in freddezza per
la privazione della carit. S che vedi che essi sonno sole, perch
hanno presa la condiczione del sole da me, vero Sole, perch per affecto
d'amore son facti una cosa con meco e Io con loro, s come Io in un
altro luogo ti narrai.

Ogniuno ha dato, secondo lo stato suo che Io l'ho electo, lume nella
sancta Chiesa. Pietro con la predicazione e doctrina e ne l'ultimo col
sangue; Gregorio con la scienzia e sancta Scriptura e con especchio di
vita; Silvestro contra gl'infedeli e maximamente con la disputazione e
provazione che fece della sanctissima fede in parole e in facti,
ricevendo la virt da me. Se tu ti vlli ad Agustino e al glorioso
Tomaso, Ieronimo e gli altri, vedrai quanto lume hanno gictato in questa
Sposa, extirpando gli errori, s come lucerne poste in sul candelabro,
con vera e perfecta umilit. E, come affamati de l'onore mio e salute de
l'anime, questo cibo mangiavano con dilecto in su la mensa della
sanctissima croce: e' martiri col sangue, el quale sangue gictava odore
nel cospecto mio e con l'odore del sangue e delle virt e col lume della
scienzia facevano fructo in questa Sposa, dilatavano la fede; e'
tenebrosi venivano al lume, e riluceva in loro el lume della fede; e'
prelati, posti nello stato della prelazione da Cristo in terra, mi
facevano sacrifizio di giustizia con sancta e onesta vita; la margarita
della giustizia, con vera umilit e ardentissima carit, col lume della
discrezione, riluceva in loro e ne' loro subditi: in loro
principalmente, per che giustamente rendevano a me il debito mio, cio
rendendo gloria e loda al nome mio; a s rendevano odio e dispiacimento
della propria sensualit, spregiando e' vizi e abbracciando le virt con
la carit mia e del proximo loro. Con umilit conculcavano la superbia,
e andavano come angeli a la mensa de l'altare; con purit di cuore e di
corpo e con sincerit di mente celebravano, arsi nella fornace della
carit. E perch prima avevano facta giustizia di loro, per facevano
giustizia de' subditi, volendoli veder vivere virtuosamente, e
correggevangli senza veruno timore servile, perch non actendevano a
loro medesimi, ma solo a l'onore mio e a la salute de l'anime, s come
pastori buoni, seguitatori del buono Pastore, mia Verit, el quale Io vi
diei a governare voi pecorelle e volsi che ponesse la vita per voi.
Costoro hanno seguitato le vestigie sue, e per corressero e non lassro
imputridire e' membri per non corregere; ma caritativamente correggevano
con l'unguento della benignit, e con l'asprezza del fuoco incendendo la
piaga del difecto con la riprensione e penitenzia, poco e assai secondo
la gravezza del peccato. E per lo correggere e dire la verit non
curavano la morte.

Questi erano veri ortolani, che con sollicitudine e sancto timore
divellevano le spine de' peccati mortali e piantavano piante odorifere
di virt. Unde i subditi vivevano in sancto e vero timore, e allevavansi
come fiori odoriferi nel corpo mistico della sancta Chiesa, perch
correggevano senza timore servile, perch n'erano privati. E perch in
loro non era colpa di peccato, per tenevano la sancta giustizia,
riprendendo virilmente e senza veruno timore. Questa era ed  quella
margarita, in cui ella riluce, che dava pace e lume nelle menti delle
creature e faceale stare in sancto timore, ed e' cuori erano uniti. Unde
Io voglio che tu sappi che per neuna cosa  venuta tanta tenebre e
divisione nel mondo tra secolari e religiosi, cherici e pastori della
sancta Chiesa, se non solo perch il lume della giustizia  mancato ed 
venuta la tenebre della ingiustizia.

Neuno Stato si pu conservare nella legge civile e nella legge divina in
stato di grazia senza la sancta giustizia, per che colui che non 
correcto e non corregge fa come il membro che  cominciato a
infracidare, che, se 'l gattivo medico vi pone subbitamente l'unguento
solamente e non incuoce la piaga, tucto il corpo imputridisce e
corrompe. Cos el prelato, o altri signori che hanno subditi, vedendo il
membro del subdito loro essere infracidato per la puzza del peccato
mortale, se esso vi pone solo l'unguento della lusinga senza la
reprensione, non guarisce mai, ma guastar l'altre membra, che gli sonno
d'intorno legate in uno medesimo corpo, cio a uno medesimo pastore. Ma
se elli sar vero e buono medico di quelle anime, s come erano questi
gloriosi pastori, egli non dar unguento senza fuoco della reprensione.
E se il membro fusse pure obstinato nel suo mal fare, el tagliar dalla
congregazione, acci che non imputridisca gli altri con la puzza del
peccato mortale.

Ma essi non fanno oggi cos: anco fanno vista di non vedere. E sai tu
perch? perch la radice de l'amore proprio vive in loro, unde essi
traggono il perverso timore servile; per che, per timore di non perder
lo Stato o le cose temporali o prelazione, non correggono; ma e' fanno
come aciecati, e per non cognoscono in che modo si conserva lo Stato.
Che se essi vedessero come egli si conserva per la sancta giustizia, la
manterrebbero. Ma perch essi sonno privati del lume, nol cognoscono;
ma, credendolo conservare con la ingiustizia, non riprendono e' difecti
de' subditi loro; ma ingannati sonno da la propria passione sensitiva e
da l'appetito della signoria o della prelazione.

E anco non correggono, perch essi sonno in quelli medesimi difecti o
maggiori. Sentonsi compresi nella colpa, e per perdono l'ardire e la
sicurt; e, legati dal timore servile, fanno vista di non vedere. E se
pure veggono, non correggono; anco si lassano legare con le parole
lusinghevoli e con molti presenti, e essi medesimi truovano le scuse per
non punirli. In costoro si compie la parola che dixe la mia Verit,
dicendo: Costoro sono ciechi e guide de' ciechi; e se l'uno cieco guida
l'altro, ambedue caggiono nella fossa.

Non hanno facto n fanno cos quegli che sonno stati (o se alcuno ne
fusse) miei dolci ministri, de' quali Io ti dixi che avevano la
propriet e condiczione del sole. E veramente sonno sole, come decto
t'ho, per che in loro non  tenebre di peccato n ignoranzia, perch
seguitano la doctrina della mia Verit; n sonno tiepidi, per che essi
ardono nella fornace della mia carit, e sonno spregiatori delle
grandezze e stati e delizie del mondo: e per non temono di correggere.
Ch chi non appetisce la signoria o la prelazione, non temono di
perderla, ma riprendono virilmente; ch chi non si sente ripresa la
coscienzia da la colpa, non teme.

E per non era tenebrosa questa margarita negli unti e cristi miei, de'
quali Io t'ho narrato; anco era lucida, ed erano abbracciatori della
povert voluntaria e cercavano la vilt con umilit profonda. E per non
curavano n scherni n villanie n detraczioni degli uomini n ingiuria
n obrobri n pena n tormento. Essi erano bastemmiati, e eglino
benedicevano, e con vera pazienzia portavano s come angeli terrestri e
pi che angeli: non per natura, ma per lo misterio e grazia data a loro,
sopranaturale, di ministrare il Corpo e 'l Sangue de l'unigenito mio
Figliuolo.

E veramente sonno angeli, per che, come l'angelo che Io do a vostra
guardia vi ministra le sancte e buone spirazioni, cos questi ministri
erano angeli, e cos dovarebbero essere: dati a voi da la mia bont a
vostra guardia. E per essi continuamente tenevano l'occhio sopra e'
subditi loro s come veri guardiani, spirando ne' cuori loro sancte e
buone spirazioni: cio che per loro offerivano dolci e amorosi desidri
dinanzi a me con continua orazione, con la doctrina della parola e con
l'exemplo della vita. S che vedi che essi sonno angeli posti da
l'affocata mia carit come lucerne nel corpo mistico della sancta
Chiesa per vostra guardia, acci che voi, ciechi, abbiate guida che vi
dirizzi nella via della verit, dandovi le buone spirazioni, con
orazioni ed exemplo di vita e doctrina, come decto .

Con quanta umilit governavano e conversavano co' subditi loro! Con
quanta speranza e fede viva che non curavano n temevano che a loro n
a' subditi loro venisse meno la substanzia temporale; e per con
larghezza distribuivano a' poveri la substanzia della sancta Chiesa!
Unde essi observavano a pieno quello che erano tenuti e obligati di
fare, cio di distribuire la substanzia temporale, a la loro necessit,
a' poveri e nella sancta Chiesa. Essi non facevano diposito, e doppo la
morte loro non rimaneva la molta pecunia: anco erano alcuni che, per li
poveri, lassavano la Chiesa in debito. Questo era per la larghezza della
loro carit e della speranza che avevano posta nella providenzia mia.
Erano privati del timore servile, e per non temevano che alcuna cosa
lo' venisse meno, n spirituale n temporale.

Questo  il segno che la creatura spera in me e non in s: cio quando
ella non teme di timore servile. Ma coloro che sperano in loro medesimi
sonno quegli che temono e hanno paura de l'ombra loro, e dubbitano che
non lo' venga meno el cielo e la terra. Con questo timore e perversa
speranza che pongono nel loro poco sapere, pigliano tanta miserabile
sollicitudine in acquistare e in conservare le cose temporali, che pare
che le spirituali si pongano doppo le spalle, e non si truova chi se ne
curi.

Ma e' non pensano, e' miserabili, infedeli e superbi, che Io so' solo
Colui che proveggo in tucte quante le cose che sono di necessit a
l'anima e al corpo; bench con quella misura che voi sperate in me, con
quella vi sar misurata la providenzia mia. E' miserabili presumptuosi
non raguardano che Io so' Colui che so', ed essi sonno quegli che non
sono: l'essere loro hanno ricevuto da la mia bont e ogni grazia che 
posta sopra l'essere. E per invano si pu colui reputare affadigarsi
che guarda la citt, se ella non  guardata da me. Vana sar ogni sua
fadiga, se egli per sua fadiga la crede guardare o per sua
sollicitudine: per che solo Io la guardo.  vero che l'essere e le
grazie che Io ho poste sopra l'essere vostro voglio che nel tempo
l'exercitiate in virt, usando el libero arbitrio, che Io v'ho dato, col
lume della ragione. Per che Io vi creai senza voi, ma senza voi non vi
salvar.

Io v'amai prima che voi fuste; e questo videro e cognobbero questi miei
dilecti. E per m'amavano ineffabilemente e, per l'amore che essi
avevano, speravano con tanta larghezza in me e in neuna cosa temevano.
Non temeva Silvestro, quando stava dinanzi a l'imperadore Gostantino
disputando con quegli dodici giuderi dinanzi a tucta la turba; ma con
fede viva credeva che, essendo Io per lui, neuno sarebbe contra lui. E
cos tucti gli altri perdevano ogni timore, perch non erano soli, ma
acompagnati; per che, stando nella dileczione della carit, stavano in
me, e da me acquistavano el lume della sapienzia de l'unigenito mio
Figliuolo; da me ricevevano la potenzia, essendo forti e potenti contra
e' principi e tiranni del mondo; e da me avevano el fuoco dello Spirito
sancto, participando la clemenzia e l'affocato amore d'esso Spirito
sancto. Questo amore era ed  acompagnato, a chi el vuole participare,
col lume della fede, con la speranza, con la fortezza, con pazienzia
vera e con longa perseveranzia infino a l'ultimo della morte. S che
vedi che non erano soli, ma erano acompagnati; e per non temevano.
Solamente colui che si sente solo, che spera in s, privato della
dileczione della carit, teme: e ogni piccola cosa gli fa paura, perch
 solo, privato di me, che do somma sicurt a l'anima che mi possiede
per affecto d'amore. Bene il provavano, questi gloriosi e dilecti miei,
che neuna cosa a l'anime loro poteva nuocere: anco essi nocevano agli
uomini e a le dimonia, e spesse volte ne rimanevano legate per la virt
e potenzia che Io l'avevo data sopra di loro. Questo era perch'Io
rispondevo a l'amore, fede e speranza che avevano posta in me.

La lingua tua non sarebbe sufficiente a narrare le virt di costoro, n
l'occhio de l'intellecto tuo a vedere il fructo che essi ricevono nella
vita durabile, e ricever chiunque seguitar le vestigie loro. Essi
sonno come pietre preziose, e cos stanno nel cospecto mio, perch'Io ho
ricevute le fadighe loro e il lume che essi gictarono e missero con
l'odore della virt nel corpo mistico della sancta Chiesa. E per gli ho
collocati nella vita durabile in grandissima dignit, e ricevono
beatitudine e gloria nella mia visione, perch diro exemplo d'onesta e
sancta vita e con lume ministrro el Lume del Corpo e del Sangue de
l'unigenito mio Figliuolo e tucti gli altri sacramenti. E per sonno
molto singularmente amati da me, s per la dignit nella quale Io gli ho
posti, che sonno miei unti e ministri, e s perch il tesoro che Io lor
missi nelle mani non l'hanno sotterrato per negligenzia e ignoranzia:
anco l'hanno riconosciuto da me, e exercitatolo con sollicitudine e
profonda umilit, con vere e reali virt. E perch Io in salute de
l'anime gli avevo posti in tanta excellenzia, non si ristavano mai, s
come pastori buoni, di rimectere le pecorelle ne l'ovile della sancta
Chiesa. Unde essi per affecto d'amore e fame de l'anime si mectevano a
la morte per trarle delle mani delle dimonia.

Eglino infermavano, cio facendosi infermi con quegli che erano infermi;
cio che spesse volte per non confndare loro di disperazione, e per dar
lo' pi larghezza di manifestare la loro infermit, davano vista,
dicendo:--Io so' infermo con teco insieme.--Essi piangevano co'
piangenti e godevano co' godenti, e cos dolcemente sapevano dare a
ciascuno el cibo suo: i buoni conservando, e godendo delle loro virt,
perch non si rodevano per invidia, ma erano dilatati nella larghezza
della carit del proximo e de' subditi loro; e quegli che erano
defectuosi traevano del difecto, facendosi defectuosi e infermi con loro
insieme (come decto ), con vera e sancta compassione, e con la
correczione e penitenzia de' difecti loro commessi, facendo eglino per
carit la penitenzia con loro insieme. Cio che, per l'amore che essi
avevano, portavano maggiore pena essi che la davano, che coloro che la
ricevevano. E alcuna volta erano di quelli che actualmente la facevano,
e spezialmente quando avessero veduto che al subdito fusse paruto molto
malagevole. Unde per quello acto la malagevolezza lo' tornava in
dolcezza.

O dilecti miei! essi si facevano subditi, essendo prelati; essi si
facevano servi, essendo signori; essi si facevano infermi, essendo sani
e privati della infermit e lebbra del peccato mortale; essendo forti,
si facevano debili; coi macti e semplici si mostravano semplici, e co'
piccoli, piccoli. E cos con ogni maniera di gente, per umilit e
carit, sapevano essere, e a ciascuno davano el cibo suo. Questo chi el
faceva? la fame e il desiderio, che avevano conceputo in me, de l'onore
mio e salute de l'anime. Essi corrivano a mangiarlo in su la mensa della
sanctissima croce, non rifiutando labore n fuggivano alcuna fadiga; ma,
come zelanti de l'anime e bene della sancta Chiesa e dilatazione della
sancta fede, si mectevano tra le spine delle molte tribulazioni, e
mectevansi a ogni pericolo con vera pazienzia, gictando incensi
odoriferi d'ansietati desidri e d'umile e continua orazione. Con le
lagrime e sudori ugnevano le piaghe de' proximi loro, cio le piaghe
della colpa de' peccati mortali, unde ricevevano perfecta sanit, se
essi umilemente ricevevano cos facto unguento.




CAPITOLO CXX

  Repetizione in somma del precedente capitolo; e de la reverenzia
     che si debba rendere a' sacerdoti, o buoni o rei che siano.


--Ora t'ho mostrato, carissima figliuola, una sprizza de l'excellenzia
loro: una sprizza, dico, per rispecto di quello che ella ; e narrato
della dignit nella quale Io gli ho posti, perch gli ho electi e facti
miei ministri. E per questa auctorit e dignit che Io ho dato a loro,
Io non voleva n voglio che sieno toccati, per veruno loro difecto, per
mano di secolari; e, toccandoli, offendono me miserabilemente. Ma voglio
che gli abbino in debita reverenzia: non loro per loro, come decto t'ho,
ma per me, cio per l'autorit che Io l'ho data. Unde questa reverenzia
non debba diminuire mai perch in loro diminuisca la virt, n nei
virtuosi de' quali Io t'ho narrato delle virt loro e postiteli
ministratori del Sole, cio del Corpo e del Sangue del mio Figliuolo e
degli altri sacramenti, per che questa dignit tocca a' buoni e a'
gattivi: ogniuno l'ha a ministrare, come decto .

Dixiti che questi perfecti avevano la condiczione del sole; e cos ,
illuminando e scaldando, per la dileczione della carit, e' proximi
loro, e con questo caldo facevano fructo e germinare le virt ne l'anime
de' subditi loro. Hocteli posti che essi sono angeli; e cos  la
verit: dati da me a voi per vostra guardia, perch vi guardino e
spirino le buone spirazioni ne' cuori vostri per sancte orazioni e
doctrina con specchio di vita, e che vi servano ministrandovi e' sancti
sacramenti, s come fa l'angelo che vi serve e guardavi e spira le buone
e sancte spirazioni in voi.

S che vedi che, oltre alla dignit nella quale Io gli ho posti,
essendovi l'adornamento delle virt (s come di questi cotali Io t'ho
narrato, e come tucti sonno tenuti e obligati d'essere), quanto essi
sonno degni d'essere amati! E doveteli avere in grande reverenzia
questi, che sonno dilecti figliuoli ed uno sole messo nel corpo mistico
della sancta Chiesa per le loro virt. Per che ogni uomo virtuoso 
degno d'amore, e molto maggiormente costoro per lo ministerio che Io
l'ho dato in mano. S che, per virt e per la dignit del sacramento,
gli dovete amare: e odiare dovete e' difecti di quegli che vivono
miserabilmente; ma non per farvene giudici, ch Io non voglio, perch
sonno e' miei cristi, e dovete amare e reverire l'auctorit che Io ho
data a loro.

Voi sapete bene che, se uno immondo e male vestito vi recasse uno grande
tesoro del quale traeste la vita, che per amore del tesoro e del signore
che vel mandasse voi non odiareste per el portatore, non obstante che
egli fusse stracciato e inmondo. Dispiacerebbevi bene, e ingegnarestevi,
per amore del signore, che si levasse la immondizia e si rivestisse.
Cos dunque dovete fare per debito, secondo l'ordine della carit, e
voglio che voi el facciate, di questi cotali miei ministri poco
ordinati, che con inmondizia e col vestimento de' vizi, stracciati per
la separazione della carit, vi recano e' grandi tesori, cio i
sacramenti della sancta Chiesa; da' quali sacramenti ricevete la vita
della grazia, ricevendoli degnamente (non obstante che essi siano in
tanto difecto) per amore di me, Dio etterno, che ve li mando, e per
amore della vita della grazia che ricevete dal grande tesoro
ministrandovi tucto Dio e uomo, cio il Corpo e 'l Sangue del mio
Figliuolo, unito con la natura mia divina. Debbanvi dispiacere e dovete
odiare i difecti loro e ingegnarvi, con affecto di carit e con
l'orazione sancta, di rivestirli, e con lagrime lavare la immondizia
loro, cio offerirli dinanzi a me con lagrime e grande desiderio che Io
gli rivesta, per la mia bont, del vestimento della carit.

Voi sapete bene che lo' voglio fare grazia, pure che essi si dispongano
a ricevere e voi a pregarmi. Per che di mia volont non  che essi vi
ministrino el Sole in tenebre, n che sieno dinudati del vestimento
della virt, n immondi, vivendo disonestamente: anco gli ho posti e
dati a voi perch siano angeli terrestri e sole, come decto t'ho. Non
essendo, mi dovete pregare per loro e non giudicarli, e il giudicio
lassate a me. E Io, con le vostre orazioni, volendo eglino ricevere, lo'
far misericordia; e, non correggendosi la vita loro, la dignit, che
essi hanno, lo' sar in ruina. E con grande rimproverio da me, sommo
giudice, ne l'ultima extremit della morte non correggendosi n
pigliando la larghezza della mia misericordia, saranno mandati al fuoco
etternale.




CAPITOLO CXXI

  De' defecti e de la mala vita degl'iniqui sacerdoti e ministri.


--Ora actende, carissima figliuola, che, acci che tu e gli altri servi
miei aviate pi materia d'offerire a me, per loro, umili e continue
orazioni, ti voglio mostrare e dire la scellerata vita loro. Bench da
qualunque lato tu ti vlli, e secolari e religiosi, cherici e prelati,
piccoli e grandi, giovani e vecchi e d'ogni altra maniera gente, non
vedi altro che offesa; e tucti mi gictano puzza di peccato mortale. La
quale puzza a me non fa danno veruno n nuoce, ma a loro medesimi.

Io t'ho contiato infino a qui de l'excellenzia de' miei ministri e della
virt de' buoni, s per dare refrigerio a l'anima tua, e s perch tu
meglio cognosca la miseria di questi miserabili, e vegga quanto sonno
degni di maggiore riprensione e di sostenere pi intollerabili pene; s
come gli electi e dilecti miei, perch hanno exercitato in virt el
tesoro dato a loro, sonno degni di maggiore premio e d'essere posti come
margarite nel cospecto mio. El contrario questi miserabili, per che
riceveranno crudele pena.

Sai tu, carissima figliuola (e actende con dolore e amaritudine di
cuore), dove essi hanno facto el principio e il fondamento loro? Ne
l'amore proprio di loro medesimi, unde  nato l'arbore della superbia
col figliuolo della indiscrezione; ch, come indiscreti, pongono a loro
l'onore e la gloria, cercando le grandi prelazioni, con adornamenti e
delicatezza del corpo loro, e a me rendono vitoperio e offesa, e
retribuiscono a loro quello che non  loro, e a me dnno quello che non
 mio. A me debba essere dato gloria e loda al nome mio, e a loro
debbono rendere odio della propria sensualit con vero cognoscimento di
loro, reputandosi indegni di tanto ministerio quanto essi hanno ricevuto
da me.

Ed essi fanno el contrario, per che, come infiati di superbia, non si
saziano di rodere la terra delle ricchezze e delizie del mondo, strecti,
cupidi e avari verso e' poveri. Unde per questa miserabile superbia e
avarizia, la quale  nata dal proprio amore sensitivo, hanno abandonata
la cura de l'anime; e solo si dnno a guardare e avere cura delle cose
temporali, e lassano le mie pecorelle, ch'Io l'ho messe nelle mani, come
pecore senza pastore. E non le pascono n le notricano n spiritualmente
n temporalmente. Spiritualmente ministrano e' sacramenti della sancta
Chiesa (e' quali sacramenti per veruno loro difecto vi possono essere
tolti, n diminuisce la virt loro); ma non vi pascono d'orazioni
cordiali, di fame e desiderio della salute vostra con sancta e onesta
vita. E non pascono e' subditi delle cose temporali (ci sonno e'
poverelli), della quale substanzia Io ti dixi che se ne die fare tre
parti: l'una a la loro necessit, l'altra a' povarelli e l'altra in
utilit della Chiesa.

Ed essi fanno el contrario: ch non tanto che diano quella substanzia
che sonno tenuti ed obligati di dare a' poveri, ma essi tolgono l'altrui
per simonia e appetito di pecunia, e vendono la grazia dello Spirito
sancto. Per che spesse volte sonno di quelli, che sonno tanto
sciagurati che non vorranno dare a chi n'ha bisogno quello ch'Io l'ho
dato per grazia e perch 'l diano a voi, che non lo' sia piena la mano,
o proveduti con molti presenti. E tanto amano e' subditi loro quanto ne
ritraggono, e pi no. Tucto el bene della Chiesa non spendono in altro
che in vestimenti corporali e in andare vestiti delicatamente, non come
cherici e religiosi, ma come signori o donzelli di corte. E studiansi
d'avere i grossi cavagli e molti vaselli d'oro e d'argento con
adornamento di casa, tenendo e possedendo quello che non possono tenere,
con molta vanit di cuore. El cuore loro favella con disordinata vanit.
E tucto il desiderio loro  in vivande, facendosi del ventre loro dio,
mangiando e beiendo disordinatamente. E per caggiono subbito nella
immondizia, vivendo lascivamente.

Guai, guai a la loro misera vita: ch quello che il dolce Verbo,
unigenito mio Figliuolo, acquist con tanta pena in sul legno della
sanctissima croce, essi lo spendono con le publiche meretrici. Sonno
devoratori de l'anime ricomprate del sangue di Cristo, divorandole con
molta miseria, in molti e in diversi modi; e di quello de' poveri ne
pascono e' figliuoli loro. O templi del diavolo, Io v'ho posti perch
voi siate angeli terrestri in questa vita, e voi ste dimni e preso
avete l'officio delle dimonia. Le dimonia dnno tenebre di quelle che
hanno per loro, e ministrano crociati tormenti; sottraggono l'anime
dalla grazia con molte molestie e temptazioni, per reducerle a la colpa
del peccato mortale, ingegnandosi di farne quello che essi possono: bene
che neuno peccato possa cadere ne l'anima pi che essa voglia; ma essi
ne fanno quel che possono. Cos questi miserabili, non degni d'essere
chiamati ministri, sonno dimni incarnati, perch per loro difecto si
sonno conformati con la volont delle dimonia, e per fanno l'officio
loro ministrando me, vero Sole, con la tenebre del peccato mortale, e
ministrano la tenebre della disordinata e scellerata vita loro ne'
subditi e ne l'altre creature che hanno in loro ragione. E dnno
confusione, e ministrano pene nelle menti delle creature che
disordinatamente gli veggono vivere: anco sonno cagione di ministrare
pene e confusione di coscienzia in coloro che spesse volte sottraggono
dallo stato della grazia e via della verit, e, conducendoli a la colpa,
gli fanno andare per la via della bugia.

Bench, colui che gli sguita non  per scusato dalla colpa sua, perch
non pu essere costrecto a colpa di peccato mortale n da questi dimni
visibili n dagl'invisibili, per che neuno debba guardare a la vita
loro n seguitare quello che fanno; ma, come v'amun la mia Verit nel
sancto Evangelio, dovete fare quello che essi vi dicono (cio la
doctrina che v' data nel corpo mistico della sancta Chiesa prta per la
sancta Scriptura, per lo mezzo de' banditori, ci sonno i predicatori,
che vanno ad anunziare la parola mia), e i loro guai che meritano, e la
mala vita loro non seguitare, n punirli voi, per che offendareste me.
Ma lassate la mala vita a loro, e voi pigliate la doctrina, e la
punizione lassate a me; per che Io so' il dolce Dio etterno, che ogni
bene remunero e ogni colpa punisco.

Non lo' sar risparmiata da me la punizione per la dignit che egli
hanno d'essere miei ministri: anco saranno puniti, se non si
correggeranno, pi miserabilmente che tucti gli altri, perch pi hanno
ricevuto da la mia bont. Offendendo tanto miserabilmente, sonno degni
di maggiore punizione. S che vedi che essi sonno dimni, s come degli
electi miei ti dixi che egli erano angeli terrestri e per facevano
l'officio degli angeli.




CAPITOLO CXXII

  Come ne' predecti iniqui ministri regna la ingiustizia, e
     singularmente non correggendo i subditi.


--Io ti dissi che in questi miei dilecti riluceva la margarita della
giustizia. Ora ti dico che questi miserabili tapinelli portano nel pecto
loro per fibbiale la ingiustizia. La quale ingiustizia procede ed 
affibbiata con l'amore proprio di loro medesimi, per che per lo proprio
amore commectono ingiustizia verso de l'anime loro e verso me, con la
tenebre della indiscrezione. A me non rendono gloria, e a loro non
rendono onesta e sancta vita n desiderio della salute de l'anime n
fame delle virt. E per questo commectono ingiustizia verso e' subditi e
proximi loro, e non correggono e' vizi: anco, come ciechi che non
cognoscono, per lo disordinato timore di non dispiacere alle creature,
li lassano dormire e giacere nelle loro infermit. Ma essi non
s'aveggono che, volendo piacere alle creature, dispiacciono a loro e a
me, Creatore vostro. E alcuna volta correggeranno, per mantellarsi con
quella poca della giustizia: e non si faranno al maggiore, che sar in
maggiore difecto che 'l minore, per timore che essi avaranno che non lo'
impedisca lo stato o la vita loro; ma farannosi al minore, perch
veggono che non lo' pu nuocere n toller lo' lo stato loro.

Questo commecte la ingiustizia col miserabile amore proprio di loro
medesimi. El quale amore proprio ha atoscato tucto quanto el mondo e il
corpo mistico della sancta Chiesa, e ha insalvatichito el giardino di
questa Sposa e adornato di fiori putridi. El quale giardino fu
dimesticato al tempo che ci stavano e' veri lavoratori, cio i ministri
sancti miei; adornato di molti odoriferi fiori, perch la vita de'
subditi, per li buoni pastori, non era scellerata, anco erano virtuosi
con onesta e sancta vita.

Oggi non  cos: anco  il contrario, per che per li gattivi pastori
sonno gattivi e' subditi. Piena  questa Sposa di diverse spine, di
molti e variati peccati. Non che in s possa ricever puzza di peccato,
cio che la virt de' sancti sacramenti possa ricevere alcuna lesione;
ma quegli che si pascono al pecto di questa Sposa ricevono puzza ne
l'anima loro, tollendosi la dignit nella quale Io gli ho posti: none
che la dignit in s diminuisca, ma in verso di loro medesimi. Unde per
li loro difecti n' avilito el Sangue, cio perdendo e' secolari la
debita reverenzia che debbono fare a loro per lo Sangue. Bench essi non
el debbano fare, e, se la perdono, non  per di minore la colpa loro
per li difecti de' pastori; ma pure e' miserabili sonno specchio di
miseria, dove Io gli ho posti perch siano specchio di virt.




CAPITOLO CXXIII

  Di molti altri defecti de' predecti ministri, e singularmente
     dell'andare per le taverne e del giocare e del tenere le concubine.


--Unde riceve l'anima loro tanta puzza? da la propria loro sensualit.
La quale sensualit con amore proprio hanno facta donna, e la tapinella
anima hanno facta serva; dove Io gli feci liberi, col sangue del mio
Figliuolo, della liberazione generale, quando tucta l'umana generazione
fu tracta della servitudine del dimonio e della sua signoria. Questa
grazia ricevette ogni creatura che ha in s ragione; ma questi miei unti
gli ho liberati dalla servitudine del mondo e postigli a servire solo
me, Dio etterno, a ministrare i sacramenti della sancta Chiesa. E hogli
facti tanto liberi, che non ho voluto n voglio che neuno signore
temporale di loro si faccia giudice. E sai che merito, dilectissima
figliuola, essi mi rendono di tanto benefizio quanto hanno ricevuto da
me? El merito loro  questo: che continuamente mi perseguitano in tanti
diversi e scellerati peccati, che la lingua tua non gli potrebbe narrare
e a udirlo ci verresti meno. Ma pure alcuna cosa te ne voglio dire,
oltre a quel ch'Io t'ho decto, per darti pi materia di pianto e di
compassione.

Eglino debbono stare in su la mensa della croce per sancto desiderio, e
ine notricarsi del cibo de l'anime per onore di me. E bench ogni
creatura che ha in s ragione questo debba fare, molto maggiormente el
debbano fare costoro che Io ho electi perch vi ministrino el Corpo e 'l
Sangue di Cristo crocifixo unigenito mio Figliuolo, e perch vi diano
exemplo di sancta e buona vita, e, con pena loro e con sancto e grande
desiderio seguitando la mia Verit, prendano el cibo de l'anime vostre.
Ed essi hanno presa per mensa loro le taverne: ine, giurando e
spergiurando, con molti miserabili difecti, pubblicamente, come uomini
aciecati e senza lume di ragione, sonno facti animali per li loro
difecti e stanno in acti, in facti e in parole lascivamente.

E non sanno che si sia Officio; e se alcuna volta el dicono, el dicono
con la lingua, e 'l cuore loro  dilunga da me! Essi stanno come ribaldi
e barattieri; e poi che hanno giocata l'anima loro e messala nelle mani
delle dimonia, ed essi giuocano e' beni de la Chiesa, e la sustanzia
temporale, la quale ricevono in virt del Sangue, giuocano e sbaractano.
Unde i poveri non hanno el debito loro; e la Chiesa n' sfornita, e non
con quelli fornimenti che le sonno necessari. Unde, perch essi sonno
facti templo del diavolo, non si curano del templo mio. Ma quello
adornamento, che debbono fare nel templo e nella Chiesa per riverenzia
del Sangue, egli el fanno nelle case loro dove essi abitano. E peggio 
per che essi fanno come lo sposo che adorna la sposa sua; cos questi
dimni incarnati, del bene della Chiesa adornano la diavola sua, con la
quale egli sta iniquamente e immondamente. E senza veruna vergogna le
faranno andare, stare e venire, mentre ch'e' miseri dimni saranno a
celebrare a l'altare. E non si curaranno che questa miserabile diavola
vada, co' figliuoli a mano, a fare l'offerta con l'altro popolo.

O dimni sopra dimni! Almeno le iniquit vostre fussero pi nascoste
negli occhi de' vostri subditi; ch, facendole nascoste, offendete me e
fate danno a voi, ma non fate danno al proximo, ponendo actualmente la
vita vostra scellerata dinanzi a loro, per che per lo vostro exemplo
gli ste materia e cagione, non che egli esca de' peccati suoi, ma che
egli caggia in quegli simili e maggiori che avete voi.  questa la
purit che Io richeggio al mio ministro quando egli va a celebrare a
l'altare? Questa  la purit che egli porta: che la mactina si levar
con la mente contaminata e col corpo suo corrocto, stato e giaciuto
nello immondo peccato mortale, e andar a celebrare. O tabernacolo del
dimonio, dove  la vigilia della nocte col solenne e devoto Offizio?
dove  la continua e devota orazione? Nel quale tempo della nocte tu ti
debbi disponere al misterio che hai a fare la mactina, con uno
cognoscimento di te, cognoscendoti e reputandoti indegno a tanto
misterio, e con uno cognoscimento di me che per la mia bont te n'hoe
facto degno e non per li tuoi meriti, e factoti mio ministro, acci che
'l ministri a l'altre mie creature.




CAPITOLO CXXIV

  Come ne' predecti ministri regna el peccato contra natura, e d'una
     bella visione che questa anima ebbe sopra questa materia.


--Io ti fo a sapere, carissima figliuola, che tanta purit Io richeggio
a voi e a loro in questo sacramento, quanta  possibile a uomo in questa
vita; in quanto da la parte vostra e loro ve ne dovete ingegnare
d'acquistarla continuamente. Voi dovete pensare che, se possibile fusse
che la natura angelica si purificasse, a questo misterio sarebbe bisogno
che ella si purificasse; ma non  possibile, perch non ha bisogno
d'essere purificata, perch in loro non pu cadere veleno di peccato.
Questo ti dico perch tu vega quanta purit Io richeggio da voi e da
loro in questo sacramento, e singularmente da loro. Ma el contrario mi
fanno, per che tucti inmondi vanno a questo misterio; e non tanto della
immondizia e fragilit, a la quale ste inchinevoli naturalmente per
fragile natura vostra (bench la ragione, quando el libero arbitrio
vuole, fa stare queta la sua rebellione); ma e' miseri non tanto che
raffrenino questa fragilit, ma essi fanno peggio, commectendo quel
maledecto peccato contra natura. E come ciechi e stolti, obfuscato el
lume de l'intellecto loro, non cognoscono la puzza e la miseria nella
quale eglino sonno: che non tanto che ella puta a me, che so' somma e
etterna purit (ed emmi tanto abominevole che per questo solo peccato
profondro cinque citt per divino mio giudicio, non volendo pi
sostener la divina giustizia, tanto mi dispiacque questo abominevole
peccato); ma non tanto a me, come decto t'ho, ma a le demonia (le quali
dimonia e' miseri s'hanno facto signori) lo' dispiace. Non che lo'
dispiaccia el male perch lo' piaccia alcuno bene, ma perch la natura
loro fu natura angelica, e per la natura loro schifa di vedere o di
stare a vedere commectere quello enorme peccato actualmente. Hagli bene
inanzi gictata la saecta avelenata del veleno della concupiscenzia, ma,
giognendo a l'acto del peccato, egli si va via per la cagione e per lo
modo che decto t'ho.

S come tu sai, se bene ti ricorda innanzi la mortalit, che Io el
manifestai a te quanto m'era spiacevole, e quanto el mondo di questo
peccato era corrocto. Unde, levando Io te sopra di te per sancto
desiderio ed elevazione di mente, ti mostrai tucto quanto el mondo, e
quasi in ogni maniera di gente tu vedevi questo miserabile peccato. E
vedevi e' dimni, s come Io ti mostrai, che fuggivano come decto . E
sai che fu tanta la pena che tu ricevesti nella mente tua e la puzza,
che quasi ti pareva essere in su la morte. Tu non vedevi luogo dove tu e
gli altri servi miei vi poteste ponere, acci che questa lebbra non vi
si ataccasse. E non vedevi di potere stare n tra piccoli n tra grandi,
n vecchi n giovani, n religiosi n cherici, n prelati n subditi, n
signori n servi, che di questa malediczione non fussero contaminati le
menti e i corpi loro. Mostra'telo in generale, non ti dico, ne mostrai
de' particulari, se alcuno ce n'ha a cui non tocchi, ch pure tra'
gactivi ho riserbato alcuno de' miei, de' quali per le loro giustizie Io
ritengo la mia giustizia che non comando a le pietre che si rivolgano
contra di loro, n alla terra che gl'inghioctisca, n agli animali che
gli devorino, n alle dimonia che ne portino l'anime e i corpi. Anco vo
trovando le vie e i modi per poter lo' fare misericordia, cio perch
correggano la vita loro; e mecto per mezzo e' servi miei che sonno sani
e non lebbrosi, perch per loro mi preghino.

E alcuna volta lo' mostrare questi miserabili peccati acci che sieno
pi solliciti a cercare la salute loro, offerendoli a me con maggiore
compassione; e con dolore de' loro difecti e de l'offesa mia pregare me
per loro, s come Io feci a te per lo modo che tu sai e decto t'ho. E se
bene ti ricorda, facendoti sentire una sprizza di questa puzza, tu eri
venuta a tanto che tu non potevi pi, s come tu dicesti a me:--O Padre
etterno, abbi misericordia di me e delle tue creature! O tu mi traie
l'anima del corpo, per che non pare che io possa pi; o tu mi d
refrigerio e mostrami in che luogo io e gli altri servi tuoi ci possiamo
riposare, acci che questa lebbra non ci possa nuocere n tollere la
purit de l'anime e de' corpi nostri.--

Io ti risposi vollendomi verso di te con l'occhio della piet, e dixi, e
dico:--Figliuola mia, el vostro riposo sia di render gloria e loda al
nome mio, e gittarmi oncenso di continua orazione per questi tapinelli
che si sonno posti in tanta miseria, facendosi degni del divino giudicio
per li loro peccati. El vostro luogo, dove voi stiate, sia Cristo
crocifixo unigenito mio Figliuolo, abitando e nascondendovi nella
caverna del costato suo, dove voi gustarete, per affecto d'amore, in
quella natura umana la natura mia divina. In quello cuore aperto
trovarete la carit mia e del proximo vostro, per che per onore di me,
Padre etterno, e per compire l'obbedienzia ch'Io posi a lui per la
salute vostra, corse a l'obbrobriosa morte della sanctissima croce.
Vedendo voi e gustando questo amore, seguitarete la doctrina sua,
notricandovi in su la mensa della croce, cio portando per carit, con
vera pazienzia, el proximo vostro, pena, tormento e fadiga, da qualunque
lato elle si vengano. A questo modo camparete e fuggirete la lebbra.--

Questo  il modo che Io diei e do a te e agli altri. Ma per tucto
questo, da l'anima tua non si levava per el sentimento della puzza, n
a l'occhio de l'intellecto la tenebre. Ma la mia providenzia providde;
per che, comunicandoti del Corpo e del Sangue del mio Figliuolo tucto
Dio e tucto uomo, s come ricevete nel sacramento de l'altare, in segno
che questo era verit, levossi la puzza per l'odore che ricevesti nel
sacramento, e la tenebre si lev per la luce che in esso sacramento
ricevesti. E rimaseti, per admirabile modo, s come piacque a la mia
bont, l'odore del Sangue nella bocca e nel gusto del corpo tuo per pi
d, s come tu sai.

S che vedi, carissima figliuola, quanto m' abominevole in ogni
creatura: or ti pensa che molto maggiormente in questi che Io ho tracti
che vivano nello stato della continenzia. E fra questi continenti che
sonno levati dal mondo, chi per religione e chi come pianta piantata nel
corpo mistico della sancta Chiesa, tra' quali sonno e' ministri, non
potresti tanto udire quanto pi mi dispiace questo peccato in loro;
oltre al dispiacere che Io ricevo dagli uomini generali del mondo, e de'
particulari continenti, de' quali Io t'ho decto; perch costoro sono
lucerne poste in sul candelabro, ministratori di me, vero Sole, in lume
di virt, di sancta e onesta vita; ed essi ministrano in tenebre. E
tanto sonno tenebrosi, che la sancta Scriptura, che in s  illuminata,
perch la trassero e' miei electi col lume sopranaturale da me, vero
lume (s come in un altro luogo Io ti narrai), per la enfiata loro
superbia, e perch sonno immondi e lascivi, non ne veggono n intendono
altro che la corteccia, licteralmente, e quella ricevono senza alcuno
sapore, perch 'l gusto de l'anima non  ordinato: anco  corrocto da
l'amore proprio e da la superbia, ripieno lo stomaco della immondizia,
desiderando di conpire i disordenati dilecti loro; ripieni di cupidit e
d'avarizia, e senza vergogna publicamente commectono e' difecti loro. E
l'usura, che  vetata da me, saranno molti miserabili che la
commectaranno.




CAPITOLO CXXV

  Come per gli predecti defecti li subditi non si correggono. E de'
     defecti de' religiosi. E come, per lo non correggere li predecti
     mali, molti altri ne seguitano.


--In che modo possono questi, pieni di tanti difecti, correggere e fare
giustizia e riprendere i difecti de' subditi loro? Non possono, perch i
loro difecti lo' tolgono l'ardire e 'l zelo della sancta giustizia. E se
alcuna volta la facessero, sanno dire i subditi scellerati con loro
insieme:--Medico, medica innanzi te medesimo, e poi medica me; e io
pigliar la medicina che tu mi darai. Egli  in maggiore difecto che non
so' io, e dice male a me!--Male fa colui la cui reprensione  solo con
la parola e non con buona e ordinata vita: non che egli non debba per
riprendere il male (o buono o gattivo che egli si sia) nel suo subdito;
ma male fa che egli non corregge con sancta e onesta vita. E molto
peggio fa colui che, per qualunque modo gli  facta la reprensione, o da
buono o da gattivo pastore che sia, che egli non la riceve umilemente,
correggendo la vita sua scellerata; per che egli fa male pure a s e
non altrui, ed egli  quello che sosterr le pene de' difecti suoi.

Tucti questi mali, carissima figliuola, adivengono per non correggere
con buona e sancta vita. Perch non correggono? Perch sonno acciecati
da l'amore proprio di loro medesimi, nel quale amore proprio sonno
fondate tucte le loro iniquit, e non mirano se none in che modo possano
compire i loro disordinati dilecti e piaceri, e subditi e pastori, e
cherici e religiosi. Doh! figliuola mia dolce, dove  l'obbedienzia de'
religiosi, e' quali sonno posti nella sancta religione come angeli, ed
eglino sonno peggio che dimni; posti perch adnunzino la parola mia in
doctrina e in vita, e essi gridano solo col suono della parola, e per
non fanno fructo nel cuore de l'uditore? Le loro predicazioni sonno
facte pi a piacere degli uomini e per dilectare l'orecchie loro che ad
onore di me; e per studiano non in buona vita, ma in favellare molto
pulito.

Questi cotali non seminano el seme mio in verit, perch non actendono a
divellere i vizi e piantare le virt. Onde, perch non hanno tracte le
spine de l'orto loro, non si curano di trarle de l'orto del loro
proximo. Tucti e' loro dilecti sonno d'adornare i corpi e le celle loro
e d'andare discorrendo per le citt. E adiviene di loro come del pesce,
el quale, stando fuore de l'acqua, muore. Cos questi cotali religiosi
con vana e disonesta vita, stando fuore della cella, muoiono. Partonsi
dalla cella, della quale si debba fare un cielo, e vanno per le contrade
cercando le case de' parenti e d'altre genti secolari, secondo che piace
a' loro miseri subditi e a' gattivi prelati, che gli hanno legati longhi
e none corti. E come miserabili pastori non si curano di vedere il loro
frate subdito nelle mani delle dimonia, anco spesse volte essi stessi
ve ne mectono; e alcuna volta, cognoscendo che essi sonno dimni
incarnati, gli mandaranno per li monasterii a quelle che sonno dimonie
incarnate con loro insieme, e cos l'uno guasta l'altro con molti e
sottili ingegni ed inganni. E il loro principio porr el dimonio socto
colore di devozione; ma perch la vita loro  lasciva e miserabile, non
sta molto colorato col colore della devozione: anco subbito appariscono
e' fructi delle loro devozioni: prima si veggono e' fiori puzzolenti de'
disonesti pensieri con le foglie corrocte delle parole, e con miserabili
modi compiono e' desidri loro. E' fructi che se ne vegono, bene lo sai
tu che n'hai veduti, che sonno e' figliuoli. E spesse volte si conducono
a tanto che l'uno e l'altra esce della sancta religione. Egli  facto
uno ribaldo, ed ella una publica meretrice.

Di tucti questi mali e di molti altri sono cagione i prelati, perch non
ebbero l'occhio sopra el loro subdito, anco gli davano largo, ed esso
medesimo el mandava e faceva vista di non vedere le miserie sue. E
perch il subdito non si dilecte della cella, cos per difecto dell'uno
e de l'altro n' rimaso morto. La lingua tua non potrebbe narrare tanti
difecti, n per quanti miserabili modi essi m'offendono. Facti sonno
arme del diavolo, e con le puzze loro avelenano dentro e di fuore. Di
fuore ne' secolari, e dentro nella religione. Privati sonno della carit
fraterna, e ogniuno vuole essere il maggiore e ogniuno mira di
possedere. Unde essi fanno contra el comandamento e contra el voto che
hanno facto. Essi hanno facta promessa d'observare l'ordine, ed eglino
il trappassano: ch non tanto che l'observino eglino, ma essi faranno
come lupi affamati sopra gli agnelli che vorranno essere observatori de
l'ordine, beffandoli e schernendoli. E credono, e' miserabili, con le
persecuzioni, beffe e scherni che fanno a' buoni religiosi e observatori
de l'ordine, ricoprire i difecti loro: ed essi gli scuoprono molto pi.
E tanto male  venuto ne' giardini delle sancte religioni, per che
sancte sonno in loro, perch sonno facte e fondate dallo Spirito sancto;
e per l'ordine, in s, non pu essere guasto n corrocto per lo difecto
del subdito n del prelato. E per colui che vuole intrare ne l'ordine
non debba mirare a quegli che sonno gattivi, ma debba navigare sopra le
braccia de l'ordine, che non  infermo n pu infermare, observandolo
infino alla morte. Dicevoti che a tanto erano venuti per li mali
correggitori e per li gattivi subditi, che quelli, che tengono l'ordine
schiectamente, lo' pare che trapassino l'ordine, non tenendo i loro
costumi e non observando le loro cerimonie, le quali hanno ordinate e
observanole negli occhi de' secolari, volendo compiacere, per mantellare
i difecti loro.

S che vedi che il primo voto de l'obbedienzia, d'observare l'ordine,
non l'adempiono; della quale obbedienzia in un altro luogo ti parlar.
Fanno voto ancora d'observare volontaria povert e d'essere continenti.
Questo come essi l'observano, mira le possessioni e la molta pecunia che
essi tengono in particulare, separati dalla carit comune di comunicare
co' frati suoi le substanzie temporali e le spirituali, s come vuole
l'ordine della carit e l'ordine suo. Ed essi non vogliono ingrassare
altro che loro e gli animali; e l'una bestia nutrica l'altra, e il suo
povero frate muore di freddo e di fame. E poi che  bene foderato egli e
ha le buone vivande, di lui non pensa, n con lui si vuole ritrovare a
la povera mensa del refectorio. El suo dilecto  di potere stare dove
egli si possa empire di carne e saziare la gola sua. Impossibile gli  a
questo cotale di observare il terzo voto della continenzia, per che 'l
ventre pieno non fa la mente casta, anco diventano lascivi con
disordinati riscaldamenti. E cos vanno di male in male, e molto ne
l'adiviene del male per lo possedere; perch, se essi non avessero che
spendere, non viverebbero tanto disordinatamente e non avarebbero le
curiose amist, per che, non avendo che donare, non si tiene l'amore n
l'amist, che  fondata per amore del dono e per alcuno dilecto e
piacere che l'uno traie de l'altro, e non in perfecta carit.

Oh miseri, posti in tanta miseria per li loro difecti, e da me sonno
posti in tanta dignit! Essi fuggono dal coro, come se fusse uno veleno.
E se essi vi stanno, gridano con la voce, e il cuore loro  dilonga da
me. A la mensa de l'altare se l'hanno presa per una consuetudine
d'andarvi senza veruna disposizione, s come a la mensa corporale. Tucti
questi mali e molti altri, de' quali Io non ti voglio pi dire per non
appuzzare l'orecchie tue, seguitano per difecto de' gattivi pastori, che
non correggono n puniscono e' difecti de' subditi e non si curano n
sonno zelanti che l'ordine sia observato, perch essi non sonno
observatori de l'ordine. Porranno bene le pietre in capo, delle grandi
obbedienzie, a coloro che 'l vogliono observare, punendoli delle colpe
che non hanno commesse. E tucto questo fanno, perch in loro non riluce
la margarita della giustizia, ma della ingiustizia. E per ingiustamente
dnno, a colui che merita grazia e benivolenzia, penitenzia e odio: a
quegli che sonno membri del diavolo, come eglino, dnno amore dilecto e
stato, commectendo in loro gli offizi de l'ordine. Come aciecati vivono,
e come aciecati dnno gli offizi e governano e' subditi. E se essi non
si correggono, con questa ciechit giongono a la tenebre de l'etterna
danazione, e convie' lo' rendere ragione a me, sommo giudice, de l'anime
de' subditi loro: male e gattivamente me la possono rendere, e per
ricevono da me, giustamente, quello che hanno meritato.




CAPITOLO CXXVI

  Come ne' predecti iniqui ministri regna el peccato de la luxuria.


--Decto t'ho, carissima figliuola, alcuna sprizzarella della vita di
coloro che vivono nella sancta religione, con quanta miseria egli stanno
ne l'ordine col vestimento della pecora, ed essi sonno lupi rapaci. Ora
ti ritorno a' cherici e ministri della sancta Chiesa, lamentandomi con
teco de' loro difecti, oltre a quegli che Io t'ho narrati, sopra tre
colonne di vizi, de' quali un'altra volta ti mostrai, lagnandomi con
teco di loro: cio della immondizia e della infiata superbia e della
cupidit, ch per cupidit vendevano la grazia dello Spirito sancto, s
come Io t'ho decto.

Di questi tre vizi l'uno dipende da l'altro, e il loro fondamento di
queste tre colonne  l'amore proprio di loro medesimi. Queste tre
colonne, mentre che elle stanno ricte, che per forza de l'amore delle
virt elle non diano a terra, sonno sufficienti a tenere l'anima ferma e
obstinata in ogni altro vizio. Per che tucti e' vizi, come decto t'ho,
nascono da l'amore proprio, perch da l'amore proprio nasce il
principale vizio della superbia; e l'uomo superbo  privato della
dileczione della carit, e da la superbia viene alla immondizia e a
l'avarizia. E cos s'incatenano essi medesimi con la catena del diavolo.

Ora ti dico, carissima figliuola, guarda con quanta miseria d'inmondizia
essi lordano el corpo e la mente loro, s come decto Io te n'ho alcuna
cosa. Ma un'altra te ne voglio dire, perch tu cognosca meglio la
fontana della mia misericordia e abbi maggiore compassione a' miserabili
a cui tocca. E' sonno alcuni che tanto sonno dimni, che, non che essi
abbino in reverenzia el sacramento e tengano cara la excellenzia loro
nella quale Io gli ho posti per la mia bont, ma essi, come al tucto
fuore della memoria, per l'amore che avaranno posto ad alcune creature,
e non potendo avere di loro quello che desiderano, faranno con
incantagioni di dimonia e col sacramento che v' dato in cibo di vita,
faranno malie per volere compire i loro miserabili e disonesti pensieri
e volont loro mandarle in effecto. E quelle pecorelle, delle quali essi
debbono avere cura e pascere l'anime e i corpi loro, essi le tormentano
in questi cotali modi e in molti altri, e' quali Io trapassar per non
darti pi pena. S come tu hai veduto, le fanno andare sciarrate fuore
della memoria, venendo lo' in volont, per quello che quel dimonio
incarnato l'ha facto, di fare quello che elle non vogliono; e per la
resistenzia che elle fanno a loro medesime, e' corpi loro ne ricevono
gravissime pene. Questo e molti altri miserabili mali e' quali tu sai, e
non bisogna che Io te li narri, chi l'ha facto? la disonesta e
miserabile vita sua.

O carissima figliuola, la Carne che  levata sopra tucti e' cori degli
angeli, per la natura mia divina unita con la natura vostra umana,
questi la dnno a tanta miseria. O abominevole e miserabile uomo, non
uomo, ma animale, che la carne tua, unta e consacrata a me, tu la di
alle meritrici e anco peggio! A la carne tua e di tucta l'umana
generazione fu tolta la piaga, che Adam l'aveva facta per lo peccato
suo, in sul legno della sanctissima croce col Corpo piagato de
l'unigenito mio Figliuolo. O misero! Egli ha facto a te onore; e tu gli
fai vergogna! Egli t'ha sanate le piaghe col sangue suo, e pi, ch ne
se' facto ministro; e tu el percuoti con lascivi e disonesti peccati! Il
pastore buono ha lavate le pecorelle nel sangue suo; e tu gli lordi
quelle che sonno pure, tu ne fai la tua possibilit di mecterle nel
letame. Tu debbi essere specchio d'onest; e tu se' specchio di
disonest. Tucte le membra del corpo tuo hai dirizzate in adoperarle
miserabilemente, e fai el contrario di quello che per te ha facto la mia
Verit. Io sostenni che li fussero fasciati gli occhi per te illuminare;
e tu con gli occhi tuoi lascivi gitti saette avelenate ne l'anima tua e
nel cuore di coloro in cui con tanta miseria raguardi. Io sostenni che
Elli fusse abeverato di fiele e d'aceto; e tu, come animale disordinato,
ti dilecti in cibi delicati, facendoti del ventre tuo Dio. Nella lingua
tua stanno disoneste e vane parole; con la quale lingua tu se' tenuto
d'amonire il proximo tuo e d'anunziare la parola mia e dire l'Offizio
col cuore e con la lingua tua, e Io non ne sento altro che puzza,
giurando e spergiurando come se tu fussi uno baractiere, e spesse volte
bastemiandomi. Io sostenni che li fussero legate le mani per sciogliere
te e tucta l'umana generazione dal legame della colpa, e le mani tue
unte e consacrate ministrando el sanctissimo Sacramento; e tu laidamente
le exerciti in miserabili toccamenti. Tucte le tue operazioni, le quali
s'intendono per le mani, sonno corrocte e di rizzate nel servizio del
dimonio. Oh! misero, e Io t'ho posto in tanta dignit perch tu serva
solamente a me, te ed ogni creatura che ha in s ragione!

Io volsi che gli fussero conficti e' piei, facendoti scala del Corpo
suo; e il costato aperto, acci che tu vedessi el secreto del cuore, Io
ve l'ho posto per una bottiga aperta dove voi potiate vedere e gustare
l'amore ineffabile che Io v'ho, trovando e vedendo la natura mia divina
unita nella natura vostra umana: ine vedi che 'l Sangue, il quale tu
ministri, Io te n'hoe facto bagno per lavare le vostre iniquit. E tu
del tuo cuore hai facto tempio del dimonio. E l'affecto tuo, il quale 
significato per li piei, non tiene n offera a me altro che puzza e
vitoperio; e' piei de l'affecto tuo non portano l'anima altro che ne'
luoghi del dimonio. S che con tucto el corpo tuo tu percuoti el Corpo
del Figliuolo mio, facendo tu el contrario di quello che ha facto Egli e
di quello che tu e ogni creatura ste tenuti e obligati di fare. Questi
strumenti del corpo tuo hanno ricevuto in male il suono, perch le tre
potenzie de l'anima tua sonno congregate nel nome del dimonio; col dove
tu le debbi congregare nel nome mio.

La memoria tua debba essere piena de' benefizi miei, e' quali tu hai
ricevuti da me; ed ella  piena di disonest e di molti altri mali.
L'occhio de l'intellecto el debbi ponere col lume della fede ne
l'obiecto di Cristo crocifixo unigenito mio Figliuolo, di cui tu se'
facto ministro; e tu gli hai posto dinanzi delizie, stati e ricchezza
del mondo con misera vanit. L'affecto tuo debba solamente amare me
senza alcuno mezzo; e tu l'hai posto miseramente in amare le creature e
nel corpo tuo, e i tuoi animali amarai pi che me. E chi mel dimostra?
la tua impazienzia che tu hai verso di me quando Io ti tollesse la cosa
che tu molto ami, e il dispiacimento che tu hai al proximo tuo quando ti
paresse ricevere alcuno danno temporale da lui, e odiandolo e
bastemmiandolo ti parti dalla carit mia e sua. Oh! disaventurato te!
se' facto ministro del fuoco della divina mia carit; e tu, per li tuoi
propri e disordinati dilecti e per picciolo danno che ricevi dal proximo
tuo, la perdi.

O figliuola carissima, questa  una di quelle tre miserabili colonne che
Io ti narrai.




CAPITOLO CXXVII

  Come ne' predecti ministri regna l'avarizia, prestando ad usura; ma
     singularmente vendendo e comprando li benefizi e le prelazioni. E
     de' mali che per questa cupidit sono advenuti ne la sancta Chiesa.


--Ora ti dir della seconda, cio de l'avarizia; ch quello che il mio
Figliuolo ha dato in tanta larghezza (unde tu el vedi tucto aperto il
Corpo suo in sul legno della croce che da ogni parte versa), e non l'ha
ricomprato d'oro n d'argento, anco di sangue; per larghezza d'amore non
ci capie solo una met del mondo, ma tucta l'umana generazione, e'
passati, e' presenti e i futuri. Non v' ministrato Sangue che non
v'abbi ministrato e dato fuoco, perch per fuoco d'amore egli ve l'ha
dato; n fuoco n Sangue senza la natura mia divina, perch
perfectamente si un la natura divina nella natura umana; e di questo
Sangue unito per larghezza d'amore, te misero Io n'ho facto ministro: e
tu, con tanta avarizia e cupidit, quello che il mio Figliuolo ha
acquistato in su la croce (ci sonno l'anime ricomprate con tanto
amore), e quello che Elli t'ha dato essendo facto ministro del Sangue, e
tu ne se' facto, misero, in tanta strectezza che per avarizia ti poni a
vendere la grazia dello Spirito sancto, volendo che i tuoi subditi si
ricomprino da te, quando ti chieggono, quello che tu hai ricevuto in
dono.

La tua gola non hai disposta a mangiare anime per onore di me, ma a
devorare pecunia. E tanto se' facto strecto in carit di quel che tu hai
ricevuto in tanta larghezza, che Io non cappio in te per grazia, n il
proximo tuo per amore. La substanzia che tu ricevi temporale in virt di
questo Sangue, la ricevi largamente; e tu, misero avaro, non se' buono
altro che per te, e come ladro e furo, degno della morte etternale,
imboli quel de' poveri e della sancta Chiesa, e spendilo luxuriosamente
con femmine e uomini disonesti e co' parenti tuoi, e spendilo in delizie
e rggine i tuoi figliuoli.

O miserabili, dove sonno e' figliuoli delle reali e dolci virt, le
quali tu debbi avere? dove  l'affocata carit con che tu debbi
ministrare? dove  l'ansietato desiderio de l'onore di me e salute de
l'anime? dove  il crociato dolore che tu debbi portare di vedere il
lupo infernale che ne porta le tue pecorelle? Non ci , perch nel tuo
cuore strecto non v' n amore di me n di loro: tu ami solamente te
medesimo d'amore proprio sensitivo, col quale amore aveleni te e altrui.
Tu se' quel dimonio infernale che le inghioctisci con disordinato amore;
altro non appetisce la gola tua, e per non ti curi perch 'l dimonio
invisibile ne le porti: tu, esso dimonio visibile, ne se' facto
istrumento a mandarle a l'inferno. Cui ne vesti e ne ingrassi di quel
della Chiesa? te e gli altri dimni con teco insieme e gli animali, cio
i grossi cavagli che tu tieni per tuo dilecto disordinato e non per
necessit. E tu debbi tenere per necessit e non per dilecto; questi
dilecti sonno degli uomini del mondo, e i tuoi dilecti debbono essere i
poveri e il visitare gl'infermi, sovenendoli ne' loro bisogni
spiritualmente e tenporalmente, per che per altro non t'ho Io facto
ministro n dtati tanta dignit. Ma, perch tu se' facto animale bruto,
per ti dilecti in essi animali. Tu non vedi, ch, se tu vedessi e'
supplci che ti sonno apparecchiati se tu non ti correggi, tu non
faresti cos: anco ti dorresti di quello che tu hai facto nel tempo
passato e correggeresti el presente.

Vedi quanto, carissima figliuola, Io ho ragione di lagnarmi di questi
miseri, e quanta larghezza Io ho usata in loro; ed essi verso me tanta
strectezza. Che pi? Come Io ti dixi, saranno alcuni che prestaranno a
usura; non che tengano la tenda come i publichi usurai, ma con molto
soctili modi vendaranno el tempo al proximo loro per la loro cupidit;
la qual cosa non  licita per veruno modo del mondo. Se egli fusse uno
presente d'una piccola cosa, e con la sua intenzione egli el ricevesse
per prezzo sopra el servizio che egli ha facto a colui prestandoli el
suo, quello  usura, e ogni altra cosa che ricevesse per quel tempo,
come decto . E Io ho posto il misero che le vieti a' secolari, e egli
fa quel medesimo e pi; ch, andandoli uno a chiedere consiglio sopra
questa materia, perch egli  in quello simile difecto e perch egli ha
perduto il lume della ragione, el consiglio che egli li dae  tenebroso
e passionato, per quella passione che  dentro ne l'anima sua.

Questo e molti altri difecti nascono dal cuore suo strecto, cupido e
avaro. E' si pu dire quella parola che dixe la mia Verit quando entr
nel tempio, che egli vi trov coloro che vendevano e compravano,
cacciandoli fuore con la ferza della fune, dicendo:--Della casa del
Padre mio, che  casa d'orazione, n'avete facta spilonca di ladroni.--

Tu vedi bene, dolcissima figliuola, che egli  cos che della Chiesa
mia, che  luogo d'orazione, n' facto spilonca di ladroni: eglino
vendono e comprano, e hanno facta mercanzia della grazia dello Spirito
sancto. Unde tu vedi che chi vuole le prelazioni e i benefizi della
sancta Chiesa, gli comprano con molti presenti, presentando quegli che
sonno d'atorno di derrate e di denari; e i miserabili non raguardano che
elli sia buono pi che gattivo, ma, per compiacerli e per amore del dono
che hanno ricevuto, s'ingegnano di mectere questa pianta putrida nel
giardino della sancta Chiesa, e faranno per questo, e' miseri, buona
relazione di lui a Cristo in terra. E cos l'uno e l'altro usano la
falsit e l'inganno verso Cristo in terra, col dove essi debbono andare
schiecti e con ogni verit. Ma se il vicario del mio Figliuolo s'avede
de' difecti dell'uno e de l'altro, li debba punire: e a colui tollere
l'offizio suo, se non si corregge e non amenda la sua mala vita; e a
colui che compra gli starebbe bene che egli li desse, in quello scambio,
la pregione, s che egli sia correcto del suo difecto, e gli altri ne
prendano exemplo e temano, acci che neuno si levi pi a farlo. Se
Cristo in terra el fa, fa el debito suo; e se non el fa, non sar
impunito questo peccato, quando li converr rendere ragione dinanzi a me
delle sue pecorelle.

Credemi, figliuola mia, che oggi egli non si fa, e per  venuta la
Chiesa mia in tanti difecti e abominazioni. Essi non cercano n vanno
investigando de la vita loro, quando dnno le prelazioni, se essi sono
buoni o gattivi; e se alcuna cosa ne cercano, ne dimandano e cercano da
coloro che sonno gattivi con loro insieme, e' quali non renderebbero
altro che buona testimonianza, perch quegli simili difecti sonno in
loro medesimi. E non raguardano ad altro se non a grandezza di stato e a
gentilezza e a ricchezza e che sappiano parlare molto polito. E peggio,
ch alcuna volta allegar el concestoro che egli abbi bella persona. Odi
cose di dimni! ch dove essi debbono cercare l'adornamento e bellezza
delle virt, ed essi raguardano a la bellezza del corpo! Debbono cercare
gli umili poverelli che per umilit fuggano le prelazioni, ed essi
tolgono coloro che vanamente e con infiata superbia le cercano.

Mirano a la scienzia. La scienzia in s  buona e perfecta, quando lo
scienziato ha insiememente la scienzia e la buona e onesta vita e con
vera umilit. Ma se la scienzia  nel superbo, disonesto e scellerato
nella vita sua, ella  uno veleno, e della Scriptura non intende se non
secondo la lectera: in tenebre l'intende perch ha perduto el lume della
ragione e ha obfuscato l'occhio de l'intellecto suo. Nel quale lume, col
lume sopranaturale, fu dichiarata e intesa la sancta Scriptura, s come
in un altro luogo pi chiaramente ti dixi. S che vedi che la scienzia 
buona in s, ma none in colui che non l'usa come egli la debba usare:
anco gli sar fuoco pennace se egli non corregger la vita sua. E per
debbono pi tosto raguardare a la sancta e buona vita che allo
scienziato che gattivamente guidi la vita sua. Ed eglino ne fanno el
contrario: anco e' buoni e virtuosi, che siano grossi in scienzia,
reputano macti e sonno spregiati da loro; e i povaregli schifano, perch
non hanno che donare.

S che vedi che nella casa mia, che debba essere casa d'orazione, e dove
debba rilucere la margarita della giustizia e il lume della scienzia con
onesta e sancta vita, e debbavi essere l'odore della verit, ed egli
v'abbonda la menzogna. Debbono possedere povert volontaria, e con vera
sollicitudine conservare l'anime e trarle delle mani delle dimonia; ed
essi appetiscono ricchezze. E tanto hanno presa la cura delle cose
temporali che al tucto hanno abandonata la cura delle spirituali, e non
actendono ad altro che a giuoco e a riso e a crescere e multiplicare le
substanzie temporali. E' miseri non s'avegono che questo  il modo da
perderle, per che, se eglino abondassero in virt e pigliassero la cura
delle spirituali, s come debbono, abbondarebbero nelle temporali. E
molte rebellioni ha avute la sposa mia di quelle che ella non avarebbe
avute. Eglino debbono lassare i morti sepellire a' morti, ed essi
debbono seguitare la doctrina della mia Verit e compire in loro la
volont mia, cio fare quello per che Io gli ho posti. Ed essi fanno
tucto el contrario, ch le cose morte e transitorie si pongono a
sepellire con disordinato affecto e sollicitudine, e tragono l'officio
di mano agli uomini del mondo. Questo  spiacevole a me e danno a la
sancta Chiesa. Debbonle lassare a loro, e l'uno morto sepellisca
l'altro, cio che coloro, che sonno posti a governare le cose temporali,
le governino.

E perch ti dixi l'uno morto sepellisca l'altro? Dico che morto
s'intende in due modi: l'uno  quando ministra e governa le cose
corporali con colpa di peccato mortale per disordinato affecto e
sollicitudine; l'altro modo  perch egli  offizio del corpo che sonno
cose manuali, e il corpo  cosa morta, che non ha vita in s se non
quanto l'ha tracta da l'anima, e participa della vita mentre che l'anima
sta nel corpo, e pi no.

Debbano dunque questi miei unti, che debbono vivere come angeli, lassare
le cose morte a' morti ed essi governare l'anime, che sonno cosa viva e
non muoiono mai quanto che ad essere, governandole e ministrando lo' e'
sacramenti e i doni e le grazie dello Spirito sancto, e pascerle del
cibo spirituale con buona e sancta vita. A questo modo sarebbe la casa
mia casa d'orazione, abondando delle grazie e virt loro. E perch essi
nol fanno, ma fanno el contrario, posso dire che ella sia facta spilonca
di ladroni, perch son facti mercatanti per avarizia, vendendo e
comprando, come decto . Ed  facta receptacolo d'animali, perch vivono
come animali bruti disonestamente; unde per questo n'hanno facta stalla,
perch ine giacciono nel loto della disonest, e cos tengono le dimonia
loro nella Chiesa, come lo sposo tiene la sposa nella casa sua.

S che vedi quanto male, e molto pi, e quasi senza comparazione che
quello che Io t'ho narrato, el quale nasce da queste due colonne fetide
e puzzolenti, cio la immondizia e la cupidit e avarizia.




CAPITOLO CXXVIII

  Come ne' predecti ministri regna la superbia, per la quale si perde
     el cognoscimento; e come, avendo perduto el cognoscimento, caggiono
     in questo defecto, cio che fanno vista di consecrare e non
     consacrano.


--Ora ti voglio dire della terza, cio della superbia, che, perch Io te
l'abbi posta per l'ultima, ella  ultima e prima, perch tucti e' vizi
sonno conditi dalla superbia, s come le virt sonno condite e ricevono
vita dalla carit.

E la superbia nasce ed  nutricata da l'amore proprio sensitivo, del
quale Io ti dixi che era fondamento di queste tre colonne e di tucti
quanti e' mali che commectono le creature: per che chi ama s di
disordinato amore,  privato de l'amore di me perch non m'ama; e, non
amandomi, m'offende, perch non observa el comandamento della legge,
cio d'amare me sopra ogni cosa e il prossimo come se medesimo. Questa 
la cagione che, amandosi d'amore sensitivo, essi non servono n amano
me, ma servono e amano el mondo: perch l'amore sensitivo n il mondo
non hanno conformit con meco. Non avendo conformit insieme, di bisogno
 che chi ama el mondo d'amore sensitivo e servelo sensitivamente, odii
me; e chi ama me in verit, odii el mondo. E per dixe la mia Verit che
neuno pu servire a due signori contrari, per che, se egli serve a
l'uno, sar incontempto a l'altro. S che vedi che l'amore proprio priva
l'anima della mia carit e vestela del vizio della superbia, unde nasce
ogni difecto per lo principio de l'amore proprio.

D'ogni creatura la quale ha in s ragione mi doglio e mi lamento, ma
singularmente degli unti miei, e' quali debbono essere umili s perch
ogniuno debba avere la virt de l'umilit, la quale nutrica la carit, e
s perch sonno facti ministri de l'umile e immaculato Agnello,
unigenito mio Figliuolo. E non si vergognano essi e tucta l'umana
generazione d'insuperbire vedendo me, Dio, umiliato a l'uomo, dandovi el
Verbo del mio Figliuolo nella carne vostra? E questo Verbo veggono, per
l'obbedienzia ch'Io li posi, corrire e umiliarsi a l'obrobriosa morte
della croce. Egli ha el capo chinato per te salutare, la corona in capo
per te ornare, le braccia stese per te abracciare e i piei conficti per
teco stare. E tu, misero uomo, che se' facto ministro di questa
larghezza e di tanta umilit, debbi abbracciare la croce; e tu la fuggi
ed abracciti con le inique e inmonde creature. Tu debbi stare fermo e
stabile, seguitando la doctrina della mia Verit, conficcando il cuore e
la mente tua in Lui; e tu ti vlli come la foglia al vento, e per ogni
cosa vai a vela. Se ella  prosperit, ti muovi con disordinata
allegrezza; e se ella  adversit, ti muovi per impazienzia, e cos trai
fuore il mirollo della superbia, cio la impazienzia; per che come la
carit ha per suo merollo la pazienzia, cos la impazienzia  il merollo
della superbia. Unde d'ogni cosa si turbano e si scandalizzano coloro
che sonno superbi e iracundi.

E tanto m' spiacevole la superbia, che ella cadde di cielo quando
l'angelo volse insuperbire. La superbia non saglie in cielo, ma vanne
nel profondo de l'inferno; e per dixe la mia Verit: Chi si exaltar,
cio per superbia, sar umiliato; e chi se umilia, sar exaltato. In
ogni generazione di gente mi dispiace la superbia, ma molto pi in
questi ministri, s come Io t'ho decto, perch Io gli ho posti nello
stato umile a ministrare l'umile Agnello; ma essi fanno tucto el
contrario. E come non si vergogna el misero sacerdote d'insuperbire,
vedendo me umiliato a voi dandovi el Verbo de l'unigenito mio Figliuolo?
E loro n'ho facti ministri, e il Verbo per l'obbedienzia mia s'
umiliato a l'obrobriosa morte della croce! Egli ha el capo spinato; e
questo misero leva el capo contra me e contra el proximo suo, e
d'agnello umile, che egli debba essere,  facto montone con le corna
della superbia, e chiunque se gli accosta, percuote.

O disaventurato uomo! Tu non pensi che tu non puoi escire di me. 
questo l'officio che Io t'ho dato, che tu percuota me con le corna
della superbia tua, facendo ingiuria a me e al proximo tuo, e con
ingiuria e con ignoranzia conversi con lui?  questa la mansuetudine con
che tu debbi andare a celebrare il Corpo e 'l Sangue di Cristo mio
Figliuolo? Tu se' facto come uno animale feroce, senza veruno timore di
me. Tu devori el proximo tuo e stai in divisione, e facto se'
acceptatore delle creature, acceptando quelli che ti servono e che ti
fanno utilit, o altri che ti piaccino che siano di quella medesima vita
che tu; e' quali tu debbi correggere e dispregiare i difecti loro. E tu
fai el contrario, dando lo' exemplo che faccino quello, e peggio. Ma se
tu fussi buono, el faresti; ma, perch tu se' gattivo, non sai
riprendere n ti dispiace il difecto altrui.

Tu dispregi gli umili e virtuosi poveregli. Tu li fuggi: ma tu hai
ragione di fuggirli, poniamo che tu nol debba fare; tu li fuggi perch
la puzza del vizio tuo non pu sostenere l'odore della virt. Tu ti
rechi a vile di vederti a l'uscio e' miei poveregli. Tu schifi ne' loro
bisogni d'andare a visitarli: vedili morire di fame e non li sovieni. E
tucto questo fanno le corna della superbia, che non si vogliono
inchinare a usare uno poco d'acto d'umilit. Perch non s'inchina?
perch l'amore proprio, che notrica la superbia, non l'ha punto tolto da
s; e per non vuole conscendere n ministrare a' poveregli n
substanzia temporale n la spirituale senza rivendara.

O maladecta superbia, fondata ne l'amore proprio, come hai acciecato
l'occhio de l'intellecto loro per s facto modo, che, parendo lo' amare
e essere teneri di loro medesimi, essi ne sonno facti crudeli; e parendo
lo' guadagnare, prdono; parendo lo' stare in delizie e in ricchezze e
in grande altezza, essi stanno in grande povert e miseria, perch sonno
privati della ricchezza della virt; sonno discesi da l'altezza della
grazia alla bassezza del peccato mortale. Par lo' vedere; ed e' sonno
ciechi, perch non conoscono loro n me. Non conoscono lo stato loro n
la dignit dove Io gli ho posti, n conoscono la fragilit del mondo e
la poca fermezza sua; per che, se 'l cognoscessero, non se ne farebbero
Dio. Chi l'ha tolto il cognoscimento? la superbia. E a questo modo
sonno diventati dimni, avendoli Io electi per angeli e perch siano
angeli terrestri in questa vita; ed essi caggiono da l'altezza del cielo
alla bassezza della tenabre. E tanta  multiplicata la tenebre e la loro
iniquit, che alcuna volta caggiono nel difecto che Io ti dir.

Sono alcuni che sonno tanto dimni incarnati, che spesse volte faranno
vista di consecrare, e non consecraranno, per timore del mio giudicio, e
per tollersi ogni freno e timore del loro mal fare. Sarannosi levati la
mactina dalla immondizia, e la sera dal disordinato mangiare e bere.
Saragli bisogno di satisfare al popolo, e egli, considerando le sue
iniquit, vede che con buona conscienzia egli non debba n pu
celebrare. Unde gli viene un poco di timore del mio giudicio; non per
odio del vizio, ma per amore proprio che egli ha a se medesimo. Vedi,
carissima figliuola, quanto egli  cieco! Non ricorre egli a la
contrizione del cuore e al dispiacimento del difecto suo con
proponimento di correggersi; anco piglia questo remedio: che non
consecrar. E, come cieco, non vede che l'errore e il difecto di poi 
maggiore che quello di prima, perch fa el popolo idolatro, facendo lo'
adorare quella ostia, non consecrata, per lo Corpo e Sangue di Cristo,
mio unigenito Figliuolo tucto Dio e tucto Uomo, s come Egli  quando 
consecrato: ed egli  solamente pane.

Or vedi quanta  questa abominazione e quanta  la pazienzia mia che gli
sostengo! Ma se essi non si correggeranno, ogni grazia lo' torner a
giudicio. Ma che dovarebbe fare il popolo acci che non venisse in
quello inconveniente? Debba orare con condiczione: se questo ministro ha
decto quel che debba dire, credo veramente che tu sia Cristo Figliuolo
di Dio vivo, dato a me in cibo dal fuoco della tua inextimabile carit,
e in memoria della tua dolcissima passione e del grande benefizio del
Sangue, il quale spandesti con tanto fuoco d'amore per lavare le nostre
iniquit. Facendo cos, la ciechit di colui non lo' dar tenebre,
adorando una cosa per un'altra: bench la colpa di peccato  solo del
miserabile ministro, ma eglino pure ne l'acto farebbero quello che non
si debba fare.

O dolcissima figliuola, chi tiene la terra che non gl'inghioctisce? chi
tiene la mia potenzia che non gli fa essere immobili e statue ferme
innanzi a tucto el popolo per loro confusione? La misericordia mia. E
tengo me medesimo, cio che con la misericordia tengo la divina mia
giustizia per vincerli per forza di misericordia. Ma essi, come
obstinati dimni, non cognoscono n veggono la misericordia mia; ma,
quasi come se credessero avere per debito ci che egli hanno da me,
perch la superbia gli ha aciecati, non veggono che l'hanno solo per
grazia e non per debito.




CAPITOLO CXXIX

  Di molti altri defecti e' quali per superbia e per l'amore proprio
     si comectono.


--Tucto questo t'ho decto per darti pi materia di pianto e
d'amaritudine della ciechit loro, cio di vederli stare in stato di
dannazione, e perch tu cognosca meglio la misericordia mia, acci che
tu in questa misericordia pigli fiducia e grandissima sicurt, offerendo
loro ministri della sancta Chiesa e tucto quanto el mondo dinanzi a me,
chiedendo a me, per loro, misericordia. E quanto pi per loro
m'offerirai dolorosi e amorosi desidri, tanto pi mi mostrarrai l'amore
che tu hai a me. Per che quella utilit che tu a me none puoi fare, n
tu n gli altri servi miei, dovete farla e mostrarla col mezzo di loro.
E Io allora mi lassar costrignere al desiderio, alle lagrime e a
l'orazioni de' servi miei, e far misericordia alla sposa mia,
riformandola di buoni e sancti pastori.

Riformatala di buoni pastori, per forza si correggeranno e' subditi,
per che, quasi, de' mali che si fanno per li subditi sonno colpa e'
gattivi pastori; per che, se essi correggessero, e rilucesse in loro la
margarita della giustizia, con onesta e sancta vita, non farebbero cos.
E sai che n'adiviene di questi cotali perversi modi? che l'uno sguita
le vestigie de l'altro; per che i subditi non sonno obbedienti,
perch, quando el prelato era subdito, non fu obbediente al prelato suo.
Unde riceve da' subditi suoi quel che die' egli; e perch fu gattivo
subdito,  gattivo pastore.

Di tucto questo, e d'ogni altro difecto,  cagione la superbia fondata
in amore proprio. Ignorante e superbo era subdito, e molto pi 
ignorante e superbo ora che  prelato. E tanta  la sua ignoranzia che,
come cieco, dar l'offizio del sacerdote a uomo idiota, il quale a pena
sapr pure leggere e non sapr l'officio suo. E spesse volte, per la sua
ignoranzia, non sapendo bene le parole sacramentali, non consacrar.
Unde, per questo, commecte quello medesimo difecto di non consecrare,
che quegli hanno facto per malizia, non consecrando ma facendo vista di
consecrare. Col dove egli debba scegliere uomini experti e fondati in
virt che sappino e intendano quello che dicono. Ed essi fanno tucto il
contrario, perch non mirano che egli sappi e non mirano a tempo ma a
dilecto: pare che scelgano fanciulli e non uomini maturi. E non mirano
che essi siano di sancta e onesta vita, n che cognoscano la dignit
alla quale essi vengono, n il grande misterio che essi hanno a fare; ma
mirano pure di moltiplicare gente, ma non virt. Essi sonno ciechi e
ragunatori di ciechi, e non veggono che Io di questo e de l'altre cose
lo' richiedar ragione ne l'ultima extremit della morte. E poi che egli
hanno facti e' sacerdoti cos tenebrosi come decto , ed essi lo' danno
ad avere cura d'anime, e veggono che di loro medesimi non sanno avere
cura.

Or come potranno costoro, che non cognoscono el difecto loro,
correggerlo e cognoscerlo in altrui? Non pu n vuole fare contra se
medesimo. E le pecorelle, che non hanno pastore che curi di loro n che
le sappi guidare, agevolemente si smarriscono e spesse volte sonno
devorate e sbranate da' lupi. E perch  gattivo pastore, non si cura di
tenere il cane che abbai vedendo venire il lupo; ma tale il tiene quale
 egli. E cos questi ministri e pastori perch non hanno sollicitudine
n hanno el cane della coscienzia, n il bastone della sancta giustizia,
n la verga per correggere, e la conscienzia non abbaia riprendendo se
medexima, n reprendendo le pecorelle vedendole smarrite e non tenere
per la via della verit, cio non observando e' comandamenti miei, el
lupo infernale le divora. Abbaiando questo cane, ponendo e' difecti loro
sopra di s con la verga della sancta giustizia, come decto ,
camparebbe le pecorelle sue e tornarebbero a l'ovile. Ma perch egli 
pastore senza verga e senza cane di conscienzia, periscono le sue
pecorelle, e non se ne cura, perch il cane della coscienzia sua 
indebilito, e per non abbaia, perch non gli ha dato el cibo. Per che
il cibo che si debba dare a questo cane  il cibo de l'Agnello mio
Figliuolo; per che piena che la memoria  del Sangue, s come vasello
de l'anima, la coscienzia se ne notrica; cio che per la memoria del
Sangue l'anima s'accende ad odio del vizio e amore della virt. El quale
odio e amore purificano l'anima dalla macchia del peccato mortale, e d
tanto vigore a la conscienzia che la guarda, che subbito che veruno
nemico de l'anima, cio il peccato, volesse intrare dentro (non tanto
l'affecto, ma el pensiero), subbito la coscienzia come cane abbaia con
stimolo, tanto che desta la ragione. E per non commecte ingiustizia,
per che colui che ha coscienzia ha giustizia. E per questi cotali
iniqui, non degni d'essere chiamati non tanto ministri ma creature
ragionevoli, perch sonno facti animali per li loro difecti, non hanno
cane (perch si pu dire per la debilezza sua che essi non l'abbino), e
per non hanno la verga della sancta giustizia. E tanto gli hanno facti
timidi e' difecti loro, che l'ombra lo' fa paura, non di timore sancto,
ma di timore servile. Eglino si debbono dispnare a la morte per trare
l'anime delle mani delle dimonia, ed essi ve le mectono, non dando lo'
doctrina di buona e sancta vita, n volendo sostenere una parola
ingiuriosa per la salute loro.

E spesse volte sar l'anima del subdito inviluppata in gravissimi
peccati, e avar a satisfare ad altrui; e per l'amore disordinato che
egli avar a la sua fameglia, per none spropriarli, non render il
debito suo. La vita sua sar nota a grande quantit di gente e anco al
misero sacerdote; e nondimeno anco gli sar facto sapere, acci che,
come medico che egli debba essere, curi quella anima. El misero ministro
andar per fare quello che debba fare; e una parola che gli sia decta
ingiuriosa o una mala miratura che gli sia facta, per timore non se ne
impacciar pi. E alcuna volta gli sar donato; unde, fra el dono e il
timore servile, lassar stare quella anima nelle mani delle dimonia, e
daragli el sacramento del Corpo di Cristo, unigenito mio Figliuolo. E
vede e sa che quella anima non  sviluppata dalla tenebre del peccato
mortale; e nondimeno, per compiacere agli uomini del mondo e per lo
disordinato timore e dono che ha ricevuto da loro, gli ha ministrato e'
sacramenti e sepellitolo a grande onore nella sancta Chiesa, col dove,
come animale e membro tagliato dal corpo, el dovarebbe gictare fuore.
Chi n' cagione di questo? l'amore proprio e le corna della superbia.
Per che, se egli avesse amato me sopra ogni cosa e l'anima di quel
tapinello, e fusse stato umile e senza timore, avarebbe cercata la
salute di quella anima.

Vedi dunque quanto male sguita di questi tre vizi, e' quali Io t'ho
posti per tre colonne unde procedono tucti gli altri peccati: la
superbia, avarizia e inmondizia delle menti e corpi loro. L'orecchie tue
non sarebbero sufficienti a udirli, quanti sonno e' mali che di costoro
escono s come membri del dimonio. E per la superbia, disonest e
cupidit loro fanno che alcuna volta (e tu hai veduto coloro a cui egli
tocc) saranno cotali semplicelle di buona fede che si sentiranno cotali
difecti di paura nelle menti loro. Temendo di non avere il dimonio,
vannosene al misero sacerdote, credendo che egli le possa liberare; e
vanno perch l'uno diavolo cacci l'altro. E egli, come cupido, riceve il
dono, e, come disonesto, bructo, lascivo e miserabile, dir a quelle
tapinelle:--Questo difecto che voi avete non si pu levare se non per lo
tale modo;--e cos, miserabilemente, lo' far fiaccare il collo con lui
insieme.

O dimonio sopra dimonio! in tucto se' facto peggio che il dimonio. Molti
dimni sonno che hanno a schifo questo peccato; e tu, che se' facto
peggio di lui, vi t'involli dentro come il porco nel loto. O immondo
animale,  questo quel ch'Io ti richiego, che tu con la virt del
Sangue, del quale Io t'ho facto ministro, cacci le dimonia da l'anime e
da' corpi; e tu ve li mecti dentro? Non vedi che la scure della divina
giustizia  gi posta a la radice de l'arbore tuo? E dicoti che elle ti
stanno a usura e a l'ora e al tempo suo, se tu non punisci le tue
iniquit con la penitenzia e contrizione del cuore: tu non sarai
riguardato perch tu sia sacerdote, anco sarai punito miserabilemente e
portarai le pene per te e per loro. E pi crudelmente sarai cruciato che
gli altri: staracti a mente alora di cacciare il dimonio col dimonio
della concupiscenzia. E l'altro misero, che andar la creatura a lui che
l'absolva perch sar legata in peccato mortale, e egli la legar in
cotale e maggiore, e per nuove vie e modi cadr in peccato con lei. E se
ben ti ricorda, tu vedesti la creatura con gli occhi tuoi, a cui egli
tocc. Bene  dunque pastore senza cane di coscienzia: anco affoga la
coscienzia altrui non tanto che la sua.

Io gli ho posti perch cantino e psalmeggino la nocte, dicendo l'officio
divino; e essi hanno imparato a fare malie e incantare le dimonia,
facendosi venire per incanto di demonio, di mezza nocte, quelle creature
che miseramente amano. Parr che vengano, ma non sar. Or hotti Io posto
perch la vigilia della nocte tu la spenda in questo? Certo no, ma
perch tu la spenda in vigilia ed orazione, acci che la mactina,
disposto, tu vada a celebrare, e dia odore di virt al popolo e non
puzza di vizio. Se' posto nello stato angelico, acci che tu possa
conversare con gli angeli per sancta meditazione in questa vita, e poi
ne l'ultimo gustare me con loro insieme; e tu ti dilecti d'essere
dimonio, e di conversare con loro prima che venga el punto della morte.
Ma le corna della tua superbia t'hanno percosso dentro ne l'occhio de
l'intellecto la pupilla della sanctissima fede, e hai perduto el lume, e
per non vedi in quanta miseria tu stai. E non credi in verit che ogni
colpa  punita e ogni bene  remunerato: ch, se in verit tu el
credessi, non faresti cos, e non cercaresti n vorresti s facta
conversazione, anco ti verrebbe in terrore pure d'udire mentovare il
nome suo. Ma perch tu sguiti la volont sua, di lui e delle sue
operazioni pigli dilecto. Cieco sopra cieco, Io vorrei che tu dimandassi
el dimonio che merito egli ti pu rendere del servizio che tu li fai.
Esso ti risponderebbe, dicendo che ti dar quel fructo che ha per s.
Per che altro non ti pu dare se non quelli crociati tormenti e fuoco
nel quale arde continuamente, dove esso cadde, per la superbia sua, da
l'altezza del cielo.

E tu, angelo terrestre, cadi da l'altezza (per la superbia tua) della
dignit del sacerdote e dal tesoro delle virt nella povert di molte
miserie e, se tu non ti correggerai, nel profondo de l'inferno. Tu t'hai
facto dio e signore il mondo e te medesimo: or di' al mondo con tucte le
sue delizie che tu hai prese in questa vita, e a la propria tua
sensualit con che tu hai usate le cose del mondo (col dove Io ti posi
nello stato del sacerdozio perch tu le spregiassi, e te e il mondo
sensualmente); di' che rendano ragione per te dinanzi a me, sommo
giudice. Rispondarannoti che non ti possono aitare e farannosi beffe di
te, dicendo:--Per te conviene che riesca.--E tu rimani confuso e
vitoperato dinanzi a me e dinanzi al mondo. Tucto questo tuo danno tu
nol vedi, per che, come decto , le corna della superbia tua t'hanno
aciecato. Ma tu el vedrai ne l'ultima extremit della morte, dove tu non
potrai pigliare rimedio in alcuna tua virt, per che non l'hai se non
solo nella misericordia mia, sperando in quello dolce Sangue del quale
fusti facto ministro. Questo n a te n ad alcuno sar mai tolto, mentre
che vorrai sperare nel Sangue e nella misericordia mia; bench neuno
debba essere s matto n tu s cieco che tu ti conduca a l'extremit.

Pensa che in su quella extremit l'uomo che iniquamente  vissuto le
dimonia l'accusano, el mondo e la propria fragilit; e none il lusenga
n li mostra il dilecto col dove era l'amaro, n la cosa perfetta col
dove era imperfeczione, n il lume per la tenebre, s come fare solevano
nella vita sua: anco mostrano la verit di quello che . El cane della
coscienzia, che era debile, comincia ad abbaiare tanto velocemente che
quasi conduce l'anima a la disperazione. Bench neuna ve ne debba
giognere, ma debba pigliare con esperanza il Sangue, non obstante i
difecti che abbi commessi; per che senza veruna comparazione  maggiore
la misericordia mia, la quale ricevete nel Sangue, che tucti e' peccati
che si commectono nel mondo. Ma neuno s'indugi, come decto ; ch forte
cosa  a l'uomo trovarsi disarmato nel campo della bactaglia tra molti
nemici.




CAPITOLO CXXX

  Di molti altri defecti e' quali comectono li predecti iniqui
     ministri.


--O carissima figliuola, questi miseri, de' quali Io t'ho narrato, non
ci hanno alcuna considerazione; per che, se essi l'avessero, non
verrebbero a tanti difecti n eglino n gli altri, ma farebbero come gli
altri che virtuosamente vivevano. E' quali prima eleggevano la morte che
volessero offender me e sozzare la faccia de l'anima loro e diminuire la
dignit nella quale Io gli avevo posti, ma crescevano la dignit e la
bellezza de l'anime loro. Non che la dignit del sacerdote, puramente la
dignit, possa crescere per virt n minuire per difecto, come decto
t'ho; ma le virt sonno uno adornamento e una dignit che dnno a
l'anima, oltre a la pura bellezza de l'anima che ella ha dal suo
principio quando Io la creai a la imagine e similitudine mia. Questi
cognobbero la verit della bont mia e la bellezza e dignit loro,
perch la superbia e amore proprio non l'aveva obfuscato n tolto el
lume della ragione, per che n'erano privati e amavano me e la salute de
l'anime.

Ma questi tapinelli, perch al tucto sonno privati del lume, non si
curano d'andare di vizio in vizio, in fine che giongono a la fossa. E
del tempio de l'anima loro e della sancta Chiesa, che  uno giardino, ne
fanno riceptacolo d'animali. O carissima figliuola, quanto m'
abominevole che le case loro che debbono essere riceptacolo de' servi
miei e de' poverelli, e debbono tenere per sposa el breviario, e i libri
della sancta Scriptura per figliuoli, e ine dilectarsi per dare doctrina
al proximo loro in prendere sancta vita; e esse sono riceptacolo
d'inmondizie e d'inique persone. La sposa sua non  il breviario, anco
tracta la decta sposa del breviario come adultera, ma  una miserabile
dimonia che immondamente vive con lui; e' libri suoi sonno la brigata
de' figliuoli; e co' figliuoli, che egli ha acquistati in tanta bructura
e miseria, si dilecta senza vergogna alcuna. Le pasque e i d solempni,
ne' quali egli debba rendere gloria e loda al nome mio col divino
officio e gictarmi oncenso d'umili e devote orazioni, e egli sta in
giuoco e in sollazzo con le sue dimonie e va brigatando co' secolari,
cacciando e ucellando come se fusse uno secolare e uno signore di corte.

O misero uomo, a che se' venuto? Tu debbi cacciare e ucellare ad anime
per gloria e loda del nome mio, e stare nel giardino della sancta
Chiesa; e tu vai per li boschi. Ma perch tu se' facto bestia, tieni
dentro ne l'anima tua gli animali de' molti peccati mortali; e per se'
facto cacciatore e ucellatore di bestie, perch l'orto de l'anima tua 
insalvatichito e pieno di spine: per hai preso dilecto d'andare per li
luoghi deserti cercando le bestie salvatiche. Verggnati, uomo, e
raguarda e' tuoi difecti, per che hai materia di vergognarti da
qualunque lato tu ti vlli. Ma tu non ti vergogni, perch hai perduto el
sancto e vero timore di me. Ma, come la meretrice che  senza vergogna,
ti vantarai di tenere il grande stato nel mondo e d'aver la bella
fameglia e la brigata de' molti figliuoli. E se tu non gli hai, cerchi
d'averli, perch rimangano eredi del tuo. Ma tu se' ladro e furo, per
che tu sai bene che tu non el puoi lassare, perch le tue erede sonno e'
poveri e la sancta Chiesa. O dimonio incarnato, senza lume, tu cerchi
quel che tu non debbi cercare; loditi e vantiti di quello che tu debbi
venire a grande confusione e vergognarti dinanzi a me, che veggo lo
intrinsico del cuore tuo, e dinanzi a le creature. Tu se' confuso, e le
corna della tua superbia non ti lassano vedere la tua confusione.

O carissima figliuola, Io l'ho posto in sul ponte della doctrina della
mia Verit a ministrare a voi perregrini e' sacramenti della sancta
Chiesa; ed egli sta nel miserabile fiume di socto al ponte, e nel fiume
delle delizie e miserie del mondo ve li ministra, e non se n'avede che
li giogne l'onda della morte, e vanne insieme co' suoi signori dimni,
a' quali esso ha servito e lassatosi guidare per la via del fiume senza
alcuno ritegno. E se egli non si corregge, giogne a l'etterna
danpnazione con tanta reprensione e rimproverio, che la lingua tua non
sarebbe sufficiente a narrarlo. E molto pi egli che un altro, secolare:
unde una medesima colpa  pi punita in lui che in un altro che fusse
nello stato del mondo; e con pi rimproverio si levano e' nemici suoi
nel ponto della morte ad accusarlo, s come Io ti dixi.




CAPITOLO CXXXI

  De la differenzia de la morte de' giusti ad quella de' peccatori. E
     prima, de la morte de' giusti.


--E perch Io ti narrai come il mondo, le dimonia e la propria
sensualit l'accusavano, e cos  la verit, ora tel voglio dire in
questo ponto sopra questi miseri pi distesamente (perch tu l'abbi
maggiore compassione) quante sonno differenti le bactaglie che riceve
l'anima del giusto da quelle del peccatore, e quanto  differente la
morte loro, e in quanta pace  la morte del giusto, pi e meno, secondo
la perfeczione de l'anima.

Unde Io voglio che tu sappi che tucte quante le pene, che le creature
che hanno in loro ragione hanno, stanno nella volont; per che, se la
volont fusse ordinata e accordata con la volont mia, non sosterrebbe
pena. Non che fussero per tolte le fadighe; ma a quella volont, che
volontariamente porta per lo mio amore, non le sarebbe pena, perch
questi cotali volontieri portano, vedendo che  la volont mia. E per
l'odio sancto, che hanno di loro medesimi, hanno facto guerra col mondo,
col dimonio e con la propria loro sensualit. Unde, venendo el punto
della morte, la morte loro  in pace, perch i nemici suoi nella vita
sua sonno stati sconficti da lui. El mondo nol pu accusare, per che
egli cognobbe i suoi inganni, e per renunzi al mondo e a tucte le
delizie sue. La fragile sensualit e corpo suo non l'accusa, per che
egli la tenne come serva col freno della ragione, macerando la carne con
la penitenzia, con la vigilia e umile e continua orazione. La volont
sensitiva ucise con odio e dispiacimento del vizio e amore della virt,
in tucto perduta la tenerezza del corpo suo; la quale tenerezza e amore,
che  tra l'anima e 'l corpo, naturalmente fa parere la morte
malagevole, e per naturalmente l'uomo teme la morte.

Ma perch la virt nel giusto perfecto passa la natura, cio che 'l
timore, che gli  naturale, lo spegne e trapassa con odio sancto e col
desiderio di tornare al fine suo, s che la tenerezza naturale non gli
pu fare guerra, la coscienzia sta queta, perch nella vita sua fece
buona guardia, abbaiando quando e' nemici passavano per volere tollere
la citt de l'anima. S come il cane che sta a la porta, il quale,
vedendo e' nemici, abbaia, e abbaiando desta le guardie; cos questo
cane della coscienzia deste la guardia della ragione, e la ragione
insieme col libero arbitrio cognobbero, col lume de l'intellecto, se era
amico o nemico. A l'amico, cio le virt e i sancti pensieri del cuore,
diro dileczione e affecto d'amore, exercitandole con grande
sollicitudine; e al nemico, cio al vizio e alle perverse cogitazioni,
diro odio e dispiacimento; e col coltello de l'odio e de l'amore, e col
lume della ragione, e con la mano del libero arbitrio percossero e'
nemici suoi; s che poi, al ponto della morte, la coscienzia non si
rode, perch ella fece buona guardia, ma stassi in pace.

 vero che l'anima per umilit e perch meglio nel tempo della morte
cognosce il tesoro del tempo e le pietre preziose delle virt, riprende
se medesima, parendole poco aver exercitato questo tempo; ma questa non
 pena affliggitiva, anco  pena ingrassativa, per che fa ricogliere
l'anima tucta in se medesima, ponendosi inanzi el sangue de l'umile e
immaculato Agnello mio Figliuolo. E non si vlle adietro a mirare le
virt sue passate, perch non vuole n pu sperare in sue virt, ma solo
nel Sangue, dove ha trovata la misericordia mia. E come  vissuta con la
memoria del Sangue, cos nella morte s'innebria e anniegasi nel Sangue.
Le dimonia perch non la possono riprendere di peccato? perch ella
nella vita sua con sapienzia vinse la loro malizia; ma giongono per
volere vedere se potessero acquistare alcuna cosa. Unde giongono
orribili, per farle paura con laidissimo aspecto e con molte e diverse
fantasie; ma, perch ne l'anima non  veleno di peccato, l'aspecto loro
non le d quel timore n mecte paura come a uno altro el quale
iniquamente sia vissuto nel mondo. Vedendo le dimonia che l'anima 
intrata nel Sangue con ardentissima carit, non la possono sostenere, ma
stanno da la longa a gittare le saette loro. E per la loro guerra e le
loro grida a quella anima non nocciono, per che ella gi comincia a
gustare vita etterna, s come in un altro luogo ti dixi; per che con
l'occhio de l'intellecto, che ha la pupilla del lume della sanctissima
fede, vede me, suo infinito ed etterno Bene, el quale aspecta d'avere
per grazia e non per debito nella virt di Iesu Cristo mio Figliuolo.
Unde distende le braccia della speranza e con le mani de l'amore lo
strigne, intrando in possessione prima che vi sia, come decto t'ho el
modo in un altro luogo. Subbito passando (annegata nel Sangue) per la
porta strecta del Verbo, giogne in me, mare pacifico, che siamo insieme
uniti Io, mare, e la porta: perch Io e la mia Verit, unigenito mio
Figliuolo, siamo una medesima cosa.

Quanta allegrezza riceve l'anima che tanto dolcemente si vede gionta a
questo passo, per che gusta el bene della natura angelica! Questo
ricevono coloro che passano cos dolcemente; ma e' ministri miei, de'
quali Io ti dixi che erano vissuti come angeli, molto maggiormente,
perch in questa vita vissero con pi cognoscimento e con pi fame de
l'onore di me e salute de l'anime. Non dico puramente del lume della
virt, che generalmente ogniuno pu avere, ma perch questi, aggionto al
lume del vivere virtuosamente, che  lume sopranaturale, ebbero el lume
della sancta scienzia, per la quale scienzia cognobbero pi della mia
Verit. E chi pi cognosce, pi ama: e chi pi ama, pi riceve. El
merito vostro v' misurato secondo la misura de l'amore. E se tu mi
dimandassi:--Un altro, che non abbi scienzia, pu giognere a questo
amore?--s bene che egli  possibile che egli vi gionga; ma veruna cosa
particulare non fa legge comunemente per ogniuno, e Io ti favello in
generale. E anco ricevono maggiore dignit per lo stato del sacerdote,
perch propriamente lo' fu dato l'officio del mangiare anime per onore
di me. E poniamo che a ciascuno sia dato che tucti doviate stare nella
dileczione del proximo vostro, a costoro  dato a ministrare il Sangue e
a governare l'anime; unde, facendolo sollicitamente e con affecto di
virt, come decto , ricevono costoro pi che gli altri.

Oh, quanto  beata l'anima loro quando vengono a l'extremit della
morte, perch sonno stati annunziatori e difenditori della fede al
proximo loro. Eglino se l'hanno incarnata intro le mirolla de l'anima,
con la quale fede veggono el luogo loro in me. La speranza con la quale
sonno vissuti, sperando nella providenzia mia, perdendo ogni speranza di
loro medesimi (cio di none sperare nel loro proprio sapere); e perch
essi perdro la speranza di loro, non posero affecto disordinato in
veruna creatura n in veruna cosa creata, perch vissero poveri
volontariamente; e per con grande dilecto distendono la speranza loro
in me. El cuore loro (che fu uno vasello di dileczione che portava el
nome mio con ardentissima carit, l'annunziavano con exemplo di buona e
sancta vita e con la doctrina della parola al proximo loro) levasi
adunque con amore ineffabile e strigne me per affecto d'amore, che so'
suo fine, recandomi la margarita della giustizia, perch la port sempre
dinanzi da s, facendo giustizia a ogniuno e rendendo discretamente il
debito suo. E per rende a me giustizia con vera umilit e rende gloria
e loda al nome mio, perch retribuisce aver avuto da me grazia d'avere
corso el tempo suo con pura e sancta conscienzia; e a s rende
indegnazione, reputandosi indegno d'avere ricevuta e ricevere tanta
grazia.

La coscienzia sua mi rende buona testimonianza, e Io a lui giustamente
rendo la corona della giustizia adornata delle margarite delle virt,
cio del fructo che la carit ha tracto delle virt. O angelo terrestre!
beato te che non se' stato ingrato de' benefizi ricevuti da me e non hai
conmessa negligenzia n ignoranzia; ma sollicito, con vero lume, tenesti
l'occhio tuo aperto sopra e' subditi tuoi, e come fedele e virile
pastore hai seguitata la doctrina del vero e buono Pastore Cristo,
dolce Ies, unigenito mio Figliuolo. E per realmente tu passi per lui
bagnato e annegato nel Sangue suo con la torma delle tue pecorelle,
delle quali, con la sancta doctrina e vita tua, molte n'hai condocte a
la vita durabile, e molte n'hai lassate in stato di grazia.

O figliuola carissima, a costoro non nuoce la visione delle dimonia,
per che per la visione di me (la quale per fede veggono e per amore
tengono, perch in loro non  veleno di peccato) la obscurit e
terribilezza loro non lo' d noia n alcuno timore, perch in loro non
hanno timore servile, anco timore sancto. Unde non temono e' loro
inganni, perch col lume sopranaturale e col lume della sancta Scriptura
cognoscono gl'inganni suoi, s che non ricevono tenebre n turbazione di
mente. Or cos gloriosamente passano bagnati nel Sangue, con la fame
della salute de l'anime, tucti affocati nella carit del proximo,
passati per la porta del Verbo e intrati in me. E dalla mia bont sonno
conlocati ciascuno nello stato suo, e misurato lo' secondo la misura che
hanno recata a me de l'affecto della carit.




CAPITOLO CXXXII

  De la morte de' peccatori e de le pene loro nel punto de la morte.


--O carissima figliuola, non  tanta l'excellenzia di costoro, che e'
non abbino molta pi miseria e' miseri tapinelli de' quali Io t'ho
narrato. Quanto  terribile e obscura la morte loro! Per che nel punto
della morte, s come Io ti dixi, le dimonia gli accusano con tanto
terrore e obscurit, mostrando la figura loro, che sai che  tanto
orribile che ogni pena che in questa vita si potesse sostenere
eleggerebbe la creatura, inanzi che vederlo nella visione sua. E anco se
li rinfresca lo stimolo della coscienzia, che miserabilemente il rode
nella coscienzia sua. Le disordinate delizie e la propria sensualit (la
quale si fece signora, e la ragione fece serva), l'acusano
miserabilmente, perch alora cognosce la verit di quello che in prima
non cognosceva. Unde viene a grande confusione de l'errore suo, perch
nella vita sua vixe come infedele e non fedele a me, perch l'amore
proprio gli vel la pupilla del lume della sanctissima fede. El dimonio
el molesta d'infedelit, per farlo venire a disperazione.

Oh! quanto gli  dura questa bactaglia, perch 'l truova disarmato e non
gli truova l'arme de l'affecto della carit, perch in tucto, come
membri del diavolo, ne sonno stati privati. Unde non hanno lume
sopranaturale n quel della scienzia, perch non l'intesero, per che le
corna della superbia non lo' lassano intendere la dolcezza del suo
merollo; unde ora nelle grandi bactaglie non sanno che si fare. Nella
speranza essi non sonno notricati, per che non hanno sperato in me n
nel Sangue, del quale Io gli feci ministri, ma solo in loro medesimi e
negli stati e delizie del mondo. E non vedeva il misero dimonio
incarnato che ogni cosa gli stava ad usura, e come debitore gli
conveniva rendere ragione dinanzi a me? Ora si truova innudo e senza
alcuna virt, e, da qualunque lato egli si vlle, non ode altro che
rimproverio con grande confusione.

La ingiustizia sua, la quale egli ha usata nella vita, l'accusa a la
coscienzia, unde non s'ardisce di dimandare altro che giustizia. E
dicoti che tanta  quella vergogna e confusione, che, se non che essi
s'hanno preso nella vita loro per uno uso di sperare nella misericordia
mia, bene che per li loro difecti ella  grande presumpzione (perch
colui che offende col braccio della misericordia, in effecto non si pu
dire che questa sia speranza di misericordia, ma  pi tosto
presumpzione), ma pure ha preso l'acto della misericordia; unde, venendo
a l'extremit della morte e cognoscendo il difecto suo e scaricando la
coscienzia per la sancta confessione,  levata la presumpzione, che non
offende pi, e rimane la misericordia. E con questa misericordia possono
pigliare atacco di speranza, se essi vogliono. Che se non fusse questo,
neuno sarebbe che non si disperasse, e con la disperazione giognarebbe
con le dimonia a l'etterna dannazione.

Questo fa la mia misericordia: di farli sperare, nella vita loro, nella
misericordia, bene che Io non lo' 'l do perch essi offendano con la
misericordia, ma perch si dilatino in carit e in considerazione della
bont mia. Ma essi l'usano tucta in contrario, per che con la speranza,
che essi hanno presa della mia misericordia, m'offendono. E nondimeno Io
gli pure conservo nella speranza della misericordia, perch ne l'ultimo
della morte egli abbino a che ataccarsi e al tucto non vengano meno
nella reprensione e non giongano a disperazione. Per che molto pi 
spiacevole a me e danno a loro questo ultimo peccato del disperarsi, che
tucti gli altri peccati che egli hanno commessi. E questa  la cagione
perch egli  pi danno a loro e spiacevole a me: perch gli altri
peccati essi gli fanno con alcuno dilecto della propria sensualit, e
alcuna volta se ne dolgono, unde se ne possono dolere per modo che per
quello dolere ricevono misericordia. Ma al peccato della disperazione
non ve li muove fragilit, per che non vi truovano alcuno dilecto n
altro che pena intollerabile; e nella disperazione spregia la
misericordia mia, facendo maggiore il difecto suo che la misericordia e
bont mia. Unde, caduto che egli  in questo peccato, non si pente n ha
dolore de l'offesa mia in verit come si debba dolere: duolsi bene del
danno suo, ma non si duole de l'offesa che ha facta a me; e cos riceve
la etterna dannazione.

S che vedi che solo questo peccato el conduce a l'inferno, e ne
l'inferno  crociato di questo e di tucti gli altri difecti che egli ha
commessi. E se egli si fusse doluto e pentutosi de l'offesa che aveva
facta a me e avesse sperato nella misericordia, avarebbe trovato
misericordia. Per che senza alcuna comparazione, s come io ti dixi, 
maggiore la misericordia mia che tucti e' peccati che potesse commectere
neuna creatura. E per molto mi dispiace che essi pongano maggiori e'
difecti loro; e questo  quel peccato che non  perdonato n di qua n
di l. E perch nel punto della morte (poi che la vita loro  passata
disordinatamente e scelleratamente), perch molto mi dispiace la
disperazione, vorrei che pigliassero speranza nella misericordia mia, e
per nella vita loro Io uso questo dolce inganno, cio di farli sperare
largamente nella misericordia mia; per che, quando vi sonno nutricati
dentro in questa speranza, giognendo a la morte non sonno cos
inchinevoli a lassarla per le dure reprensioni che odono, s come
farebbero non essendovisi nutricati dentro.

Tucto questo lo' d el fuoco e l'abisso della inextimabile carit mia.
Ma, perch essi l'hanno usata con la tenebre de l'amore proprio, unde
l' proceduto ogni difecto, non l'hanno cognosciuta in verit; e per
l' reputato a grande presumpzione, quanto che ne l'affecto loro, la
dolcezza della misericordia. E questa  un'altra reprensione che lo' d
la coscienzia ne l'aspecto delle dimonia, rimproverando che 'l tempo e
la larghezza della misericordia, nella quale egli sperava, si doveva
dilatare in carit e in amore delle virt e con virt spendere il tempo
che Io per amore lo' diei; e eglino, col tempo e con la larga speranza
della misericordia, m'offendevano miserabilemente. O cieco, sopra cieco!
Tu sotterravi la margarita e il talento che Io ti missi nelle mani
perch tu guadagnassi con esso; e tu, come presumptuoso, non volesti
fare la volont mia, anco el sotterrasti socto la terra del disordinato
amore proprio di te medesimo, il quale ora ti rende fructo di morte. Oh,
misero te! quanta  grande la pena tua, la quale tu ora ne l'extremit
ricevi. Elle non ti sonno occulte le tue miserie, per che 'l vermine
della coscienzia ora non dorme, anco rode. Le dimonia ti gridano e
rendonti el merito che egli usano di rendere a' servi loro: confusione e
rimproverio. Acci che nel punto della morte tu non l'esca delle mani,
vogliono che tu gionga a la disperazione, e per ti dnno la confusione,
acci che poi, con loro insieme, ti rendano di quello che egli hanno per
loro.

Oh, misero! la dignit, nella quale Io ti posi, ti si rapresenta lucida
come ella . E per tua vergogna, cognoscendo che tu l'hai tenuta e usata
in tanta tenebre di colpa la substanzia della sancta Chiesa, ti pone
innanzi che tu se' ladro e debitore, el quale dovevi rendere il debito
a' poveri e a la sancta Chiesa. Alora la coscienzia tua tel rapresenta
che tu l'hai speso e dato a le publiche meritrici, e notricati e'
figliuoli e aricchiti e' parenti tuoi, e haitelo cacciato gi per la
gola con adornamento di casa e con molti vasi de l'argento, col dove
tue dovevi vivere con povert volontaria.

L'officio divino ti rapresenta la tua coscienzia, ch tu el lassavi, e
non ti curavi perch cadessi nella colpa del peccato mortale; e, se tu
el dicevi con la bocca, el cuore tuo era di longa da me. E' subditi
tuoi, cio la carit e la fame, che verso di loro dovevi avere di
notricarli in virt, dando lo' exemplo di vita e bacterli con la mano
della misericordia e con la verga della giustizia; e, perch tu facesti
el contrario, la coscienzia ne l'orribile aspecto delle dimonia ti
riprende. E se tu, prelato, hai date le prelazioni o cura d'anime a
veruno tuo subdito ingiustamente, cio che tu non abbi veduto a cui e
come tu l'hai dato, ti si pone dinanzi a la coscienzia, perch tu le
dovevi dare non per parole lusinghevoli n per piacere alle creature n
per doni, ma solo per rispecto di virt, per onore di me e salute de
l'anime. E perch tu non l'hai facto, ne se' ripreso; e per maggiore tua
pena e confusione hai dinanzi a la coscienzia e al lume de l'intellecto
quello che tu hai facto, che non dovevi fare, e quello che tu dovevi
fare, che tu non hai facto.

E voglio che tu sappi, carissima figliuola, che pi perfectamente si
cognosce la bianchezza allato al nero e il nero allato a la bianchezza,
che separati l'uno da l'altro. Cos adiviene a questi miseri, a costoro
in particulare e a tucti gli altri generalmente, che nella morte (dove
l'anima comincia pi a vedere i guai suoi, e il giusto la beatitudine
sua) ella  rapresentata al misero la vita sua scellerata. E non bisogna
che alcuno l'il ponga dinanzi, per che la coscienzia sua si pone
innanzi e' difecti che egli ha commessi e le virt che doveva adoperare.
Perch la virt? per maggiore sua vergogna: perch, essendo allato il
vizio e la virt, per la virt cognosce meglio el difecto, e quanto pi
el cognosce, maggiore vergogna n'ha. E per lo difecto suo cognosce
meglio la perfeczione della virt, unde ha maggiore dolore, perch si
vede nella vita sua essere stato fuore d'ogni virt. E voglio che tu
sappi che nel cognoscimento, che essi hanno della virt e del vizio,
veggono troppo bene el bene che sguita doppo la virt a l'uomo
virtuoso, e la pena che sguita a quel che  giaciuto nella tenebre del
peccato mortale.

Questo cognoscimento do non perch venga a disperazione, ma perch venga
a perfecto cognoscimento di s e a vergogna del difecto suo con
esperanza; acci che con la vergogna e cognoscimento sconti de' difecti
suoi e plachi l'ira mia, dimandando umilmente misericordia. El virtuoso
ne cresce in gaudio e in cognoscimento della mia carit, perch
retribuisce la grazia d'avere seguitate le virt e d'essere ito per la
dottrina della mia Verit, da me e non da s, e per exulta in me. Con
questo vero lume e cognoscimento gusta e riceve il dolce fine suo per lo
modo che Io in un altro luogo ti dixi. S che l'uno exulta in gaudio,
cio il giusto che  vissuto con ardentissima carit, e lo iniquo
tenebroso si confonde in pena. Al giusto la tenebre e visione delle
dimonia non gli nuoce, e non teme, per che solo el peccato  quel che
teme e riceve nocimento. Ma quegli, che lascivamente e con molte miserie
hanno guidata la vita loro, ricevono nocimento e timore ne l'aspecto
delle dimonia. Non  nocimento di disperazione, se essi non vorranno, ma
di pena di riprensione, di rinfrescamento di coscienzia e di paura e
timore ne l'orribile aspecto loro.

Ora vedi quanto  differente, carissima figliuola, la pena della morte e
la bactaglia che ricevono nella morte, quella del giusto da quella del
peccatore, e quanto  differente il fine loro. Una piccola, piccola
particella te n'ho narrato e mostrato a l'occhio de l'intellecto tuo: ed
 s piccola per rispecto di quel che ella , cio della pena che riceve
l'uno e del bene che riceve l'altro, che  quasi non cavelle. Or vedi
quanta  la ciechit dell'uomo, e spezialmente di questi miserabili,
per che tanto quanto hanno ricevuto pi da me e pi sonno illuminati
della sancta Scriptura, pi sonno obligati e ricevono pi intollerabile
confusione. E perch pi cognobbero della sancta Scriptura nella vita
loro, pi cognoscono nella morte loro e' grandi difecti che hanno
commessi, e sonno conlocati in maggiori tormenti che gli altri, s come
e' buoni sonno posti in maggiore excellenzia. A costoro adiviene come
del falso cristiano, che ne l'inferno  posto in maggiore tormento che
uno pagano, perch esso ebbe il lume della fede e renunzi al lume della
fede, e colui non l'ebbe. Cos questi miseri avaranno pi pena d'una
medesima colpa che gli altri cristiani, per lo misterio che Io lo' diei
dando lo' a ministrare il Sole del sancto Sacramento, e perch ebbero el
lume della scienzia a potere discernere la verit e per loro e per
altrui, se essi avessero voluto. E per giustamente ricevono maggiori
pene.

Ma e' miseri nol cognoscono; ch, se essi avessero punto di
considerazione dello stato loro, non verrebbero in tanti mali, ma
sarebbero quel che debbono essere e non sonno. Anco tucto el mondo 
corrocto, facendo molto peggio essi che i secolari nel grado loro. Unde
con le loro puzze lordano la faccia de l'anime loro e corrompono e'
subditi e succhiano il sangue a la sposa mia, cio alla sancta Chiesa.
Unde per li loro difecti essi la impalidiscono, cio che l'amore e
l'affecto della carit, che debbono avere a questa sposa, l'hanno posto
a loro medesimi, e non actendono ad altro che a piluccarla e a trarne le
prelazioni e le grandi rendite, dove essi debbono cercare anime. Unde
per la loro mala vita vengono e' secolari ad inreverenzia e a
disobbedienzia alla sancta Chiesa, bench essi nol debbano fare. E non 
scusato il difecto loro per lo difecto de' ministri.




CAPITOLO CXXXIII

  Repetizione breve sopra molte cose gi decte, e come Dio in tucto
     vieta che i sacerdoti non siano toccati per le mani de' secolari, e
     come invita la predecta anima a piangere sopra essi miseri
     sacerdoti.


--Molti difecti t'avarei a dire; ma non voglio pi apuzzare l'orecchie
tue. Hotti narrato questo per satisfare al desiderio tuo, e perch tu
sia pi sollicita a offerire dolci, amorosi e amari desidri dinanzi a
me per loro. E hotti contata della excellenzia nella quale Io gli ho
posti, e del tesoro che v' ministrato per le mani loro, cio del
sancto Sacramento tucto Dio e tutto uomo, dandoti la similitudine del
sole, acci che tu vedessi che per li loro difecti non diminuisce la
virt di questo Sacramento: e per non voglio che diminuisca la
reverenzia verso di loro. E hotti mostrata la excellenzia de' virtuosi
ministri miei, in cui riluceva la margarita delle virt e della sancta
giustizia. E hotti mostrato quanto m' spiacevole l'offesa che fanno e'
persecutori della sancta Chiesa, e la inreverenzia che essi hanno al
Sangue; per che, perseguitando loro, el reputo facto al Sangue e non a
loro, per che Io l'ho vetato che non tocchino e' cristi miei.

Ora t'ho contiato della vitoperosa vita loro, e quanto miseramente
vivono, e quanta pena e confusione hanno nella morte, e quanto
crudelmente, pi che gli altri, sonno cruciati doppo la morte. Ora t'ho
atenuto quel ch'Io ti promissi, cio di narrarti della vita loro alcuna
cosa; e hotti satisfacto di quel che mi dimandasti, volendo tu che Io
t'actenesse quel che promesso t'aveva.

Ora ti dico da capo che, con tucti quanti e' loro difecti, e se fussero
ancora pi, Io non voglio che neuno secolare s'impacci di punirli. E se
essi el faranno, non rimarr impunita la colpa loro, se gi non la
puniscono con la contrizione del cuore, ammendandosi de' difecti loro.
Ma l'uno e gli altri sonno dimni incarnati, e per divina giustizia
l'uno dimonio punisce l'altro; e l'uno e l'altro offende. El secolare
non  scusato per lo peccato del prelato, n il prelato per lo peccato
del secolare. Ora invito te, carissima figliuola, e tucti gli altri
servi miei a piagnere sopra questi morti, e a stare come pecorelle nel
giardino della sancta Chiesa a pascere per sancto desiderio e continue
orazioni, offerendole dinanzi a me per loro, per che Io voglio fare
misericordia al mondo. E non vi ritraete da questo pascere n per
ingiuria n per alcuna prosperit, cio che non voglio che alziate il
capo n per impazienzia n per disordinata allegrezza, ma umilmente
actendete a l'onore di me e alla salute de l'anime e alla reformazione
della sancta Chiesa. E questo mi sar segno che tu e gli altri m'amiate
in verit. Tu sai bene che Io ti manifestai che volevo che tu e gli
altri fuste pecorelle, le quali sempre pasceste nel giardino della
sancta Chiesa, sostenendo con fadiga, infino a l'ultimo della morte. E,
cos facendo, adempir e' desidri tuoi.




CAPITOLO CXXXIV

  Come questa devota anima, laudando e ringraziando Dio, fa orazione
     per la sancta Chiesa.


Alora quella anima, come ebbra, ansietata e affocata d'amore, ferito el
cuore di molta amaritudine, si vlleva alla somma ed etterna bont,
dicendo:--O Dio etterno, o luce sopra ogni altra luce, ch da te esce
ogni luce! o fuoco sopra ogni fuoco, per che tu se' solo quello fuoco
che ardi e non consumi; e consumi ogni peccato e amore proprio che
trovassi ne l'anima; e non la consumi affliggitivamente, ma ingrassila
d'amore insaziabile, per che, saziandola, non si sazia, ma sempre ti
desidera, e quanto pi t'ha pi ti cerca, e quanto pi ti desidera pi
truova e gusta di te, sommo ed etterno fuoco, abisso di carit! O sommo
ed etterno Bene, chi t'ha mosso te, Dio infinito, d'aluminare me, tua
creatura finita, del lume della tua verit? Tu, esso medesimo fuoco
d'amore, ne se' cagione. Per che sempre l'amore  quello che ha
costrecto e costrigne te a crearci a la imagine e similitudine tua, e a
farci misericordia donando smisurate e infinite grazie alle tue creature
che hanno in loro ragione. O Bont sopra ogni bont! tu solo se' colui
che se' sommamente buono, e nondimeno tu donasti el Verbo de l'unigenito
tuo Figliuolo a conversare con noi, puzza e pieni di tenebre. Di questo
chi ne fu cagione? L'amore, per che ci amasti prima che noi fussimo. O
buono, o etterna grandezza, facestiti basso e piccolo per fare l'uomo
grande. Da qualunque lato Io mi vllo, non truovo altro che abisso e
fuoco della tua carit.

E sar io quella misera che possa restituire alle grazie e a l'affocata
carit che tu hai mostrata, e mostri tanto affocato amore in
particulare, oltre a la carit comune e amore che tu mostri a le tue
creature? No: ma solo tu, dolcissimo e amoroso Padre, sarai quello che
sarai grato e cognoscente per me, cio che l'affecto della tua carit
medesima ti render grazie; per che io so' colei che non so'. E se io
dicesse alcuna cosa per me, io mentirei sopra el capo mio e sarei
mendace figliuola del dimonio, che  padre delle bugie. Per che tu se'
solo colui che se'; e l'essere e ogni grazia, che hai posta sopra
l'essere, ho da te, che mel desti e di per amore e non per debito. O
dolcissimo Padre, quando l'umana generazione giaceva inferma per lo
peccato di Adam, e tu le mandasti el medico del dolce e amoroso Verbo,
tuo Figliuolo. Ora, quando Io giacevo inferma della infermit della
negligenzia e di molta ignoranzia, e tu, soavissimo e dolcissimo medico,
Dio etterno, m'hai data una soave, dolce e amara medicina, acci che io
guarisca e mi levi da la mia infermit. Soave m', per che con la
soavit e carit tua hai manifestato te a me: dolce sopra ogni dolce
m', per che hai illuminato l'occhio de l'intellecto mio col lume della
sanctissima fede. Nel quale lume, secondo che t' piaciuto di
manifestare, cognobbi la excellenzia e la grazia che hai data a l'umana
generazione, ministrando tucto Dio e tucto uomo nel corpo mistico della
sancta Chiesa, e la dignit de' tuoi ministri, e' quali hai posti che
ministrino te a noi.

Io desideravo che tu satisfacessi a la promessa la quale facesti a me; e
tu desti molto pi, dando quello che io non sapevo adomandare. Unde io
cognosco veramente in verit che 'l cuore dell'uomo non sa tanto
adimandare n desiderare quanto tu pi di; e cos veggo che tu se'
colui che se', infinito e etterno Bene, e noi siamo coloro che non
siamo. E perch tu se' infinito e noi finiti, per di tu quello che la
tua creatura, che ha in s ragione, non pu n sa tanto desiderare: n
per quel modo che tu sai, puoi e vuogli satisfare a l'anima e saziarla
di quelle cose che ella non t'adimanda, n per quel modo tanto dolce e
piacevole quanto tu le di. E per ho ricevuto lume nella grandezza e
carit tua per l'amore, che hai manifestato che tu hai a tucta l'umana
generazione, e singularmente agli unti tuoi, e' quali debbono essere
angeli terrestri in questa vita. Mostrato hai la virt e beatitudine di
questi tuoi unti, e' quali sonno vissuti come lucerne ardenti con la
margarita della giustizia nella sancta Chiesa. E, per questo, meglio ho
cognosciuto el difecto di coloro che miserabilemente vivono. Unde ho
conceputo grandissimo dolore de l'offesa tua e danno di tucto quanto el
mondo: perch fanno danno al mondo, essendo specchio di miseria, dove
essi debbono essere specchio di virt. E perch tu a me, misera, cagione
e strumento di molti difecti, hai manifestate e lamentatoti delle
iniquit loro, ho trovato dolore intollerabile.

Tu, amore inextimabile, l'hai manifestato dandomi la medicina dolce e
amara, perch io mi levi in tucto da la infermit della ignoranzia e
negligenzia, e con sollicitudine e anxietato desiderio ricorra a te,
cognoscendo me e la bont tua, e l'offese che sonno facte a te da ogni
maniera di gente e spezialmente da' ministri tuoi, acci che io distilli
uno fiume di lagrime sopra me miserabile, traendole del cognoscimento
della tua infinita bont, e sopra questi morti, e' quali tanto
miserabilmente vivono. Unde io non voglio, ineffabile fuoco e dileczione
di carit, Padre etterno, che 'l desiderio mio si stanchi mai di
desiderare il tuo onore e la salute de l'anime, e gli occhi miei non si
ristiano; ma dimandoti per grazia che sieno facti due fiumi d'acqua, che
esca di te, mare pacifico. Grazia, grazia sia a te, Padre, che,
satisfacendo a me di quel che io ti dimandai e di quello che io non
cognoscevo e non ti dimandai, tu m'hai invitata, dandomi la materia del
pianto, e d'offerire dolci e amorosi e anxietati desidri dinanzi da te
con umile e continua orazione. Ora t'adimando che tu facci misericordia
al mondo e alla sancta Chiesa tua. Pregoti che tu adempia quello che tu
mi fai adimandare. Oim, misera, dolorosa l'anima mia, cagione d'ogni
male! Non indugiare pi a fare misericordia al mondo: conscende e
adempie il desiderio de' servi tuoi. Oim! tu se' colui che gli fai
gridare: adunque ode la voce loro. La tua Verit disse che noi
chiamassimo e sarebbeci risposto, bussassimo e sarebbeci aperto,
chiedessimo e sarebbeci dato. O Padre etterno, e' servi tuoi chiamano a
te misericordia: risponde lo' dunque. Io so bene che la misericordia
t' propria, e per non la puoi stollere che tue non la dia a chi te
l'adomanda. Essi bussano a la porta della tua Verit, per che nella
Verit tua, unigenito tuo Figliuolo, cognoscono l'amore ineffabile che
tu hai a l'uomo, s che bussano a la porta. Unde il fuoco della tua
carit non si debba n pu tenere che tu non apra a chi bussa con
perseveranzia.

Adunque apre, diserra e spezza e' cuori indurati delle tue creature: non
per loro che non bussano, ma fallo per la tua infinita bont e per amore
de' servi tuoi, che bussano a te per loro. D lo', Padre etterno, ch
vedi che stanno a la porta della Verit tua e chiegono. E che chiegono?
il Sangue di questa porta, Verit tua. E nel sangue tu hai lavate le
iniquit, e tracta la marcia del peccato d'Adam. El Sangue  nostro,
per che ce n'hai facto bagno: nol puoi n vuogli disdire a chi te
l'adimanda in verit. D' dunque il fructo del Sangue a le tue creature:
pone nella bilancia el prezzo del sangue del tuo Figliuolo, acci che le
dimonia infernali non ne portino le tue pecorelle. Oh! tu se' pastore
buono, che ci desti el Pastore vero de l'unigenito tuo Figliuolo, el
quale, per l'obbedienzia tua, pose la vita per le tue pecorelle e del
Sangue ci fece bagno. Questo  quel Sangue che t'adimandano come
affamati e' servi tuoi a questa porta: per lo quale Sangue adimandano
che tu facci misericordia al mondo, e rifiorisca la sancta Chiesa di
fiori odoriferi di buoni e sancti pastori, e con l'odore spenga la puzza
degl'iniqui fiori e putridi. Tu dicesti, Padre etterno, che per l'amore
che tu hai alle tue creature, che hanno in loro ragione, che con
l'orazioni dei servi tuoi e col molto loro sostenere fadighe senza
colpa, faresti misericordia al mondo e riformaresti la Chiesa tua, e
cos ci daresti refrigerio. Adunque non indugiare a vllere l'occhio
della tua misericordia, ma risponde, per che vuoli rispondere prima che
noi chiamiamo, con la voce della tua misericordia.

Apre la porta della tua inextimabile carit, la quale ci donasti per la
porta del Verbo. S, so io che tu apri prima che noi bussiamo, per che
con l'affecto e amore, che hai dato a' servi tuoi, bussano e chiamano a
te, cercando l'onore tuo e la salute de l'anime. Dona lo' dunque il pane
della vita, cio il fructo del sangue de l'unigenito tuo Figliuolo, el
quale t'adimandiamo per gloria e loda del nome tuo e per salute de
l'anime. Per che pi gloria e loda pare che torni a te a salvare tante
creature, che a lassarle obstinate permanere nella durizia loro. A te,
Padre etterno, ogni cosa  possibile: poniamo che tu ci creasti senza
noi, ma salvare senza noi questo non vuogli fare; ma pregoti che sforzi
la volont loro e dispongali a volere quello che essi non vogliono.
Questo t'adimando per la tua infinita misericordia. Tu ci creasti di non
cavelle; adunque, ora che noi siamo, facci misericordia e rifa' e'
vaselli che tu hai creati e formati a la imagine e similitudine tua.
Riformagli a grazia nella misericordia e nel sangue del tuo Figliuolo,
Cristo dolce Ies.




TRACTATO DE LA PROVIDENZIA




CAPITOLO CXXXV

  Qui comincia el tractato de la providenzia di Dio. E prima de la
     providenzia in generale, cio come providde creando l'uomo a la
     imagine e similitudine sua. E come provide con la incarnazione del
     Figliuolo suo, essendo serrata la porta del paradiso per lo peccato
     d'Adam. E come providde dandocisi in cibo continuamente
     nell'altare.


Alora el sommo ed etterno Padre con benignit ineffabile volleva
l'occhio della sua clemenzia inverso di lei, quasi volendo mostrare che
in tucte le cose la providenza sua non mancava mai a l'uomo, pure che
egli la voglia ricevere, manifestandolo con uno dolce lagnarsi dell'uomo
in questo modo, dicendo:

--O carissima figliuola mia, s come in pi luoghi Io t'ho decto, Io
voglio fare misericordia al mondo e in ogni necessit provedere a la mia
creatura che ha in s ragione. Ma lo ignorante uomo piglia in morte
quello che Io do in vita, e cos si fa crudele a se medesimo. Io sempre
proveggo; e s ti fo sapere che ci che Io ho dato a l'uomo  somma
providenzia. Unde con providenzia el creai: quando raguardai in me
medesimo, inamora'mi della mia creatura; piacquemi di crearla a la
imagine e similitudine mia con molta providenzia. Unde providdi di darle
la memoria perch ritenesse i benefizi miei, facendole participare della
potenzia di me Padre etterno. Die' le l'intellecto acci che nella
sapienzia de l'unigenito mio Figliuolo ella intendesse e cognoscesse la
volont di me Padre etterno, donatore delle grazie a lei con tanto fuoco
d'amore. Die' le la volont ad amare, participando la clemenzia dello
Spirito sancto, acci che potesse amare quello che lo 'ntellecto vide e
cognobbe.

Questo fece la dolce mia providenzia solo perch ella fusse capace ad
intendere e gustare me, e godere de l'etterna mia bont ne l'etterna
mia visione. E, s come in molti luoghi Io t'ho narrato, perch
giognesse a questo fine, essendo serrato el cielo per la colpa d'Adam,
il quale non cognobbe la sua dignit, raguardando con quanta providenzia
e amore ineffabile Io l'avevo creato; unde, perch egli non la conobbe,
per cadde nella disobbedienzia, e dalla disobbedienzia a la immondizia,
con superbia e piacere feminile, volendo pi tosto conscendere e piacere
a la compagna sua (poniamo che non credesse per a lei quello che ella
diceva), consenti pi tosto di trapassare l'obbedienzia mia che
contristarla; cos per questa disobbedienzia vennero e sonno venuti poi
tucti quanti e' mali; tucti contraeste di questo veleno (della quale
disobbedienzia in uno altro luogo ti narrar come ella  pericolosa, ad
commendazione de l'obbedienzia); unde, per tollere via questa morte, Io
providi a l'uomo dandovi el Verbo de l'unigenito mio Figliuolo con
grande prudenzia e providenzia per provedere a la vostra necessit. Dico
con prudenzia, per che con l'esca della vostra umanit e l'amo della
mia Deit Io presi el dimonio, el quale non pot cognoscere la mia
Verit. La quale Verit, Verbo incarnato, venne a consumare e a
distruggere la sua bugia con la quale aveva ingannato l'uomo.

S che usai grande providenzia e prudenzia. Pensa, carissima figliuola,
che maggiore non la poteva usare che darvi el Verbo de l'unigenito mio
Figliuolo. A lui posi la grande obbedienzia per trare il veleno, che per
la disobbedienzia era caduto ne l'umana generazione. Unde egli, come
inamorato vero obbediente, corse a l'obrobriosa morte della sanctissima
croce, e con la morte vi die' la vita. None in virt de l'umanit, ma in
virt della mia Deit; la quale, per mia providenzia, unii con la natura
umana per satisfare a la colpa che era facta contra a me, Bene infinito,
la quale richiedeva satisfaczione infinita, cio che la natura umana,
che aveva offeso (che era finita), fusse unita con cosa infinita, acci
che infinitamente satisfacesse a me infinito, e a la natura umana, a'
passati, a' presenti e a' futuri, e tanto quanto offendesse l'uomo,
volendo ritornare a me nella vita sua, trovasse perfecta satisfaczione.
E per unii la natura divina con la natura umana, per la quale unione
avete ricevuta satisfaczione perfecta. Questo ha facto la mia
providenzia: che, con l'operazione finita (ch finita fu la pena della
croce nel Verbo), avete ricevuto fructo infinito in virt della Deit,
come decto .

Questa infinita ed etterna providenzia di me Dio, Padre vostro, Trinit
etterna, provide di rivestire l'uomo. El quale, avendo perduto el
vestimento della innocenzia e dinudato d'ogni virt, periva di fame e
moriva di freddo in questa vita della perregrinazione. Soctoposto era ad
ogni miseria, serrata era la porta del cielo e perduta n'aveva ogni
speranza; la quale speranza, se l'avesse potuta pigliare, gli sarebbe
stato uno refrigerio in questa vita. None l'aveva, e per stava in
grande affliczione. Ma Io, somma providenzia, providi a questa
necessit: unde, non costrecto dalle vostre giustizie n virt, ma dalla
mia bont, vi diei el vestimento per mezzo di questo dolce e amoroso
Verbo unigenito mio Figliuolo. El quale, spogliando s della vita,
rivest voi di innocenzia e di grazia; la quale innocenzia e grazia
ricevete nel sancto baptesmo in virt del Sangue, lavando la macchia del
peccato originale, nel quale ste conceputi, contraendolo dal padre e
dalla madre vostra. E per la mia providenzia provide non con pena di
corpo, s come era usanza nel Testamento vecchio, quando erano
circuncisi, ma con la dolcezza del sancto baptesmo.

S che egli  rivestito. Anco l'ho scaldato, manifestandovi l'unigenito
mio Figliuolo, per l'apriture del Corpo suo, el fuoco della mia carit,
el quale era velato sotto questa cennere de l'umanit vostra. E non de
questo riscaldare l'affreddato cuore de l'uomo, se egli non  gi
obstinato, aciecato dal proprio amore, che egli non si vegga amare da me
tanto ineffabilemente? La mia providenzia gli ha dato el cibo per
confortarlo mentre che egli  perregrino e viandante in questa vita, s
come in un altro luogo ti dixi. Facto ho indebilire i nemici suoi, che
veruno gli pu nocere se non esso medesimo. La strada  battuta nel
Sangue della mia Verit, acci che possa giognere al termine suo, a
quello fine per lo quale Io el creai. E che cibo  questo? S come in un
altro luogo Io ti narrai,  il Corpo e 'l Sangue di Cristo crocifixo
tucto Dio e tucto uomo, cibo degli angeli e cibo di vita. Cibo che sazia
ogni affamato che di questo pane si dilecta, ma none colui che non ha
fame; per che egli  uno cibo che vuole essere preso con la bocca del
sancto desiderio e gustato per amore. S che vedi che la mia providenzia
ha proveduto di darli conforto.




CAPITOLO CXXXVI

  Come Dio providde dando la speranza ne le sue creature. E come chi
     pi perfectamente spera, pi perfectamente gusta la providenzia
     sua.


--Anco gli ho dato el refrigerio della speranza, se col lume della
sanctissima fede raguarda el prezzo del Sangue che  pagato per lui, el
quale gli d ferma speranza e certezza della salute sua. Negli obrobri
di Cristo crocifixo gli  renduto l'onore; ch se con tucte le membra
del corpo suo egli offende me, e Cristo benedecto, dolcissimo mio
Figliuolo, in tucto el Corpo suo ha sostenuti grandissimi tormenti, e
con la sua obbedienzia ha levata la vostra disobbedienzia. Dalla quale
obbedienzia tucti avete contracto la grazia, s come per la
disobbedienzia tucti contraeste la colpa.

Questo v'ha conceduto la mia providenzia, la quale, dal principio del
mondo infino al d d'oggi, ha proveduto e proveder, infino a l'ultimo,
a la necessit e salute dell'uomo in molti e diversi modi (secondo che
Io, giusto e vero medico, veggo che vi bisogna a le vostre infermit),
secondo che n'ha bisogno per renderli sanit perfecta o per conservarlo
nella sanit. La mia providenzia non mancar mai, a chi la vorr
ricevere, in quegli che perfectamente sperano in me. E chi spera in me,
bussa e chiama in verit, non solamente con la parola, ma con affecto e
col lume della sanctissima fede, gustaranno me nella providenzia mia; ma
non coloro che solamente bussano e suonano col suono della parola,
chiamandomi:--Signore, Signore!--Dicoti che, se essi con altra virt non
m'adimandano, non saranno conosciuti da me per misericordia, ma per
giustizia. S che Io ti dico che la mia providenzia non mancar a chi in
verit spera in me, ma in chi si dispera di me e spera in s.

Sai che speranza in due cose contrarie non si pu ponere. Questo volse
dire a voi la mia Verit nel sancto Evangelio, quando dixe: Veruno pu
servire a due signori; ch, se serve a l'uno,  incontempto a l'altro.
Servire non  senza speranza, per che 'l servo, che serve, serve con
esperanza che ha nel prezzo e utilit che se ne vede trare, o con
esperanza che egli ha di piacere al signore suo. Onde al nemico del suo
signore punto non servirebbe; el quale servizio fare non potrebbe senza
alcuna speranza. Onde, servendo e sperando, si vederebbe privare di
quello che aspectava dal signore suo. Or cos pensa, carissima
figliuola, che adiviene a l'anima: o egli si conviene che ella serva e
speri in me, o serva e speri nel mondo e in se medesima: per che tanto
serve al mondo, fuore di me, di servizio sensuale, quanto serve e ama la
propria sensualit; del quale amore e servizio spera d'avere dilecto,
piacere e utilit sensitiva. Ma, perch la speranza sua  posta in cosa
finita, vana e transitoria, per gli viene meno, e non giogne in effecto
di quel che desiderava. Mentre che egli spera in s e nel mondo, none
spera in me: perch 'l mondo, cio i desidri mondani dell'uomo sono a
me in odio, e in tanta abominazione mi furono che Io diei l'unigenito
mio Figliuolo a l'obrobriosa morte della croce; onde il mondo non ha
conformit meco, n Io con lui. Ma l'anima, che perfectamente spera in
me e serve con tucto el cuore e con tucto l'affecto suo, subbito per
necessit, per la cagione decta, si conviene che si disperi di s e del
mondo, di speranza posta con propria fragilit.

Questa vera e perfecta speranza  meno e pi perfecta, secondo la
perfeczione de l'amore che l'anima ha in me. E cos, perfecta e
imperfecta, gusta della providenzia mia: pi perfectamente la gustano e
la ricevono quegli che servono e sperano di piacere solamente a me, che
quegli che servono con esperanza del fructo e per dilecto che trovassero
in me. Questi primi sonno quegli che, ne l'ultimo stato de l'anima, Io
ti narrai della loro perfeczione. E questi, che Io ora ti conto, sonno
e' secondi e i terzi, che vanno con esperanza del dilecto e del fructo,
e sonno quegli imperfecti de' quali Io ti contai narrandoti degli stati
de l'anima.

Ma, in veruno modo, a' perfecti e agli imperfecti non mancar la mia
providenzia, purch l'uomo non presummi n speri in s. El quale
presummere e sperare in s, perch esce da l'amore proprio, obfusca
l'occhio de l'intellecto, traendone el lume della sanctissima fede. Unde
non va con lume di ragione, e per non cognosce la mia providenzia, non
che egli non ne pruovi. Per che neuno , n giusto n peccatore, che
non sia proveduto da me, perch ogni cosa  facta e creata da la mia
bont, per che Io so' Colui che so', e senza me veruna cosa  facta, se
non solo el peccato che non . S che essi ricevono bene della mia
providenzia, ma non la intendono, perch non la cognoscono: non
cognoscendola, non l'amano: e per non ne ricevono fructo di grazia.
Ogni cosa veggono torta, dove ogni cosa  dricta. E, s come ciechi,
ogni cosa vegono in tenebre, e la tenebre in luce, perch hanno posta la
speranza e il servizio loro nella tenebre, unde caggiono in mormorazione
e vengono ad impazienzia.

E come sonno tanto macti? Doh, carissima figliuola, come possono essi
credere che Io, somma ed etterna bont, possa volere altro che il loro
bene nelle cose piccole che tucto d Io permecto per salute loro, quando
pruovano che Io non voglio altro che la loro sanctificazione nelle cose
grandi? Ch, con tucta la loro ciechit, non possono fare che almeno con
uno poco di lume naturale non veggano la bont mia e il benefizio della
mia providenzia, la quale truovano (e non la possono dinegare) nella
prima creazione e nella ricreazione che ha ricevuto l'uomo nel Sangue,
ricreandolo a grazia, s come decto t'ho. Questa  cosa s chiara e
manifesta che non possono dire di no. Poi mancano e vengono meno a
l'ombra loro, perch questo lume naturale non  stato exercitato in
virt. El macto uomo non vede che di tempo in tempo Io ho proveduto
generalmente al mondo, e in particulare a ogniuno secondo el suo stato.
E perch veruno  che in questa vita stia fermo, ma sempre si muta di
tempo in tempo in sino che egli  gionto a lo stato suo fermo, sempre il
provego di quel che gli bisogna nel tempo che egli .




CAPITOLO CXXXVII

  Come Dio provide nel Testamento vecchio con la legge e co' profeti;
     e poi con mandare el Verbo; poi con gli apostoli, co' martiri e con
     gli altri sancti uomini. Come nulla adiviene a le creature, che
     tucto non sia providenzia di Dio.


--Generalmente Io providi con la legge, che Io diei a Mois nel
Testamento vecchio, e con molti altri sancti profeti. Anco ti fo sapere
che, innanzi l'avenimento del Verbo mio Figliuolo, poco stecte il popolo
giudaico senza profeta, per confortare il popolo con le profezie, dando
lo' speranza che la mia Verit, profeta de' profeti, li traesse della
servit e facesseli liberi e diserrasse lo' el cielo col sangue suo, che
tanto tempo era stato serrato. Ma, poi che venne il dolce e amoroso
Verbo, neuno profeta si lev tra loro: per certificarli che quello, che
egli aspectavano, l'avevano avuto, unde non bisognava che pi profeti
l'annunziassero: bench essi nol cognobbero n cognoscono per la
ciechit loro. Doppo costoro, providi venendo el Verbo, s come decto ,
il quale fu vostro tramezzatore tra me, Dio etterno, e voi. Doppo lui,
gli appostoli, martiri, doctori e confessori, s come in un altro luogo
Io ti dixi. Ogni cosa ha facto la mia providenzia, e cos ti dico che
infino a l'ultimo proveder. Questa  generale, data a ogni creatura che
ha in s ragione, che di questa providenzia vorr ricevere el fructo. In
particulare lo' do ogni cosa per mia providenzia: e vita e morte (per
qualunque modo Io la dia), fame, sete, perdimento di stato nel mondo,
nudit, freddo, caldo, ingiurie, scherni e villanie. Tucte queste cose
permecto che lo' siano facte o decte dagli uomini. Non che Io faccia la
malizia della mala volont di colui che fa el male e la ingiuria, ma el
tempo e l'essere che egli ha avuto da me. El quale essere gli diei non
perch offendesse me n il prossimo suo, ma perch servisse me e lui con
dileczione di carit. Unde Io permecto quello acto o per provare la
virt della pazienzia in quella anima di colui che riceve, o per farlo
ricognoscere.

Alcuna volta permectar che al giusto tucto el mondo gli sar contrario,
e ne l'ultimo far morte la quale dar grande admirazione agli uomini
del mondo. Parr a loro una cosa ingiusta di vedere perire uno giusto
quando in acqua, quando in fuoco, quando strangolato da l'animale e
quando per cadimento di casa sopra di lui, nel quale perder la vita
corporale. Oh, quanto paiono fuore di modo queste cose a quello occhio
che non v' dentro el lume della sanctissima fede! Ma none al fedele:
per che 'l fedele ha trovato e gustato, per affecto d'amore, nelle cose
grandi sopradecte la mia providenzia; e cos vede e tiene che con
providenzia Io fo ci ch'Io fo, solo per procurare a la salute
dell'uomo. E per ha ogni cosa in reverenzia: non si scandalizza in s,
n ne l'operazioni mie, n nel proximo suo; ma ogni cosa trapassa con
vera pazienzia. La providenzia mia non  tolta a veruna creatura, perch
tucte le cose sonno condite con essa. Alcuna volta parr a l'uomo, o
grandine o tempesta o saecta che Io mandi sopra el corpo della creatura,
che ella sia crudelt, quasi giudicando che Io non abbi proveduto a la
salute di colui. E Io l'ho facto per camparlo della morte etternale; ed
egli tiene il contrario. E cos gli uomini del mondo in ogni cosa
vogliono contaminare le mie operazioni e intenderle secondo el loro
basso intendimento.




CAPITOLO CXXXVIII

  Come ci che Dio ci permecte  solamente per nostro bene e per
     nostra salute. E come sono ciechi e ingannati quelli che giudicano
     el contrario.


--E voglio che tu vegga, dilectissima figliuola, con quanta pazienzia a
me conviene portare le mie creature, le quali Io ho create, come decto
, a la imagine e similitudine mia con tanta dolcezza d'amore. Apre
l'occhio de l'intellecto e raguarda in me; e ponendoti Io uno caso
particulare avenuto, del quale se ben ti ricorda, tu mi pregasti ch'Io
provedesse, e io providi, s come tu sai, che senza pericolo di morte
riebbe lo stato suo. E come egli  questo particulare, cos 
generalmente in ogni cosa.--

Alora quella anima, aprendo l'occhio de l'intellecto col lume della
sanctissima fede nella divina sua maest con anxietato desiderio (perch
per le parole decte pi conosceva della sua verit nella dolce
providenzia sua) per obbedire al comandamento suo, specolandosi ne
l'abisso della sua carit, vedeva come egli era somma e etterna Bont, e
come per solo amore ci aveva creati e ricomprati del sangue del suo
Figliuolo, e che con questo amore medesimo dava ci che egli dava e
permecteva: tribulazioni e consolazioni; ogni cosa era dato per amore e
per provedere a la salute de l'uomo, e non per verun altro fine.

El Sangue sparto con tanto fuoco d'amore vedeva che manifestava che
questa era la verit. Alora diceva el sommo ed etterno Padre:--Questi
sono come aciecati per lo proprio amore che hanno di loro medesimi,
scandalizzandosi con molta impazienzia. Io ti parlo ora in particulare e
in generale, ripigliando quel ch'Io dicevo. Essi giudicano in male, in
loro danno, in ruina e in odio quello che Io fo per amore e per loro
bene, per privarli dalle pene etternali, per guadagno e per dar lo' vita
etterna. E perch dunque si lagnano di me? perch none sperano in me, ma
in loro medesimi; e gi t'ho decto che per questo vengono a tenebre, s
che non cognoscono. Unde odiano quel che debbono avere in reverenzia, e,
come superbi, vogliono giudicare gli occulti miei giudizi, e' quali
sonno tucti dricti. Ma essi fanno come il cieco, che col tacto della
mano, o alcuna volta col sapore del gusto, e quando col suono della
voce, vorr giudicare in bene e in male, secondo el suo basso, infermo e
picciolo sapere. E non si vorranno actenere a me, che so' vero lume e
so' Colui che gli nutrico spiritualmente e corporalmente, e senza me
veruna cosa possono avere. E se alcuna volta sonno serviti da la
creatura, Io so' Colui che l'ho data la volont, l'aptitudine, el
sapere, el potere a poterlo fare. Ma, come macto, egli andare vuole col
sentimento della mano, che  ingannata nel suo toccare perch non ha
lume per discernere il colore: e cos el gusto s'inganna, perch non
vede l'animale immondo che si pone alcuna volta in sul cibo; l'orecchia
 ingannata nel dilecto del suono, perch non vede colui che canta; se
non si guardasse da lui, per lo diletto egli li pu dare la morte.

Cos fanno costoro e' quagli, come aciecati, perduto el lume della
ragione, toccano con la mano del sentimento sensitivo. E' diletti del
mondo lo' paiono buoni; ma, perch essi non veggono, non si guardano che
egli  uno panno meschiato di molte spine, con molta miseria e grandi
affanni, in tanto che il cuore, che le possiede fuore di me, 
incomportabile a se medesimo. Cos la bocca del desiderio, che
disordinatamente l'ama, gli paiono dolci e soavi a prendere, ed egli v'
su l'animale immondo di molti peccati mortali, e' quali fanno immonda
l'anima e dilonganla dalla similitudine mia e tolgonla della vita della
grazia. Unde, se egli non va col lume della sanctissima fede a
purificarla nel Sangue, n'ha morte etternale. L'udire  l'amore proprio
di s, che gli pare che facci uno dolce suono. Perch gli pare? perch
l'anima corre dietro a l'amore della propria sensualit; ma, perch non
vede,  ingannato dal suono, e, perch gli and dietro con disordinato
dilecto, truovasi condocto nella fossa, legato col legame della colpa,
menato nelle mani de' nemici suoi, per che, come aciecato dal proprio
amore e confidanza che hanno posta a loro medesimi e al loro proprio
sapere, non s'attengono a me, che so' guida e via loro.

Facta v' questa via dal Verbo mio Figliuolo, el quale dixe che era
via, verit e vita, ed  lume. Unde chi va per lui non pu essere
ingannato n andare in tenebre; e neuno pu venire a me se non per lui,
perch egli  una cosa con meco; e gi ti dixi che Io ve n'avevo facto
ponte, acci che tucti poteste venire al termine vostro. E nondimeno,
con tucto questo, non si fidano di me, che non voglio altro che la loro
sanctificazione. Per questo fine, e con grande amore lo' do e permecto
ogni cosa, ed essi sempre si scandalizzano in me; e Io con pazienzia gli
porto e gli sostengo, perch Io gli amai senza essere amato da loro. Ed
essi sempre mi perseguitano con molta impazienzia, odio e mormorazioni e
con molta infidelit, volendosi ponere ad investigare, secondo el loro
cieco vedere, gli occulti miei giudici, e' quali sonno fatti tucti
giustamente e per amore. E non cognoscono ancora loro medesimi, e per
vegono falsamente, per che chi non cognosce se medesimo non pu
cognoscere me n le giustizie mie in verit.




CAPITOLO CXXXIX

  Come Dio providde in alcuno caso particulare a la salute di quella
     anima ad cui adivenne el caso.


--Vuogli ti mostri, figliuola, quanto el mondo  ingannato de' misteri
miei? Or apre l'occhio de l'intellecto, e raguarda in me; e, mirando,
vedrai nel caso particulare del quale Io ti dixi che ti narrarei. E come
egli  questo, cos generalmente ti potrei contare degli altri.--

Alora quella anima, per obbedire al sommo etterno Padre, raguardava in
lui con ansietato desiderio. Alora Dio etterno dimostrava la dannazione
di colui per cui era adivenuto el caso, dicendo:--Io voglio che tu
sappia che, per camparlo di questa etterna dapnazione nella quale tu
vedi che egli era, Io permissi questo caso, acci che col sangue suo nel
Sangue della mia Verit unigenito mio Figliuolo avesse vita. Per che
non avevo dimenticato la reverenzia e amore che egli aveva a la
dolcissima madre, Maria, dell'unigenito mio Figliuolo. A la quale  dato
questo, per reverenzia del Verbo, da la mia bont: cio che qualunque
sar colui, o giusto o peccatore, che l'abbi in debita reverenzia, non
sar tolto n devorato dal demonio infernale. Ella  come una esca posta
da la mia bont a pigliare le creature che hanno in loro ragione. S che
per misericordia ho facto quello, cio permessolo, none facta la mala
volont degl'iniqui, che gli uomini tengono crudelt. E tucto questo
l'adiviene per l'amore proprio di loro medesimi, che l'ha tolto el
lume, e per non cognoscono la verit mia. Ma, se essi si volessero
levare la nuvila, la cognoscerebbero e amarebbero, e cos avarebbero
ogni cosa in reverenzia, e nel tempo della ricolta riceverebbero el
fructo delle loro fadighe. Ma non dubbitare, figliuola mia, ch di
quello che tu mi preghi Io adempir e' desidri tuoi e de' servi miei.
Io so' lo Dio vostro remuneratore d'ogni fadiga e adempitore de' sancti
desidri, purch Io trovasse chi in verit bussasse a la porta de la mia
misericordia con lume, acci che non errassero n mancassero in speranza
della mia providenzia.




CAPITOLO CXL

  Qui, narrando Dio la providenzia sua verso de le sue creature in
     diversi altri modi, si lagna de la infedelit d'esse sue creature.
     Ed exponendo una figura del vecchio Testamento, d una utile
     doctrina.


--Hotti narrato di questo caso particulare: ora ti ritorno al generale.
Tu non potresti mai vedere quanta  la ignoranzia dell'uomo. Egli 
senza veruno senno o cognoscimento, avendoselo tolto per sperare in s e
confidarsi nel suo proprio sapere. O stolto uomo, e non vedi tu che il
sapere tuo tu non l'hai da te, ma la mia bont, che provide al tuo
bisogno, te l'ha dato? Chi tel mostra? Quel che tu in te medesimo
pruovi: che tale ora vuoli tu fare una cosa, che tu non la puoi fare n
saprai fare. Alcuna volta non avarai el tempo, e, se avarai el tempo, ti
mancar el volere. Tucto questo t' dato da me per provedere a la salute
tua, perch tu cognosca te non essere e abbi materia d'umiliarti e non
d'insuperbire. Unde in ogni cosa truovi mutazione e privazione, per che
non stanno in tua libert: solo la grazia mia  quella che  ferma e
stabile, che non ti pu essere tolta n mutata (cio di farti partire da
essa grazia e tornare a la colpa), se tu medesimo non te la muti.

Dunque, come puoi levare il capo contra la mia bont? Non puoi, se tu
vuoli seguitare la ragione, n puoi sperare in te n confidarti del tuo
sapere. Ma, perch se' facto animale senza ragione, non vedi che ogni
cosa si muta, excepto la grazia mia. E perch non ti confidi di me, che
so' el tuo Creatore? perch ti confidi in te. E non so' Io fedele e
leale a te? Certo s: e questo non t' nascosto, per che continuamente
l'hai per pruova.

O dolcissima e carissima figliuola, l'uomo non fu leale n fedele a me,
trapassando l'obbedienzia che Io gli avevo imposta, per la quale cadde
nella morte. E Io fui fedele a lui, actenendoli quello per che Io
l'avevo creato, volendogli dare il sommo ed etterno Bene. E, per compire
questa mia verit, unii la Deit mia, somma altezza, con la bassezza
della sua umanit, essendo ricomprato e restituito a grazia col mezzo
del sangue de l'unigenito mio Figliuolo. S che egli l'ha provato. Ma e'
pare che essi non credano che Io sia potente a poterli sovenire, forte a
poterli aitare e difendere da' nemici loro, e sapiente per illuminarli
l'occhio de l'intellecto loro, n che Io abbi clemenzia a voler lo' dare
quello che  di necessit a la salute loro, n sia ricco per poterli
aricchire, n sia bello per poter lo' dare bellezza, n abbi cibo per
dar lo' mangiare, n vestimento per rivestirli. L'operazioni loro mi
manifestano che essi nol credono: per che, se il credessero in verit,
sarebbe con opera di sancte e buone operazioni.

E nondimeno essi pruovano continuamente che Io so' forte, perch li
conservo ne l'essere e difendoli da' nemici loro. E veggono che neuno
pu ricalcitrare contra la potenzia e fortezza mia; ma essi nol veggono,
ch nol vogliono vedere. Con la mia sapienza Io ho ordinato e governo
tucto quanto el mondo con tanto ordine, che veruna cosa vi manca e
veruno ci pu apponere. Ne l'anima e nel corpo, in tucto ho proveduto;
non costrecto a farlo da la volont vostra, per che voi non eravate, ma
solo da la mia clemenzia, costrecto da me medesimo, facendo el cielo e
la terra e il mare e il fermamento; cio il cielo, perch si movesse
sopra di voi; l'aere, perch respiraste; el fuoco e l'acqua, per
temperare contrario con contrario; el sole, perch non steste in
tenebre; tucti facti e ordinati, perch sovengano a la necessit
dell'uomo. El cielo adornato degli ucelli; la terra germina e' fructi,
con molti animali, per la vita dell'uomo; el mare, adornato di pesci.
Ogni cosa ho facto con grandissimo ordine e providenzia.

Poi che Io ebbi facta ogni cosa buona e perfecta, Io creai la creatura
razionale a la imagine e similitudine mia, e missila in questo giardino.
El quale giardino, per lo peccato di Adam, germinoe spine, dove in prima
ci erano fiori odoriferi di innocenzia e di grandissima soavit. Ogni
cosa era obbediente a l'uomo; ma, per la colpa e disobbedienzia
commessa, trov ribellione in s e in tucte le creature. Insalvatich el
mondo e l'uomo, el quale uomo  un altro mondo. Ma io providi che,
mandando nel mondo la mia Verit, Verbo incarnato, gli tolse il
salvaticume, trassene le spine del peccato originale e fecilo uno
giardino inaffiato del sangue di Cristo crocifixo, piantandovi le piante
de' septe doni dello Spirito sancto e traendone il peccato mortale. E
questo fu doppo la morte de l'unigenito mio Figliuolo, ch inanzi no.

S come fu figurato nel vecchio Testamento, quando fu pregato Eliseo che
risuscitasse quel giovano che era morto. Eliseo non and, ma mand
Giezzi col bastone suo, dicendo che egli el ponesse sopra 'l dosso del
garzone. Andando Giezzi e facendo quello che Eliseo gli disse, non el
risuscit per. Vedendo Eliseo che egli non era risuscitato, and egli
con la propria persona e conformossi tucto col garzone con tucte le
membra sue, e spir aciando septe volte nella bocca sua. E il garzone
respir septe volte, in segno che egli era resuscitato. Questo fu
figurato per Mois, che Io mandai col bastone della legge sopra el morto
de l'umana generazione, el quale per questa legge non aveva vita. Mandai
el Verbo de l'unigenito mio Figliuolo (el quale fu figurato per Eliseo),
che si conform con questo figliuolo morto, per l'unione della natura
divina unita con la natura vostra umana. Con tucte le membra si un
questa natura divina, cio con la potenzia mia, con la sapienzia del mio
Figliuolo e con la clemenzia dello Spirito sancto, tucto me, Dio, abisso
di Trinit, conformato e unito con la natura vostra umana.

Doppo questa unione fece l'altra il dolce e amoroso Verbo, correndo come
inamorato a l'obrobriosa morte della croce. Ine si distese. E doppo
questa unione don e' septe doni dello Spirito sancto a questo figliuolo
morto, aciando nella bocca del desiderio de l'anima, tollendole la morte
nel sancto baptesmo. Egli spira in segno che egli ha vita, gittando
fuore di s e' septe peccati mortali. S che egli  facto giardino
adornato di dolci e soavi fructi.  vero che l'ortolano di questo
giardino, cio il libero arbitrio, el pu insalvatichire e dimesticare
secondo che li piace. Se egli ci semina il veleno de l'amore proprio di
s, unde nascono e' septe principali peccati e tucti gli altri che
procedono da questi, esso facto ne caccia e' septe doni dello Spirito
sancto e privasi d'ogni virt. Ine non  fortezza, ch egli 
indebilito; non v' temperanzia n prudenzia, ch egli ha perduto el
lume col quale usava la ragione; non v' fede n speranza n giustizia,
per che egli  facto ingiusto, spera in s e crede con fede morta a se
medesimo, fidasi delle creature e non di me suo Creatore; non v' carit
n piet veruna, perch se l'ha tolta con l'amore della propria
fragilit:  facto crudele a s, unde non pu essere pietoso al proximo
suo. Privato  d'ogni bene e caduto in sommo male. E unde riavar la
vita? da questo medesimo Eliseo, Verbo incarnato, unigenito mio
Figliuolo. In che modo? che questo ortolano divella queste spine della
colpa con odio (ch, se non si odiasse, non ne le trarrebbe mai), e con
amore corra a conformarsi con la doctrina della mia Verit,
innaffiandola col Sangue. El quale Sangue gli  gictato sopra el capo
suo dal ministro, andando a la confessione con contrizione di cuore e
dispiacimento della colpa, e con satisfaczione e con proponimento di
none offendere pi.

Per questo modo pu dimesticare questo giardino de l'anima mentre che
vive: ch, passata questa vita, non ha pi rimedio veruno, s come in
pi altri luoghi Io t'ho narrato.




CAPITOLO CXLI

  Come Dio provede verso di noi, che noi siamo tribolati per la
     nostra salute. E de la miseria di quelli che si confidano in s e
     non ne la providenzia sua. E de la excellenzia di quelli che si
     confidano in essa providenzia.


--Vedi dunque che con la mia providenzia Io raconciai el secondo mondo
de l'uomo. Al primo non fu tolto, che non germinasse spine di molte
tribolazioni e che in ogni cosa l'uomo non trovasse ribellione. Questo
non  facto senza providenzia n senza vostro bene, ma con molta
providenzia e vostra utilit, per tllere la speranza del mondo all'uomo
e farlo crrire e dirizzare a me che so' suo fine, s che almeno, per
importunit di molestie, egli ne levi el cuore e l'affecto suo. E tanto
ignorante  l'uomo a non cognoscere la verit, ed  tanto fragile a
dilatarsi nel mondo, che, con tucte queste fadighe e spine che egli ci
truova, non pare che egli se ne voglia levare, n curi di tornare a la
patria sua. Or sappi dunque, figliuola, quel che farebbe se nel mondo
trovasse perfecto dilecto e riposo senza veruna pena.

E per con providenzia lo' permecto e do che 'l mondo lo' germini le
molte tribulazioni: e per provare in loro la virt, e della pena, forza
e violenzia che fanno a loro medesimi abbi di che remunerarli. S che in
ogni cosa ha ordinato e proveduto con grande sapienzia la providenzia
mia. Ho lo' dato, s come decto , perch Io so' ricco e potevolo e
posso dare, e la ricchezza mia  infinita; anco ogni cosa  facta da me,
e senza me veruna cosa pu essere. Unde, se esso vuole bellezza, Io so'
bellezza; se vuole bont, Io so' bont, perch so' sommamente buono; Io
so' sapienzia; Io benigno, Io giusto e misericordioso Dio; Io largo e
none avaro; Io so' Colui che do a chi m'adimanda, apro a chi bussa in
verit e rispondo a chi mi chiama. Non so' ingrato, ma grato e
conoscente a remunerare chi per me s'afadigar, cio per gloria e loda
del nome mio. Io so' giocondo, che tengo l'anima, che si veste della
mia volont, in sommo dilecto. Io so' quella somma providenzia, che non
manco mai a' servi miei, che sperano in me, n ne l'anima n nel corpo.

E come pu credere l'uomo, che mi vede pascere e nutricare il vermine
intro el legno secco, pascere gli animali bruti e i pesci del mare,
tucti gli animali della terra e gli ucelli de l'aria; sopra le piante
mando el sole e la rugiada che ingrassi la terra: e non creder che Io
nutrichi lui, el quale  mia creatura, creata a l'imagine e similitudine
mia? Conciossiacosach tucto questo  facto da la mia bont in servizio
suo. Da qualunque lato egli si vlle, e spiritualmente e temporalmente,
non truova altro che 'l fuoco e l'abisso della mia carit con maxima,
dolce e perfecta providenzia. Ma egli non vede, perch s'ha tolto el
lume e non si d a vederlo, e per si scandelizza. Ristrigne la carit
verso el proximo suo, e con avarizia pensa el d di domane: el quale li
fu vetato da la mia Verit, dicendo: Non voliate pensare del d di
domane; basti al d la sollicitudine sua, riprendendovi della vostra
infedelit e mostrandovi la mia providenzia e la brevit del tempo,
dicendo: Non voliate pensare il d di domane. Quasi dica la mia
Verit:--Non pensate di quello che non ste sicuri d'avere; basta il
presente d.--E insegnavi a di mandare prima el regno del cielo (cio la
buona e sancta vita), ch di queste cose minime ben so Io, Padre vostro
di cielo, che elle vi bisognano, e per l'ho facte e comandato a la
terra che vi doni de' fructi suoi.

Questo miserabile, perch la sconfidenzia sua ha ristrecto el cuore e le
mani nella carit del prossimo, non ha lecta questa doctrina che gli ha
data el Verbo mia Verit. Perch non sguita le vestigie sue, esso
diventa incomportabile a se medesimo; scene, di questo fidarsi in s e
none sperare in me, ogni male: essi si fanno giudici della volont degli
uomini, non veggono che Io gli ho a giudicare: Io e non eglino. La
volont mia non intendono n giudicano in bene, se non quando si veggono
alcuna prosperit, dilecto o piacer del mondo. E, venendo lo' meno
questo, perch l'affecto loro con esperanza era tucto posto ine, non
lo' pare sentire n ricevere n providenzia mia n bont veruna: par lo'
essere privati d'ogni bene. E, perch sonno aciecati dalla propria
passione, non vi cognoscono la ricchezza che v' dentro, n il fructo
della vera pazienzia: anco ne tragono morte, e gustano in questa vita
l'arra de l'inferno. E Io, con tucto questo, non lasso per la mia bont
che Io non lo' provegga. Cos, comando a la terra che dia de' fructi al
peccatore come al giusto, e cos mando el sole e la piova sopra el campo
suo come sopra quello del giusto, e pi n'avar spesse volte il
peccatore che 'l giusto.

Questo fa la mia bont per dare pi a pieno delle ricchezze spirituali
ne l'anima del giusto che per mio amore s' spogliato delle temporali,
renunziando al mondo, con tucte le sue delizie, e a la propria volont.
Questi sonno quegli che ingrassano l'anima loro, dilatandosi ne l'abisso
della mia carit: prdono in tucto la cura di loro medesimi, che non
tanto delle mondane ricchezze, ma di loro non possono avere cura. Alora
Io so' facto el loro governatore spiritualmente e temporalmente: uso una
providenzia particulare, oltre a la generale; ch la clemenzia mia,
Spirito sancto, se lo' fa servo che gli serve. Questo sai, se ben ti
ricorda d'avere lecto nella vita de' sancti padri, che, essendo
infermato quello solitario, sanctissimo uomo che tucto aveva lassato s
per gloria e loda del nome mio, la clemenzia mia providde e mand uno
angelo perch 'l governasse e provedesse a la sua necessit. El corpo
era sovenuto nel suo bisogno, e l'anima stava in admirabile allegrezza e
dolcezza per la conversazione de l'angelo.

Lo Spirito sancto gli  madre che 'l nutrica al pecto della divina mia
carit. Egli l'ha facto libero, s come signore, tollendoli la
servitudine de l'amore proprio; ch dove  il fuoco della mia carit non
vi pu essere l'acqua di questo amore, che spegne questo dolce fuoco ne
l'anima. Questo servidore dello Spirito sancto, che io l'ho dato per mia
providenzia, la veste, nutrica e inebbria di dolcezza e dlle somma
ricchezza. Perch tucto lassoe, tucto truova; perch si spogli tucto di
s, si truova vestito di me; fecesi in tucto servo per umilit, e per 
facto signore signoreggiando el mondo e la propria sensualit. Perch
tucto s'aciec nel suo vedere, sta in perfectissimo lume: disperandosi
di s,  coronato di fede viva e di perfecta e compta speranza; gusta
vita etterna, privato d'ogni pena e amaritudine affliggitiva. Ogni cosa
giudica in bene, perch in tucte giudica la volont mia, quale vide col
lume della fede che Io non volevo altro che la sua sanctificazione, e
per  facto paziente.

Oh, quanto  beata questa anima, la quale, essendo anco nel corpo
mortale, gusta il bene immortale! Ogni cosa ha in reverenzia; tanto gli
pesa la mano manca quanto la ricta, tanto la tribolazione quanto la
consolazione, tanto la fame e la sete quanto el mangiare e il bere,
tanto el freddo, el caldo e la nudit quanto el vestimento, tanto la
vita quanto la morte, tanto l'onore quanto el vitoperio e tanto
l'affliczione quanto la recreazione. In ogni cosa sta solido, fermo e
stabile, perch  fondato sopra la viva pietra. Ha cognosciuto e veduto,
col lume della fede e con ferma speranza, che ogni cosa do con uno
medesimo amore e per uno medesimo rispecto, cio per la salute vostra, e
che in ogni cosa Io proveggo. Per che nella grande fadiga Io do la
grande fortezza, e non pongo maggiore peso che si possa portare, pure
che si disponga a volere portare per lo mio amore. Nel Sangue v' facto
manifesto che Io non voglio la morte del peccatore, ma voglio che si
converta e viva; e per sua vita gli do ci ch'Io gli do.

Questo ha veduto l'anima spogliata di s, e per gode in ci che ella
vede o sente in s o in altrui. Non dubbita che le vengano meno le cose
minime, perch col lume della fede  certificata nelle cose grandi,
delle quali nel principio di questo tractato Io ti narrai. Oh! quanto 
glorioso questo lume della sanctissima fede, col quale vide e cognobbe,
e cognosce la mia verit; el quale lume ha dal servidore dello Spirito
sancto, el quale  uno lume sopranaturale, che l'anima acquista per la
mia bont, exercitando el lume naturale che Io l'ho dato.




CAPITOLO CXLII

  Come Dio providde verso de l'anime dando i sacramenti, e come
     provede a' servi suoi affamati del sacramento del Corpo di Cristo;
     narrando come providde pi volte, per mirabile modo, verso d'una
     anima affamata d'esso sacramento.


--Sai tu, carissima figliuola, come Io provego questi miei servi che
sperano in me? In due modi: cio che tucta la providenzia, che Io uso a
le mie creature che hanno in loro ragione,  sopra l'anima e sopra 'l
corpo. E ci, che Io adopero di providenzia nel corpo,  facto in
servizio de l'anima, per farla crescere nel lume della fede, farla
sperare in me e perdere la speranza di s, e perch vega e cognosca che
Io so' Colui che so', che posso, voglio e so sovenire al suo bisogno e
salute. Tu vedi che ne l'anima, per la vita sua, Io l'ho dati e'
sacramenti della sancta Chiesa, perch sonno suo cibo: none il pane, che
 cibo grosso corporale, e per  dato al corpo; ma, perch ella 
incorporea, vive della parola mia. Per disse la mia Verit nel sancto
Evangelio che di solo pane non viveva l'uomo, ma d'ogni parola che
procede da me, cio di seguitare con spirituale intenzione la doctrina
di questa mia Parola incarnata, la quale parola in virt del Sangue suo
e' sacramenti vi dnno vita.

S che i sacramenti spirituali sonno dati a l'anima: poniamo che si
pongano e si diano con lo strumento del corpo; non darebbe a l'anima
vita di grazia solamente quello acto, se essa anima non si disponesse a
riceverli con espirituale, sancto e vero desiderio. E per ti dixi che
egli erano spirituali, che si dnno a l'anima perch  cosa incorporea:
non obstante che sieno prti per lo mezzo del corpo, come decto , al
desiderio de l'anima  dato che 'l riceva. Alcuna volta, per crescerla
in fame e sancto desiderio, gli le far desiderare e non potr averli;
non potendoli avere, cresce la fame, e nella fame il cognoscimento di
s, reputandosene indegna per umilit. E Io alora la fo degna,
provedendo spesse volte in diversi modi sopra questo sacramento. E tu
sai che egli  cos, se ben ti ricorda d'averlo udito e provato in te
medesima. Perch la clemenzia mia dello Spirito sancto, che gli ha presi
a servire (dato lo' da me per la mia bont), spirar la mente d'alcuno
ministro che l'ha a dare questo cibo, che, costrecto dal fuoco della mia
carit d'esso Spirito sancto, el quale gli d stimolo di coscienzia,
unde per coscienzia si muove a pascere la fame e compire il desiderio di
quella anima. Far indugiare alcuna volta in su l'extremit e, quando in
tucto ella n'avar perduta la speranza, ed ella avar quel che desidera.

E non poteva Io cos provedere nel principio come ne l'ultimo? S bene:
ma follo per crescerla nel lume della fede, acci che mai non manchi che
ella none speri nella mia bont; e per farla cauta e prudente, ch
imprudentemente non volti el capo a dietro, allentando la fame del
sancto desiderio: e per la indugio. S come ti ricorda di quella anima,
che, giognendo nella sancta chiesa con grande fame della comunione, e
giognendo el ministro a l'altare, ella dimand el Corpo di Cristo tucto
Dio e uomo: egli rispose che non volea darlele. In lei crebbe il pianto
e il desiderio: e in lui, quando venne ad offerire il calice, crebbe lo
stimolo della coscienzia, costrecto dal servidore dello Spirito sancto
che provedeva a quella anima. E come provedeva e lavorava in quel cuore
dentro, cos el mostroe di fuore, dicendo a quel che 'l
serviva:--Dimanda se ella si vuole comunicare, ch Io lel dar
volontieri.--E se ella aveva una sprizza di fede e d'amore, crebbe in
grandissima abondanzia il desiderio; intantoch pareva che la vita si
volesse partire dal corpo. E per l'avevo Io permesso: per farla
crescere e farle diseccare ogni amore proprio, infidelit e speranza che
avesse in s. Alora providi col mezzo della creatura. Un'altra volta
provedar el servidore dello Spirito sancto solo, senza questo mezzo, s
come pi volte a molte persone  adivenuto e adiviene tucto d a' servi
miei. Ma, tra l'altre, due admirabili, s come tu sai, te ne narrar per
farti dilatare in fede e a commendazione della mia providenzia.

Ricordati e rammentati in te medesima d'avere udito di quella anima,
che, stando nel tempio mio della sancta chiesa, el d della conversione
del glorioso appostolo Pavolo mio dolce banditore, con tanto desiderio
di giognere a questo sacramento, pane di vita, cibo degli angeli dato a
voi uomini, che ella prov quasi a quanti ministri vennero a celebrare;
e da tucti le fu denegato per mia dispensazione, perch volsi che ella
cognoscesse che, mancandole gli uomini, non le mancavo Io, suo Creatore.
E per a l'ultima messa Io tenni questo modo che Io ti dir, e usai uno
dolce inganno per farla inebbriare della providenzia mia. Lo inganno fu
questo: che, avendo ella detto di volersi comunicare, quel che serviva
nol volse dire al ministro. Vedendo ella che egli non rispondeva del no,
aspectava con grande desiderio di potersi comunicare. Decta la messa e
trovandosi di no, crebbe in tanta fame e in tanto desiderio, con vera
umilit reputandosene indegna e riprendendo la sua presumpzione,
parendole avere presumpto di giognere a tanto misterio. Io, che exalto
gli umili, trassi a me il desiderio e l'affecto di quella anima, dandole
cognoscimento ne l'abisso della Trinit di me, Dio etterno, illuminando
l'occhio de l'intellecto suo nella potenzia di me, Padre etterno, nella
sapienzia de l'unigenito mio Figliuolo e nella clemenzia dello Spirito
sancto, e' quali siamo una medesima cosa. E in tanta perfeczione si un
quella anima, che 'l corpo si sospendeva da la terra, perch, come nello
stato unitivo de l'anima Io ti narrai, era pi perfecta l'unione che
l'anima aveva facta per affecto d'amore in me che nel corpo suo. E in
questo abisso grande, per satisfare al desiderio suo, ricevecte da me la
sancta comunione. E in segno di ci che Io in verit l'avevo satisfacto,
per pi d sent per admirabile modo nel gusto corporale il sapore e
odore del Sangue e del Corpo di Cristo crocifixo, mia Verit. Unde ella
si rinnovell nel lume della mia providenzia, avendola gustata cos
dolcemente.

Tucto questo fu visibile a lei, ma invisibile agli occhi delle creature.
Ma el secondo fu visibile agli occhi del ministro a cui adivenne il
caso: ch, essendo quella anima con grande desiderio d'udire la messa e
della comunione, per passione corporale non era potuta andare alla
chiesa a quella ora che bisognava. Pur gionse, essendo l'ora tardi, a la
consecrazione, cio che gionse in su quella ora che 'l ministro
consecrava. Ed essendo egli da l'uno capo della chiesa, ella si pose da
l'altro, per che l'obbedienzia non le concedeva che ella stesse ine.
Ella si pose con grandissimo pianto, dicendo:--O miserabile anima mia! e
non vedi tu quanto di grazia tu hai ricevuto, che tu se' nel tempio
sancto di Dio e hai veduto il ministro, che se' degna d'abitare ne
l'inferno per li tuoi peccati?--El desiderio per non si quietava, ma
quanto pi si profondava nella valle de l'umilit, tanto pi era levata
in su, dandole a cognoscere con fede e speranza la mia bont,
confidandosi che 'l servitore dello Spirito sancto notricasse la fame
sua. Io alora le diei quello che ella in quello modo non sapeva
desiderare. El modo fu questo: che, venendo el sacerdote per
comunicarsi, nel dividere ne cadde uno pezzuolo, el quale per mia
dispensazione e virt (il moccolino de l'ostia, cio quella particella
che se n'era levata) si part da l'altare e and ne l'altro capo della
chiesa, dove ella era. E, credendosi ella che non fusse cosa visibile ma
invisibile, sentendosi comunicata, pensossi con grande e affocato
desiderio che, come pi volte l'era adivenuto, Io l'avesse satisfacto
invisibilmente. Ma egli non parbe cos al ministro, che, non trovandola,
sentiva intollerabile dolore. Se non che 'l servidore della mia
clemenzia gli manifest nella mente sua chi l'aveva avuta, sempre per
dubitando infino che dichiarato si fu con lei. E non potevo Io tollerle
lo impedimento del difecto corporale e farla andare ad ora, dacci che
ella avesse potuto ricevere il sacramento dal ministro? S; ma volevo
farle provare che, col mezzo della creatura e senza il mezzo della
creatura, in qualunque stato e in qualunque tempo si sia, in qualunque
modo sa desiderare e pi che non sa desiderare, Io la posso, so e voglio
satisfare, come decto , con maravigliosi modi.

Questo ti basti, carissima figliuola, averti narrato della providenzia
mia, la quale Io uso con l'anime affamate di questo dolce sacramento. E
cos in tucti gli altri, secondo che lo' bisogna, uso questa dolce
providenzia. Ora ti dir alcuna cosellina come Io l'uso dentro ne
l'anima, la quale uso senza il mezzo del corpo, cio con estrumento di
fuore. Bench parlandoti degli stati de l'anima Io te ne dicesse,
nondimeno anco te ne dir.




CAPITOLO CXLIII

  De la providenzia di Dio verso di coloro che sono in peccato
     mortale.


--L'anima o ella  in stato di peccato mortale, o ella  imperfecta in
grazia, o ella  perfecta. In ogniuno uso, dilargo e do la mia
providenzia; ma in diversi modi, con grande sapienzia, secondo che Io
veggo che gli bisogna. Agli uomini del mondo, che giacciono nella morte
del peccato mortale, provego destandoli con lo stimolo della coscienzia,
o con fadiga che sentiranno nel mezzo del cuore per nuovi e diversi
modi. E sonno tanti questi modi, che la lingua tua non sarebbe
sufficiente a narrarli. Unde spesse volte si partono, per questa
importunit delle pene e stimolo di coscienzia che  dentro ne l'anima,
da la colpa del peccato mortale. E alcuna volta (perch Io delle spine
vostre sempre traggo la rosa), concependo el cuore de l'uomo amore al
peccato mortale o alla creatura fuore della mia volont, Io gli tollar
el luogo e il tempo che non potr compire le volont sue, intantoch con
la stanchezza della pena del cuore, la quale egli ha acquistata per suo
difecto, non potendo compire le sue disordinate volont, torna a se
medesimo con compunzione di cuore e stimolo di coscienzia, e con esse
gicta a terra il farnetico suo. El quale drictamente si pu chiamare
farnetico, ch, credendosi ponere l'affecto suo in alcuna cosa, quando
viene a vedere, non era cavelle. Era bene ed  alcuna cosa la creatura
cui egli amava di miserabile amore; ma quello, che egli ne pigliava, era
non cavelle, per che 'l peccato non  cavelle. Di questo non cavelle
della colpa, che  una spina che pugne l'anima, Io ne traggo questa
rosa, come decto , per provedere a la salute sua.

Chi mi costrigne a farlo? Non egli, che non mi cerca n adimanda
l'aiutorio e providenzia mia se none in colpa di peccato, in delizie,
ricchezze e stati del mondo: ma l'amore mi costrigne, perch v'amai
prima che voi fuste; senza essere amato da voi, Io v'amai
ineffabilemente. Questo mi costrigne a farlo, e l'orazioni de' servi
miei, e' quali (el servidore dello Spirito sancto, clemenzia mia,
ministrando lo' l'onore di me e la dileczione del proximo loro) cercano
con inextimabile carit la salute loro, studiandosi di placare l'ira mia
e di legare le mani della divina mia giustizia, la quale merita lo
iniquo uomo che Io usi contra di lui. Essi mi strengono con le lagrime,
umili e continue orazioni. Chi gli fa gridare? La mia providenzia, che
proveggo a la necessit di quel morto, perch decto  ch'Io non voglio
la morte del peccatore, ma che egli si converta e viva.

Inamrati, figliuola, della mia providenzia. Se tu apri l'occhio della
mente tua e del corpo, tu vedi che gli scellerati uomini che giacciono
in tanta miseria, e' quali so' facti puzza di morte, obscuri e tenebrosi
per la privazione del lume, essi vanno cantando e ridendo, spendendo il
tempo loro in vanit, in delizie e grandi disonest: tucti lascivi,
mangiatori e bevitori, intantoch del ventre loro si fanno dio, con
odio, con rancore, con superbia e con ogni miseria (delle quali miserie
pi distintamente sai ch'Io te ne narrai), e non cognoscono lo stato
loro. Vanno per la via a giognere alla morte etternale, se non si
correggono nella vita loro, e vanno cantando! E non sarebbe reputata
grande stoltizia e pazzia se quelli, che  condannato a la morte e va a
la giustizia, andasse cantando e ballando, mostrando segni d'allegrezza?
Certo s. In questa stoltizia stanno questi miseri, e tanto pi senza
comparazione veruna, quanto essi ricevono, quegli pena finita, e costoro
pena infinita, morendo in stato di danpnazione. E vanno cantando! Ciechi
sopra ciechi! stolti e macti sopra ogni stoltizia!

E i servi miei stanno in pianto, in affliczione di corpo e in
contrizione di cuore, in vigilia e continua orazione, con sospiri e
lamenti, macerando la carne loro per procurare a la loro salute; ed essi
si fanno beffe di loro! Ma elle caggiono sopra e' loro capi, tornando la
pena della colpa in cui ella debba tornare, e i fructi delle fadighe
portate per amore di me si dnno in cui la bont mia gli ha facti
meritare, per che io so' lo Idio vostro giusto, che a ogniuno rendo
secondo che aver meritato. Ma e' veri servi miei non allentano e' passi
per le beffe, persecuzioni e ingratitudine loro; anco crescono in
maggiore sollicitudine e desiderio. Questo chi el fa, che con tanta fame
bussino alla porta della mia misericordia? La providenzia mia, che
proveggo e procuro insiememente la salute di questi miseri, e augmento
la virt e cresco il fuoco della dileczione della carit ne' servi miei.

Infiniti sonno questi modi di providenzia, ch'Io uso ne l'anima del
peccatore per trarlo della colpa del peccato mortale. Ora ti parlar di
quello che fa la mia providenzia in coloro che sonno levati dalla colpa,
e sonno ancora inperfecti; non ricapitolando gli stati de l'anima,
perch gi ordinatamente te gli ho narrati, ma breve breve alcuna cosa
ti dir.




CAPITOLO CXLIV

  De la providenzia che Dio usa verso di coloro che sono ancora
     nell'amore inperfecto.


--Sai tu, carissima figliuola, che modo Io tengo per levare l'anima
inperfecta dalla sua inperfeczione? Che alcuna volta Io la proveggo con
molestie di molte e diverse cogitazioni, e con la mente sterile. Parr
che sia tucto abandonata da me, senza veruno sentimento: n nel mondo
gli pare essere, ch non v'; n in me gli pare essere, ch non ha
sentimento veruno, fuore che sente che la volont sua non vuole
offendere.

Questa porta della volont, che  libera, non do Io licenzia a' nemici
che l'aprano. Ma do bene licenzia alle dimonia e agli altri nemici de
l'uomo che percuotano l'altre porte; ma questa, che  la principale, no,
ch conserva la citt de l'anima.  vero che ha la guardia del libero
arbitrio, che sta a questa porta: hogliele dato libero, che dica s e
no, secondo che gli piace. Molte sonno le porte che ha questa citt. Le
principali sonno tre (ch l'una  quella che sempre si tiene, se ella
vuole, ed  guardia de l'altre): ci sonno la memoria, lo 'ntellecto e
la volont. Unde, se la volont consente, v'entra il nemico de l'amore
proprio e tucti gli altri nemici che seguitano doppo lui. Subbito lo
'ntellecto riceve la tenebre, che  nemica della luce; e la memoria
riceve el odio per ricordamento della ingiuria (el quale odio  nemico
della dileczione della carit del proximo suo); ritiene e' dilecti e
piaceri del mondo in diversi modi, come sonno diversi e' peccati e'
quali sonno contrari alle virt.

Subito che sonno aperte le porte, s'aprono li sportegli de' sentimenti
del corpo, e' quali sonno tucti strumenti che rispondono a l'anima. Unde
tu vedi che l'affecto disordenato de l'uomo, che ha uperte le porte sue,
risponde con questi organi; unde tucti e' suoni sonno guasti e
contaminati, cio le sue operazioni. L'occhio non porge altro che morte,
perch  posto a vedere cosa morta con disordenato guardare col dove
non debba; con vanit di cuore, con leggerezza, con modi e guardature
disoneste  cagione di dare morte a s e ad altrui. Oh misero te! quel
ch'Io t'ho dato perch tu raguardi el cielo e tucte l'altre cose e la
bellezza della creatura per me e perch tu raguardi e' misteri miei; e
tu raguardi in loto e in miseria, e cos n'acquisti la morte.

Cos l'orecchia si dilecta in cose disoneste, o in udire e' facti del
proximo suo per giudicio; dove Io gli li diei perch udisse la parola
mia e la necessit del proximo suo. La lingua ho data perch annunzi la
parola mia e confessi e' difecti suoi, e perch l'aduopari in salute de
l'anime; ed egli l'aduopera in bastemmiare me, che so' suo Creatore, e
in ruina del proximo, nutricandosi delle carni sue, mormorando e
giudicando l'operazioni buone in male e le gattive in bene; bastemiando,
dando falsa testimonanza; con parole lascive pericola s e altrui; gitta
parole d'ingiuria, che trapassano ne' cuori de' proximi come coltella,
le quali parole li provocano ad ira. Oh, quanti sonno e' mali e
omicidii, quanta disonest, quanta ira, odio e perdimento di tempo che
escono per questo menbro!

Se egli  l'odorato, n pi n meno offende ne l'essere suo con
disordenato piacere nel suo odorare. E, se egli  il gusto, con golosit
insaziabile, con disordenato appetito volendo le molte e varie vivande,
non mira se non d'empire il ventre suo, non raguardando la misera
anima, che aperse la porta, che per lo disordenato prendere de' cibi
viene a riscaldamento la fragile carne sua, con disordenato desiderio di
corrmpare se medesimo. Le mani, in tllere le cose del proximo suo, e
con laidi e miserabili toccamenti, le quali sonno facte per servire il
proximo quando il vede nella infermit, sovenendo con la elemosina nella
necessit sua. E' piei, gli sono dati perch servino e portino il corpo
in luogo sancto e utile a s e al proximo suo per gloria e loda del nome
mio; ed egli spende e porta el corpo in luoghi vitoperosi in molti e
diversi modi, novellando e spiacevoleggiando, corrompendo con le loro
miserie l'altre creature in molti modi, secondo che piace alla
disordenata volont.

Tucto questo t'ho decto, carissima figliuola, per darti materia di
pianto di vedere gionta a tanta miseria la nobile citt de l'anima, e
perch tu vegga quanto male esce della principale porta della volont.
Alla quale Io non do licenzia che i nimici de l'anima entrino, come
decto ; ma, come Io ti dicevo, do bene licenzia ne l'altre che i nimici
le percuotano. Unde lo 'ntellecto sostengo che sia percosso da una
tenebre di mente; e la memoria pare molte volte che sia privata del
ricordamento di me. E alcuna volta tucti gli altri sentimenti del corpo
parr che siano in diverse bactaglie. Nel guardare le cose sancte e
toccandole e udendole e odorandole e andandovi, ogni cosa parr che gli
dia mutazione, disonest e corrompimento. Ma tucto questo non  a morte,
per che Io non voglio la morte sua (guarda che egli non fusse s stolto
che egli aprisse la porta della volont): Io permecto che eglino stiano
di fuore, ma non che entrino dentro. Dentro non possono intrare se non
quando la propria volont vuole.

E perch tengo Io in tanta pena e affliczione questa anima atorniata da
tanti nemici? Non perch ella sia presa e perda la ricchezza della
grazia; ma follo per mostrarle la mia providenzia, acci che ella si
fidi di me e non in s, levisi dalla negligenzia e con sollicitudine
rifugga a me, che so' suo difenditore, so' Padre benigno, che procuro la
salute sua; acci che ella stia umile e vegga s non essere, ma l'essere
e ogni grazia che  posta sopra l'essere ricognosca da me, che so' sua
vita. Come ella cognosce questa vita e providenzie mie in queste
bactaglie? Ricevendo la grande liberazione, ch non la lasso permanere
continuamente in questo tempo; ma vanno e vengono, secondo ch'Io veggo
che le bisognino. Talora gli parr essere ne lo 'nferno, che, senza
veruno suo exercizio che allora faccia, ne sar privata e gustar vita
etterna. L'anima rimane serena: ci che vede le pare che gridi Dio,
tucta infiammata d'amoroso fuoco per la considerazione che fa allora
l'anima nella mia providenzia, perch si vede essere uscita di s grande
pelago non con suo exercizio, ch il lume venne inproviso, non
exercitandosi, ma solo per la mia inextimabile carit, che volsi
provedere alla sua necessit nel tempo del bisogno, che quasi non poteva
pi.

Perch ne l'exercizio, quando s'exercitava a l'orazione e a l'altre cose
che bisognano, non le risposi col lume, tollendole la tenebre? Perch,
essendo ancora inperfecta, non reputasse in suo exercizio quello che non
era suo. S che vedi che lo inperfecto nelle bactaglie, exercitandosi,
viene a perfeczione, perch in esse bactaglie pruova la divina mia
providenzia, unde egli s' levato da l'amore inperfecto.

Anco uso uno sancto inganno, solo per levarli dalla inperfeczione: ch'Io
lo' far concipere amore ad alcuna creatura spiritualmente e in
particulare, oltre a l'amore generale. Unde con questo mezzo s'exercita
alla virt, leva la sua inperfeczione, fallo spogliare il cuore d'ogni
altra creatura che egli amasse sensualmente, di padre, madre, suoro,
frategli: ne trae ogni propria passione, e amali per me, Dio. E, con
questo amore ordinato del mezzo ch'Io gli ho posto, caccia il
disordinato, col quale in prima amava le creature. Adunque vedi che
tolle questa inperfeczione. Ma actende che un'altra cosa fa questo amore
di questo mezzo: che egli fa provare se perfectamente egli ama me e il
mezzo che Io gli ho dato, o no. E per gli li diei Io, perch egli el
provasse, acci che avesse materia di cognoscerlo; ch, non
cognoscendolo, n a se medesimo dispiacerebbe, n piacerebbe quello che
avesse in s che fusse mio. Per questo modo el cognosce: e gi t'ho
decto che ella  ancora inperfecta. E non  dubbio che, essendo
inperfecto l'amore che ha a me,  inperfecto quello che ha alla creatura
che ha in s ragione, per che la carit perfecta del proximo dipende
dalla perfecta carit mia. S che con quella misura perfecta e
inperfecta che ama me, con quella ama la creatura. Come el cognosce per
questo mezzo? In molte cose. Anco, quasi, se voi aprite l'occhio de
l'intellecto, non passar tempo che egli nol vegga e pruovi. Ma, perch
in un altro luogo Io tel manifestai, poco te ne narrar.

Quando della creatura cui egli ama di singulare amore, come decto ,
egli si vede diminuire il dilecto, la consolazione o conversazioni
usate, dove trovava grandissima consolazione, o di molte altre cose, o
che vedesse che ella avesse pi conversazioni con altrui che con lui,
sente pena; la quale pena el fa intrare a cognoscimento di s. Se vuole
andare con lume e con prudenzia, come debba, con pi perfecto amore
amer quel mezzo, perch, col cognoscimento di se medesimo e odio che
aver conceputo al proprio sentimento, si tolle la inperfeczione e viene
ad perfeczione. Essendo poi perfecto, sguita pi perfecto e maggiore
amore nella creatura generale, e nel particulare mezzo posto dalla mia
bont, che ho proveduto a farla spronare con odio di s e amore delle
virt in questa vita della perregrinazione, pure che ella non sia
ignorante a recarsi, nel tempo delle pene, a confusione e tedio di
mente, a tristizia di cuore e senza exercizio. Questa sarebbe cosa
pericolosa: verrebbeli a ruina e a morte quello che Io gli ho dato per
vita. Non die fare cos; ma con buona sollicitudine e con umilit
reputandosi indegno di quel che desidera (cio non avendo la
consolazione la quale egli voleva), e con lume vegga che la virt, per
la quale principalmente la debba amare, non  diminuita in lui con fame
e desiderio di volere portare ogni pena, da qualunque lato ella venga,
per gloria e loda del nome mio. Per questo modo adempir la volont mia
in s, ricevendo il fructo della perfeczione, per la quale Io ho
permesso le bactaglie, el mezzo e ogni altra cosa perch ella venga a
lume di perfeczione.

In questo modo negl'imperfecti uso la providenzia mia, e in tanti altri
modi che lingua non sarebbe sufficiente a narrarli.




CAPITOLO CXLV

  De la providenzia che Dio usa verso di coloro che sono ne la carit
     perfecta.


--Ora ti dico de' perfecti, che Io gli proveggo per conservarli e
provare la loro perfeczione e per farli crescere continuamente. Per che
neuno  in questa vita, sia perfecto quanto vuole, che non possa
crescere a magiore perfeczione. E per tengo questo modo tra gli altri,
s come disse la mia Verit quando dixe: Io so' vite vera, el Padre mio
 il lavoratore, e voi ste i tralci. Chi sta in Lui, che  vite vera,
perch procede da me Padre, seguitando la doctrina sua, fa fructo. E,
acci che 'l fructo vostro cresca e sia perfecto, Io vi poto con le
molte tribulazioni, infamie, ingiurie, scherni e villanie e rimproverio;
con fame e sete, in decti e in facti, secondo che piace alla mia bont
di concederle a ogniuno, secondo ch'egli  acto a portare. Per che la
tribulazione  uno segno dimostrativo, che dimostra la perfecta carit
de l'anima e la inperfeczione col dove ella . Nelle ingiurie e
fadighe, che Io permecto a' servi miei, si pruova la pazienzia, e cresce
il fuoco della carit in quella anima per compassione che ha a l'anima
di colui che gli fa ingiuria; ch pi si duole de l'offesa che fa a me e
dapno suo, che della sua ingiuria. Questo fanno quelli che sonno nella
grande perfeczione; s che crescono, e per Io lo' permecto questo e
ogni altra cosa. Io lo' lasso uno stimolo di fame della salute de
l'anime, che d e nocte bussano alla porta della mia misericordia,
intanto che dimenticano loro medesimi, s come nello stato de' perfecti
Io ti narrai. E quanto pi abandonano loro, pi truovano me. E dove mi
cercano? Nella mia Verit, andando con perfeczione per la dolce doctrina
sua. Hanno lecto in questo dolce e glorioso libro, e, leggendo, hanno
trovato che, volendo compire l'obbedienzia mia e mostrare quanto amava
il mio onore e l'umana generazione, corse con pena e obrobrio alla mensa
della sanctissima croce, dove, con sua pena, mangi il cibo de l'umana
generazione. S che, col sostenere e col mezzo de l'uomo, mostr a me
quanto amasse il mio onore.

Dico che questi dilecti figliuoli, e' quali sonno gionti a perfectissimo
stato con perseveranzia, con vigilie, umili e continue orazioni, mi
dimostrano che in verit amino me e che essi hanno bene studiato,
seguitando questa sancta doctrina della mia Verit, con loro pena e
fadiga che portano per la salute del proximo loro, perch altro mezzo
non hanno trovato, in cui dimostrare l'amore che hanno a me, che questo.
Anco ogni altro mezzo, che ci fusse a potere dimostrare che amano, si 
posto sopra questo principale mezzo della creatura che ha in s ragione,
s come in un altro luogo io ti dixi che ogni bene si faceva col mezzo
del proximo tuo e ogni operazione. Perch neuno bene pu essere facto se
non nella carit mia e del proximo; e, se non  facto in questa carit,
non pu essere veruno bene, poniamo che gli acti suoi fussero virtuosi.
E cos el male anco si fa con questo mezzo per la privazione della
carit. S che vedi che in questo mezzo, che Io v'ho posto, dimostrano
la loro perfeczione e l'amore schiecto che hanno a me, procurando sempre
la salute de' proximi col molto sostenere. Adunque Io gli purgo, perch
facciano maggiore e pi soave fructo, con le molte tribulazioni. Grande
odore gicta a me la pazienzia loro.

Quanto  soave e dolce questo fructo e di quanta utilit a l'anima che
sostiene senza colpa! Ch, se ella el vedesse, non sarebbe veruna che
con grande sollicitudine e allegrezza non cercasse di portare. Io, per
dar lo' questo grande tesoro, gli proveggo di poner lo' il peso delle
molte fadighe, acci che la virt della pazienzia non irrugginisca in
loro; s che, venendo poi el tempo che ella bisogna provare, non la
trovassero ruginosa, trovandovi, per non averla abituata, la ruggine
della inpazienzia, la quale rode l'anima.

Alcuna volta uso uno piacevole inganno con loro per conservarli nella
virt de l'umilit: ch'io lo' far adormentare il sentimento loro, che
non parr che nella volont n nel sentimento essi sentano veruna cosa
adversa, se non come persone adormentate, non dico morte. Per che 'l
sentimento sensitivo dorme ne l'anima perfecta, ma non muore; per che,
subbito ch'egli allentasse l'exercizio e il fuoco del sancto desiderio,
si destarebbe pi forte che mai. E per non sia veruno che se ne fidi,
sia perfecto quanto si vuole: egli gli bisogna stare nel sancto timore
di me; ch molti per lo fidarsi caggiono miserabilemente, ch altrementi
non cadrebbero eglino. S che dico che in loro pare che dormano i
sentimenti, e, sostenendo e portando i grandi pesi, non pare che
sentano. A mano a mano, in una picciola cosellina che sar non cavelle,
che essi medesimi se ne faranno beffe poi, si sentiranno per s facto
modo in loro medesimi, che vi diventaranno stupefacti. Questo fa la
providenzia mia perch l'anima cresca e vada nella valle de l'umilit:
per che ella allora, come prudente, si leva s sopra di s, non
perdonandosi; ma coll'odio e rimproverio gastiga il sentimento; el quale
gastigare  uno farlo adormentare pi fortemente.

Alcuna volta proveggo ne' grandi servi miei di dar lo' uno stimolo, s
com'Io feci al dolce appostolo Pavolo, vasello d'eleczione. Avendo
ricevuta la doctrina della mia Verit ne l'abisso di me, Padre etterno;
e nondimeno gli lassai lo stimolo e inpugnazione della carne sua. E non
potevo Io fare, e posso, a Pavolo e agli altri in cui Io lasso lo
stimolo in diversi modi, che essi non l'avessero? S. Perch il fa la
mia providenzia? Per farli meritare, per conservarli nel cognoscimento
di loro, unde traggono la vera umilit, e per farli pietosi e non
crudeli verso de' proximi loro, che siano conpassionevoli a le loro
fadighe. Per che molta pi conpassione hanno a' tribolati e passionati,
sentendo eglino passione, che se non l'avessero. Crescono in maggiore
amore, e corrono a me tucti unti di vera umilit e arsi nella fornace
della divina carit. E con questi mezzi e con infiniti altri giongono ad
perfecta unione, s come Io ti dixi. In tanta unione e cognoscimento
della mia bont che, essendo nel corpo mortale, gustano il bene
degl'inmortagli; stando nella carcere del corpo, ne lo' pare essere di
fuore; e, perch molto hanno cognosciuto di me, molto m'amano. E chi
molto ama, molto si duole; unde a cui cresce amore, cresce dolore.

In su che dolore e pene rimangono? Non in ingiurie che lo' fussero
facte, n per pene corporali, n per molestie di dimonio, n per veruna
altra cosa che lo' potesse avenire, propriamente a loro, che l'avesse a
dare pena; ma solo si dolgono de l'offese facte a me (vedendo e
cognoscendo ch'Io so' degno d'essere amato e servito) e del danno de
l'anime, vedendoli andare per la tenebre del mondo e stare in tanta
ciechit. Perch ne l'unione, che l'anima ha facta in me per affecto
d'amore, raguard e cognobbe in me quanto Io amo la mia creatura
ineffabilemente. E, vedendola rappresentare la imagine mia, s'inamor di
lei per amore di me. Unde sente intollerabile dolore quando gli vede
dilongare dalla mia bont; e so' s grandi queste pene, che ogni altra
pena fanno diminuire e venire meno in lei, che niente l'apprezza se non
come non fusse egli che ricevesse.

Io gli proveggo. Con che? Con la manifestazione di me medesimo a loro,
facendo lo' in me vedere, con grande amaritudine, le iniquit e miserie
del mondo, la danpnazione de l'anime in comune e in particulare, secondo
che piace alla mia bont, per farli crsciare in amore e in pena; acci
che, stimolati dal fuoco del desiderio, gridino a me, con speranza ferma
e col lume della sanctissima fede, a chiedere l'aiutorio mio che sovenga
a tante loro necessit. S che insiememente proveggo con divina
providenzia per sovenire al mondo, lassandomi costringere da' penosi,
dolci e anxietati desidri de' servi miei, e a loro notricandoli e
crescendoli, per questo, in maggiore e pi perfecto cognoscimento e
unione di me.

Adunque vedi che Io proveggo questi perfecti per molte vie e diversi
modi, perch, mentre che voi vivete, sempre ste acti a crsciare lo
stato della perfeczione e a meritare. E per Io gli purgo d'ogni proprio
e disordenato amore spirituale e temporale; e potogli con le molte
tribulazioni, acci che faccino maggiore e pi perfecto fructo, come
decto . E con la grande tribulazione che sostengono, vedendo offendere
me e privare l'anima della grazia, si spegne ogni sentimento di questa
minore. Intantoch tucte le fadighe loro, che in questa vita possino
sostenere, le reputano meno che non cavelle. E per questo, s com'Io ti
dixi, si curano tanto della tribulazione quanto della consolazione,
perch non cercano le loro consolazioni, e non m'amano d'amore
mercennaio per proprio dilecto, ma cercano la gloria e loda del nome
mio.

Adunque vedi, carissima figliuola, che in ogni creatura che ha in s
ragione Io distendo e uso la providenzia mia in molti e infiniti luoghi,
con modi admirabili non cognosciuti dagli uomini tenebrosi, perch la
tenebre non pu conprendere la luce. Solo da quegli che hanno lume sonno
cognosciuti perfectamente e inperfectamente, secondo la perfeczione del
lume ch'egli hanno. El quale lume s'acquista nel cognoscimento che
l'anima ha di s, unde si leva con perfectissimo odio della tenebre.




CAPITOLO CXLVI

  Repetizione breve de le predecte cose. Poi parla sopra quella
     parola che dixe Cristo a sancto Pietro, quando dixe: Mecte la rete
     da la parte dextra de la nave.


--Hotti narrato e hai veduto, meno che l'odore d'una sprizza che  non
cavelle a comparazione del mare, come Io proveggo le mie creature,
avendoti parlato in generale e in particulare. E ora per questi stati,
contandoti prima del Sagramento, come Io proveggo e per che modo a fare
crsciare la fame ne l'anima, e come Io procuro dentro nel sentimento de
l'anime, ministrando lo' la grazia col mezzo del servidore dello Spirito
sancto: allo iniquo per riducerlo in stato di grazia, allo inperfecto
per farlo giognere a perfeczione, al perfecto per augmentare e crescere
la perfeczione in lui, perch ste acti a crescere, e per farli buoni e
perfecti mezzi tra l'uomo, che  caduto in guerra, e me. Perch gi ti
dixi, se ben ti ricorda, che col mezzo de' servi miei Io farei
misericordia al mondo e col molto sostenere riformarei la sposa mia.

Veramente questi cotali si possono chiamare un altro Cristo crocifixo
unigenito mio Figliuolo, perch hanno preso a fare l'offizio suo. Egli
venne come tramezzatore, per levare la guerra e reconciliare in pace con
meco l'uomo, col molto sostenere infino a l'obbrobriosa morte della
croce. Cos questi cotali vanno crociati, facendosi mezzo con
l'orazione, con la parola e con la buona e sancta vita, ponendola per
exempro dinanzi a loro. Rilucono le pietre preziose delle virt con
pazienzia, portando e sopportando i loro difecti. Questi sonno e' lami
con che essi pigliano l'anime. Essi gictano la rete da la mano dricta e
non da la manca, come dixe la mia Verit a Pietro e agli altri discepoli
doppo la resurreczione; per che la mano manca del proprio amore  morta
in loro, e la mano dricta  viva d'uno vero e schiecto, dolce e divino
amore, col quale gictano la rete del sancto desiderio in me, mare
pacifico. E giugnendo la storia che fu inanzi a la resurreczione con
quella che fu doppo, sappi che, tirando a loro la rete, richiudendola
nel cognoscimento di loro, pigliano tanta abondanzia di pesci d'anime,
che si conviene che chiamino il compagno perch gli aiti a trarli della
rete, per che solo non pu. Perch nello strignere e nel gittare gli
conveniva la compagnia della vera umilit, chiamando il proximo per
dileczione, chiedendo che gli aiti a trare questi pesci de l'anime.

E che questo sia vero, tu il vedi ne' servi miei e pruovi: ch s grande
peso lo' pare a tirare queste anime che sonno prese nel sancto desiderio
loro, che chiamano compagnia, e vorrebero che ogni creatura che ha in s
ragione gli aitasse, con umilit reputandosi insufficienti. E per ti
dixi che chiamavano l'umilit e la carit del proximo, ch gli aitasse a
trare questi pesci. Tirando, ne trae in grandissima abondanzia: poniamo
che molti per li loro difecti n'escono, che non stanno rinchiusi nella
rete. La rete del desiderio gli ha ben tucti presi, perch l'anima,
affamata de l'onore mio, non si chiama contenta a una particella, ma
tucti gli vuole: e' buoni di manda perch gli aitino a mectere e' pesci
nella rete sua, acci che si conservino e crescano la perfeczione.
Gl'imperfecti vorrebbe che fussero perfecti, e' gattivi vorrebbe che
fussero buoni, gl'infedeli tenebrosi vorrebbe che tornassero al lume del
sancto baptesimo. Tucti gli vuole: di qualunque stato o condizione si
siano, perch tucti gli vede in me, creati dalla mia bont in tanto
fuoco d'amore e ricomprati del sangue di Cristo crocifixo unigenito mio
Figliuolo. S che tucti gli ha presi nella rete del sancto desiderio
suo. Ma molti n'escono, come decto , che si partono dalla grazia per li
difecti loro: e gl'infedeli e gli altri che stanno in peccato mortale.
Non  per che essi non siano in quello desiderio per continua orazione:
per che, quantunque l'anima si parta da me per le colpe sue, e da
l'amore e conversazione che debbono avere a' servi miei, e debita
reverenzia; non  per diminuito, n debba diminuire, l'affecto della
carit in loro. S che essi gictano questa dolce rete dalla mano dricta.

O figliuola carissima, se tu considerrai punto l'acto che fece il
glorioso appostolo Pietro, il quale si conta nel sancto Evangelio, che
gli fece fare la mia Verit quando gli comand che gittasse la rete nel
mare, Pietro rispose che tucta nocte s'era afadigato e neuno n'aveva
potuto avere, dicendo:--Ma nel comandamento e alla parola tua, io la
gittar;--gittandola, ne prese in tanta abondanzia, che solo non pot
tirarla fuore, e chiam e' discepoli che l'aitassero. Dico che in questa
figura, la quale fu in verit cos (ma figura te per quello che decto Io
t'ho), tu la troverai che ella t' propria. E fotti sapere che tucti e'
misteri e modi che tenne la mia Verit nel mondo, e co' discepoli e
senza e' discepoli, erano figurativi dentro ne l'anima de' servi miei, e
in ogni maniera di genti; acci che in ogni cosa poteste avere regola e
doctrina, speculandovi col lume della ragione: e a' grossi e a' sottili,
a quegli che hanno basso intendimento e alto; ogniuno pu pigliare la
parte sua, pure che voglia.

Dixiti che Pietro al comandamento del Verbo gitt la rete. S che fu
obbediente, credendo con fede viva poterli pigliare; e per ne prese
assai, ma non nel tempo della nocte. Sai tu qual  il tempo della nocte?
 la scura nocte del peccato mortale, quando l'anima  privata del lume
della grazia. In questa nocte veruna cosa prende, per che gitta
l'affecto suo non nel mare vivo, ma nel morto, dove truova la colpa, che
 non cavelle. Indarno s'affadiga con grandi e intollerabili pene, senza
veruna utilit: fannosi mrteri del dimonio e non di Cristo crocifixo.
Ma, apparendo el d, che egli esce della colpa e torna a lo stato della
grazia, gli appariscono nella mente sua e' comandamenti della Legge, e'
quali li comandano che gitti questa rete nella parola del mio Verbo,
amando me sopra ogni cosa e il proximo come se medesimo. Allora con
obbedienzia e col lume della fede, con ferma speranza, la gitta nella
parola sua, seguitando la doctrina e le vestigie di questo dolce e
amoroso Verbo, e discepoli. E come gli piglia, e cui egli chiama, gi te
l'ho decto di sopra, e per non te gli ricapitolo pi.




CAPITOLO CXLVII

  Come la predecta rete la gitta pi perfectamente uno che un altro,
     unde piglia pi pesci. E de la excellenzia di questi perfecti.


--Questo t'ho decto, acci che col lume de l'intellecto cognosca con
quanta providenzia questa mia Verit, nel tempo che convers con voi,
egli adoper e' ministeri suoi e tucti e' suoi acti; perch tu cognosca
quello che vi conviene fare, e quello che fa l'anima che sta in questo
perfectissimo stato. E pensa che pi perfecto il fa uno che un altro,
secondo che va ad obbedire a questa parola pi promptamente e con pi
perfecto lume, perduta ogni speranza di s, ma solo ricolta in me, suo
Creatore. Pi perfectamente la gitta colui che obedisce, observando e'
comandamenti e consigli mentalmente e actualmente, che colui che observa
solo i comandamenti, e i consigli mentalmente. Ch chi non osservasse i
consigli mentalmente, gi non observarebbe e' comandamenti actualmente,
perch sonno legati insieme, s come in un altro luogo pi pienamente
Io ti narrai. S che perfectamente piglia, secondo che perfectamente
gitta. Ma e' perfecti, de' quali Io t'ho narrato, pigliano in
abbondanzia e in grande perfeczione.

Oh! come hanno ordinati gli organi loro per la buona e dolce guardia che
fece la guardia del libero arbitrio alla porta della volont. Tucti e'
sentimenti loro fanno un suono soavissimo, el quale esce dentro della
citt de l'anima, perch le porte sonno tucte chiuse e aperte. Chiusa 
la volont all'amore proprio; ed  aperta a desiderare e amare il mio
onore e la dileczione del proximo. Lo intellecto  chiuso a raguardare
le delizie, vanit e miserie del mondo, le quali sonno tucte una nocte
che dnno tenebre allo 'ntellecto che disordenatamente le guarda; ed 
aperto col lume posto ne l'obiecto del lume della mia Verit. La memoria
 serrata nel ricordamento del mondo e di s sensitivamente; ed  aperta
a ricevere e reducersi a memoria el ricordamento de' benefizi miei.
L'affecto de l'anima fa allora uno giubilo e uno suono, temparate e
acordate le corde con prudenzia e lume; accordate tucte a uno suono,
cio a gloria e loda del nome mio.

In questo medesimo suono, che sonno acordate le corde grandi delle
potenzie de l'anima, sonno acordate le piccole de' sentimenti e
strumenti del corpo. S com'Io ti dixi, parlandoti degl'iniqui uomini,
che tucti sonavano morte, ricevendo e' loro nemici; cos questi suonano
vita, ricevendo gli amici delle vere e reali virt, stormentano con
sancte e buone operazioni. Ogni menbro lavora el lavorio che gli  dato
a lavorare, ogniuno perfectamente nel grado suo: l'occhio nel suo
vedere, l'orecchia nel suo udire, l'odorato nel suo odorare, il gusto
nel suo gustare, la mano nel toccare e adoperare, e' piei ne l'andare.
Tucti s'accordano in uno medesimo suono: a servire il proximo per gloria
e loda del nome mio, e servire l'anima con buone e sancte e virtuose
operazioni, obbedienti a l'anima a rispondere come organi. Piacevoli
sonno a me, piacevoli a la natura angelica, e piacevoli a' veri
gustatori, che gli aspectano con grande gaudio e allegrezza dove
participar il bene l'uno de l'altro, e piacevoli al mondo. Voglia il
mondo o no, non possono fare gl'iniqui uomini che non sentano de la
piacevolezza di questo suono. Anco, molti e molti con questo lamo e
stormento ne rimangono presi: partonsi dalla morte e vengono alla vita.

Tucti e' sancti hanno preso con questo organo. El primo che sonasse in
suono di vita fu il dolce e amoroso Verbo, pigliando la vostra umanit.
E con questa umanit unita con la Deit, facendo uno dolce suono in su
la croce, prese il figliuolo de l'umana generazione, e prese il dimonio,
che ne li tolse la signoria che tanto tempo l'aveva posseduto per la
colpa sua. Tucti voi altri sonate inparando da questo Maestro. Con
questo imparare da lui presero gli appostoli, seminando la parola sua
per tucto il mondo; e' mrteri e confessori e doctori e le vergini,
tucti pigliavano l'anime col suono loro. Raguarda la gloriosa vergine
Orsina, che tanto dolcemente son il suo stormento, che solo di vergini
n'ebbe undici migliaia, e pi d'altretanti d'altra gente ne prese con
questo medesimo suono. E cos tucti gli altri, chi in uno modo e chi in
un altro. Chi n' cagione? La mia infinita providenzia, che ho proveduto
in dar lo' gli strumenti, e dato l'ho la via e 'l modo con che possino
sonare. E ci ch'Io do e permetto in questa vita l' via ad augmentare
questi stormenti, se essi la vogliono cognoscere, e che non si voglino
tollere il lume, con che e' veggono, con la nuvila de l'amore proprio,
piacere e parere di loro medesimi.




CAPITOLO CXLVIII

  De la providenzia di Dio in generale, la quale usa verso le sue
     creature in questa vita e nell'altra.


--Dilarghisi, figliuola, el cuore tuo, e apre l'occhio de l'intellecto
col lume della fede a vedere con quanto amore e providenzia Io ho creato
e ordinato l'uomo acci che goda nel mio sommo, etterno bene. E in tucto
ho proveduto, come decto t'ho, ne l'anima e nel corpo, negl'imperfecti
e ne' perfecti, a' buoni e a' gattivi, spiritualmente e temporalmente,
nel cielo e nella terra, in questa vita mortale e nella inmortale.

In questa vita mortale, mentre che ste viandanti, Io v'ho legati nel
legame della carit: voglia l'uomo o no, egli ci  legato. Se egli si
scioglie per affecto che non sia nella carit del proximo, egli ci 
legato per necessit. Unde, acci che in acto e in affecto usasse la
carit (e se la perdete in affecto per le iniquit vostre, almeno ste
constrecti per vostro bisogno d'usare l'acto), providdi di non dare a
uno uomo, n a ogniuno a se medesimo, el sapere fare quello che bisogna
fare in tucto alla vita de l'uomo; ma chi n'ha una parte, e chi n'ha
un'altra, acci che l'uno abbi materia, per suo bisogno, di ricrrire a
l'altro. Unde tu vedi che l'artefice ricorre al lavoratore, e il
lavoratore a l'artefice: l'uno ha bisogno de l'altro, perch non sa fare
l'uno quello che l'altro. Cos el cherico e il religioso ha bisogno del
secolare, e il secolare del religioso; e l'uno non pu fare senza
l'altro. E cos d'ogni altra cosa.

E non potevo Io dare a ogniuno tucto? S bene; ma volsi, con
providenzia, che s'aumiliasse l'uno a l'altro, e costrecti fussero
d'usare l'acto e l'affecto della carit insieme. Mostrato ho la
magnificenzia, bont e providenzia mia in loro, e essi si lassano
guidare alla tenebre della propria fragilit. Le menbra del corpo vostro
vi fanno vergogna, perch usano carit insieme, e non voi: unde, quando
il capo ha male, la mano il soviene; e se il dito, che  cos piccolo
menbro, ha male, il capo non si reca a schifo perch sia maggiore e pi
nobile che tucta l'altra parte del corpo, anco il soviene con l'udire,
col vedere, col parlare e con ci ch'egli ha. E cos tucte l'altre
menbra. Non fa cos l'uomo superbo, che, vedendo il povero membro suo
infermo e in necessit, non el soviene, non tanto con ci che egli ha,
ma con una minima parola; ma con rimproverio e schifezza volta la faccia
adietro. Abbonda in ricchezze, e lassa lui morire di fame; ma egli non
vede che la sua miseria e crudelt gitta puzza a me, e infino al
profondo de lo 'nferno ne va la puzza sua.

Io proveggo quel povarello, e per la povert gli sar data somma
ricchezza. E a lui, con grande rimproverio, gli sar rimproverato dalla
mia Verit, se egli non si corregge, per lo modo che conta nel sancto
Evangelio, dicendo: Io ebbi fame e non mi desti mangiare; ebbi sete, e
non mi desti bere; nudo fui, e non mi vestisti; infermo e in carcere, e
non mi visitasti. E non gli varr in quello ultimo di scusarsi,
dicendo:--Io non ti viddi mai, ch, se io t'avesse veduto, io l'arei
facto.--El misero sa bene (e cos dixe Egli) che quello che fa a' suoi
povaregli, fa a lui. E per giustamente gli sar dato etterno supplicio
con le demonia.

S che vedi che nella terra Io ho proveduto perch non vadano
all'etternale dolore.

Se tu raguardi di sopra, in me vita durabile, nella natura angelica e
ne' cittadini che sonno in essa vita durabile, che in virt del sangue
dell'Agnello hanno avuta vita etterna, Io ho ordinato con ordine la
carit loro, cio che Io non ho posto che l'uno gusti pure il bene suo
proprio, nella beata vita che egli ha da me, e non sia participato dagli
altri. Non ho voluto cos: anco  tanto ordinata e perfecta la carit
loro, che il grande gusta el bene del piccolo, e il piccolo quello del
grande. Piccolo, dico, quanto a misura, non che 'l piccolo non sia pieno
come il grande, ognuno nel grado suo, s come in un altro luogo Io ti
narrai. Oh! quanto  fraterna questa carit, e quanto  unitiva in me, e
l'uno con l'altro, perch da me l'hanno e da me la ricognoscono, con
quello timore sancto e debita reverenzia, che rendono loro, s'affogano
in me, e in me veggono e cognoscono la loro dignit nella quale Io gli
ho posti. L'angelo si comunica con l'uomo, cio con l'anime de' beati, e
i beati con gli angeli. S che ognuno in questa dileczione della carit,
godendo el bene l'uno de l'altro, exultano in me con giubilo e
allegrezza senza alcuna tristizia, dolce senza alcuna amaritudine,
perch, mentre che vissero e nella morte loro, gustro me per affecto
d'amore nella carit del proximo.

Chi l'ha ordinato? La sapienzia mia con admirabile e dolce providenzia.
E se tu ti vlli al purgatorio, vi trovarrai la mia dolce e
inextimabile providenzia in quelle tapinelle anime che per ignoranzia
perdro il tempo, e perch sonno separate dal corpo, non hanno pi el
tempo di potere meritare: unde Io l'ho provedute col mezzo di voi, che
anco ste nella vita mortale, che avete il tempo per loro; cio che con
le limosine e divino offizio che facciate dire a' ministri miei, con
digiuni e con orazioni facte in istato di grazia, abbreviate a loro il
tempo della pena mediante la mia misericordia. Odi dolce providenzia!

Tucto questo ho decto a te che s'appartiene, dentro ne l'anima, alla
salute vostra, per farti inamorare e vestire col lume della fede, con
ferma speranza nella providenzia mia, e perch tu gitti te fuore di te,
e in ci che tu hai a fare speri in me senza veruno timore servile.




CAPITOLO CXLIX

  De la providenzia che Dio usa verso de' poveri servi suoi,
     sovenendoli ne le cose temporali.


--Ora ti voglio dire una picciola particella de' modi ch'Io tengo a
sovenire i servi miei, che sperano in me, nella necessit corporale. E
tanto la ricevono perfectamente e inperfectamente, quanto essi sonno
perfecti e inperfecti, spogliati di loro e del mondo: ma ogniuno
proveggo. Unde i povaregli miei, povari per spirito e di volont, cio
per spirituale intenzione, non semplicemente dico povari, per che molti
sonno povari e non vorrebbero essere: questi sonno ricchi quanto alla
volont e sonno mendchi, perch non sperano in me n portano
volontariamente la povert che Io l'ho data per medicina de l'anima
loro, perch la ricchezza l'arebbe facto male e sarebbe stata loro
dannazione; ma e' servi miei sonno poveri e non mendchi. El mendco
spesse volte non ha quello che gli bisogna e pate grande necessit; ma
el povaro non abonda, ma ha apieno la sua necessit. Io non gli manco
mai mentre ch'egli spera in me: conducoli bene alcuna volta in su la
extremit, perch meglio cognoscano e veggano che Io gli posso e voglio
provedere, inamorinsi della providenzia mia e abbraccino la sposa della
vera povert. Unde il servo loro dello Spirito sancto, clemenzia mia,
vedendo che non abbino quello che lo' bisogna alla necessit del corpo,
accender uno desiderio con uno stimolo nel cuore di coloro che possono
sovenire, che essi andaranno e soverrannoli de' loro bisogni. Tucta la
vita de' dolci miei povaregli si governa per questo modo: con
sollicitudine che Io do di loro a' servi del mondo.  vero che, per
provarli in pazienzia, in fede e perseveranzia, Io sosterr che lo' sia
decto rimproverio ingiuria e villania; e nondimeno quel medesimo che lo'
dice e fa ingiuria  costretto dalla mia clemenzia di dar lo'
l'elimosina e sovenire ne' loro bisogni.

Questa  providenzia generale data a' miei povarelli. Ma alcuna volta
l'usar ne' grandi servi miei senza il mezzo della creatura, solo per me
medesimo, s come tu sai d'avere provato. E hai udito del glorioso padre
tuo Domenico che, nel principio dell'ordine, essendo e' frati in
necessit, intantoch essendo venuta l'ora del mangiare e non avendo
che, il dilecto mio servo Domenico, col lume della fede sperando che Io
provedesse, dixe:--Figliuoli, ponetevi a mensa.--Obbediendolo e' frati,
alla parola sua si posero a mensa. Allora Io, che proveggo chi spera in
me, mandai due angeli con pane bianchissimo, intantoch n'ebbero in
grandissima abondanzia per pi volte. Questa fu providenzia non con
mezzo d'uomini, ma facta dalla clemenzia mia dello Spirito sancto.

Alcuna volta proveggo multiplicando una piccola quantit, la quale non
era bastevole a loro, s come tu sai di quella dolce vergine sancta
Agnesa. La quale, dalla sua puerizia infino a l'ultimo, serv a me con
vera umilit, con esperanza ferma, intantoch non pensava di s n della
sua famiglia con dubbitazione. Unde ella con viva fede, per comandamento
di Maria, si mosse, poverella e senza alcuna substanzia temporale, a
fare il monasterio. Sai che era luogo di peccatrici. Ella non
pens:--Come potr io fare questo?--Ma sollicitamente, con la mia
providenzia, ne fece luogo sancto, monasterio ordinato a religiose. Ine
congreg nel principio circa diciotto fanciulle vergini senza avere
cavelle, se non come Io la provedevo: tra l'altre volte, avendo Io
sostenuto che tre d erano state senza pane, solo con l'erba. E se tu mi
dimandassi:--Perch le tenesti a quel modo, conciosiacosach di sopra mi
dicesti che tu non manchi mai a' servi tuoi che sperano in te, e che
essi hanno la loro necessit? In questo mi pare che lo' mancasse il loro
bisogno, perch pure de l'erba non vive il corpo della creatura,
parlando comunemente e in generale di chi non  perfecto: ch, se Agnesa
era perfecta ella, non erano l'altre in quella perfeczione;--Io ti
risponderei ch'Io el feci e permissi per farla inebriare della
providenzia mia; e quelle, che anco erano inperfecte, per lo miracolo
che poi seguit, avessero materia di fare il principio e fondamento loro
nel lume della sanctissima fede. In quella erba o in altro a cui
divenisse simile caso, o per verun altro modo, davo e do una
disposizione a quel corpo umano, intantoch meglio star con quella poca
dell'erba, o alcuna volta senza cibo, che inanzi non faceva col pane e
con l'altre cose che si dnno e sonno ordinate per la vita de l'uomo. E
tu sai che egli  cos, che l'hai provato in te medesima.

Dico che Io proveggo col moltiplicare. Ch, essendo ella stata in questo
spazio del tempo, che Io t'ho decto, senza pane, vollendo ella l'occhio
della mente sua col lume della fede a me, disse:--Padre e Signore mio,
sposo etterno, ed ha' mi tu facte trare queste figliuole delle case de'
padri loro perch elle periscano di fame? Provede, Signore, alla loro
necessit.--Io ero Colui che la facevo adimandare: piacevami di provare
la fede sua, e l'umile sua orazione era a me piacevole. Distesi la mia
providenzia in quello che con la mente sua stava dinanzi a me, e
costrinsi per spirazione una creatura, nella sua mente, che le portasse
cinque panuccioli. E, manifestandolo a lei nella sua mente, dixe,
vollendosi a le suore:--Andate, figliuole mie, rispondete alla ruota, e
tollete quel pane.--Arrecandolo elle, si posero a mensa. Io le diei
tanta virt, nello spezzare el pane che ella fece, che tucte se ne
saziarono apieno, e tanto ne levarono di su la mensa, che pienamente
un'altra volta n'ebbero abondantemente alla necessit del corpo loro.

Queste sonno delle providenzie che Io uso co' servi miei a quelli che
son povari volontariamente; e non pure volontariamente, ma per spirito.
Per che senza spirituale intenzione nulla lo' varrebbe. S come divenne
a' filosofi, che, per amore che avevano alla scienzia e volont
d'impararla, spregiavano le ricchezze e facevansi povari
volontariamente; cognoscendo, di cognoscimento naturale, che la
sollicitudine delle mondane ricchezze gli aveva ad inpedire di non
lassarli giognere al termine loro della scienzia, el quale ponevano, per
uno loro fine, dinanzi all'occhio de l'intellecto loro. Ma, perch
questa volont de la povert non era spirituale, facta per gloria e loda
del nome mio, per non avevano vita di grazia n perfeczione, ma morte
etternale.




CAPITOLO CL

  Dei mali che procedono dal tenere o desiderare disordinatamente le
     ricchezze temporali.


--Doh! raguarda, carissima figliuola, quanta vergogna a' miseri uomini
amatori delle ricchezze, che non seguitano il cognoscimento che lo'
porge la natura per acquistare il sommo ed etterno Bene! Lo fanno questi
filosofi, che, per amore della scienzia, cognoscendo che e' l'era
inpedimento, le gittavano da loro. E questi de le ricchezze si vogliono
fare uno idio. E questo manifesta ch'egli  cos: che essi si dogliono
pi quando perdono la ricchezza e substanzia temporale che quando
perdono me, che so' somma ed etterna ricchezza. Se tu raguardi bene,
ogni male n'esce di questo disordenato desiderio e volont della
ricchezza.

Egli n'esce la superbia, volendo essere il maggiore; la ingiustizia in
s e in altrui; l'avarizia, che per l'appetito della pecunia non si cura
di robbare il fratello suo, n di tollere quello della sancta Chiesa,
che  acquistato col sangue del Verbo unigenito mio Figliuolo. scene
rivendara delle carni del proximo suo e del tempo: come sonno gli
usurai, che, come ladri, vendono quel che non  loro. scene golosit
per li molti cibi e disordenatamente prenderli, e disonest. Ch, se non
avesse che spendere, spesse volte non starebbe in conversazioni di tanta
miseria. Quanti omicidii, odio e rancore verso il suo proximo, e
crudelt con infidelit verso di me, presumendo di loro medesimi, come
se per loro virt l'avessero acquistate! Non vedendo che per loro virt
non le tengono n l'acquistano, ma solo per mia, perdono la speranza di
me, sperando solo nelle loro ricchezze. Ma la speranza loro  vana, ch,
non avedendosene, elle vengono meno: o essi le perdono in questa vita
per mia dispensazione e loro utilit, o essi le perdono col mezzo della
morte. Allora cognoscono che vane e none stabili elle erano. Elle
inpoveriscono e uccidono l'anima: fanno l'uomo crudele a se medesimo,
tolgonli la dignit dello infinito e fannolo finito, cio che 'l
desiderio suo, che debba essere unito in me che so' bene infinito, egli
l'ha posto e unito per affecto d'amore in cosa finita. Egli perde il
gusto del sapore della virt e de l'odore della povert, perde la
signoria di s, facendosi servo delle ricchezze.  insaziabile, perch
ama cosa meno di s; per che tucte le cose che sonno create sonno facte
per l'uomo perch il servissero e non perch egli se ne faccia servo, e
l'uomo die servire a me che so' suo fine.

A quanti pericoli e a quante pene si mecte l'uomo, per mare e per terra,
per acquistare la grande ricchezza, per tornare poi nella citt sua con
delizie e stati; e non si cura d'acquistare le virt n di sostenere un
poca di pena per averle, che sonno la ricchezza de l'anima. Essi sonno
tucti ammersi il cuore, e l'affecto, che debba servire a me, egli
l'hanno posto nelle ricchezze, e con molti guadagni inliciti carica la
conscienza loro. Vedi a quanta miseria egli si recano e di cui e' si
sonno facti servi: non di cosa ferma n stabile, ma mutabile, ch oggi
son ricchi e domane povari; ora sonno in alto, ora sonno a basso; ora
sono temuti e avuti in reverenzia dal mondo per la loro ricchezza, e ora
 facto beffe di loro avendola perduta, con rimproverio e vergogna e
senza conpassione eglino son tractati, perch si facevano amare e erano
amati per le ricchezze e non per virt che fussero in loro. Ch, se
fussero stati amati e fussersi facti amare per le virt che fussero
state in loro, non sarebbe levata la reverenzia n l'amore, perch la
sustanzia temporale fuxe perduta e non la ricchezza delle virt.

Oh, come  grave loro a portare nella coscienzia loro questi pesi! E l'
s grave, che in questo camino della perregrinazione non pu crrire n
passare per la porta strecta. Nel sancto Evangelio vi disse cos la mia
Verit: che egli  pi inpossibile ad intrare uno ricco a vita etterna
che uno camello per una cruna d'aco. Ci sonno coloro che con
disordenato e miserabile affecto posseggono o desiderano la ricchezza.
Per che molti sonno quelli che sonno povari, s com'Io ti dixi, e per
affecto d'amore disordenato posseggono tucto il mondo con la loro
volont, se essi el potessero avere. Questi non possono passare per la
porta, per che ella  strecta e bassa; unde, se non gittano il carico a
terra e non ristrengono l'affecto loro nel mondo e chinano il capo per
umilit, non ci potranno passare. E non ci  altra porta che gli conduca
ad vita se non questa. cci la porta larga che gli mena a l'etterna
dannazione; e, come ciechi, non pare che veggano la loro ruina, che in
questa vita gustano l'arra de l'inferno. Per che in ogni modo ricevono
pena, desiderando quello che non possono avere. Non avendo, hanno pena,
e se e' perdono, perdono con dolore. Con quella misura hanno il dolore,
che essi la possedevano con amore. Perdono la dileczione del proximo,
non si curano d'acquistare veruna virt. Oh, fracidume del mondo! non le
cose del mondo in loro, per che ogni cosa creai buona e perfecta, ma
fracido  colui che con disordenato amore le tiene e cerca. Mai non
potresti con la tua lingua narrare, figliuola mia, quanti sonno e' mali
che n'escono e veggonne e pruovanne tucto d; e non vogliono vedere n
cognoscere il danno loro.




CAPITOLO CLI

  De la excellenzia de' poveri per spirituale intenzione. E come
     Cristo ci amaestr di questa povert non solamente per parole, ma
     per exemplo. E de la providenzia di Dio verso di quelli che questa
     povert pigliano.


--Hottene toccato alcuna cosa perch meglio cognosca il tesoro della
povert volontaria per spirito. Chi la cognosce? I dilecti povaregli
servi miei, che, per potere passare questo camino e intrare per la porta
strecta, hanno gittato a terra il peso delle ricchezze. Alcuno le gitta
actualmente e mentalmente; e questi sonno quegli che observano e'
comandamenti e consigli actualmente e mentalmente. E gli altri observano
i consigli solo mentalmente, spogliatosi l'affecto della ricchezza, ch
non la possiede con disordenato amore, ma con ordine e timore sancto;
fattone non posessore, ma dispensatore a' povari. Questo  buono; ma el
primo  perfecto, con pi fructo e meno inpaccio, in cui si vede pi
rilucere la providenzia mia actualmente. Della quale, insiememente
commendando la vera povert, Io ti compir di narrare. L'uno e l'altro
hanno chinato il capo, facendosi piccoli per vera umilit. E perch in
un altro luogo, se ben ti ricorda, di questo secondo alcuna cosa ti
parlai, per ti dir solo di questo primo.

Io t'ho mostrato e decto che ogni male, danno e pena in questa vita e ne
l'altra esce da l'amore delle ricchezze. Ora ti dico, per contrario, che
ogni bene, pace e riposo e quiete esce della vera povert. Mirami pure
l'aspecto de' veri povaregli: con quanta allegrezza e giocundit stanno;
mai non si contristano se non de l'offesa mia, la quale tristizia non
affligge ma ingrassa l'anima. Per la povert, hanno acquistata la somma
ricchezza; per lassare la tenebre, truovansi perfectissima luce; per
lassare la tristizia del mondo, posseggono allegrezza; per li beni
mortali, truovano gl'inmortali e ricevono maxima consolazione. Le
fadighe e 'l sostenere l' uno rifrigerio, con giustizia e carit
fraterna con ogni creatura che ha in s ragione. Non sono acceptatori
delle creature in cui riluce la virt della sanctissima fede e vera
speranza, dove arde il fuoco della divina carit in loro: ch, col lume
della fede che ebbero in me, somma e etterna ricchezza, levarono la
speranza loro dal mondo e da ogni vana ricchezza, e abbracciarono la
sposa della vera povert con le serve sue. E sai quali sonno le serve
della povert? La vilt e dispiacimento di s e la vera umilit, che
servono e notricano l'affecto della povert ne l'anima. Con questa fede
e speranza, accesi di fuoco di carit, saltavano e saltano e' veri servi
miei fuore delle ricchezze e del proprio sentimento. S come il glorioso
Matteo appostolo lass le grandi ricchezze saltando il banco, e seguit
la mia Verit, che v'insegn il modo e regola, insegnandovi amare e
seguitare questa povert. E non ve la insegn solamente con parole, ma
con exemplo; unde, dal principio della sua nativit infino a l'ultimo
della vita sua, in exemplo v'insegn questa doctrina.

Egli la spos per voi questa sposa della vera povert, conciosiacosach
egli fusse somma ricchezza per l'unione della natura divina, unde egli 
una cosa con meco e Io con lui, che so' etterna ricchezza. E se tu il
vuoli vedere umiliato in grande povertade, raguarda Dio essere facto
uomo, vestito della vilt e umanit vostra. Tu vedi questo dolce e
amoroso Verbo nascere in una stalla, essendo Maria in camino, per
mostrare a voi viandanti che voi dovete sempre rinascere nella stalla
del cognoscimento di voi, dove trovarrete nato me, per grazia, dentro ne
l'anima vostra.

Tu il vedi stare ine in mezzo degli animali in tanta povert, che Maria
non ha con che ricoprirlo. Ma, essendo tempo di freddo, col fiato de
l'animale e col fieno, s el riscaldava. Essendo fuoco di carit, vuole
sostenere freddo ne l'umanit sua in tucta la vita. Mentre che visse nel
mondo volse sostenere, e senza e' discepoli e co' discepoli: unde alcuna
volta, per la fame, sgranellavano i discepoli le spighe e mangiavano le
granella. E, ne l'ultimo della vita sua, nudo fu spogliato e fragellato
alla colonna, e assetato sta in sul legno della croce, in tanta
povert, che la terra e il legno gli venne meno, non avendo luogo dove
riposare il capo suo; ma convennesi che sopra la spalla sua riposasse il
capo, e, come ebbro d'amore, vi fa bagno del sangue suo, aperto il Corpo
di questo Agnello, che da ogni parte versa.

Essendo in miseria, dona a voi la grande ricchezza; stando in sul legno
strecto della croce, egli spande la larghezza sua a ogni creatura che ha
in s ragione; assaggiando l'amaritudine del fiele, egli d a voi
perfectissima dolcezza; stando in tristizia, vi d consolazione; stando
confitto e chiavellato in croce, vi scioglie dal legame del peccato
mortale; essendosi facto servo, ha facti voi liberi e tracti de la
servitudine del dimonio; essendo venduto, v'ha ricomperati di Sangue;
dando a s morte, ha dato a voi vita.

Bene v'ha dato dunque regola d'amore, mostrandovi maggiore amore che
mostrare vi potesse, dando la vita per voi, che eravate facti nemici a
lui e a me, sommo ed etterno Padre. Questo non cognosce lo ignorante
uomo, che tanto m'offende e tiene a vile s facto prezzo. Havi data
regola di vera umilit, umiliandosi a l'obrobriosa morte della croce; e
di vilt, sostenendo gli obrobri e i grandi rimprovri; e di vera
povert, unde parla di lui la Scrittura, lamentandosi in sua persona:
Le volpi hanno tana e gli uccelli hanno il nido, e 'l Figliuolo della
Vergine non ha dove riposare il capo suo. Chi el cognosce questo?
Quello che ha il lume della sanctissima fede. In cui truovi questa fede?
Ne' povaregli per spirito, che hanno presa per sposa la reina della
povert, perch hanno gittato da loro le ricchezze che dnno tenebre
d'infidelit.

Questa reina ha il reame suo che non v' mai guerra, ma sempre ha pace e
tranquilit. Ella abbonda di giustizia, perch quella cosa che commecte
ingiustizia  separata da lei; le mura della citt sua son forti, perch
'l fondamento non  facto sopra la terra, ma sopra la viva pietra:
Cristo, dolce Ies, unigenito mio Figliuolo. Dentro v' luce senza
tenebre, perch la madre di questa reina  l'abisso della divina carit.
L'addornamento di questa citt  la piet e misericordia, perch n'ha
tracto il tiranno della ricchezza che usava crudelt. Ine v' una
benivolenzia con tucti i cittadini, cio la dileczione del proximo. vi
la longa perseveranzia con la prudenzia, che non va n governa la citt
sua imprudentemente, ma con molta prudenzia e solicita guardia. Unde
l'anima, che piglia questa dolce reina della povert per sposa, si fa
signore di tucte queste ricchezze, e non pu essere de l'uno che ella
non sia de l'altro.

Guarda gi che la morte de l'appetito delle ricchezze non cadesse in
quella anima: allora sarebbe divisa da quello bene, e trovarebbesi di
fuore della citt in somma miseria. Ma, se ella  leale e fedele a
questa sposa, sempre in etterno le dona la ricchezza sua. Chi vede tanta
excellenzia? in cui riluce il lume della fede. Questa sposa riveste lo
sposo suo di purit, tollendo via la ricchezza che 'l faceva inmondo;
privalo delle gattive conversazioni e dgli le buone; tra'ne la marcia
della negligenzia, gittando fuore la sollicitudine del mondo e delle
ricchezze; tra'ne l'amaritudine e rimane la dolcezza; taglia le spine e
rimanvi la rosa; vta lo stomaco de l'anima d'umori corrocti del
disordenato amore, e fallo leggiero; e, poi che egli  vto, l'empie del
cibo delle virt, che dnno grandissima soavit. Ella gli pone il servo
de l'odio e de l'amore, acci che purifichi il luogo suo: unde el odio
del vizio e della propria sensualit spazza l'anima, e l'amore delle
virt l'addorna; tra'ne ogni dubbitazione, privandola del timore servile
e dlle sicurt con timore sancto.

Tucte le virt, tucte le grazie, piaceri e dilecti che sa desiderare
truova l'anima che piglia per sposa la reina della povert. Non teme
briga, ch non  chi le facci guerra; non teme di fame n di caro,
perch la fede vide e sper in me, suo Creatore, unde procede ogni
ricchezza e providenzia, che sempre gli pasco e gli notrico. E trovossi
mai uno vero mio servo, sposo della povert, che perisse di fame? No,
ch si sonno trovati di quelli che sonno abondati nelle grandi
ricchezze, confidandosi nelle lore ricchezze e non in me, e per
perivano; ma a questi non manco Io mai, perch non mancano in speranza,
e per gli proveggo come benigno e pietoso padre. E con quanta
allegrezza e larghezza sonno venuti a me, avendo cognosciuto col lume
della fede che, dal principio infino a l'ultimo del mondo, ho usato e
uso e usar in ogni cosa la providenzia mia spiritualmente e
temporalmente, come decto . Fogli Io bene sostenere, s com'Io ti dixi,
per farli crescere in fede e in speranza e per rimunerarli delle lore
fadighe; ma non lo' manco mai in veruna cosa che lo' bisogni. In tucto
hanno provato l'abisso della mia providenzia, gustandovi el lacte della
divina dolcezza, e per non temono l'amaritudine della morte: ma con
ansietato desiderio corrono, come morti al proprio sentimento di loro e
delle ricchezze, abbracciati con la sposa della povert come inamorati,
e vivi nella volont mia, a sostenere freddo, nudit, caldo, fame, sete,
strazi e villanie; e a la morte, con desiderio di dare la vita per amore
della Vita (cio di me, che so' loro vita) e il sangue per amore del
Sangue.

Raguarda gli appostoli povarelli e gli altri gloriosi mrteri, Pietro,
Pavolo, Stefano e Lorenzo, che non pareva che stesse sopra 'l fuoco, ma
sopra fiori di grandissimo dilecto, quasi stando in mocti col tiranno,
dicendo:--Questo lato  cocto: vllelo e comincialo a mangiare.--Col
fuoco grande della divina carit spegneva il piccolo nel sentimento de
l'anima sua. Le pietre a Stefano parevano rose: chi n'era cagione?
L'amore, col quale aveva preso per sposa la vera povert, avendo lassato
il mondo per gloria e loda del nome mio, e presala per sposa col lume
della fede, con ferma speranza e prompta obbedienzia: fattisi obbedienti
a' comandamenti e a' consigli che lo' die' la mia Verit actualmente e
mentalmente, come decto .

La morte hanno in desiderio e la vita in dispiacere e ad inpazienzia,
non per fuggire labore n fadiga, ma per unirsi in me, che so' loro
fine. E perch non temono la morte che naturalmente l'uomo teme? Perch
la sposa, la quale egli hanno presa della povert, gli ha facti sicuri,
tollendo lo' l'amore di s e delle ricchezze. Unde con la virt hanno
conculcato l'amore naturale e ricevuto quello lume e amore divino che 
sopra naturale. E come potr l'uomo che  in questo stato dolersi della
morte sua, che desidera di lassare la vita, e pena gli  di portarla
quando la vede tanto prolongare? Potrassi dolere di lassare le
ricchezze del mondo, che l'ha spregiate con tanto desiderio? Non 
grande facto ponto, ch chi non ama non si duole, anco si dilecta quando
lassa la cosa che odia. S che, da qualunque lato tu ti vlli, truovi in
loro perfecta pace e quiete e ogni bene; e ne' miseri, che posseggono
con tanto disordenato amore, sommo male e intollerabili pene: poniamo
che all'aspecto di fuore paresse il contrario; ma in verit egli  pure
cos.

E chi non avarebbe giudicato che Lazzaro povero fusse stato in somma
miseria, e il ricco danpnato in grande allegrezza e riposo? E nondimeno
non era n fu cos: ch sosteneva maggiore pena quello ricco con le sue
ricchezze, che Lazzaro povarello crociato di lebbra; perch in lui era
viva la volont unde procede ogni pena, e in Lazzaro era morta, e viva
in me, che nella pena aveva rifrigerio e consolazione. Essendo cacciato
dagli uomini, e maximamente dal ricco danpnato, non forbito n governato
da loro, Io provedevo che l'animale, che non ha ragione, leccasse le
piaghe sue; e ne l'ultimo della loro vita vedete, col lume della fede,
Lazzaro a vita etterna e il ricco ne l'inferno.

S che i ricchi stanno in tristizia e i dolci miei povarelli in
allegrezza. Io me gli tengo al pecto mio, dando lo' del lacte delle
molte consolazioni: perch tucto lassarono, per tucto mi posseggono; lo
Spirito sancto si fa baglia de l'anime e de' corpicelli loro in
qualunque stato e' sieno. Agli animali li fo provedere in diversi modi,
secondo che hanno bisogno: agl'infermi solitari far escire l'altro
solitario della cella per andare a sovenirlo; e tu sai che molte volte
t'adivenne ch'Io ti trassi di cella per satisfare alla necessit delle
povarelle che avevano bisogno. Alcuna volta te la feci provare in te
questa medesima providenzia, facendoti sovenire alla tua necessit, e,
quando mancava la creatura, non mancavo Io, tuo Creatore. In ogni modo
Io gli proveggo. E unde verr che l'uomo, stando nelle ricchezze e in
tanta cura del corpo suo e con molti panni, e sempre star infermiccio;
e spregiando poi s e abbracciando la povert per amore di me, el
vestimento terr solo per ricoprire il corpo suo, e diventar forte e
sano, e veruna cosa parr che gli sia nociva, che a quello corpo non
pare che gli faccia danno pi n freddo n caldo n grossi cibi? Dalla
mia providenzia gli venne, che providdi e tolsi ad avere cura di lui,
perch tucto si lass.

Adunque vedi, dilectissima figliuola, in quanto riposo e dilecto stanno
questi dilecti miei povaregli.




CAPITOLO CLII

  Repetizione in somma de la predecta divina providenzia.


--Ora t'ho narrato alcuna picciola particella della providenzia mia in
ogni creatura e in ogni maniera di gente, come decto ; mostrandoti che,
dal principio ch'Io creai el mondo primo, e il secondo mondo della mia
creatura, dandole l'essere alla imagine e similitudine mia, infino a
l'ultimo, Io ho usato, facto e fo ci che Io fo con providenzia per
procurare alla salute vostra, perch Io voglio la vostra
sanctificazione; e ogni cosa data a voi, che abbia essere, vi do per
questo fine. Questo non veggono gl'iniqui uomini del mondo che s'hanno
tolto il lume; e decto t'ho che, per che non cognoscono, si
scandelizzano in me. Nondimeno Io con pazienzia gli porto, aspectandogli
infine a l'ultimo, procurando sempre al loro bisogno, s com'Io ti
dissi, a loro che sonno peccatori, come de' giusti, in queste cose
temporali e nelle spirituali. Anco t'ho contata la inperfeczione delle
ricchezze, una sprizza della miseria nella quale conducono colui che le
possiede con disordinato affecto, e della excellenzia della povert:
della ricchezza che d nell'anima che la elegge per sua sposa,
aconpagnata con la sorella della vilt. Della quale vilt insieme con
l'obbedienzia ti narrar.

Anco t'ho mostrato quanto  piacevole a me e come Io la tengo cara e
come Io la proveggo con la providenzia mia. Tucto l'ho decto a
comendazione di questa virt e della sanctissima fede, con la quale
gionse a questo perfectissimo stato ed excellentissimo, per farti
crescere in fede e in speranza, e perch bussi alla porta della mia
misericordia. Con fede viva tiene che il desiderio tuo e de' servi miei
Io l'adempir col molto sostenere infino alla morte. Ma confortati ed
exulta in me, che so' tuo difenditore e consolatore.

Ora ho satisfacto al parlare della providenzia, della quale tu mi
pregasti che Io provedesse alla necessit delle mie creature, e hai
veduto che Io non so' dispregiatore de' sancti e veri desidri.




CAPITOLO CLIII

  Come questa anima, laudando e ringraziando Dio, el prega che esso
     le parli de la virt de la obedienzia.


Allora quella anima, come ebbra, innamorata della vera e sancta povert,
dilatata nella somma, etterna grandezza, e transformata ne l'abisso
della somma e inextimabile providenzia (intantoch, stando nel vassello
del corpo, si vedeva fuore del corpo per la obunbrazione e rapire che
facto aveva il fuoco della sua carit in lei), teneva l'occhio de
l'intellecto suo fixo nella divina maiest, dicendo al sommo e etterno
Padre:

--O Padre etterno! O fuoco e abisso di carit! O etterna bellezza, o
etterna sapienzia, o etterna bont, o etterna clemenzia, o speranza, o
refugio de' peccatori, o larghezza inextimabile, o etterno e infinito
bene, o pazzo d'amore! E hai tu bisogno della tua creatura? S, pare a
me; ch tu tieni modi come se senza lei tu non potessi vivere,
conciosiacosach tu sia vita, dal quale ogni cosa ha vita e senza te
neuna cosa vive. Perch dunque se' cos inpazzato? Perch tu
t'innamorasti della tua factura, piacestiti e dilectastiti in te
medesimo di lei, e, come ebbro della sua salute, ella ti fugge, e tu la
vai cercando; ella si dilonga, e tu t'appressimi: pi presso non potevi
venire che vestirti della sua umanit. E che dicer? Far come Troglio
che dicer:--A, a,--perch non so che mi dire altro, per che la lingua
finita non pu exprimere l'affecto de l'anima che infinitamente desidera
te. Parmi ch'io possa dire la parola di Pavolo, quando disse: N
lingua pu parlare, n urecchia udire, n occhio vedere, n cuore
pensare quello che io viddi. Che vedesti? Vidde _arcana Dei_. E io
che dico? Non ci aggiongo con questi sentimenti grossi; ma tanto ti dico
che hai gustato e veduto, anima mia, l'abisso della somma, etterna
providenzia. Ora rendo grazie a te, sommo etterno Padre, della smisurata
tua bont mostrata a me, miserabile, indegna d'ogni grazia. Ma perch'io
veggo che tu se' adempitore de' sancti desidri, e la tua Verit non pu
mentire, e perch io desidero che ora un poco tu mi parlassi della virt
de l'obbedienzia e della excellenzia sua, s come tu, Padre etterno, mi
promectesti che mi narraresti, acci che io d'essa virt m'inamori, e
mai non mi parta da l'obbedienzia tua; piacciati, per la tua infinita
bont, di dirmi della sua perfeczione, e dove io la posso trovare, e
quale  la cagione che me la tolle, e chi me la d, e il segno che io
l'abbi o non l'abbi.




TRACTATO DELL'OBEDIENZIA




CAPITOLO CLIV

  Qui comincia el tractato dell'obedienzia. E prima, dove
     l'obedienzia si truova, e che  quello che ce la tolle, e quale 
     il segno che l'uomo l'abbi o no, e chi  la sua compagna e da cui 
     notricata.


Allora el sommo ed etterno Padre, e pietoso, volse l'occhio della
misericordia e clemenzia sua inverso di lei, dicendo:--O carissima e
dolcissima figliuola, el sancto desiderio e giuste petizioni debbono
essere exauditi; e per Io, somma verit, adempir la verit mia,
satisfacendo alla promessa che Io ti feci e al desiderio tuo. E se tu mi
dimandi: dove la truovi, e quale  la cagione che te la tolle, e il
segno che tu l'abbi o no, Io ti rispondo: che tu la truovi conpitamente
nel dolce e amoroso Verbo, unigenito mio Figliuolo. Fu tanto pronpta in
lui questa virt che, per conpirla, corse all'obrobriosa morte della
croce. Chi te la tolle? Raguarda nel primo uomo, e vedrai la cagione che
gli tolse l'obbedienzia inposta a lui da me, Padre etterno: la superbia
che esci e fu producta da l'amore proprio e piacimento della compagna
sua. Questa fu quella cagione che gli tolse la perfeczione de
l'obbedienzia e digli la disobbedienzia; unde gli tolse la vita della
grazia e digli la morte, perdette la innocenzia e cadde in inmondizia e
in grande miseria. E non tanto egli, ma e' v'incorse tucta l'umana
generazione, s come Io ti dixi.

El segno che tu abbi questa virt  la pazienzia; e, non avendola, ti
dimostra che tu non l'hai, la inpazienzia. Unde contiandoti di questa
virt, trovarrai che egli  cos. Ma actende: ch in due modi s'observa
obbedienzia. L'una  pi perfecta che l'altra; e non so' per separate,
ma unite, s com'Io ti dixi de' comandamenti e de' consigli. L'uno 
buono e perfecto, l'altro  perfectissimo; e neuno  che possa giognere
a vita etterna se non l'obbediente, per che senza l'obbedienzia veruno
 che vi possa intrare, perch ella fu diserrata con la chiave de
l'obbedienzia, e con la disobbedienzia di Adam si serr.

Essendo poi Io costrecto dalla mia infinita bont, vedendo che l'uomo,
cui Io tanto amavo, non tornava a me, fine suo, tolsi le chiavi de
l'obbedienzia e posile in mano del dolce e amoroso Verbo, mia Verit; ed
egli, come portonaio, diserr questa porta del cielo. E senza questa
chiave e portonaio, mia Verit, veruno ci pu andare. E per dixe egli
nel sancto evangelio che veruno poteva venire a me, Padre, se non per
lui. Egli vi lass questa dolce chiave de l'obbedienzia, quando egli
ritorn a me, exultando, in cielo, e levandosi dalla conversazione degli
uomini per l'ascensione. S come tu sai, egli lass il vicario suo,
Cristo in terra, a cui ste tucti obligati d'obbedire infino alla morte.
E chi  fuore de l'obbedienzia sua, sta in stato di danpnazione, s come
in un altro luogo Io ti dixi.

Ora Io voglio che tu vegga e cognosca questa excellentissima virt ne
l'umile e inmaculato Agnello, e unde ella procede. Unde venne che tanto
fu obbediente questo Verbo? Da l'amore ch'egli ebbe a l'onore mio e alla
salute vostra.

Unde procedecte l'amore? Dal lume della chiara visione con la quale
vedeva, l'anima sua, chiaramente la divina Essenzia e la Trinit
etterna; e cos sempre vedeva me, Dio etterno. Questa visione adoperava
perfectissimamente in lui quella fedelt, la quale inperfectamente
adopera in voi el lume della sanctissima fede. Ch fu fedele a me, suo
Padre etterno, e per corse col lume glorioso, come innamorato, per la
via de l'obbedienzia. E perch l'amore non  solo, ma  aconpagnato di
tucte le vere e reali virt, per che tucte le virt hanno vita da
l'amore della carit (bench altrementi fussero le virt in lui e
altrementi in voi); ma tra l'altre ha la pazienzia, che  il mirollo
suo, uno segno dimostrativo che ella fa ne l'anima se ella  in grazia e
ama in verit o no; e per la madre della carit l'ha data per sorella
alla virt de l'obbedienzia, e halle s unite insieme, che mai non si
perde l'una senza l'altra: o tu l'hai amendune, o tu non hai veruna.

Questa virt ha una nutrice che la notrica, cio la vera umilit; unde
tanto  obbediente quanto umile, e umile quanto obbediente. Questa
umilit  baglia e nutrice della carit, e per el lacte suo medesimo
notrica la virt de l'obbedienzia. El vestimento suo, che questa nutrice
le d,  l'avilire se medesimo, vestirsi d'obrobri, dispiacere a s e
piacere a me. In cui el truovi? In Cristo, dolce Ies, unigenito mio
Figliuolo. E chi s'avil pi di lui? Egli si satoll d'obrobri, di
scherni e di villanie; dispiacque a s, cio la vita sua corporale, per
piacere a me. E chi fu pi paziente di lui, che non fu udito el grido
suo per alcuna mormorazione, ma con pazienzia abbracciando le ingiurie,
come inamorato comp l'obbedienzia mia, inposta a lui da me, suo Padre
etterno?

Addunque in lui la trovarrete compitamente. Egli vi lass la regola e
questa doctrina, e prima l'osserv in s; ella vi d vita, perch ella 
via dricta. Egli  la via, e per dixe egli che era via, verit e vita;
e chi va per essa va per la luce, e colui che va per la luce non pu
offendere n essere offeso che egli non s'avegga, perch ha tolto da s
la tenebre de l'amore proprio unde cadeva nella disobbedienzia: che,
com'Io ti dixi, la conpagna, e unde procedeva l'obbedienzia, 
l'umilit. Cos ti dixi e dico che la disobbedienzia viene dalla
superbia, che esce da l'amore proprio di s, privandosi de l'umilit. La
sorella, che  data da l'amore proprio alla disobbedienzia,  la
inpazienzia, e la superbia la notrica; con tenebre d'infidelit corre
per la via tenebrosa, che gli d morte etternale.

Tucti vi conviene leggere in questo glorioso libro, dove trovate scripta
questa e ogni altra virt.




CAPITOLO CLV

  Come l'obedienzia  una chiave con la quale si disera el cielo, e
     come debba avere el funicello e debbasi portare attaccata a la
     cintura. E de le excellenzie sue.


--Poi che Io t'ho mostrato dove tu la truovi, e unde ella viene, e chi 
la sua compagna, e da cui  nutricata; ora ti parlar degli obbedienti
insieme co' disobbedienti, e de l'obbedienzia generale e della
particulare, cio di quella de' comandamenti e di quella de' consigli.

Tucta la fede vostra  fondata sopra l'obbedienzia, ch ne l'obbedienzia
mostrate d'essere fedeli. Posti vi so' dalla mia Verit, a tucti
generalmente, i comandamenti della legge. El principale si  d'amare me
sopra ogni cosa e 'l proximo come voi medesimi; e sonno legati questi
insieme con gli altri, che non si pu observare l'uno che tucti non si
observino, n lassarne uno che tucti non si lassino. Chi observa questo
observa tucti gli altri,  fedele a me e al proximo suo, ama me e sta
nella dileczione della mia creatura; e per  obbediente, fassi subdito
a' comandamenti della legge e alle creature per me, con umilt e
pazienzia porta ogni fadiga e detrazione dal proximo.

Questa obbedienzia fu ed  di tanta excellenzia, che tucti ne contraeste
la grazia, s come per la disobbedienzia tucti avavate tracta la morte.
Ma e' non bastarebbe, se ella fusse stata solo nel Verbo, e ora non
l'usaste voi. Gi ti dixi che ella era una chiave che diserr il cielo,
la quale chiave pose nelle mani del vicario suo. Questo vicario la pone
in mano d'ogniuno, ricevendo il sancto baptesmo, dove egli promecte di
renunziare al dimonio, al mondo e alle ponpe e delizie sue. Promectendo
d'obbedire, riceve la chiave de l'obbedienzia; s che ogniuno l'ha in
particulare, ed  la medesima chiave del Verbo. E se l'uomo non va col
lume della fede e con la mano de l'amore a diserrare con questa chiave
la porta del cielo, gi mai dentro non vi entrarr, non obstante che
ella sia aperta per lo Verbo; per che Io vi creai senza voi, ma non vi
salvar senza voi.

Addunque vi conviene portare in mano la chiave, e convienvi andare e non
sedere: andare per la doctrina della mia Verit e non sedere, cio
ponendo l'affecto suo in cosa finita, s come fanno gli uomini stolti
che seguitano l'uomo vecchio, il primo padre loro, facendo quello che
fece egli, che gitt la chiave de l'obbedienzia nel loto della
immondizia; schiacciandola col martello della superbia, arrugginilla con
l'amore proprio. Se non poi che venne il Verbo, unigenito mio Figliuolo,
che si rec questa chiave de l'obbedienzia in mano e purificolla nel
fuoco della divina carit; trassela del loto, lavandola col Sangue suo;
dirizzolla col coltello della giustizia, fabricando le iniquit vostre
in su l'ancudine del corpo suo. Egli la racconci s perfectamente che,
tanto quanto l'uomo guastasse la chiave sua per lo libero arbitrio, con
questo medesimo libero arbitrio, mediante la grazia mia, con questi
medesimi strumenti la pu racconciare. O cieco sopra cieco uomo, che,
poi che tu hai guasta la chiave de l'obbedienzia, tu anco non ti curi di
raconciarla! E credi tu che la disobbedienzia, che serr el cielo, te
l'apra? Credi che la superbia, che ne cadde, vi salga? Credi col
vestimento stracciato e bructo andare alle nozze? Credi, sedendo e
legandoti nel legame del peccato mortale, potere andare? o senza chiave
potere aprire l'uscio? Non te lo imaginare di potere, ch ingannata
sarebbe la tua imaginazione. E' ti conviene essere sciolto. Esce del
peccato mortale per la sancta confessione e contrizione di cuore e
satisfazione, e con proponimento di non offendere pi. Gittarai allora a
terra el bructo e laido vestimento, e corrirai, col vestimento
nunpziale, con lume e con la chiave de l'obbedienzia in mano, a
diserrare la porta. Lega, lega questa chiave col funicello della vilt e
dispiacimento di te e del mondo; actaccala al piacere di me tuo
Creatore: del quale debbi fare uno cingolo e cignerti, acci che tu non
la perda.

Sappi, figliuola mia, che molti sonno quegli che hanno presa questa
chiave de l'obbedienzia, perch hanno veduto col lume della fede che in
altro modo non possono campare dall'etterna danpnazione. Ma tengonla in
mano senza el cingolo cinto e senza el funicello dentrovi: cio che non
si vestono perfectamente del piacere di me, ma anco piacciono a loro
medesimi. E non v'hanno posto el funicello della vilt, desiderando
d'essere tenuti vili, ma pi tosto dilectatisi della loda degli uomini.
Questi sonno acti a smarrire la chiave, pure che lo' soprabondi un poca
di fadiga o tribulazione mentale o corporale; e, se non s'hanno ben
cura, spesse volte, allentando la mano del sancto desiderio, la
perdarebbero. El qual perdere  uno smarrire, ch, volendola ritrovare,
possono, mentre che vivono; e non volendo, non la truovano mai. E chi
gli li manifestar che l'abbino smarrita? La inpazienzia: perch la
pazienzia era unita con l'obbedienzia; non essendo paziente, si dimostra
che l'obbedienzia non  ne l'anima.

Oh, quanto  dolce e gloriosa questa virt, in cui sonno tucte l'altre
virt! Perch ella  conceputa e partorita dalla carit; in lei 
fondata la pietra della sanctissima fede; ella  una reina che, di cui
ella  sposa, non sente veruno male: sente pace e quiete. L'onde del
mare tempestoso non gli possono nuocere, che l'offendano per alcuna sua
tempesta il mirollo de l'anima. Non sente l'odio nel tempo della
ingiuria, per che vuole obbedire, ch sa che gli  comandato che
perdoni; non ha pena che l'appetito suo non sia pieno, perch
l'obbedienzia l'ha facto ordinare a desiderare solamente me, che posso,
so e voglio conpire i desidri suoi, e hallo spogliato delle mondane
ricchezze. E cos in tucte le cose (le quali sarebbero troppo lunghe a
narrare) truova pace e quiete, avendo questa reina de l'obbedienzia
presa per sposa, la quale t'ho posta come chiave.

O obbedienzia, che navighi senza fadiga, e senza pericolo giogni a porto
di salute! Tu ti conformi col Verbo, unigenito mio Figliuolo; tu sali
nella navicella della sanctissima croce, recandoti a sostenere per non
trapassare l'obbedienzia del Verbo, n escire della doctrina sua; tu te
ne fai una mensa, dove tu mangi el cibo de l'anime, stando nella
dileczione del proximo! Tu se' unta di vera umilit, e per non
appetisci le cose del proximo fuore della volont mia. Tu se' dricta
senza veruna tortura, ch fai el cuore dricto e non ficto, amando
liberalmente e non fictivamente la mia creatura. Tu se' una aurora, che
meni teco la luce della divina grazia. Tu se' uno sole che scaldi,
perch non se' senza el calore della carit. Tu fai germinare la terra,
cio che gli strumenti de l'anima e del corpo tucti producono fructo,
che d vita in s e nel proximo suo. Tu se' tucta gioconda, perch non
hai turbata la faccia per inpazienzia, ma ha' la piacevole con la
piacevolezza della pazienzia, tucta serena di fortezza. Se' grande con
longa perseveranzia, s grande che tieni dal cielo alla terra, perch
con essa si diserra il cielo. Tu se' una margarita nascosta e non
cognosciuta, calpestata dal mondo, avilendo te medesima, sottoponendoti
alle creature. Egli  s grande la tua signoria, che veruno  che ti
possa signoreggiare, perch se' escita della mortale servitudine della
propria sensualit, la quale ti tolleva la dignit tua. Morto questo
nemico, con l'odio e dispiacimento del proprio piacere, hai riavuta la
tua libert.




CAPITOLO CLVI

  Qui insiememente si parla de la miseria de li inobedienti e de la
     excellenzia de li obedienti.


--Ma Io ti dico, carissima figliuola, tucto questo ha facto la bont e
providenzia mia, che providdi che 'l Verbo racconciasse la chiave, come
decto , di questa obbedienzia; ma gli uomini del mondo, privati d'ogni
virt, fanno tucto il contrario. Essi, s come animali sfrenati, perch
non hanno il freno de l'obbedienzia, corrono, andando di male in peggio,
di peccato in peccato, di miseria in miseria, di tenebre in tenebre e di
morte in morte; tanto che si conducono in su la fossa della extremit
della morte col vermine della conscienzia che sempre gli rode. E poniamo
che anco possano ripigliare l'obbedienzia di volere obbedire a'
comandamenti della legge, avendo il tempo e dolendosi di quello che
hanno disobbedito, nondimeno  molto malagevole per la longa
consuetudine del peccato. E per non sia veruno che se ne fidi,
indugiando a pigliare la chiave de l'obbedienzia ne l'ultima extremit
della morte, bench ogniuno possa e debba sperare infine che egli ha il
tempo; ma non se ne debba fidare, che per questo pigli indugio a
corrggiare la vita sua. E chi  cagione di tanto loro male e di tanta
ciechit, che non cognoscono questo tesoro? La nuvila de l'amore proprio
con la miserabile superbia, unde sonno partiti da l'obbedienzia e caduti
nella disobbedienzia. Non essendo obbedienti, non sonno pazienti, come
decto , e nella inpazienzia sostengono intollerabili pene. Halli tracti
della via della verit e menali per la via della bugia, facendosi servi
e amici delle dimonia, e con loro insieme, se non si correggono con
l'obbedienzia, vanno co' loro signori dimni a l'etterno supplicio; s
come i dilecti figliuoli observatori della legge e obbedienti godono ed
exultano nella etterna mia visione con lo inmaculato e umile Agnello,
facitore, adempitore e donatore della legge. In questa vita,
observandola, hanno gustata la pace, e nella beata vita ricevono e
vestonsi della perfectissima pace, dove  pace senza veruna guerra, e
ogni bene senza veruno male, sicurt senza veruno timore, ricchezza
senza povert, saziet senza fastidio, fame senza pena, luce senza
tenebre, uno sommo bene infinito e non finito, e uno bene participato
con tucti e' veri gustatori.

Chi l'ha messo in tanto bene? Il sangue de l'Agnello, nella virt del
quale sangue la chiave de l'obbedienzia perde la ruggine, acci che con
essa potesse di serrare la porta. S che l'obbedienzia, in virt del
sangue, te l'ha diserrata. O stolti e macti, non tardate pi a escire
del loto delle inmondizie, che pare che faciate come il porco che
s'involle nel loto, cos voi nel loto della carnalit.

Lassate le ingiustizie, omicidii, odio e rancore, le detrazioni,
mormorazioni, giudici e crudelt, e' quali usate verso il proximo
vostro, furti e tradimenti, col disordenato piacere e dilecti del mondo.
Tagliate le corna della superbia, col quale tagliare spegnerete l'odio
che avete nel cuore verso di chi vi fa ingiuria. Misurate le ingiurie
che fate a me e al proximo vostro con quelle che sonno facte a voi, e
trovarrete che, a rispecto di quelle che fate a me e a loro, le vostre
non sonno cavelle. Voi vedete bene che, stando ne l'odio, voi fate
ingiuria a me, perch trapassate il comandamento mio, e fate ingiuria a
lui, privandovi della dileczione della carit. E gi v' stato comandato
che voi amiate me sopra ogni cosa e 'l proximo come voi medesimi. Non vi
fu messa chiosa veruna, che vi fusse decto:--Se egli vi fa ingiuria, non
l'amate:--no; ma libero e schiecto, perch fu dato a voi dalla mia
Verit, che con schiectezza l'osserv e fece. Con questa schiectezza il
dovete observare voi, e, se non l'osservate, fate danno a voi e ingiuria
a l'anima vostra, privandola della vita della grazia.

Tollete, dunque, tollete la chiave de l'obbedienzia col lume della fede;
non andate pi con tanta ciechit n freddo; ma con fuoco d'amore tenete
questa obbedienzia, acci che, insiememente con gli observatori della
legge, gustiate vita etterna.




CAPITOLO CLVII

  Di quelli e' quali pongono tanto amore all'obedienzia che non
     rimangono contenti de la obedienzia generale de' comandamenti, ma
     pigliano l'obedienzia particulare.


--Alcuni sonno, dilectissima figliuola mia, che tanto crescer in loro
el dolce e amoroso fuoco d'amore verso questa obbedienzia; e, perch
fuoco d'amore non  senza odio della propria sensualit, crescendo el
fuoco, cresce l'odio; unde, per odio e per amore, non si chiamano
contenti a l'obbedienzia generale de' comandamenti della legge (a'
quali, come decto , tucti ste tenuti e obligati d'obbedire, se volete
avere la vita: se non che, avareste la morte), ma pigliano la
particulare, cio l'obbedienzia particulare che va dietro alla grande
perfeczione, unde si fanno observatori de' consigli actualmente e
mentalmente.

Voglionsi questi cotali, per odio di loro e per uccidere in tucto la
loro volont, legarsi pi corti. O essi si legano al giogo de
l'obbedienzia nella sancta religione; o egli si legano fuore della
religione ad alcuna creatura, sottomectendo la loro volont in lei, per
andare pi expediti a diserrare il cielo. Questi son quegli, de' quali
Io ti dixi che eleggevano l'obbedienzia perfectissima.

Decto t'ho della generale obbedienzia; e, perch Io so che la tua
volont  che Io ti parli de l'obbedienzia pi particulare,
perfectissima, per ti narrar ora di questa seconda, la quale non esce
per della prima, ma  pi perfecta: perch gi ti dixi che elle erano
unite insieme per s facto modo, che separare non si possono.

Hotti decto unde procede e dove si truova l'obbedienzia generale, e
quale  quella cosa che ve la tolle. Ora ti dir della particulare, non
traendoti di questo principio.




CAPITOLO CLVIII

  Per che modo si viene da l'obedienzia generale a la particulare. E
     de la excellenzia de le religioni.


--L'anima che con amore ha preso il giogo de l'obbedienzia de'
comandamenti, seguitando la doctrina della mia Verit, per lo modo che
decto t'ho, con l'exercizio exercitandosi in virt in questa generale
obbedienzia, verr alla seconda con quello lume medesimo che venne alla
prima. Perch col lume della sanctissima fede avar cognosciuto nel
sangue de l'umile Agnello la mia verit, l'amore ineffabile che Io gli
ho e la fragilit sua, che non risponde, con quella perfeczione che
debba, a me.

Va cercando con questo lume in che luogo e in che modo possa rendermi il
debito, e conculcare la propria fragilit e uccidere la volont sua.
Raguardando, ha trovato il luogo col lume della fede, cio la sancta
religione. La quale  fatta dallo Spirito sancto, posta come navicella
per ricevere l'anime che vogliono crrire a questa perfeczione, e
conducerle a porto di salute. El padrone di questa navicella  lo
Spirito sancto, che in s non manca mai per difecto di veruno subdito
religioso che trapassasse l'ordine suo: non pu offendere questa
navicella, ma offende se medesimo.  vero che, per difecto di colui che
tenesse il timone, la fa andare a onde; e questi sonno e' gattivi e
miserabili pastori, prelati posti dal padrone di questa navicella. Ella
 di tanto dilecto in se medesima, che la lingua tua nol potrebbe
narrare.

Dico che questa anima, cresciuto il fuoco del desiderio, con odio sancto
di s avendo trovato il luogo, col lume della fede v'entra dentro morta,
se egli  vero obbediente, cio che perfectamente abbi observata
l'obbedienzia generale. E se egli v'entra inperfecto, non  per che non
possa giognere alla perfeczione: anco vi giogne, volendo exercitare in
s la virt de l'obbedienzia. Anco la maggiore parte di quegli che
v'entrano sonno inperfecti: chi v'entra con perfeczione, chi v'entra per
fanciullezza, chi v'entra per timore, chi per pena e chi per lusinghe.
Ogni cosa sta poi in exercitarsi nella virt e in perseverare infino
alla morte; ch per l'entrare veruno giudicio non si pu ponere, ma solo
nella perseveranzia. Per che molti sonno paruti che sieno andati
perfecti, che hanno poi voltato el capo adietro, o stati ne l'ordine con
molta inperfeczione. S che il modo e l'acto, con che entrano nella
navicella (che sono tucti ordinati da me, chiamandoli in diversi modi),
non si pu giudicare; ma solo l'affecto di colui che dentro vi persevera
con vera obbedienzia.

Questa navicella  ricca, che non bisogna al subdito che abbi pensiero
veruno di quello che gli bisogni n spiritualmente n temporalmente;
per che, se egli  vero obbediente e observatore de l'ordine, egli 
proveduto dal padrone dello Spirito sancto, come tu sai ch'Io ti dixi,
quando ti parlai della providenzia mia, che i servi miei, se essi erano
povari, non erano mendchi: cos costoro; s che trovavano la loro
necessit. Bene la provavano e pruovano quegli che sonno observatori de
l'ordine. Unde vedi che, ne' tempi che gli ordini si reggevano in fiore
di virt con vera povert e con carit fraterna, non lo' venne mai meno
la substanzia temporale, ma avevanne pi che non richiedeva il loro
bisogno. Ma, perch e' ci  intrata la puzza de l'amore proprio in
vivere in particulare, ed  mancata l'obbedienzia, lo' viene meno la
sustanzia temporale. E quanta pi ne posseggono, in maggiore
mendicaggine si truovano. Giusta cosa  che, infino alle cose minime,
pruovino che fructo lo' d la disobbedienzia; ch, se fussero
obbedienti, observarebbero il voto della povert e non terrebbero
proprio, n vivarebbero in particulare.

Truovaci la ricchezza delle sancte ordinazioni, poste con tanto ordine e
con tanto lume da coloro che erano facti tempio di Spirito sancto.
Raguarda Benedecto con quanto ordine ordin la navicella sua. Raguarda
Francesco con quanta perfeczione e odore di povert, con le margarite
delle virt, egli ordin la navicella de l'ordine suo, dirizzandoli
nella via dell'alta perfeczione; ed egli fu il primo che la fece, dando
lo' per sposa la vera e sancta povert, la quale aveva presa per se
medesimo, abbracciando le vilt. Spiacendo a se medesimo, non disiderava
di piacere a veruna creatura fuore della volont mia; anco desiderava
d'essere avilito nel mondo, macerando il corpo suo e uccidendo la
volont, vestitosi degli obrobri, pene e vitopri per amore de l'umile
Agnello, col quale egli s'era conficto e chiavellato per affecto d'amore
in su la croce: intantoch, per singulare grazia, nel corpo suo aprbero
le piaghe della mia Verit, mostrando nel vasello del corpo quello che
era ne l'affecto de l'anima sua. S che egli lo' fece la via.

Ma tu mi dirai:--E non sonno fondate in questo medesimo l'altre?--S; ma
in ogniuno non  principale (poniamo che tucte sieno fondate in questo),
ma adiviene come delle virt: tucte le virt hanno vita dalla carit; e
nondimeno, come in altri luoghi t'ho decto, a cui  propria l'una, e a
cui  propria l'altra, e nondimeno tucti stanno in carit. Cos questi:
a Francesco povarello gli fu propria la vera povert, facendo il suo
principio della navicella, per affecto d'amore, in essa povert, con
molto ordine strecto, da gente perfecta e non comune, da pochi e buoni.
Pochi dico, perch non sonno molti quelli che eleggono questa
perfeczione; ma per li difecti loro sonno moltiplicati in gente e venuti
meno in virt: non per difecto della navicella, ma per li disobbedienti
subditi e gattivi governatori.

E se tu raguardi la navicella del padre tuo Domenico, dilecto mio
figliuolo, egli l'ordin con ordine perfecto, ch volse che attendessero
solo a l'onore di me e salute de l'anime col lume della scienzia. Sopra
questo lume volse fare il principio suo, non essendo per privato della
povert vera e volontaria. Anco l'ebbe, e, in segno ch'egli l'aveva e
dispiacevali il contrario, lassa per testamento a' figliuoli suoi per
eredit la maladiczione sua e la mia, se essi posseggono o tengono
possessione veruna in particulare o in generale, in segno ch'egli aveva
electa per sua sposa la reina della povert. Ma per pi proprio suo
obiecto prese il lume della scienzia, per stirpare gli errori che a
quello tempo erano levati. Egli prese l'officio del Verbo, unigenito mio
Figliuolo. Drictamente nel mondo pareva uno apostolo: con tanta verit e
lume seminava la parola mia, levando la tenebre e donando la luce. Egli
fu uno lume, che Io porsi al mondo col mezzo di Maria, messo nel corpo
mistico della sancta Chiesa come stirpatore de l'eresie.

Perch dixi col mezzo di Maria? Perch Maria gli die' l'abito:
commesso fu l'officio a lei dalla mia bont. In su che mensa fa mangiare
e' figliuoli suoi col lume della scienzia? Alla mensa della croce, in su
la quale croce  posta la mensa del sancto desiderio, dove si mangia
anime per onore di me. Egli non vuole ch'e' figliuoli suoi attendano ad
altro se non a stare in su questa mensa col lume della scienzia, a
cercare solo la gloria e loda del nome mio e la salute de l'anime. E,
acci che non attendano ad altro, tolle la cura delle cose temporali,
ch vuole che sieno poveri. Vero  che egli mancava in fede, temendo che
non fussero proveduti? Non mancava, ch egli era vestito delle fede, ma
con ferma speranza sperava nella providenzia mia.

Vuole che observino l'obbedienzia, sieno obbedienti a fare quello che
sonno posti. E perch il vivere inmondamente obfusca l'occhio de
l'intellecto; e non tanto de l'intellecto, ma per questo miserabile
vizio ne manca il vedere corporale; unde egli non vuole che lo' sia
inpedito questo lume, col quale lume meglio e pi perfectamente
acquistano el lume della scienzia: per pone il terzo voto della
continenzia, e in tucti vuole che l'observino con vera e perfecta
obbedienzia. Bene che al d d'oggi male s'observi; anco la luce della
scienzia pervertono in tenebre con la tenebre della superbia: non che
questa luce in s riceva tenebre, ma quanto a l'anime loro. Dove 
superbia non pu essere obbedienzia; e gi ti dixi che tanto era umile
quanto obbediente, e tanto obbediente quanto umile. E, trapassando il
voto de l'obbedienzia, rade volte  che non trapassi quel della
continenzia, o mentalmente o actualmente.

S che egli ha ordinata la navicella sua legata con questi tre
funicelli: con obbedienzia, continenzia e vera povert. Egli la fece
tucta reale, non strignendola ad colpa di peccato mortale. Alluminato da
me, vero lume, con providenzia providde a quegli che fussero meno
perfecti; ch, bench tucti quegli che observano l'ordine sieno
perfecti, nondimeno anco in vita  pi perfecto uno che un altro; e,
perfecti e non perfecti, tucti ci stanno bene in questa navicella. Egli
s'acost con la mia Verit, mostrando di non volere la morte del
peccatore, ma che si convertisse e vivesse. Tucta larga, tucta gioconda,
tucta odorifera, uno giardino dilectosissimo in s; ma e' miseri non
observatori de l'ordine, ma trapassatori, l'hanno tucto insalvatichito,
tucto ingrossato con poco odore di virt e lume di scienzia in quegli
che si notricano al pecto de l'ordine. Non dico ne l'ordine, che in
s, com'Io ti dixi, ha ogni dilecto; ma non era cos nel principio suo,
che egli era uno fiore: anco c'erano uomini di grande perfeczione:
parevano uno sancto Pavolo, con tanto lume, che a l'occhio loro non si
parava tenebre d'errore che non si dissolvesse.

Raguarda il glorioso Tommasso, che con l'occhio de l'intellecto suo
tucto gentile si specolava nella mia Verit, dove acquist lume
sopranaturale e scienzia infusa per grazia; unde egli l'ebbe pi col
mezzo de l'orazione che per studio umano. Questi fu una luce
ardentissima, che rende lume ne l'ordine suo e del corpo mistico della
sancta Chiesa, spegnendo le tenebre de l'eresie.

Raguardami Pietro vergine e martire, che col sangue suo die' lume nelle
tenebre delle molte eresie; che tanto l'ebbe in odio, che se ne dispose
a lassarvi la vita. E, mentre che visse, l'exercizio suo non er'altro
che orare, predicare, disputare con gli eretici e confessare,
annunziando la verit e dilatando la fede senza veruno timore. Ch non
tanto ch'egli la confessasse nella vita sua, ma infine a l'ultimo della
vita. Unde, nella extremit della morte, venendoli meno la voce e lo
'nchiostro, avendo ricevuto il colpo, egli intinse il dito nel sangue
suo: non ha carta questo glorioso martire, e per s'inchina e scrive in
terra confessando la fede, cio il _Credo in Deum_. El cuore suo
ardeva nella fornace della mia carit, e per non allent e' passi
voltando il capo adietro, sapendo che doveva morire (per che, prima che
egli morisse, gli revelai la morte sua); ma, come vero cavaliere, senza
timore servile, egli esce fuore in sul campo della bactaglia.

E cos molti te ne potrei contiare, e' quali, perch non avessero il
martirio actualmente, l'avevano mentalmente, s come ebbe Domenico. Odi
lavoratori, che questo padre misse nella vigna sua a lavorare,
extirpando le spine de' vizi e piantando le virt! Veramente Domenico e
Francesco sonno stati due colonne nella sancta Chiesa: Francesco con la
povert, che principalmente gli fu propria, come decto ; e Domenico con
la scienzia.




CAPITOLO CLIX

  De la excellenzia de li obedienti e de la miseria de li
     inobedienti, li quali vivono ne lo stato de la religione.


--Poi che i luoghi sonno trovati, cio queste navicelle ordinate dallo
Spirito sancto per lo mezzo di questi padroni, e per ti dixi che lo
Spirito sancto era padrone di queste navicelle fondate col lume della
sanctissima fede, cognoscendo con questo lume che la clemenzia mia (esso
Spirito sancto) ne sarebbe governatore, hotti mostrato il luogo,
dicendoti della sua perfeczione. Ora ti parlar de l'obbedienzia e
disobbedienzia di quegli che sono in questa navicella, parlandoti
insieme di tucti, e non in particulare: cio non parlandoti pi d'uno
ordine che d'un altro, mostrando insiememente il difecto del
disobbediente con la virt de l'obbediente, acci che meglio cognosca
l'uno per l'altro, e come debba andare, cio in che modo, colui che va
ad intrare nella navicella de l'ordine.

Come debba andare colui che vuole intrare alla perfecta obbedienzia
particulare? Col lume della sanctissima fede, col quale lume cognosca
che gli conviene uccidere la propria volont col coltello de l'odio
d'ogni propria passione sensitiva, pigliando la sposa che gli dar la
carit e la sorella. La sposa, dico, della vera e prompta obbedienzia
con la sorella della pazienzia e con la nutrice de l'umilit; ch, se
egli non avesse questa nutrice, l'obbedienzia perirebbe di fame, perch
ne l'anima, dove non  questa virt piccola de l'umilit, l'obbedienzia
vi muore di subbito.

La umilit non  sola, ma ha la serva della vilt e spregio del mondo e
di s, che fa l'anima tenere vile: non appetisce onori, ma vergogne.
Cos morto debba andare alla navicella de l'ordine quello che  in et
da ci; ma, per qualunque modo egli v'entra (perch ti dixi che in
diversi modi Io gli chiamavo), egli debba acquistare e conservare in s
questa perfeczione: pigliare largamente e festinamente la chiave de
l'obbedienzia de l'ordine. La quale chiave diserra lo sportello che 
nella porta del cielo, s come la porta che ha lo sportello. Cos questi
cotali hanno preso a diserrare lo sportello, passando dalla chiave
grossa de l'obbedienzia generale che diserra la porta del cielo, s
com'Io ti dixi. In questa porta hanno presa una chiave sottile, passando
per lo sportello basso e strecto. Non  separato per dalla porta: anco
 nella porta, s come materialmente tu vedi. Questa chiave la debbono
tenere, poi che essi l'hanno presa, e non gictarla da loro.

E perch i veri obbedienti hanno veduto, col lume della fede, che col
carico delle ricchezze e col peso della loro volont essi non possono
passare per questo sportello senza grande loro fadiga e che non vi lassi
la vita, n andare col capo alto che non sel rompano, chinandolo,
vogliano essi o no, con loro pena; per gittano via el carico delle
ricchezze e della propria loro volont, observando il voto della povert
volontaria, e non vogliono possedere, perch veggono, col lume della
fede, in quanta ruina essi ne verrebbero. Egli trapassarebbero
l'obbedienzia, ch non observarebbero il voto promesso della povert.
Essi ne vengono nella superbia, portando il capo ricto della volont
loro; e, convenendo lo' alcuna volta pure obbedire, essi non il chinano
per umilit, ma passanla con superbia, chinando il capo per forza. La
quale forza rompe il capo a la volont, facendo quella obbedienzia con
dispiacimento de l'ordine e del prelato loro. A mano a mano essi si
vedrebbero ruinare ne l'altro, trapassando il voto della continenzia;
per che colui, che non ha ordinato l'appetito suo, n spogliatosi della
substanzia temporale, piglia le molte conversazioni e truova degli amici
assai, che l'amano per propria utilit. Dalle conversazioni vengono alle
strecte amist. Il corpo loro tengono in delizie, perch non hanno la
baglia de l'umilit, non hanno la sorella sua della vilt; e per stanno
nel piacere di loro medesimi, stando agiatamente e dilicatamente, non
come religiosi, ma come signori; non con la vigilia e orazione. Per
queste e molte altre cose, le quali l'adivengono e fanno perch hanno
che spendere (ch, se non avessero che spendere, non l'adiverrebbe),
caggiono nella inmondizia corporale o mentale: ch, se alcuna volta, per
vergogna o per non avere il modo, essi se n'astengono corporalmente, non
si asterranno mentalmente. Ch inpossibile sarebbe a quegli che sta in
molta conversazione, in dilicatezza di corpo, in prendere
disordenatamente i cibi e senza la vigilia e orazione, conservare la
mente sua pura.

E per il perfecto obbediente vede dalla longa, col lume della
sanctissima fede, il male e il danno che ne gli verrebbe del possedere
la substanzia temporale, e l'andare col peso della propria volont. E
vede bene che pure passare gli conviene per questo sportello, e che
egli el passarebbe con morte e non con vita, perch non l'avarebbe
diserrato con la chiave de l'obbedienzia. Perch ti dixi che pure
passare gli conveniva, e cos : cio che, non partendosi dalla
navicella de l'ordine, pure, voglia egli o no, gli conviene passare per
la strectezza de l'obbedienzia del prelato suo. E per il perfecto
obbediente leva s sopra di s e signoreggia la propria sensualit.
Levandosi sopra e' sentimenti suoi con fede viva, ha messo l'odio nella
casa de l'anima sua, come servo perch cacci il nemico de l'amore
proprio, perch non vuole che la sposa sua de l'obbedienzia (la quale
gli fu data dalla madre della carit, sposata col lume della fede) sia
offesa. E per ne caccia il nemico, e mectevi la compagna e la nutrice
della sposa sua, e l'odio ha cacciato il nemico. L'amore de
l'obbedienzia vi mecte dentro gli amatori della sposa sua, che amano la
sposa de l'obbedienzia: ci sonno le vere e reali virt e costumi e
l'observanzie de l'ordine. Unde questa dolce sposa entra dentro ne
l'anima con la sorella della pazienzia e con la nutrice de l'umilit,
acompagnata con la vilt e dispiacere di s. Poi che ella  intrata
dentro, ella possiede la pace e la quiete, perch ha messi di fuore i
nemici suoi. Sta nel giardino della vera continenzia col sole del lume
de l'intellecto dentrovi la pupilla della fede, ponendosi per obiecto la
mia Verit, perch l'obiecto suo  verit. vi el fuoco che rende caldo
a tucti e' servi e compagni suoi, perch observa l'observanzie de
l'ordine con fuoco d'amore.

Quali sonno e' nemici suoi che stanno di fuore? El principale  l'amore
proprio, che produce superbia, nemico della carit e umilit, la
inpazienzia contra la pazienzia, la disobbedienzia contra la vera
obbedienzia. La infidelit  contraria alla fede, il presummere e
sperare in s non s'acorda con la speranza vera, che l'anima debba avere
in me. La ingiustizia non si conforma con la giustizia, n la
inprudenzia con la prudenzia, n la intemperanzia con la temperanzia, n
il trapassare e' comandamenti de l'ordine con l'observanzia de l'ordine,
n le gattive conversazioni di coloro che scelleratamente vivono con la
buona conversazione (anco so' nemici), n escire de' costumi e delle
buone consuetudini de l'ordine. Questi sonno i nemici crudeli suoi: vi
l'ira contra la benivolenzia, la crudelt contra la piet, l'iracundia
contra la benignit, l'odio delle virt contra l'amore d'esse virt, la
inmondizia contra la purit, la negligenzia contra la sollicitudine, la
ingnoranzia contra al cognoscimento, e il dormire contra la vigilia e
continua orazione.

E perch col lume della fede cognobbe che questi erano tucti nemici, che
avevano a contaminare la sposa sua della sancta obbedienzia, per mand
l'odio che gli cacciasse, e l'amore che mectesse dentro gli amici suoi.
Unde l'odio col coltello suo uccise la propria perversa volont; la
quale volont, notricata da l'amore proprio, dava vita a tucti questi
nemici della vera obbedienzia. Mozzo il capo al principale, per cui si
conservano tucti gli altri, rimane libero e in pace, senza veruna
guerra. Non ha chi li li faccia, perch l'anima ha tolto da s quello
che la tenea in amaritudine ed in tristizia.

E che guerra ha l'obbediente? Fagli guerra la ingiuria? No, ch egli 
paziente; la quale pazienzia  sorella de l'obbedienzia. Sonnoli gravi
e' pesi de l'ordine? No, ch l'obbedienzia nel fa observatore. Dgli
pena la grave obbedienzia? No, ch egli ha conculcata la sua volont e
non vuole investigare la volont del prelato suo n giudicarla, ma col
lume della fede giudica la volont mia in lui, credendo in verit che la
clemenzia mia gli fa comandare e non comandare, secondo che  di
necessit alla salute sua. Recasi egli a schifezza e dispiacere di fare
le cose vili de l'ordine? o sostenere le beffe e rimprovri e gli
scherni e villanie, che spesse volte gli sonno facti e decti? e l'essere
tenuto vile? No, perch'egli ha conceputo amore a la vilt e
dispiacimento a se medesimo, con perfectissimo odio: anco gode con
pazienzia, exultando con gaudio e giocundit con la sposa sua della vera
obbedienzia.

Egli non si contrista se non de l'offesa che vede fare a me, suo
Creatore; la sua conversazione  con quegli che temono me in verit. E
se pure conversa con quelli che sono separati dalla volont mia, non il
fa per conformarsi co' difecti loro, ma per sottrarli dalla loro
miseria, perch, con carit fraterna, quel bene che egli ha in s
vorrebbe porgere a loro, vedendo che pi loda e gloria tornarebbe al
nome mio avere di molti di quelli che observassero l'ordine, che pure di
lui. E per s'ingegna di chiamare e religiosi e secolari con la parola e
con l'orazione: per qualunque modo egli pu, s'ingegna di trarli della
tenebre del peccato mortale.

S che le conversazioni del vero obbediente sonno buone e perfecte, o
con giusti o con peccatori che sieno, per l'ordinato affecto e larghezza
di carit. Della cella si fa uno cielo, dilectandosi di parlare e
conversare in me, sommo e etterno Padre, con affecto d'amore, fuggendo
l'ozio con l'umile e continua orazione. E quando e' pensieri, per
illusione del dimonio, gli abbondano in cella, non si pone a sedere nel
lecto della negligenzia, abbracciando l'ozio, n vuole investigare per
ragione le cogitazioni del cuore, n i suoi pareri: ma fugge l'ozio,
levando s sopra di s con odio sopra el sentimento sensitivo, e con
vera umilit e pazienzia a portare le fadighe che sente nella mente sua;
resiste con la vigilia e umile orazione, veghiando l'occhio de
l'intellecto suo in me, vedendo col lume della fede che Io so' suo
subvenitore, e che Io posso, so e voglio subvenirlo; apro le braccia
della mia benignit, e per gli li permecto perch sia pi sollicito a
fugire da s e venire a me. E se l'orazione mentale, per la grande
fadiga e tenebre della mente, paresse che gli venisse meno, egli piglia
la vocale o l'exercizio corporale, acci che con la vocale ed exercizio
corporale fugga l'ozio. Con lume raguarda in me, che per amore gli li
do, unde traie fuore il capo della vera umilit, reputandosi indegno
della pace e quiete della mente, come gli altri servi miei, e degno
delle pene. Perch gi ha avilito nella mente sua se medesimo con odio e
rimproverio di s, non pare che si possa saziare delle pene, non
mancandoli la speranza n la providenzia mia, ma con fede e con la
chiave de l'obbedienzia passa per questo mare tempestoso nella navicella
de l'ordine; e cos  abitatore della cella, fuggendovi l'ozio, come
decto .

L'obbediente vuole essere il primo che entri in coro e l'ultimo che
n'esca. E quando vede il frate pi obbediente e sollicito di lui, egli
piglia una sancta invidia, furandoli quella virt: non volendo per che
ella diminuisca in colui. Ch, se egli volesse, sarebbe separato dalla
carit del proximo suo. L'obbediente non abandona il refectorio, anco il
visita continuamente, e dilectasene di stare alla mensa co' povarelli. E
in segno che egli se ne dilectava, per non avere materia di stare di
fuore, ha tolta da s la substanzia temporale, observando perfectamente
il voto della povert; e tanto perfectamente, che la necessit del corpo
tiene con rimproverio. La cella sua  piena de l'odore della povert, e
non di panni: non ha pensiero ch'e' ladri vengano per inbolarli, n che
la ruggine o tigniuole li rodino e' vestimenti suoi. E se gli  donato
alcuna cosa, non ha pensiero di riponerla, ma liberamente la comunica
co' fratelli suoi, non pensando el d di domane; ma nel d presente
tolle la sua necessit, pensando solo del reame del cielo, e della vera
obbedienzia in che modo meglio la possino observare. E perch per la via
de l'umilit meglio si conserva, egli si soctomecte al piccolo come al
grande e al povaro come al ricco; di tucti si fa servo: non rifiutando
mai labore, ogniuno serve caritativamente. L'obbediente non vuole fare
l'obbedienzia a suo modo, n eleggere tempo n luogo, ma a modo de
l'ordine e del prelato suo.

Tucto questo fa senza pena o tedio di mente il vero obbediente e
perfecto. Egli passa, con questa chiave in mano, per lo sportello
strecto de l'ordine agiatamente e senza violenzia, perch ha observato e
observa il voto della povert, de l'obbedienzia vera e della
continenzia, levata l'altezza della superbia e chinato il capo a
l'obbedienzia per umilit. E per non rompe il capo per inpazienzia, ma
 paziente con fortezza e longa perseveranzia, che sonno amici de
l'obbedienzia. Passa l'assedio delle dimonia, mortificando e macerando
la carne sua, spogliandola delle delizie e dilecti, e vestela delle
fadighe de l'ordine con fede e senza sdegno. Come parvolo, che non tiene
a mente la bactitura del padre n ingiuria che gli fusse facta, cos
questo parvolo non tiene a mente n ingiurie n fadighe n bactiture che
ricevesse ne l'ordine dal prelato suo; ma, chiamandolo, umilemente
torna a lui, non passionato d'odio, d'ira n di rancore, ma con
mansuetudine e benivolenzia.

Questi sonno quelli parvoli che conte la mia Verit, quando dixe a'
discepoli, che contendevano insieme qual di loro fusse il maggiore,
facendosi venire uno fanciullo, dicendo:--Lassate li parvoli venire a
me, ch di questi cotali  il reame del cielo; e chi non si umiliar
come questo fanciullo, cio che egli abbi la condizione sua, non
intrarr nel reame del cielo.--Per che chi s'aumiliar, carissima
figliuola, sar exaltato, e chi s exalta sar umiliato: anco questo
medesimo dixe la mia Verit. Dunque, giustamente, questi parvoli umili,
che per amore si sonno umiliati e facti subditi con vera e sancta
obbedienzia, non ricalcitrando a l'ordine e al loro prelato, sonno
exaltati da me, sommo ed etterno Padre, co' veri cittadini della vita
beata, dove sonno remunerati d'ogni loro fadiga, e in questa vita
gustano vita etterna.




CAPITOLO CLX

  Come li veri obedienti ricevono per uno cento e vita eterna. E che
     s'intende per quello uno e per quello cento.


--Conpiesi in loro la parola che dixe nel sancto Evangelio il dolce e
amoroso Verbo, unigenito mio Figliuolo, quando rispose a Pietro, che
l'aveva dimandato:--Maestro, noi aviamo lassato ogni cosa per lo tuo
amore e noi medesimi, e aviamo seguitato te: che ci darai?--La Verit
mia rispose:--Darvi per uno cento, e vita etterna possederete.--Quasi
volesse dire la mia Verit:--Ben hai facto Pietro, ch in altro modo non
mi potevi seguitare; ma Io in questa vita te ne dar, per uno, cento.--E
quale  questo cento, dilectissima figliuola, che, di po' questo,
sguita vita etterna? Di quale intese e dixe la mia Verit? Di
substanzia temporale? No, propriamente (poniamo che alcuna volta ne
l'elimosiniere Io facci multiplicare i beni temporali); ma di quali? Di
quello che d la propria sua volont, che  una volont, Io ne gli
rendo cento per questa una. Perch ti pongo numero di cento? Perch
cento  numero perfecto, e non puoi agiognervi pi, se tu non ti
ricominci al primo. Cos la carit  perfectissima sopra tucte l'altre
virt, ch non si pu salire ad virt pi perfecta. Ricominciti bene al
cognoscimento di te, e cresci numero di centonaia in merito, ma tu
giogni pure al numero del cento. Questo  quello cento, che  dato a
quelli che hanno dato l'uno della loro volont e ne l'obbedienzia
generale e in questa particulare; e con questo cento avete vita etterna,
per che solo la carit  quella che entra dentro come donna,
menandosene seco il fructo di tucte l'altre virt (ed esse rimangono di
fuore), in me, vita durabile, in cui essi gustano vita etterna, per che
Io so' essa vita etterna. Non ci saglie la fede, perch essi hanno
quello, per pruova e in essenzia, che hanno creduto per fede; n la
speranza, ch essi sonno in possessione di quello che hanno sperato; e
cos tucte l'altre virt. Solo la carit entra come reina e possiede me,
suo possessore. Vedi dunque che questi parvoli ricevono per uno cento, e
vita etterna con esso, ricevendo qui el fuoco della divina carit, posto
per lo numero del cento, come decto . E perch da me hanno ricevuto
questo cento, stanno in admirabile allegrezza cordiale. Perch nella
carit non cade tristizia, ma allegrezza: fa el cuore largo e liberale,
e non doppio n strecto. L'anima, che  ferita di questa dolce saetta,
non mostra una in faccia e in lingua, e un'altra abbi nel cuore; non
serve, n fa fictivamente e con ambizione al proximo suo, per che la
carit  aperta a ogni creatura. E per l'anima, che la possiede, non
cade in pena n in tristizia afflictiva, n si scorda de l'obbedienzia,
ma  obbediente infino a la morte.




CAPITOLO CLXI

  De la perversit, miserie e fadighe de lo inobediente. E de'
     miserabili fructi che procedono da la inobedienzia.


--El contrario fa il miserabile disobbediente, che sta nella navicella
de l'ordine con tanta pena a s e ad altrui, che in questa vita gusta
l'arra de l'inferno. Egli sta sempre in tristizia, confusione e stimolo
di conscienzia, con dispiacimento de l'ordine e del prelato suo;
incomportabile  a se medesimo. Or che  a vedere, figliuola mia, quello
che ha presa la chiave de l'obbedienzia de l'ordine con la
disobbedienzia, alla quale egli s' facto schiavo, e la disobbedienzia
ha facta donna, con la compagna della inpazienzia, nutricata dalla
superbia col proprio piacere. La quale superbia decto  che esce
dall'amore proprio di s. Tucto si rivolle in contrario ad quello che
decto t'ho della vera obbedienzia; e come pu questo misero stare altro
che in pena, che  privato della carit? Conviengli chinare il capo
della volont sua per forza; e la superbia gli li tiene ritto. Tucte le
sue volont si discordano dalla volont de l'ordine. Egli li comanda
l'obbedienzia, ed egli ama la disobbedienzia; la povert volontaria, ed
egli la fugge, possedendo e desiderando la ricchezza; vuole continenzia
e purit, ed egli inmondizia. Trapassando questi tre voti, figliuola
mia, il religioso cade in ruina e in tanti miserabili difecti, che
l'aspecto suo non pare religioso, ma uno dimonio incarnato, s come in
un altro luogo Io ti narrai pi distesamente. Non lassar per che
alcuna cosa non te ne conti dello inganno loro e del fructo che traggono
della disobbedienzia, a comendazione ed exaltazione de l'obbedienzia.

Questo misero  ingannato dal proprio amore, perch l'occhio de
l'intellecto suo s' posto, con fede morta, nel piacere della propria
volont e nelle cose del mondo. Ha saltato il mondo col corpo e
rimastovi con l'affecto. E perch gli pare fadiga l'obbedienzia, vuole
disobbedire per fuggire fadiga; e egli cade in maxima fadiga, ch pure
obbedire gli conviene o per forza o per amore. Meglio gli era, e meno
fadiga, a fare l'obbedienzia per amore che senza amore.

Oh! come  ingannato! E neuno  che lo inganni, se non egli medesimo.
Volendo piacersi, egli si dispiace, dispiacendoli le sue operazioni
stesse, che far per l'obbedienzia che gli  posta. Volendo stare in
grande dilecto e farsi vita etterna in questa vita, e l'ordine vuole che
egli sia perregrino, e continuamente glil dimostra, ch, quando egli s'
posto in uno luogo a sedere, dove vorrebbe stare per piacere e dilecto
che egli vi truova, egli  mutato. Nella mutazione ha pena, perch la
volont sua era viva a non volere. E, se egli non obbedisce, e egli 
suggecto a convenirli portare la disciplina e fadiga de l'ordine; e cos
sta in continuo tormento.

Vedi dunque che s'inganna: volendo fuggire le pene, cade intro le pene,
perch la ciechit sua non el lassa cognoscere la via della vera
obbedienzia, che  una via di verit, fondata ne l'obbediente Agnello,
unigenito mio Figliuolo, che gli tolle la pena. E per va per la via
della bugia, credendovi trovare dilecto, e egli vi truova pena e
amaritudine. Chi vel guida? L'amore, che egli ha, per la propria
passione, al disobbedire. Questi, come stolto, vuole navicare in questo
mare tempestoso sopra le braccia sue, fidandosi nel suo misero sapere; e
non vuole navigare sopra le braccia de l'ordine e del prelato suo.
Questi sta bene nella navicella de l'ordine corporalmente, ma non
mentalmente: anco n' escito per desiderio, non observando l'ordinazioni
n i costumi de l'ordine n i tre voti promessi, che egli promisse,
nella sua professione, d'observare. Egli sta nel mare della tempesta
percosso dai venti molto contrari alla navicella. Sta actaccato solo per
li panni, portando l'abito in sul corpo, ma non in cuore.

Questo non  frate, ma uno uomo vestito: uomo in forma, ma in effecto e
nel vivere suo  peggio che animale. E non vede egli che pi fadiga gli
 a navicare con le sue braccia che con l'altrui? E non vede egli
ch'egli sta a pericolo di morte etternale, come il panno si staccasse
dalla navicella, che, subbito che fusse staccato col mezzo della morte,
non avarebbe pi rimedio? No, che egli nol vede: perch con la nuvila
de l'amore proprio, unde gli  venuta la disobbedienzia, s' privato del
lume che non el lassa vedere e' guai suoi. Adunque miserabilemente
s'inganna.

Che fructo produce l'arbore di questo misero? Fructo di morte, perch ha
piantata la radice de l'affecto suo nella superbia, che egli ha tracta
del piacere e amore proprio di s. E per ogni cosa n'esce corrocto. E'
fiori, le foglie e il fructo e i rami de l'arbore tucti sono guasti. E'
tre rami, che ha questo arbore, sonno guasti, cio il ramo de
l'obbedienzia, povert e continenzia, che sonno tre rami che si
contengono nel pedone de l'affecto, el quale  male piantato, come decto
. Le foglie che produce questo arbore, che sono le parole, sonno
corrocte per s facto modo che nella bocca d'uno ribaldo secolare non
starebbero. E, s'egli avar ad anunziare la parola mia, egli la gitta
con parlare polito, none schiecto ch'egli actenda a psciare l'anime di
questo seme della mia parola, ma parlare molto politamente.

Se tu raguardi e' fiori di questo arbore, essi gittano puzza: ci sonno
le varie e diverse cogitazioni, le quali voluntariamente riceve con
dilecto e piacimento, non fuggendo el luogo n le vie che vel fanno
venire; anco le cerca per potere venire a compimento del peccato, el
quale  uno fructo che l'uccide, tollegli la vita della grazia e dgli
morte etternale. E che puzza gitta questo fructo generato col fiore de
l'arbore? Gitta puzza di disobbedienzia; col pensiero del cuore vuole
investigare e giudicare in male la volont del prelato suo: gitta
inmondizia, dilectandosi con molte conversazioni col miserabile vocabolo
delle divote.

O misero, tu non t'avedi che, socto il colore della devozione, riescirai
con la brigata de' figliuoli! Questo ti d la disobbedienzia tua. Non
hai presi e' figliuoli delle virt, s come fa il vero obbediente. Egli
cerca d'ingannare il prelato suo, quando vede che gli diniega quello che
la perversa sua volont vorrebbe, usando le foglie delle parole
lusinghevoli o aspre, parlando inreverentemente e con rimproverio. Egli
non conporta il fratello suo, n pu sostenere una piccola parola n
riprensione che gli fusse facta; ma subbito traie fuore il fructo
avelenato della inpazienzia, ira e odio verso il fratello suo,
giudicando in suo male quello che egli ha facto in suo bene; e, cos
scandalizzato, vive in pena l'anima e 'l corpo.

Perch  dispiaciuto al fratello suo? Perch piacque a s
sensitivamente. Egli fugge la cella come fusse uno veleno, perch egli 
escito della cella del cognoscimento di s, per la qual cosa egli venne
a disobbedienzia: per non pu stare nella cella actuale. Nel refectorio
non vuole apparire, se non come a suo nemico, mentre che egli ha che
spendere: non avendo che, la necessit vel mena. Bene fecero dunque gli
obbedienti, che volsero observare il voto della povert per non avere
che spendere, acci che non gli traesse della soave mensa del
refectorio, dove l'obbediente notrica in pace e in quiete l'anima e 'l
corpo. Non ha pensiere d'apparechiare n provedersi come il misero; el
quale misero, al gusto suo, il visitare il refectorio gli pare amaro, e
per il fugge.

Al coro sempre vuole essere l'ultimo a intrare e il primo che n'esca.
Con le labbra sue s'appressima a me, e col cuore se ne dilunga. Il
capitolo, per timore della penitenzia, il fugge volontieri quando egli
pu: lo starvi fa come se fusse suo nemico mortale, con vergogna e
confusione nella mente sua (quello che nel commectere le colpe non ebbe,
non vergognandosi di commectere la colpa de' peccati mortali). Chi ne
gli  cagione? La disobbedienzia. Egli, non vigilia n orazione, e non
tanto l'orazione mentale, ma spesse volte l'officio, ad che egli 
obligato, non il dir; non carit fraterna, ch egli non ama altro che
s, non d'amore ragionevole, ma d'amore bestiale. Tanti sonno e' mali
che gli caggiono in capo al disobbediente, tanti sono i dolorosi fructi
suoi, che la lingua tua non gli potrebbe narrare!

Oh disobbedienzia, che spogli l'anima d'ogni virt e vestila d'ogni
vizio! Oh disobbedienzia, che privi l'anima del lume de l'obbedienzia,
tollile la pace e da'le la guerra, tollile la vita e da'le la morte,
traendola della navicella de l'observanzie de l'ordine, affoghila nel
mare, facendola notare sopra le braccia sue e non sopra quelle de
l'ordine. Tu la vesti d'ogni miseria, fa'la morire di fame, tollendole
il cibo del merito de l'obbedienzia. Tu le di continua amaritudine, e
privila d'ogni dilecto di dolcezza e d'ogni bene, e fa'la stare in ogni
male. In questa vita le fai portare l'arra de' crociati tormenti; e, se
egli non si corregge inanzi ch'e' panni si stacchino dalla navicella col
mezzo della morte, tu, disobbedienzia, conduci l'anima a l'etterna
danpnazione con le demonia, che caddero di cielo perch furono ribelli a
me e andarono nel profondo. Cos tu, disobbediente, perch se' stato
ribello a l'obbedienzia; e questa chiave, con che dovevi aprire la porta
del cielo, tu l'hai gittata da te, e con la chiave della disobbedienzia
hai aperto lo 'nferno.




CAPITOLO CLXII

  De la inperfeczione di quelli che tiepidamente vivono ne la
     religione, avengach si guardino da peccato mortale. E del remedio
     da uscire de la loro tiepiditade.


--O carissima figliuola, e quanti sonno questi cotali che al d d'oggi
si pascono in questa navicella? Molti: unde pochi sonno e' contrari,
cio i veri obbedienti.  vero che tra e' perfecti e questi miserabili
ci ha assai di quegli che si vivono ne l'ordine comunemente, che n
perfecti sonno, come essi debbono essere, n gattivi sonno, cio che
pure conservano la conscienzia loro che non peccano mortalmente, stanno
in tiepidezza e freddezza di cuore. E se essi non exercitano un poco la
vita loro con l'observanzie de l'ordine, stanno a grande pericolo; e
per l' bisogno molta sollicitudine, e non dormire, e levarsi dalla
tiepidezza loro. Ch, se essi vi permangono, sonno acti a cadere. E se
pure non cadessero, staranno con uno loro parere e piacere umano,
colorato col colore de l'ordine, studiandosi pi d'observare le
cirimonie de l'ordine che propriamente l'ordine. E spesse volte, per
poco lume, saranno acti a cadere in giudicio in quegli che pi
perfectamente di loro observano l'ordine, e in meno perfeczione le
cirimonie, delle quali e' si fanno observatori.

S che, in ogni modo,  loro nocivo a permanere ne l'obbedienzia comune,
cio che freddamente passano l'obbedienzia loro, con molta fadiga e con
molta pena. Per che al cuore freddo pare fadigoso a portare: portano
fadiga assai, con poco fructo; offendono la loro perfeczione, nella
quale essi sonno intrati e sonno tenuti d'observarla; e, poniamo che
faccino meno male che gli altri de' quali Io t'ho contato, pure male
fanno: ch essi non si partirono dal secolo per stare con la chiave
generale de l'obedienzia, ma per diserrare il cielo con la chiavicella
de l'obbedienzia de l'ordine, la quale chiavicella debba essere col
funicello della vilt, avilendo se medesimo, e col cingolo de l'umilit,
come decto , tenerla strecta nella mano de l'affocato amore.

Sappi, carissima figliuola, che essi sono bene acti a giognere alla
grande perfeczione, se essi vogliono, perch vi sonno pi presso che
gli altri miseri. Ma in un altro modo sonno pi malagevoli questi, nel
grado loro, a levarli dalla loro inperfeczione, che lo iniquo, nel suo
grado, della sua miseria. E sai tu perch? Perch questo si vede
manifestamente che egli fa male, e la conscienzia glil manifesta; unde
per l'amore proprio di s, che l'ha indebilito, non si sforza ad escire
di quella colpa che egli vede, con uno lume naturale, che egli fa male
quel che fa. Unde chi el dimandasse:--E non fai tu male di fare
questo?--Direbbe:--S, ma  tanta la mia fragilit, che non pare ch'io
ne possa escire.--Bench egli non dice il vero, ch con l'aiutorio mio
ne pu escire, se vuole; nondimeno pur cognosce che fa male: col quale
cognoscimento gli  agevole a potern'escire, se vuole.

Ma questi tiepidi, che n un grande male fanno n uno grande bene, non
cognoscono la freddezza dello stato loro, n in quanto dubbio stanno.
Non cognoscendola, non si curano di levarsene n curano che lo' sia
mostrato; essendo lo' mostrato, per la freddezza del cuore loro, si
rimangono legati nella loro longa consuetudine e usanza.

Che modo ci sar in costoro di farli levare? Che tolgano le legna del
cognoscimento di s, con odio del proprio piacimento e reputazione, e
mettanle nel fuoco della divina mia carit; sposando di nuovo, come se
allora allora intrassero ne l'ordine, la sposa della vera obbedienzia
con l'anello della sanctissima fede, e non dormano pi in questo stato,
ch'egli  molto spiacevole a me e danno a loro. Drictamente si potrebbe
dire a loro quella parola: Maladecti tiepidi! che almen fuste voi pur
ghiacci. Se voi non vi correggete, sarete vomicati dalla bocca mia, per
quello modo che decto t'ho. Ch, non levandosi, sonno acti a cadere; e,
cadendo, sarebbono reprovati da me. Innanzi vorrei che fuste ghiacci:
cio che inanzi vi fuste stati nel secolo con l'obbedienzia generale, la
quale, a rispecto del fuoco de' veri obbedienti, si mostra quasi uno
ghiaccio; e per dixi: almeno fuste voi pure ghiacci. Hotti dichiarata
questa parola, acci che in te non cadesse errore di credere ch'Io el
volesse pi tosto nel ghiaccio del peccato mortale che nella tiepidezza
della inperfeczione. No, ch io non posso volere colpa di peccato, ch
in me non  questo veneno: anco mi dispiacque tanto ne l'uomo, che Io
non volsi che passasse senza punizione, ch, non essendo l'uomo
sufficiente a portare la pena che gli seguitava doppo la colpa, mandai
el Verbo de l'unigenito mio Figliuolo. Egli con l'obbedienzia la fabric
sopra el Corpo suo.

Levinsi dunque con exercizio, con vigilia, con umile e continua
orazione; specchinsi ne l'ordine loro e ne' padroni di questa navicella,
che sonno stati uomini come eglino, nutricati d'un medesimo cibo, nati
in uno medesimo modo. E quello Dio so' ora, che allocta. La potenzia mia
non  infermata, la mia volont non  diminuita in volere la salute
vostra, n la sapienzia mia in darvi lume, acci che cognosciate la mia
verit. Adunque possono, se egli vogliono, pure che se l'arrechino
dinanzi a l'occhio de l'intellecto, privandosi della nuvila de l'amore
proprio, e col lume corrano co' perfecti obbedienti. Con questo ci
giogneranno; in altro modo, no: s che il remedio ci .




CAPITOLO CLXIII

  De la excellenzia de la obedienzia, e de' beni che d a chi in
     verit la piglia.


--Questo  quello vero remedio che tiene il vero obbediente; e ogni d
di nuovo il tiene, augmentando la virt de l'obbedienzia col lume della
fede, desiderando scherni e villanie e che gli sieno imposti e' grandi
pesi dal prelato suo, perch la virt de l'obbedienzia e la pazienzia
sua sorella non irrugginiscano, acci che, nel tempo che le bisognano
adoperare, elle non venissero meno o desserli molta malagevolezza; e
per continuamente suona lo stormento del desiderio e non lassa passare
il tempo, perch n'ha fame.  una sposa sollicita, che non vuole stare
oziosa. Oh obbedienzia dilectevole, oh obbedienzia piacevole,
obbedienzia soave; obbedienzia illuminativa, perch hai levata la
tenebre del proprio amore; obbedienzia che vivifichi, dando, ne l'anima,
la vita de la grazia, che te ha electa per sposa, toltole la morte della
volont propria, che d guerra e morte ne l'anima! Tu se' larga, ch
d'ogni creatura che ha in s ragione ti fai subdita. Tu se' benigna e
pietosa: con benignit e mansuetudine porti ogni grande peso, perch se'
acompagnata con la fortezza e vera pazienzia. Tu se' coronata della
corona della perseveranzia; tu non vieni meno per la inportunit del
prelato n per grandi pesi che egli ti ponesse senza discrezione, ma col
lume della fede ogni cosa porti. Tu se' s legata con la umilit, che
neuna creatura la pu trare della mano del sancto desiderio de l'anima
che ti possiede.

E che diremo, dilectissima e carissima figliuola, di questa
excellentissima virt? Diremo che ella  uno bene senza veruno male; sta
nella nave, nascosta, che neuno vento contrario le pu nuocere; fa
navicare l'anima sopra le braccia de l'ordine e del prelato, e non sopra
le sue, perch il vero obbediente non ha a rendare ragione di s a me,
ma il prelato di cui egli  stato subdito.

Inamrati, dilectissima figliuola, di questa gloriosa virt. Vuogli tu
essere grata de' benefizi ricevuti da me, Padre etterno? Sia
obbediente, per che l'obbedienzia ti mostra se tu se' grata, perch
procede dalla carit. Ella ti mostra se tu non se' ignorante, perch
procede dal cognoscimento della mia verit. Unde ella  uno bene
cognosciuto nel Verbo, el quale v'insegn la via de l'obbedienzia come
vostra regola, facendosi obbediente infino all'obrobriosa morte della
croce, nella cui obbedienzia (che fu la chiave che diserr il cielo) 
fondata l'obbedienzia, data a voi, generale e questa particulare, s
come nel principio del tractato di questa obbedienzia Io ti narrai.

Questa obbedienzia d uno lume ne l'anima: mostra che ella  fedele a me
ed  fedele a l'ordine e al prelato suo. Nel quale lume della
sanctissima fede ha dimenticato s, non cercando s per s, perch ne
l'obbedienzia, acquistata col lume della fede, ha mostrato che nella
volont sua egli  morto a ogni proprio sentimento. Il quale sentimento
sensitivo cerca le cose altrui e non le sue, come fa il disobbediente,
che vuole investigare la volont di chi li comanda e giudicarla secondo
il suo basso parere e vedere tenebroso, ma non la sua perversa volont
che gli d morte. Il vero obbediente, col lume della fede, ha giudicata
la volont del suo prelato in bene, e per non cerca la volont sua, ma
china il capo, e con l'odore della vera e sancta obbedienzia notrica
l'anima sua. E tanto cresce ne l'anima questa virt, quanto si dilata
nel lume della sanctissima fede: ch con quello lume della fede col
quale l'anima cognosce s e me, con quello m'ama e s'aumilia. E quanto
pi ama ed  umiliata, tanto pi  obbediente; e l'obbedienzia con la
pazienzia sua sorella dimostrano se l'anima in verit  vestita del
vestimento nupziale della carit, col quale vestimento intrate in vita
etterna.

Unde l'obbedienzia diserra il cielo e rimane di fuore; e la carit, che
diede questa chiave, entra dentro col fructo de l'obbedienzia. Ogni
virt, s com'Io ti dixi, rimane di fuore, e questa entra dentro; ma
all'obbedienzia l' apropriato che ella  chiave che v'opre, perch con
la disobbedienzia del primo uomo fu serrato il cielo, e con
l'obbedienzia dell'umile e fedele e inmaculato Agnello, unigenito mio
Figliuolo, fu diserrata vita etterna, che tanto tempo era stata
serrata.




CAPITOLO CLXIV

  Distinczione di due obedienzie, cio di quella de' religiosi e di
     quella che si rende ad alcuna persona fuore de la religione.


--S come decto t'ho, egli ve la lasse per regola e per doctrina,
dandovela come chiave con che poteste aprire per giognere al fine
vostro. Egli ve la lass per comandamento nella generale obbedienzia.
Egli ve ne consiglia, consigliandovi se voi volete andare alla grande
perfeczione e passare per lo sportello strecto, come decto , de
l'ordine. E anco di quegli che non hanno ordine e nondimeno sonno nella
navicella della perfeczione (ci sonno quelli che observano la
perfeczione de' consigli fuore de l'ordine) hanno rifiutato le ricchezze
e le pompe del mondo actuali e mentali e observano la continenzia: chi
sta in stato virginale e chi ne l'odore della continenzia, essendo
privati della virginit. Essi observano l'obbedienzia sottomectendosi,
s come in un altro luogo Io ti dixi, ad alcuna creatura, alla quale
s'ingegnano, con perfecta obbedienzia, obbedirle infino alla morte. E se
tu mi dimandassi quale  di maggiore merito, o quegli che sta ne
l'ordine o questi, Io ti rispondo che 'l merito de l'obbedienzia non 
misurato ne l'acto n nel luogo n in cui, pi in buono che in gattivo,
pi in secolare che in religioso; ma, secondo la misura de l'amore che
ha l'obbediente, con questa misura gli  misurato. Ch al vero
obbediente la inperfeczione del prelato gattivo non gli nuoce: anco
alcuna volta gli giuova, perch con la persecuzione e con pesi
indiscreti della grave obbedienzia acquista la virt de l'obbedienzia e
la pazienzia sua sorella. N il luogo inperfecto non gli nuoce.
Inperfecto, dico, ch pi perfecta e pi ferma e stabile cosa  la
religione che veruno altro stato: e per ti pongo inperfecto il luogo di
questi che hanno la chiave piccola de l'obbedienzia, observando i
consigli fuore de l'ordine; ma non ti pongo inperfecta n di meno merito
la loro obbedienzia, perch ogni obbedienzia, come decto , e ogni altra
virt  misurata con la virt de l'amore.

 ben vero che in molte altre cose, s per lo voto che egli fa nelle
mani del prelato suo e s perch sostiene pi, pi e meglio gli 
provata la obbedienzia ne l'ordine che fuore de l'ordine; per che ogni
acto corporale gli  legato a questo giogo e non si pu sciogliere,
quando egli vuole, senza colpa di peccato mortale, perch  approvato
dalla sancta Chiesa e facto voto. Ma questi non  cos: egli s' legato
volontariamente, per amore che egli ha all'obbedienzia, ma non con voto
solempne; unde, senza colpa di peccato mortale, si potrebbe partire
dall'obbedienzia di quella creatura, avendo legiptime cagioni che per lo
suo difecto egli non si partisse. Ma, se si partisse per suo difetto,
non sarebbe senza gravissima colpa: non per obligato a peccato mortale,
propriamente, per quello partire. Sai tu quanto ha da l'uno a l'altro?
Quanto da colui che tolle l'altrui, a quello che ha prestato e poi
ritolle quello che per amore aveva donato, con intenzione per di non
richiederlo, ma carta non ne fa affermativamente. Ma quelli ha donato e
tractane la carta nella professione, unde nelle mani del prelato
renunzia a se medesimo e promecte d'observare obbedienzia e continenzia
e povert volontaria. E il prelato promecte a lui, se egli observa
infino alla morte, di darli vita etterna.

S che in observanzia, in luogo e in modo, quella  pi perfecta, e
questa  meno perfecta: quella  pi sicura, e, cadendo,  pi acto a
rilevarsi perch ha pi aiuto; e questa  pi dubbiosa e meno sicura, e
pi acto, s'egli viene caduto, a voltare il capo a dietro, perch non si
sente legato per voto facto in professione, come sta il relegioso prima
che sia professo, che infino alla professione si pu partire, ma poi no.
Ma il merito, t'ho decto e dico, che egli  dato secondo la misura de
l'amore del vero obbediente, acci che ogniuno, in qualunque stato egli
si sia, possa perfectamente avere il merito, avendolo posto solo ne
l'amore.

Cui chiamo in uno stato e cui in uno altro, secondo che ciascuno  acto
a ricevare; ma ogniuno s'empie con questa misura decta de l'amore. Se il
secolare ama pi che il religioso, pi riceve; e cos il religioso pi
che 'l secolare, e cos tucti gli altri.




CAPITOLO CLXV

  Come Dio non merita secondo la fadiga de l'obedienzia n secondo
     longhezza di tempo, ma secondo la grandezza de la carit. E de la
     prontitudine de' veri obedienti, e de' miracoli che Dio ha mostrati
     per questa virt. E de la discrezione nell'obedire, e dell'opere e
     del premio del vero obediente.


--Tucti v'ho messi nella vigna de l'obbedienzia a lavorare in diversi
modi. A ogniuno gli sar dato il prezzo secondo la misura de l'amore e
non secondo l'operazione n misura del tempo; cio che pi abbi colui
che viene per tempo, che quello che viene tardi, s come si contiene nel
sancto Evangelio. Ponendovi la mia Verit l'exemplo di quelli che
stavano oziosi e furono messi dal Signore a lavorare nella vigna sua: e
tanto die' a quelli che andarono all'aurora quanto a quelli della prima,
e tanto a quelli della terza e a quegli che andro a sexta, a nona e a
vesparo quanto a' primi; mostrandovi la mia Verit che voi ste
remunerati non secondo il tempo n opera, ma secondo la misura de
l'amore. Molti sonno messi nella puerizia loro a lavorare in questa
vigna: chi v'entra pi tardi, e chi nella sua vecchiezza. Questi ander
alcuna volta con tanto fuoco d'amore, perch si vedr la brevit del
tempo, che ringiugne quegli che intrarono nella loro puerizia, perch
sonno andati co' passi lenti. Adunque ne l'amore de l'obbedienzia riceve
l'anima il merito suo: ine empie il suo vasello in me, mare pacifico.

Molti sonno che tanto hanno pronpta questa obbedienzia e tanto l'hanno
incarnata dentro ne l'anima loro, che, non tanto che si pongano a volere
vedere il perch  loro comandato da colui che lo' comanda, ma a pena
che essi aspectino tanto che la parola gli esca della bocca, col lume
della fede intendono la intenzione del prelato loro. Unde il vero
obbediente obbedisce pi a la intenzione che a la parola, giudicando che
la volont del prelato sia nella volont mia, e per mia dispensazione e
volont comandi a lui; e per ti dixi che obbediva pi alla intenzione
che alla parola. Per obbedisce egli alla parola, perch prima obbediva
con l'affecto alla volont sua, vedendo col lume della fede e giudicando
la volont sua in me.

Bene il mostr quello di cui si legge in _Vita Patrum_, che prima
obbediva con l'affecto; ch, essendoli comandato dal prelato suo una
obbedienzia, avendo cominciato uno O, che  cos piccola cosa, non
die' tanto spazio a se medesimo che egli el volesse compire, ma subbito
fu pronpto a l'obbedienzia. Unde, per mostrare quanto m'era piacevole,
vi feci il segno, e comp l'altra met, scripto d'oro, la clemenzia mia.

Questa gloriosa virt  tanto piacevole a me che in neuna virt  in che
tanti segni e testimoni di miracoli siano dati da me quanti a lei,
perch ella procede dal lume della fede.

Per dimostrare quanto ella m' piacevole, la terra  obbediente a questa
virt, gli animali le sonno obbedienti, l'acqua sostiene l'obbediente. E
se tu ti vlli alla terra, a l'obbediente obbedisce, s come vedesti, se
bene ti ricorda d'avere lecto di quello discepolo, che, essendoli dato
uno legno secco dal suo abbate, ponendoli per obbedienzia che 'l dovesse
piantare nella terra e inaffiarlo ogni d, egli, obbediente, col lume
della fede, non si pose a dire:--Come sarebbe possibile?--ma, senza
volere sapere la possibilit, compi l'obbedienzia sua, intantoch, in
virt de l'obbedienzia e della fede, il legno secco rinverd e fece
fructo, in segno che quella anima era levata dalla secchezza della
disobbedienzia, e, rinverdita, germinava il fructo de l'obbedienzia.
Unde il pomo di quello legno era chiamato per li sancti padri el fructo
de l'obbedienzia.

E se tu raguardi negli animali, medesimamente. Unde quello discepolo,
mandato da l'obbedienzia, per la purit e obbedienzia sua prese uno
dragone e menollo a l'abbate suo. Ma l'abbate, come vero medico, perch
egli non venisse ad vento di vanagloria e per provarlo nella pazienzia,
il cacci da s con rimproverio, dicendo:--Tu, bestia, hai menata legata
la bestia.--

E se tu raguardi il fuoco, medesimamente. Unde tu hai nella sancta
Scriptura che molti, per non trapassare l'obbedienzia mia o per
obbedire a me promptamente, essendo messi nel fuoco, el fuoco non lo'
noceva, s come quelli tre fanciulli che stavano nella fornace, e di
molti altri e' quali si potrebbe contiare.

L'acqua sostenne Mauro, essendo mandato da l'obbedienzia a campare
quello discepolo che se n'andava gi per l'acqua. Egli non pens di s;
ma pens, col lume della fede, di compire l'obbedienzia del prelato suo.
Vassene su per l'acqua come andasse su per la terra, e campa il
discepolo.

In tucte quante le cose, se tu apri l'occhio de l'intellecto, trovarrai
che t' mostrata l'excellenzia di questa virt. Ogni altra cosa si debba
lassare per l'obbedienzia. Se fussi levata in tanta contemplazione e
unione di mente in me, che 'l corpo tuo fusse sospeso dalla terra,
essendoti inposta l'obbedienzia (parlandoti generalmente e non cosa
particulare, che non pone legge), potendo, tu ti debbi sforzare di
levarti per compire l'obbedienzia imposta. Pensa che da l'orazione tu
non ti debbi levare, quando egli  l'ora, se non per necessit o per
carit e obbedienzia. Questo ti dico, perch tu vegga quanto Io voglio
che la sia prompta ne' servi miei e quanto ella m' piacevole.

Ci che fa, l'obbediente si merita: se egli mangia, mangia
l'obbedienzia; se dorme, l'obbedienzia; se va, se sta, se digiuna e se
veghia, tucto fa l'obbedienzia; se egli serve il proximo, l'obbedienzia;
se egli  in coro o in refectorio o sta in cella, chi vel guida o fa
stare? L'obbedienzia, col lume della sanctissima fede, col quale lume si
gitt, morto a ogni sua propria volont, umiliato e con odio, nelle
braccia de l'ordine e del prelato suo. Con questa obbedienzia,
riposandosi nella nave, lassatosi guidare al prelato suo, ha navigato
nel mare tempestoso di questa vita con grande bonaccia, con mente serena
e tranquilit di cuore, perch l'obbedienzia, con la fede, ne trasse
ogni tenebre. Egli sta forte e sicuro, perch s'ha tolta la debilezza e
timore tollendosi la propria volont, dalla quale viene ogni debilezza e
disordenato timore.

E che mangia e beie questa sposa de l'obbedienzia? Mangia cognoscimento
di s e di me, cognoscendo s non essere, e il difecto suo, e me che so'
Colui che so', in cui gusta e mangia la mia verit, cognosciutala nella
mia Verit, Verbo incarnato. E che beie? Sangue: nel quale Sangue el
Verbo gli ha mostrata la verit mia e l'amore ineffabile che Io gli ho.
In esso Sangue mostra la obbedienzia sua posta a lui, per voi, da me,
suo Padre etterno, e per si innebria; e poi che  ebbra del Sangue e de
l'obbedienzia del Verbo, perde s e ogni suo parere e sapere, e possiede
me per grazia, gustandomi per affecto d'amore col lume della fede nella
sancta obbedienzia.

Tucta la vita sua grida pace; e nella morte riceve quello che nella
professione gli fu promesso dal prelato suo, cio vita etterna, visione
di pace e di somma ed etterna tranquilit e riposo: uno bene
inextimabile, che neuno  che 'l possa stimare n comprendere quanto
egli . Perch egli  infinito, da cosa minore non pu essere compreso
questo bene infinito, se non come il vasello che  messo nel mare, che
non comprende tucto il mare, ma quella quantit che egli ha in se
medesimo. El mare  quello che si comprende; e cos Io, mare pacifico,
so' solo Colui che mi comprendo e mi stimo, e del mio stimare e
comprendare godo in me medesimo. Il quale godere e bene, che Io ho in
me, participo a voi, a ogniuno secondo la misura sua. Io l'empio e non
la tengo vta. Dandole perfecta beatitudine, comprende e cognosce dalla
mia bont tanto quanto ne l' dato a cognoscere da me.

L'obbediente, dunque, col lume della fede nella verit, arso nella
fornace della carit, unto d'umilit, inebriato di Sangue, con la
sorella della pazienzia, e con la vilt avilendo se medesimo, con
fortezza e longa perseveranzia e con tucte l'altre virt, cio col
fructo delle virt, ha ricevuto il fine suo da me, suo Creatore.




CAPITOLO CLXVI

  Questa  una repetizione in somma quasi di tucto questo presente
     libro.


--Ora t'ho, dilectissima e carissima figliuola, satisfacto al desiderio
tuo dal principio in fino a l'ultimo de l'obbedienzia. Se bene ti
ricorda, dal principio mi dimandasti con ansietato desiderio (s come Io
ti feci dimandare per farti crescere il fuoco della mia carit ne
l'anima tua), tu mi dimandasti quatro petizioni. L'una per te, a la
quale Io ho satisfacto, alluminandoti della mia verit, mostrandoti in
che modo tu cognosca questa verit, la quale desideravi di cognoscere;
cio che col cognoscimento di te e di me, col lume della fede, ti
spianai in che modo tu venivi a cognoscimento della verit.

La seconda, che tu dimandasti, fu che Io facessi misericordia al mondo.

La terza, per lo corpo mistico della sancta Chiesa; pregandomi che Io
tollesse la tenebre e la persecuzione, volendo tu che Io punisse le
iniquit loro sopra di te. In questo ti dichiarai che neuna pena, che
sia data in tempo finito, pu satisfare alla colpa commessa contro a me,
bene infinito, puramente pur pena. Satisfa, se la pena  unita col
desiderio dell'anima e contrizione del cuore: il modo dichiarato te
l'ho. Anco t'ho risposto ch'Io voglio fare misericordia al mondo,
mostrandoti che la misericordia m' propria. Unde, per misericordia e
amore inextimabile ch'Io ebbi all'uomo, mandai el Verbo de l'unigenito
mio Figliuolo, el quale, per mostrartelo ben chiaramente, tel posi in
similitudine d'uno ponte che tiene dal cielo a la terra, per l'unione
della natura mia divina nella natura vostra umana.

Anco ti mostrai, per illuminarti pi della mia verit, come il ponte si
saliva con tre scaloni, cio con le tre potenzie de l'anima. E di questo
Verbo, ponte, mostrato a te, anco questi tre scaloni figurai nel corpo
suo, s come tu sai, per li piei, per lo costato e per la bocca; ne'
quali posi tre stati de l'anima: lo stato inperfecto, e lo stato
perfecto, e lo stato perfectissimo, dove l'anima giogne alla excellenzia
de l'unitivo amore. In ogniuno t'ho mostrato chiaramente quella cosa che
le tolle la inperfeczione e falla giognere alla perfeczione, e per che
via si va; e degli occulti inganni del dimonio, e del proprio amore
spirituale; e parlatoti, in questi stati, di tre reprensioni che fa la
mia clemenzia: l'una ti posi facta nella vita, l'altra nella morte in
quelli che senza speranza muoiono in peccato mortale (de' quali Io ti
posi che andavano socto al ponte per la via del dimonio, contandoti
delle miserie loro), e la terza de l'ultimo giudicio generale. E
parla'ti alcuna cosa della pena de' danpnati, e della gloria de' beati,
quando avar riavuto ogniuno la dota del corpo suo.

Anco ti promissi e promecto che col molto sostenere de' servi miei
riformar la sposa mia. Invitandovi a sostenere, lamentandomi teco delle
iniquit loro, e mostrandoti l'excellenzia de' ministri nella quale Io
gli ho posti, e la reverenzia ch'Io richieggo che i secolari abbino a
loro, mostrandoti la cagione perch, per loro difetto, non debba
diminuire la reverenzia in loro; e quanto m' spiacevale il contrario. E
della virt di quelli che vivevano come angeli, toccandoti, insieme con
questo, de l'excellenzia del sacramento.

Anco sopra i decti stati, volendo tu sapere degli stati delle lagrime e
unde elle procedono, tel narrai, e acorda'teli con questi. E decto t'ho
che tucte le lagrime escono della fontana del cuore, e ordinatamente
t'ho assegnato perch. Di quatro stati di lagrime, e della quinta che
germina morte, anco ti contai.

Hotti risposto alla quarta petizione di quello che mi pregasti: ch'Io
provedesse al caso particulare advenuto. Io providdi, s come tu sai.
Sopra questo t'ho dichiarata la providenzia mia in generale e in
particulare, facendomi dal principio della creazione del mondo infino a
l'ultimo, come ogni cosa ho facta e fo con divina providenzia, dando e
permectendo ci ch'Io do, e tribulazioni e consolazioni temporali e
spirituali. E ogni cosa  data per vostro bene, perch siate
sanctificati in me e la verit mia si compia in voi. Perch la mia
verit fu questa: che Io vi creai perch aveste vita etterna, la quale
verit v' facta manifesta col sangue del Verbo, unigenito mio
Figliuolo.

Anco t'ho, ne l'ultimo, satisfacto al desiderio tuo e a quello ch'Io ti
promissi di narrare della perfeczione de l'obbedienzia e della
inperfeczione della disobbedienzia, e unde ella viene, e che ve la
tolle. Hottela posta per una chiave generale, e cos . E decto t'ho
della particulare, e de' perfecti e degl'imperfecti, di quegli de
l'ordine e di quelli fuore de l'ordine, d'ogniuno distintamente; della
pace che d l'obbedienzia e della guerra che d la disobbedienzia, e
quanto s'inganna il disobbediente, ponendoti che la morte venne nel
mondo per la disobbedienzia di Adam.

Ora Io, Padre etterno, somma ed etterna verit, ti conchiudo che ne
l'obbedienzia del Verbo, unigenito mio Figliuolo, avete la vita. E come
tucti dal primo uomo vecchio contraeste la morte, cos tucti, chi vuole
portare la chiave de l'obbedienzia, avete contracta la vita da l'uomo
nuovo, Cristo dolce Ies, di cui Io v'ho fatto ponte, perch era rocta
la strada del cielo.

Ora Io t'invito ad pianto te e gli altri servi miei; e, col pianto, con
l'umile e continua orazione, voglio fare misericordia al mondo. Corre
per questa strada della verit, morta, acci che non sia poi ripresa
andando tu lentamente; ch pi ti sar richiesto da me ora, che prima,
perch ho manifestato me medesimo a te nella verit mia. Guarda che tu
non esca mai della cella del cognoscimento di te; ma in questa cella
conserva e spende il tesoro che Io t'ho dato. Il quale  una doctrina di
verit, fondata in su la viva pietra, Cristo dolce Ies, vestita di luce
che discerne la tenebre. Di questa ti veste, dilectissima e dolcissima
figliuola, in verit.




CAPITOLO CLXVII

  Come questa devotissima anima, ringraziando e laudando Dio, fa
     orazione per tucto el mondo e per la Chiesa sancta. E, comendando
     la virt de la fede, fa fine a questa opera.


Alora quella anima, avendo veduto con l'occhio de l'intellecto, e col
lume della sanctissima fede cognosciuta la verit e la excellenzia de
l'obbedienzia, uditala con sentimento e gustatala per affecto, con
spasimato desiderio, speculandosi nella divina maest, rendeva grazie a
lui, dicendo:

--Grazia, grazia sia a te, Padre etterno, che tu non hai spregiata me,
factura tua, n voltata la faccia tua da me, n spregiati e' miei
desidri. Tu, luce, non hai raguardato alla mia tenebre; tu, vita, non
hai raguardato a me, che so' morte; n tu, medico, alle gravi mie
infermit; tu, purit etterna, a me, che so' piena di loto di molte
miserie; tu, che se' infinito, a me, che so' finita; tu, sapienzia, a
me, che so' stoltizia.

Per tucti quanti questi ed altri infiniti mali e difecti che sonno in
me, la tua sapienzia, la tua bont, la tua clemenzia e il tuo infinito
bene non m'ha spregiata. Ho cognosciuta la verit nella tua clemenzia,
ho trovato la carit tua e dileczione del proximo. Chi t'ha costretto?
Non le mie virt, ma solo la carit tua. Quello medesimo amore ti
costringa ad illuminare l'occhio de l'intellecto mio nel lume della
fede, a ci che io cognosca e intenda la verit tua, manifestata a me.
Dammi che la memoria sia capace a ritenere i benefizi tuoi, la volont
arda nel fuoco della tua carit; el quale fuoco facci germinare e
gittare al corpo mio sangue, e con esso sangue, dato per amore del
Sangue, e con la chiave de l'obbedienzia io diserri la porta del cielo.
Questo medesimo t'adimando cordialmente per ogni creatura che ha in s
ragione, e in comune e in particulare e per lo corpo mistico della
sancta Chiesa. Io confesso, e non lo niego, che tu m'amasti prima che io
fusse, e che tu m'ami ineffabilemente come pazzo della tua creatura.

O Trinit etterna! O Deit, la quale Deit, natura tua divina, fece
valere el prezzo del sangue del tuo Figliuolo! Tu, Trinit etterna, se'
uno mare profondo, che quanto pi c'entro tanto pi truovo, e quanto pi
truovo pi cerco di te. Tu se' insaziabile, ch, saziandosi l'anima ne
l'abisso tuo, non si sazia, perch sempre rimane nella fame di te,
Trinit etterna, desiderando di vederti col lume nel tuo lume. S come
desidera il cervio la fonte de l'acqua viva, cos desidera l'anima mia
d'escire della carcere del corpo tenebroso e vedere te in verit. Oh
quanto tempo sar nascosta la faccia tua agli occhi miei! O Trinit
etterna, fuoco e abisso di carit, dissolve oggimai la nuvila del corpo
mio! Il cognoscimento, che tu hai dato di te a me nella verit tua, mi
costrigne a desiderare di lassare la gravezza del corpo mio e dare la
vita per gloria e loda del nome tuo. Per che io ho gustato e veduto,
col lume dello intelletto nel lume tuo, l'abisso tuo, Trinit etterna, e
la bellezza della creatura tua. Unde, raguardando me in te, vidi me
essere imagine tua, donandomi la potenzia di te, Padre etterno, e della
sapienzia tua ne l'intellecto, la quale sapienzia  apropriata a
l'unigenito tuo Figliuolo. Lo Spirito sancto, che procede da te e dal
Figliuolo tuo, m'ha data la volont, ch so' acta ad amare. Tu, Trinit
etterna, se' factore; e io, tua factura, ho cognosciuto, nella
recreazione che mi facesti nel sangue del tuo Figliuolo, che tu se'
innamorato della bellezza della tua factura.

O abisso, o Deit etterna, o mare profondo! E che pi potevi dare a me
che dare te medesimo? Tu se' fuoco che sempre ardi e non consumi; tu se'
fuoco che consumi nel calore tuo ogni amore proprio de l'anima; tu se'
fuoco che tolli ogni freddezza; tu allumini; col lume tuo m'hai facta
cognoscere la tua verit; tu se' quello lume sopra ogni lume, col quale
lume di a l'occhio de l'intellecto lume sopranaturale, in tanta
abondanzia e perfeczione che tu chiarifichi el lume della fede, nella
quale fede veggo che l'anima mia ha vita, e in questo lume riceve te,
lume. Nel lume della fede acquisto la sapienzia nella sapienzia del
Verbo del tuo Figliuolo; nel lume della fede so' forte, costante e
perseverante; nel lume della fede spero: non mi lassa venire meno nel
camino. Questo lume m'insegna la via, e senza questo lume andarei in
tenebre; e per ti dixi, Padre etterno, che tu m'alluminassi del lume
della sanctissima fede.

Veramente questo lume  uno mare, perch notrica l'anima in te, mare
pacifico, Trinit etterna. L'acqua non  turbida, e per non ha timore,
perch cognosce la verit; ella  stillata, ch manifesta le cose
occulte; unde, dove abbonda l'abondantissimo lume della fede tua quasi
certifica l'anima di quello che crede. Ella  uno specchio, secondo che
tu, Trinit etterna, mi fai cognoscere; ch, raguardando in questo
specchio, tenendolo con la mano de l'amore, mi rapresenta me in te, che
so' creatura tua, e te in me, per l'unione che facesti della Deit ne
l'umanit nostra. In questo lume cognosco e rapresentami te, sommo e
infinito Bene: Bene sopra ogni bene, Bene felice, Bene incomprensibile e
Bene inextimabile. Bellezza sopra ogni bellezza; sapienzia sopra ogni
sapienzia, anco tu se' essa sapienzia. Tu, cibo degli angeli, con fuoco
d'amore ti se' dato agli uomini. Tu, vestimento che ricuopri ogni
nudit, pasci gli affamati nella dolcezza tua. Dolce se' senza alcuno
amaro. O Trinit etterna, nel lume tuo il quale desti a me, ricevendolo
col lume della sanctissima fede, ho cognosciuto, per molte e admirabili
dichiarazioni spianandomi, la via della grande perfeczione, acci che
con lume e non con tenebre io serva te, sia specchio di buona e sancta
vita, e levimi dalla miserabile vita mia; ch sempre, per lo mio
difecto, t'ho servito in tenebre. Non ho cognosciuta la tua verit, e
per non l'ho amata.

Perch non ti conobbi? Perch io non ti viddi col glorioso lume della
sanctissima fede, per che la nuvila de l'amore proprio obfusc l'occhio
de l'intellecto mio. E tu, Trinit etterna, col lume tuo dissolvesti la
tenebre. E chi potr agiognere a l'altezza tua a rendarti grazie di
tanto smisurato dono e larghi benefizi quanto tu hai dati a me, della
doctrina della verit che tu m'hai data? che  una grazia particulare,
oltre alla generale, che tu di a l'altre creature. Volesti conscendere
alla mia necessit e de l'altre creature, che dentro ci si
specchiaranno. Tu risponde, Signore: tu medesimo hai dato, e tu medesimo
risponde e satisfa, infondendo uno lume di grazia in me, a ci che con
esso lume io ti renda grazie. Veste, veste me di te, Verit etterna, s
che io corra questa vita mortale con vera obbedienzia e col lume della
sanctissima fede, del quale lume pare che di nuovo inebbri l'anima mia.


                            _Deo gratias. Amen._


    QUI FINISCE EL LIBRO FACTO E COMPILATO PER LA VENERANDISSIMA
    VERGINE, FIDELISSIMA SERVA E SPOSA DI IESU CRISTO CROCIFIXO,
    CATERINA DA SIENA, DE L'ABITO DI SANCTO DOMENICO, SOCTO GLI ANNI
    DOMINI MCCCLXXVIII DEL MESE D'OCTOBRE. AMEN.

                  PREGA DIO PER LO TUO INUTILE FRATELLO.




NOTA




I


 noto che Gregorio decimoprimo, dopo aver restituita da Avignone a Roma
la sede pontificale nel 1377, avvenimento al quale santa Caterina aveva
molto contribuito, mand a Firenze la vergine senese per indurre a
sottomissione i fiorentini, da pi che due anni ribelli alla Santa Sede.
Questa missione, adempiuta da lei in mezzo a gravi tumulti della citt e
col pericolo della sua vita, si protrasse lungamente invano; fin tanto
che, morto Gregorio e succedutogli Urbano sesto, questi si pacific coi
fiorentini.

Proclamata dunque la pace, sappiamo dal beato Raimondo[1], confessore
della santa, che ella torn ai propri lari, ed attese con grandissima
diligenza alla composizione di un certo libro, che, ispirata dal superno
Spirito, dett nel suo volgare. Imperocch aveva ella pregato i suoi
scrittori, i quali solevano scrivere le lettere ch'ella mandava in
diverse parti, che stessero attenti ed osservassero ogni cosa, quando,
secondo la sua consuetudine, era rapita dai sensi corporei, ed allora
ci ch'ella dettava, diligentemente scrivessero...

    [1] Il beato Raimondo delle Vigne, da Capua, discendente da Pier
    delle Vigne, maestro generale dell'ordine dei predicatori, scrisse
    in latino la vita della santa. Essendo andata perduta quella che
    prima di lui aveva scritta fra Tommaso della Fonte, la _Leggenda_
    (cos fu chiamata) del beato Raimondo  il pi autorevole documento
    antico intorno a Caterina da Siena.

E cos in breve tempo fu composto un certo libro, che contiene un
dialogo tra un'anima, che fa quattro petizioni a Dio, e Dio, che
risponde a lei, informandola di molte e utilissime verit[2].

    [2] In _Acta sanctorum_, die XXX aprilis, pars III, capp. I e II.

Ma, poich la pace avvenne sul finire del luglio 1378, Caterina non pot
trovarsi a Siena prima di quel tempo[3]; ed, essendo stato quel suo
libro condotto a termine nell'ottobre del medesimo anno, come rilevasi
da alcuni codici, se ne dovrebbe concludere che fosse stato scritto in
tre mesi.

    [3] Nelle annotazioni ad alcune lettere inedite dei discepoli di
    Caterina, pubblicate, insieme con la _Leggenda minore_ della santa,
    da Francesco Grottanelli, Bologna G. Romagnoli, 1868, si legge:
    Solo nel 1378 pare che da Firenze (Caterina) si restituisse in
    patria nel mese di luglio, ma non  certo.

Altri particolari circa il modo di comporlo abbiamo nelle _Memorie_ di
un notaio senese, ser Cristofano di Gano Guidini, discepolo di Caterina
ed uno dei suoi segretari[4]. Ecco il suo ingenuo racconto.

    [4] Furon pubblicate nell'_Arch. stor. ital._, IV (1843), 29-48.

     Anco la detta serva di Cristo fece una notabile cosa, cio uno
     libro, el quale  di volume d'uno messale; e questo fece tutto
     essendo ella in astrazione, perduti tutti e' sentimenti, salvo che
     la lengua. Dio Padre parlava in liei, ed ella rispondeva e
     dimandava, ed ella medesima recitava le parole di Dio Padre dette a
     liei, e anco le sue medesime, che ella diceva e dimandava a lui; e
     tutte queste parole erano per volgare... Questo libro fu poi
     intitolato cos: _Libro de la divina dottrina_, data per la
     persona di Dio Padre parlando allo intelletto de la gloriosa e
     santa vergine Caterina da Siena, dell'abito de la penitenzia,
     dell'ordine de' predicatori, e scritto essa dettando in volgare,
     essendo essa in ratto, e udendo attualmente, dinanzi da pi e pi,
     quello che in liei Dio parlava, ecc. Ella diceva e uno scriveva:
     quando ser Barduccio[5], quando el detto donno Stefano[6], e quando
     Neri di Landoccio[7]. Questo a udire pare che sia cosa da non
     crdare; ma a coloro, che lo scrissero e udro, nollo pare cos; e
     io so' uno di quegli. Poi, perch el dicto libro era ed  per
     volgare, e chi sa gramatica o ha scienzia non legge tanto
     volontieri le cose che sono per volgare quanto fa quelle per
     lttara; per me medesimo, e anco per utilit del prossimo, mossimi,
     e fecilo per lttara puramente secondo el testo, non agiognendovi
     cavelle; e ine m'ingegnai di farlo el meglio ch'io seppi, e pugnai
     parecchie anni a mio diletto, quando uno pezzo quando uno altro.
     Poich co' la grazia di Dio l'ebbi fatto, el mandai a Pontignano a
     donno Stefano di Currado, ch el correggesse, perciocch la
     maggior parte n'aveva scritto egli, quando Caterina el fece. Poich
     fu corretto, e io el feci riscrivare a uno buono scrittore; e,
     legato e compto che fu, uno venerabile vescovo de le parti di
     Francia..., el quale ne le parti di l d'Avignone aveva veduta la
     decta serva di Cristo Caterina e parlato con liei..., come l'ebbe
     veduto e tenuto alcuno d, tanto li piaque che mai non gliel potei
     trarre di mano: pregommi e fecemi pregare che io gliel donasse, e
     cos feci. Diceva che trovava cose in quello libro che n'era meglio
     dichiarato che da niuno dottore, e che noi nol conosciavamo; ma
     ch'el predicarebbe la dottrina del decto libro in suo paese, e che
     molto pi frutto n'arebbe el prossimo di l, se 'l portava, che se
     rimanesse qua; e nientemeno noi n'avavamo lo exemplo. Udendo
     questo, anco pi volontieri gliel lassai... E pure, volendo averne
     uno dei detti libri per utilit del prossimo, ne fo scrivare uno
     altro a colui medesimo che scrisse quello di prima, cio a uno
     prete che ha nome ser Stefano di Giovanni d'Asciano, sta a Siena
     presso a San Vilio.

    [5] Barduccio di Piero Canigiani, uno dei suoi discepoli.

    [6] Stefano di Currado Maconi, uno dei pi insigni discepoli della
    santa, vest, a consiglio di lei, l'abito di certosino, fu priore
    della certosa di Pavia e poi superiore generale dell'ordine.

    [7] Ranieri, o Neri di Landoccio Pagliaresi, nobile senese,
    anch'egli segretario di Caterina, la quale gli affid missioni per
    Gregorio XI, Urbano VI e per la regina Giovanna di Napoli.

Che Stefano Maconi scrivesse parte di questo libro, dettante Caterina,
lo dice egli stesso nel processo della canonizzazione, parlando delle
estasi di lei:

     _Qualiter ita fieri possit, scribitur in libro, quem ipsa virgo
     sacra composuit; quem ego pro parte scripsi, dum ore virgineo
     dictabat illum mirabili modo[8]._

    [8] Citato dal Gigli nella prefazione al t. IV delle _Opere_ di s.
    Caterina, p. II.

E il Maconi lo tradusse anche in latino, come rilevasi da alcune parole
scritte di sua mano dietro ad un codice, che appartenne gi alla certosa
di Pavia[9] e che era stato dato a lui da fra Tommaso Caffarini[10], in
cambio del quale il Maconi gli don la sua versione latina:

    [9] Trovasi ora nella Braidense di Milano, AE. IX. 35.

    [10] Fra Tommaso d'Antonio di Naccio, o Nacci, Caffarini da Siena,
    dell'ordine de' predicatori, ebbe la parte maggiore nel processo
    della canonizzazione fatto a Venezia, e dopo il beato Raimondo da
    Capua  la fonte pi copiosa di notizie intorno a Caterina.

     _Iste liber pertinet ad domum Sancte Marie de Gratia prope Papiam,
     ordinis carthusiensis, quem ego frater Stephanus monachus habui a
     venerabili patre frate Thoma Antonii de Senis, qui nunc est prior
     Sancti Dominici de Venetiis; loco cuius exhibui prefato fratri
     Thomae dialogum quem sancta mater Catharina composuit, licet in
     vulgari, sed ego latinizavi[11]._

    [11] C. MAGENTA, _La certosa di Pavia_ (Torino, Bocca, 1897), p.
    436. Il Magenta dice che il _Libro_ fu tra i primi codici di quella
    biblioteca, la quale in sguito si arricch di numerosi
    manoscritti.

Lo volt in latino anche il beato Raimondo, e vi accenna egli stesso nel
prologo primo della sua _Leggenda_[12]:

    [12] _Prologus primus_, 8.

     Altissimo  certamente lo stile di questo libro, s che a mala pena
     trovasi una maniera di parlar latino che possa corrispondere
     all'altezza di quello stile, com'io stesso ne faccio esperimento,
     ora che m'affatico a trasportarlo in quell'idioma.

Si ha conferma di questa sua versione nel codice latino CCLXXII del
monastero di Subiaco, e nella stampa latina fatta in Brescia nel 1496
dal De Misintis, che dicesi essere appunto la versione del beato
Raimondo.

Il titolo di questo libro non rimase sempre lo stesso; ma, come abbiam
veduto dalle parole del Maconi, fin da quel tempo cominciava, a cagione
della sua forma, ad esser chiamato _Dialogo_. In sguito poi il titolo
vari in pi modi: _Libro_ o _Dialogo_ o _Trattato della divina
providenza_; _Libro della divina rivelazione_; _Rivelazioni_; _Libro_ o
_Dialogo della divina dottrina_, ecc., ma pi spesso: _Dialogo della
divina providenza_.

E crebbe tanto la fama di Caterina, e cos grande era la reverenza alla
sua alta mente e alle sue sublimi virt, che del _Libro_ furon fatte
molte copie manoscritte.

Con l'introduzione della stampa in Italia cominciarono le edizioni del
_Libro_ prima ancora che cessasse l'uso di farne copie manoscritte,
delle quali si trovano alcune di data posteriore a quella che  ritenuta
edizione principe, 1472. Da quest'anno fino al 1496 il _Libro_ fu
ristampato altre sette volte; undici nel secolo XVI, e nove nei tre
secoli successivi. Ma, pur avendo certezza che non vi sono altri
incunaboli oltre quelli appresso notati, non si pu essere egualmente
sicuri che non sia sfuggita qualcuna delle edizioni posteriori, per
quanta diligenza siasi posta nelle ricerche.

Veramente, e le copie manoscritte e anche pi le antiche stampe non
riprodussero fedelmente il _Libro_; ma nelle une e nelle altre si
riscontrano alterazioni di vocaboli e di modi di dire, anche a seconda
degli usi dialettali del luogo e del tempo in cui furono scritte o
stampate. Furon di quelli i quali, oltre alla continua intromissione di
onde, adunque, sicch, ecc. sostituirono costantemente il verbo
congiungere al verbo unire usato dalla santa; e dove ella chiama Dio
Verit eterna, essi hanno qualche volta Virtude eterna: altri giunse
perfino a fare del glorioso Paolo mio banditore il glorioso Paolo mio
trombetta!

La pi nota edizione del _Libro_  quella pubblicata a cura di Girolamo
Gigli; il quale dal 1707 in poi pubblic in quattro volumi le opere
della vergine senese. Nel primo  la _Leggenda di santa Caterina_ del
beato Raimondo da Capua nel volgarizzamento del canonico Bernardino
Pecci; nel secondo e terzo le _Lettere_; nel quarto, oltre al _Libro_
sono: il _Trattato della consumata perfezione_[13], ventisette orazioni
della santa, la relazione di una dottrina spirituale di santa Caterina
(scritta[14] da un frate inglese, Guglielmo Flete, degli eremitani di
Sant'Agostino in Lecceto, discepolo di lei), e alcuni brani del discorso
che la santa fece ai suoi discepoli pochi momenti prima di morire.

    [13] Si trova in un piccolo codice latino della Vaticana. Fu
    pubblicato in Venezia nel 1543 in un piccolo volume, che contiene
    altre pie operette, del quale la Casanatense possiede un esemplare.
    Fu stampato separatamente a Lovanio nel 1554, e ve n' una copia
    nella biblioteca Barberina. Il Gigli l'ha dato nella versione
    italiana dell'ab. Piccolomini; ve ne sono per altre traduzioni
    italiane, ed anche una inglese stampata a Londra nel 1895.

    [14] Fu scritta in latino l'anno 1376. Se ne conserva un antico ms.
    nella Comunale di Siena, con la segnatura T. II, 7 c. 29 v. e 30 v.
    Il Gigli la pubblic in italiano.

L'edizione del Gigli  importante specialmente per le copiose notizie
ch'egli raccolse intorno a Caterina ed alle persone del suo tempo che
ebbero relazione con lei; in guisa che tutti coloro i quali
posteriormente ne scrissero, attinsero da lui. Inoltre questa edizione
ha il pregio di essere stata fatta sopra uno dei migliori e pi antichi
codici, che il Gigli suppone essere di mano di Stefano Maconi, perch in
fine del _Libro_ vi si leggono le parole: Prega per lo tuo inutile
fratello, le quali il Maconi soleva porre a pi delle lettere
dettategli da Caterina.

E il Gigli non solo scelse con avvedutezza il testo della sua edizione,
ma fece anche diligenti confronti con altri antichi mss., s da non
meritare la taccia, che gli  stata fatta recentemente[15], di non aver
riprodotto quel codice. Egli adott,  vero, alcune varianti; ma, per
la maggior parte, le tolse dal codice laurenziano gaddiano, e qualcuna
di esse trova riscontro negli incunaboli. Ebbe soltanto il torto di non
renderne conto, ma gli  di scusa l'usanza del suo tempo.

    [15] IEANNE ANZIANI, _Pour le texte du Dialogue de sainte Cathrine
    de Sienne_, nel _Bulletin italien_, luglio-settembre 1911.

Un'omissione inesplicabile si riscontra per nella sua edizione. Il
capitolo LXXXIII  mutilo pi che della met, e l'LXXXIV manca, in
principio, di un lungo brano, s che non collegano tra di loro; e quindi
fu messa al capitolo LXXXIV una rubrica diversa da quella che leggesi
nei manoscritti.

Ma ci che rende l'edizione del Gigli d'impossibile lettura, sono le
troppe e mal disposte virgole, le quali fanno continuo intoppo, senza
riuscire a distrigare i lunghi periodi; i quali appariscono anche pi
interminabili a causa della soverchia distanza fra un capoverso e
l'altro, per la quale a chi legge non si concede riposo.

Era dunque necessaria una nuova edizione, non solo perch quella del
Gigli naturalmente non si trova se non nelle pubbliche biblioteche, ma
anche per dare il _Libro_ nella sua vera lezione e con punteggiatura che
ne agevolasse la comprensione. A conseguire siffatto intento, esso non
poteva venir meglio allogato che in questa collezione degli _Scrittori
d'Italia_.

Questa nuova edizione, dunque,  stata fedelmente condotta sullo stesso
codice di cui si serv Girolamo Gigli, e che trovasi nella Comunale di
Siena con la segnatura T. II. 9. E con vera soddisfazione posso dire che
l'autorevole parere del Gigli, che mi fu prima guida nella scelta, 
stato confermato dalle osservazioni che ho fatte io stessa, confrontando
questo ms. con altri.  vero che non ho potuto avere a mia disposizione
tutti i codici del _Libro_; ma, avendone tenuti sott'occhio quattro
laurenziani, tre riccardiani, due della Nazionale di Firenze e uno della
biblioteca Landau, non che la versione latina del Maconi, ho potuto
raccogliere elementi sufficienti per un retto giudizio. Ho notato,
dunque, che questo codice T. II. 9, solo fra gli altri sopra nominati,
serba intatte tutte le ingenuit delle espressioni, certe incongruenze
nei periodi, i pleonasmi e gli idiotismi delle voci e specialmente dei
modi che sono propri del parlare dei popolani. Perch Caterina, com'
noto, era di nascita popolana, e, con tutto il suo straordinario
ingegno, sapeva appena leggere e meno ancora scrivere; s che le
mirabili sue lettere, che il Tommaseo chiam monumento di sapienza
furono da lei dettate ai suoi discepoli[16]. E questo libro, poi, fu
dettato nelle sue estasi, s da non poter dar luogo a pentimenti n a
correzioni. Cos, mentr'ella serba nei suoi lunghi periodi un nesso
continuo di pensiero, nonostante le digressioni e gl'incisi che a volte
s'incalzano e si succedono senza respiro; pure, finiti questi,
quand'ella ritorna all'interrotto pensiero e lo vuol compire, la
memoria, non aiutata dai fedeli occhi (perch ella dtta, non scrive)
le fallisce, e allora per una parola o anche per una particella,
raramente per una frase, che non colleghi con la sospesa proposizione,
il costrutto rimane sconnesso. Ora, queste sconnessioni, queste piccole
mende, che negli altri mss. si trovano per la maggior parte corrette,
costituiscono per l'appunto il pregio del codice senese. Parrebbe quasi
che la riverenza a Caterina abbia vietato all'amanuense di apportare al
dettato di lei la menoma alterazione, anche quando per chiarezza e
correttezza gli sarebbe potuto sembrar necessario. E questa pu
ritenersi una prova che il nostro codice sia stato scritto di mano dei
suoi discepoli[17]. E dico dei suoi discepoli, perch  evidente che la
scrittura non  tutta di una sola mano, come risulta dalle osservazioni
notate pi oltre nella descrizione del codice. Pu darsi che la seconda
parte, quella ove cpitano le parole scritte in fine del _Libro_: Prega
per lo tuo inutile fratello, sia appunto di mano del Maconi, anche
perch, graficamente,  pi corretta.

    [16] Come Caterina imparasse a leggere  raccontato dal beato
    Raimondo nella _Leggenda_ (cap. XL, 7). Quanto allo scrivere lo
    accenna la santa da s, scrivendo al beato Raimondo (lett. 272, ed.
    Tommaseo) che le fu insegnato in un'estasi. Ci fu nell'ottobre del
    1377, essendo alla rcca di Tentennano presso la famiglia Salimbeni.
    Di suo pugno si dicono scritti: 1) l'orazione O spirito santo
    vieni nel mio cuore; 2) un biglietto (_litterulam_) a Stefano
    Maconi, che finiva cos: Sappi, o mio carissimo figliuolo, che
    questa  la prima lettera che io abbia scritta; 3) alcune carte
    del _Libro_; 4) due lettere al beato Raimondo. Tutti questi
    autografi deploransi come smarriti.

    [17] Forse non  superfluo avvertire che lo scritto originale,
    quello vergato dai discepoli mentre Caterina _ore virgineo
    dictabat_, non esiste pi. Ci per non toglie n diminuisce valore
    a questo codice, che anche il Grottanelli (op. cit., p. 198, nota
    19) dice essere la copia autentica.

Che poi questo codice sia pi antico degli altri, come afferma anche il
Gigli (senza per darne le ragioni), credo possa dedursi dall'essere il
solo (certamente il solo tra gli undici codici da me esaminati) che non
ha avuto originariamente la partizione in trattati e in capitoli, la
quale  stata fatta, in tempo posteriore, al margine, con le rubriche
in rosso, di scrittura diversa da quella del testo; n vi  la tavola
dei capitoli, che trovasi, invece, in tutti gli altri.

Venendo ai criteri seguti nel riprodurre questo ms., essi, per quanto
concerne l'ortografia, sono conformi alle norme comuni a tutti i volumi
degli _Scrittori d'Italia_. E affinch la scrupolosa fedelt al testo
non venga scambiata per errore, debbo avvertire che, essendo stata
rispettata la doppia forma grafica di una medesima parola, si legge
dixi e dissi, proximo e prossimo, decto e detto, dannati e
dapnati e danpnati, correggere e corregere, veggo e vego,
ecc. secondo che nel codice trovasi l'uno o l'altro modo.  anche da
notare che dalla pagina 160 al principio della pagina 162 si riscontra
una certa differenza di ortografia, avendo io trascritto quel brano dal
codice laurenziano gaddiano, perch nel codice senese la carta 49, che
lo contiene, non  pi la originale[18].

    [18] Si veda pi oltre, p. 422.

Quanto ai periodi sospesi che generano oscurit o anche a quelli troppo
sconnessi e a qualche evidente lacuna, sono stata autorizzata ad
integrarli con le varianti di altri codici[19]. Ma a queste io son
ricorsa pi raramente che ho potuto, cercando, invece, con diligente
studio, di analizzare i periodi e distrigarli con opportune parentesi,
le quali, separando gl'incisi, rendono men difficile il ricollegare le
proposizioni da essi interrotte o sospese. E per qualche passo pi
intricato mi  stata utile la versione latina del Maconi, il quale,
soltanto col dare ai periodi una costruzione pi regolare, agevola
l'interpetrazione del pensiero della santa; e perci mi ha fatto pi
volte ricusar come superflue le varianti di altri codici. Restano, 
vero, alcuni punti un po' oscuri: dei pensieri non compiutamente resi,
ma che si completano con altri brani sparsi qua e l nel libro. A questo
ho cercato di rimediare in parte, raggruppando quelle sparse membra
nell'indice delle cose notevoli, il quale, perci, potr non inutilmente
consultarsi, quando s'incontri qualche oscurit.

    [19] Sono tutte notate in fine del vol.

Prima di chiudere questa Nota, compio il gradito dovere di rendere
pubbliche e vivissime grazie al ch. prof. Fortunato Donati,
bibliotecario della Comunale di Siena, che, non contento, nella sua
grande benevolenza, di aver consentito che il cod. T. II. 9 fosse tenuto
per lungo tempo a mia disposizione prima nella Nazionale di Firenze e
poi nella Laurenziana, volle anche darmi degli altri tre codici del
_Libro_ che si conservano nella biblioteca di Siena una
particolareggiata descrizione, la quale, un po' abbreviata, vien
riprodotta qui appresso.

Sono pure molto obbligata agli illustri bibliotecari Guido Biagi e
Salomone Morpurgo non solo per la gentile ospitalit concedutami, ma
altres per i loro suggerimenti e per le agevolezze che mi hanno
procurate.

Ringrazio poi il ch. prof. Enrico Rostagno, conservatore dei manoscritti
nella Laurenziana, che, con cortesia pari alla sua dottrina, mi  stato
largo di ammaestramenti e consigli. E sono riconoscente al ch. dott.
Curzio Mazzi, della Laurenziana, al cui sapere ed alla cui instancabile
cortesia non sono mai ricorsa invano.

Anche debbo ringraziare don Leone Allodi, dotto abate del monastero di
San Benedetto in Subiaco, per la descrizione dei tre codd. delle
_Revelationes_ ivi custoditi.




II


I CODICI


1

CODICE SENESE T. II. 9
PRESO A FONDAMENTO DI QUESTA EDIZIONE.

Membr., sec. XIV, mm. 260 x 190, cc. 148 e due guardie bianche, una in
principio e l'altra in fine, sulle quali  impresso il bollo Biblioteca
pubblica di Siena. Sul verso della prima vi sono cinque righe abrase,
di cui appena si distinguono una o due parole; 43 righe per faccia; a c.
10b la scrittura si divide in due coll. e va cos sino all'ultimo del
codice. Il quale fino a c. 137 contiene il _Libro della divina
dottrina_, comunemente detto _Dialogo di santa Caterina_. Le ultime
undici cc. contengono altri scritti. A c. 137 termina il _Libro della
divina dottrina_ con queste parole: Qui finisce el libro facto et
compilato per la venerandissima vergine fidelissima serva et sposa di
Yhux crocifixo Caterina da Siena de l'abito di sancto Domenico socto
gli anni Domini MCCCLXXVIII del mese d'octobre. Amen. Prega Dio per lo
tuo inutile fratello. Amen (in grosse maiuscole gotiche, rosse e nere).

Legatura del sec. XVII in assi e pelle con fermagli e puntali di bronzo;
fregi a freddo e dorati nella costola e sui piatti, dov', pure in oro,
uno scudo nobiliare, vuoto.

Non vi  la tav. dei capitoli, come in altri codici dello stesso
_Libro_, ma comincia il testo alla prima carta. Nel margine superiore,
in rosso, di scrittura gotica italiana simile a quella del testo,  la
seguente invocazione: Al nome di Yhux crocifixo e di Maria dolce.
Segue: Questo libro fece la venerabile Caterina da Siena mantellata di
sancto Domenico. Poi, sempre in rosso, ma con scrittura semigotica,
questa didascalia: _Liber divine doctrine, date per personam Dei patris
intellectui loquentis gloriose et sancte virginis Caterine de Senis,
predicatorum ordinis, conscriptus, ipsa dictante, licet vulgariter, et
stante in raptu actualiter et audiente quid in ea loqueretur Dominus
Deus, et coram pluribus referente_. Indi, nel margine laterale destro,
con la stessa scrittura semigotica in rosso, l'argomento del capitolo.
Segue il testo, disteso in scrittura gotica italiana, con frequenti
segni di paragrafi in rosso e turchino, alternati. Vi sono poi, di tanto
in tanto, capoversi con iniziali gotiche, alternate anch'esse in rosso e
turchino, ed ornate rispettivamente di rabeschi turchini e rossi. Una
maggiore iniziale alla prima carta distingue il principio del testo. La
regolare divisione in capitoli numerati e con argomenti fu fatta per
posteriormente; e colui che la fece non tenne conto di questi capoversi
originari, ma con giusto criterio fece i capitoli pi brevi, in modo che
il dettato avesse pi frequenti soste, che riposassero il lettore.
Quindi, se i capoversi sono 101, i capitoli sono 167, e, mancando
originariamente lo spazio per tutto l'argomento, questo a volte continua
nel margine, a volte  scritto per intero nel margine, sempre in rosso,
con scrittura semigotica della stessa mano che scrisse la prima
didascalia.

Oltre alla divisione in capitoli,  indicata, dalla stessa mano e con la
medesima scrittura in rosso, la partizione in quattro trattati: e cio,
al cap. IX comincia il _Trattato della discrezione_, formando i primi
otto capitoli come una specie di prologo; al cap. LIV il _Trattato della
orazione_; al cap. CXXXV quello della _Providenza_, e al cap. CLIV il
_Trattato dell'obbedienza_, senza che questa partizione interrompa la
numerazione dei capitoli, la quale  continua dal principio alla fine.
Si nota per un accenno di altra partizione in cinque libri. Infatti,
nel margine laterale della prima facciata, sotto all'argomento del primo
capitolo, c' in inchiostro nero: libro j, e sotto all'argomento del
cap. LI c': libro ij, e libro iij al cap. LXXXVI. Fin qui questa
partizione non corrisponde ai trattati, ma il libro iiij e il v
corrispondono l'uno al _Trattato della providenza_, l'altro a quello
dell'_Obbedienza_[20].

    [20] Nel cod. laurenziano strozziano (si veda p. 427) i capitoli
    dove Caterina parla dei buoni e dei cattivi sacerdoti, formano un
    trattato distinto da quello dell'_Orazione_, del quale fanno parte
    negli altri codici.

Il testo ha alcune correzioni marginali, e qualche volta aggiunte di
frasi mancanti, per errore, le quali a volte sono di mano dello stesso
copista, a volte di altra mano posteriore. Vi sono anche rare correzioni
interlineari, e varie parole, o soltanto lettere, espunte: non mancano
per, qua e l, mende non corrette, come ad es.:

a c. 65a col. 1, in princ.: dicosta per discosta.

a c. 99a col. 1: contata per contato.

a c. 107a col. 1, verso la fine: contritrione per contritione.

a c. 127a col. 2, poco dopo la met: sensiva per sensitiva.

a c. 133a col. 1, in principio: exellentissima per
excellentissima.

a c. 133a col. 1, in principio: velass per ve la lass, ecc.

Frequentissimi nel margine, in tutto il testo, sono i segni per additare
passi degni di attenzione. Pi frequente  la sigla n o anche
semplicemente N, ovvero nota per esteso; spesso vi  disegnata una
mano che indica il passo, ovvero uno di quei soliti graffi che servono
ad indicare tutto un periodo che si vuole porre in rilievo. Quando nel
dettato occorre qualche esempio o similitudine, nel margine  notato con
un ex o sili. Non mancano altres postille latine, quando di mano
antica, quando di scrittura posteriore; ad esempio alla c. 77b: _Nota
hic de contemplatione mentali pulchre_.

Macchie d'umido nelle prime carte, e la c. 3  molto sbiadita. Le
macchie vanno scemando sino alla c. 20. La c. 49, sostituita all'antica
da una molto posteriore, reca a tergo, nel margine inferiore, queste
parole: Nota come in congiuntura di fare il confronto e correggere il
libro stampato de' _Dialogi_ (_sic_) di santa Caterina col presente
libro esistente appo il nobile signor Silvio Gori, per ridurre in
miglior uso l'opere della santa, si trov da me, Giulio Donati, che feci
la detta fatica, rasato il presente foglio, quale fu di poi l'anno 1704
trascritto da me da altro libro che  una buona copia del sopradetto,
che si ritrova il nobile signor Flavio Petrucci.

Le cc. 78b e 79a sono scarabocchiate nei margini. Come pure prove di
penna sono nel _recto_ della guardia bianca posteriore, e vi  anche
scritto con scrittura moderna: _Catherinae virginis senensis vita_.

In questo codice  un foglio volante, senza data n firma, recante la
seguente notizia: Questo libro, che fu donato al signor Silvio Gori
Pannellini[21] dal medico Girolamo Bandiera, contiene li Dialoghi di
santa Caterina da Siena da lei dettati in tempo che stava in estasi, e
fu scritto dal beato Stefano Maconi, compagno diletto della santa, che
fu poi generale della Certosa; e segue citando l'autorit di Girolamo
Gigli a conferma di quest'ultima asserzione; della quale, come ho
accennato pi sopra,  lecito dubitare, perch, sebbene la scrittura del
codice sia tutta in gotico italiano, evidentemente non  tutta di una
sola mano. Infatti, dalla c. 111a fino a c. 137, ove termina il
_Libro_, la scrittura cambia notevolmente. In primo luogo  assai pi
minuta; poi, a differenza delle carte anteriori, vi si nota: 1 lo
scarso uso delle abbreviature; 2 la e congiunzione quasi sempre
senza il t, e la  verbo in mezzo ai noti segni; 3 il punto sugli
i  assai marcato; 4 figliuola, meglio, voglio e simili sono
scritti regolarmente, e non gi figluola, meglo, voglo, come era
scritto prima; 5 finalmente, vi si osserva l'uso di alcune lettere di
forma diversa da quella usata nelle precedenti carte.

    [21] Nel 1882 fu poi donato dal sig. Gregorio Gori Pannellini alla
    Comunale di Siena.

Finito il _Libro della divina dottrina_ c' la c. 138 bianca e,
ritornando il cod. alla scrittura della prima mano, seguono:

1 c. 139a: La venerandissima vergine Caterina da Siena, mantellata
et vera figliuola di sancto Domenico, essendo a Roma, mand questa
lettera al maestro Raimondo da Capua del decto ordine, singularissimo
padre de l'anima sua, avendolo papa Urbano sexto mandato a Genova, nella
quale di chiaro gli notifica la sua morte, bench onestamente.

2 c. 141a: Certi nuovi misteri che Dio adoper ne l'anima della
decta sua sposa Caterina la domenica della sexuagesima, come di sopra si
fa menzione; e' quali essa signific al decto maestro Raimondo.

3 c. 142b: Certe parole, le quali essa benedecta vergine orando dixe
doppo el terribile caso che ella ebbe el luned a notte doppo la
sexagesima, quando da la fameglia fu pianta amaramente come morta. Doppo
el quale caso, ella mai non fu sana del corpo, ma continuamente agrave
infino al fine.

4 c. 143 a: Certi ponti del sermone che ella ci fece, sentendosi
agravare, ecc.

5 c. 144 b: Appresso scrivar parte de l'ordine del glorioso et
felice fine di questa dolce vergine, secondo ch'e' nostri bassi
intellecti poterono comprendere, preoccupati di grandissimo dolore.

6 c. 146 b: Una notabile et bella visione che ebbe una matrona romana
serva di Dio el d et l'ora che la decta sposa di Iesu Cristo passe di
questa vita (questa narrazione  in latino; e in ultimo _Orate pro
scriptore_).

7 c. 148 b: Chiude il volume quella lauda di santa Caterina che
ricorre talora nei codd. di Laude, e che ad es. nel palatino 13 della
Nazionale di Firenze (v. _Indici e cataloghi_, n. IV) leggesi a cc.
252a--254a attribuita a fra Tommaso (Caffarini), e che comincia: S
forte di parlare io son costrecto.... Ma qui  mutilo, terminando col
verso: Ch'ha di suo desidr sanct'adenpire.


2

CODICI MINORI[A]

    [A] Le notizie relative a questi codici e alle stampe furono
    raccolte, per la maggior parte, dal comm. Carlo Fiorilli, che
    vivamente ringraziamo [Nota della direzione].


a)

Nella Biblioteca comunale di Siena[22].

    [22] Cfr. L. ILARI, _La bibl. pubbl. di Siena. Cat. di tutti i mss.
    e libri stampati che vi si conservano_ (Siena, 1846-48); _La
    bibliografia_ inedita _degli scrittori sanesi, compilata dal conte_
    SCIPIONE BICHI-BORGHESI, il quale per la parte concernente santa
    Caterina ebbe a diligente collaboratore il dott. Francesco
    Grottanelli.

2) Cod. I. VI. 13 cart.; in f.; mm. 281 x 212; sec. XV incip.; ff.
numer. 2-144; mancante il 1 f.; numer. antica in cifre arabiche;
cinque ff. di riguardo in princ. e due in fine; scrittura d'una sola
mano sino al f. 140, e a 2 coll.; l. 37 per col. intera, dal f. 41a a
140b; rubriche e iniziali dei capitoli in rosso; postille marginali e
interlineari; scrittura d'altra mano, sec. XVI, pei ff. 141-144;
bianchi i ff. 7-10; capitoli 167. Sul _recto_ del 1 f. di guardia
Gaetano Milanesi not: Si dubita che questo libro sia stato scritto di
mano di maestro Andrea di Vanni pittore, amico della santa. Ma il ch.
bibliotecario della Comunale di Siena avverte: Io non lo credo, perch,
confrontata la scrittura del cod. con un autografo del Vanni, non mi
pare che abbiano rassomiglianze caratteristiche.

Dal f. 1a al f. 6a cinque lettere della santa, non sei, come  segnato
sul dorso del cod., perch una lettera  ripetuta. A f. 11a comincia il
_Dialogo_: Al nome di Yhu xpo crociefiso e di Maria dolcie. Questo
libro fecie la venerabile vergine Katerina da Siena..... A f. 140b:
Qui finiscie illibro fatto e conpilato per la venerandissima
vergine..... sotto gli anni domini mille treciento setanta otto del mese
d'ottobre Amene.

A ff. 143a-144a: Repertorio de dialogi di s. Chaterina. Leg. in
pelle del sec. XVI inoltrato.

3) Cod. T. II. 4 membr.; in f.; mm. 300 X 220; sec. XV incip.; ff.
142; numer. recente; il f. tra il 71 e il 72 non num.; due ff. di
riguardo in princ. e due in fine; scrittura semigotica, a 2 coll.; l. 36
per ogni col. intera; rubriche in rosso; capitoli 167 con le iniziali
filigranate, alternatamente in rosso e azzurro; richiami in fine d'ogni
quaderno. Nell'iniziale a f. 5b una miniatura raffigura santa Caterina
col Crocifisso nella destra e un libro nella sinistra. Nell'iniziale a
f. 6b altra miniatura rappresenta la santa in estasi dinanzi al Signore
apparsole dall'alto, mentr'essa dtta a due segretari. Nel _verso_ del
1 f. di guardia, gli stemmi delle famiglie senesi Gori-Pannilini e
Bichi dipinti nel sec. XVIII, e, in lettere dorate, il nome: Porzia de'
marchesi Bichi ne' Gori-Pannilini. Nel _recto_ del f. 2, in lettere
pure dorate, la seguente didascalia: Questo volume contiene i Dialogi
di s. Caterina da Siena dettati da lei nel suo volgare a suoi
scrittori... E detto volgare fu latinizato da ser Cristofano di Gano
Guidini, uno dei suoi segretari e discepoli; et in parte latinizato
ancora dal b. Raimondo. Leg. del sec. XVIII in assi coperte di velluto
cremisi, con borchie di metallo argentato. Provenienza: ex-convento di
San Domenico in Siena.

A f. 1a: _Incipit ordo capitulorum in latino libri divina revelacione
compositi in suo vulgari nativo_.... A f. 5a: _Incipit prologus in
libro supradicto... Iste liber, qui hic infra sequitur, translatus
fuit per quemdam scribam ser Xpoforum de Senis... et hoc circa annos
domini M CCC LXXXX. Est eciam quedam porcio huius libri in
latinum translati per supradictum magistrum Raymundum in Venetiis apud
locum predicatorum. Et quidam alius translatus in latinum per quendam
monacum ordinis cartusiensis est apud generalem dicti ordinis_. A f.
6b, col. 1: _Hic incipit supradictus liber_.... A f. 141, col. 2:
... _de quo lumine videtur_....

4) Cod. T. II. 5 membr. in f. picc. mm. 266 x 192; ff. 183; numer.
recente; mutilo di un f. tra il 177 e 178; due ff. di riguardo in
principio e due in fine; scrittura semigotica di una sola mano, eccetto
il 1 f.; a 2 coll.; l. 31 per col. intera; rubriche in rosso; capitoli
167 con le iniziali in rosso e azzurro, filigranate in violetto e rosso;
richiami in fine d'ogni quaderno. Una miniatura sulla iniziale a f. 7b
rappresenta santa Caterina in estasi dinanzi al Signore che le appare
dall'alto. Nel _verso_ del 1 f. di guardia, gli stemmi gentilizi
Borghesi e Petrucci-Palleschi dipinti nel XVIII sec., e, in lettere
dorate, il nome: Flavia Petrucci-Palleschi ne' Borghesi; nel _recto_
del 2 f., in lettere pure dorate, la seguente didascalia: Questo
volume contiene i Dialoghi di santa Caterina da Siena, o sia il Libro
della divina dottrina.... Leg. e provenienza come del cod. precedente.

I due codd. T. II. 4 e 5 contengono la medesima versione latina del
_Libro_, e sono sostanzialmente identici.

b)

Nella Mediceo-laurenziana di Firenze[23].

    [23] Cfr. BANDINI, _Cat. codd. mss. Bibl. mediceae laurentianae tom.
    quintus, italicos scriptores exhibens_, col. 334 pel 1 cod.; e
    _Suppl_., t. II, coll. 253, 254 e 333 per i successivi tre codici.

5) Cod. Gadd. pluteo LXXXIX Sup. C. membr.; in 4 gr.; sec. XIV; a 2
coll.; ff. scritti 184; titoli in rosso; iniziali colorate; scritto
accuratamente; macchiato nelle ultime carte. Il libro facto e compilato
per la venerandissima vergine fedelissima serva e sposa di Geso Christo
crucifixo Catarina da Siena... sotto gli anni del Signore 1378 del mese
d'octobre al tempo del sanctissimo in Christo padre e signore papa
Gregorio XI (_sic_).... Precede la tav. dei 167 capitoli. Inc.
Levandosi una anima.... Fin.: Del quale lume.... Segue: orazione a
santa Caterina _O spem miram quam dedisti_ ecc.

6) Cod. XXI, Biscioniano, parte cart. e parte membr.; in 4 picc.; sec.
XV; benissimo conservato; ff. scritti 226. Precede la tav. dei capitoli,
i quali, per una differente divisione, sono 165. _Il libro della divina
doctrina_ data per la persona di Dio Padre parlando allo 'ntellecto
della gloriosa vergine beata Catherina da Siena... Inc. Levandosi una
anima.... Fin. del quale lume.... Si chiude con questa nota: ... il
quale [libro]  del monasterio di Sancto Lorenzo decto Monte Aguto
dell'ordine della Certosa d'appresso ad Firenze, il quale iscripse don
Francesco da Pisa monacho et professo di decto monasterio a d XI di
giugno 1473, e finissi a d VII di novembre in decto millesimo.

7) Cod. XXII, Biscioniano, cart.; in 4 picc.; sec. XV; ff. scritti
192.  mutilo: contiene i primi 108 capitoli. Precede l'indice. In fine,
una nota in latino, di scrittura identica a quella del cod., avverte
ch'esso fu copiato l'anno 1454 per mano del presbitero Andrea Lorenzo de
Buonganellis di Firenze, sotto il pontificato di Niccol IV, essendo
arcivescovo di Firenze Antonino dell'ordine de' predicatori.

8) Cod. XXXI, Strozziano, membr.; in 4 gr.; fine sec. XIV; a 2 coll.;
benissimo conservato; capitoli 167 con titoli in rosso; ff. scritti 189.
In 1a pag. si legge: Libro del senatore Carlo di Tommaso Strozzi n.
49. Oltre il _Libro_, contiene: 1 _Miracoli_, cio breve Vita di
santa Caterina; 2 _Epistola anonymi_ (di Tommaso Buonconti da Pisa (?)
discepolo della santa) sul transito di Caterina; 3 Versi di Pio II
in onore di lei.

c)

Nella Riccardiana di Firenze[24].

    [24] Cfr. S. MORPURGO, _I mss. della r. Bibl. Riccard. di Firenze_
    (Roma 1895-96).

9) 1267, cart.; sec. XV; mm. 340 x 235; cc. 205, pi due guardie membr.,
una in princ., l'altra in fine, le quali sono due fogli di un
antifonario del sec. XI con note musicali; bianche le cc. 6 e 202-205;
le altre scritte molto regolarmente, a 2 coll. da l. 35, con iniziali e
titoli di rubrica. _Dialogo della divina providenza_, cc. 1a-190a.
Tav. dei 167 capitoli, cc. 1a-5a. Finito il _Libro_ detto _Dialogo_ di
s. Caterina da Siena, questa nota: Fu finito di scrivere a d ventidue
dicembre, correndo gli anni del nostro Ihesu Christo mille quatrocento
ottantacinque; et  il detto libro de monasterio di Santa Brigida,
chiamato il Paradiso, di presso a Firence. Da cc. 190a-201b _Miracoli
e Transito di santa Caterina_. Leg. antica in assi coperte di cuoio, con
fermagli.

10) 1391, P. II 19 cart.; sec. XV; mm. 290 x 210; cc. 203; bianche le
cc. 7, 202, 203; le altre scritte assai regolarmente, a 2 coll., da l.
35; iniziali e rubriche colorate. In princ. c. 8a una maggiore iniziale
dorata. In fine 201b, di mano del copista: _Anno domini Mcccclxxiiij,
die x mensis octubris_. Leg. moderna. La tav. dei capitoli cc. 1a-6b.
A c. 8a com.: il _Liber divine doctrine_... Levandosi una anima
ansietata.... Fin.: pare che di nuovo si innebbrij l'anima mia. Segue
l'orazione: _O spem miram quam dedisti_.

11) 1392, P. II 18 membr.; sec. XV; mm. 270 x 180; cc. 155; a coll. di
circa 40-45 l.; iniziali e rubriche colorate; una maggiore iniziale, con
fregi marginali, a c. 6a, distingue il principio del testo. A c. 5b
una vignetta rappresenta santa Caterina in cielo, in atto di adorare la
Trinit, e in terra un cardinale inginocchiato. A c. 155b una nota, di
scrittura identica a quella del cod., avverte: Fu scritto da me Pietro
Niccola di Iacopo Aiuti di Reggiolo, notaio fiorentino, l'anno 1445, e
finito il giorno 17 di giugno. Leg. moderna.

d)

Nella Magliabechiana della Nazionale di Firenze.

12) D. 76. classe XXXV. Cod. LXXVI. Cat. Gad. 291. cart.; mm. 300 x 220;
fine del sec. XV. Le _Rivelazioni_ di santa Caterina da Siena. Mutilo;
la scrittura dell'ultima carta termina con le parole alle tue creature
del capitolo CXXXV. Postille marginali; non a coll.; 30 l. per cart.;
ff. non numer.; rubriche in rosso sbiadito; spazio lasciato in bianco
per le iniziali; ultimi ff. rosicchiati al margine inferiore. Leg.
povera in cartone, con la costola in pelle.

13) D. 77. classe XXXV. Cod. LXXVII. Cat. Gad. 148. cart.; mm. 300 x
220; scrittura semigotica sec. XV. _Libro della divina providenzia_, o
le _Rivelazioni_. Guardie membr. una in principio, l'altra in fine; ff.
numero 152, e 7 ff. bianchi in fine. Il _Libro_ ff. 1-132; capitoli 167.
Rubriche in rosso pallido; iniziali colorate; a 2 coll.; senza postille.
Segue: 1 lettera di Barduccio di Piero (Canigiani) a suor Caterina de
Pieroboni, nel munistero di Monticegli appresso a Firenze, sul transito
della beata Caterina; 2 _Libro della vita contemplativa_ del glorioso
dottore messer santo Agostino; 3 Divote meditazioni e opera
ispirituale di quatro iscaglioni e gradi che ordin e conpose sancto
Aghostino a una sua figliuola ispirituale. Leg. in assi coperte da pelle
nera con fregi stampati, e avanzi di puntali.

e)

     Inventario ms. dei mss. scelti nelle biblioteche dei soppressi
     conventi del dipartimento dell'Arno (1808) dalla commissione degli
     oggetti d'arti e scienze, e rilasciati dalla medesima alla pubblica
     Libreria magliabechiana.

14) F. 5. 300. sec. XV; mm. 280 x 190. Le _Rivelazioni_ di santa
Caterina da Siena. Precede la tav. dei capitoli, di scrittura del sec.
XVIII; per una differente divisione, i capitoli sono 165; ff. non numer.
e non a coll. Il _Libro_, con scrittura di grosso gotico, comincia a f.
1a. Rubriche e iniziali in rosso. Richiami a pi di ciascun f. Postille
marginali e interlineari di mano diversa da quella del cod. Leg. in assi
coperte di pelle solo nella costola e nei margini di essa. Provenienza:
convento dei Camaldoli presso Poppi. Nell'ultimo fb, questa nota, di
epoca posteriore a quella del cod.: _A xxv de nouyembre, dia di sancta
Catarina martire anyo 1568 comence yo fray Francisco Casal daguila la
prouacion de nouicio in iste sacro hermo di Camalduli. Dios me dexe
perseverar hasta la muerte.

                              Amr. Ihs

dia segudo de marzo del anyo 1569 comece las misas de paracuellos..._.

f)

Nella Palatina della Nazionale-centrale di Firenze[25].

    [25] Cfr. F. PALERMO, _I mss. palatini di Firenze_ (Firenze 1853);
    AD. BARTOLI, _I codd. palatini della r. bibl. naz. centr. di Fir._
    (Roma 1885).

15) Palat. 55. (637. E, 5, 10, 1); cart.; di due diverse scritture; sec.
XV; mm. 199 x 144; cc. numero 308; bianche le ultime cinque. Fino a c.
189 la numer.  parte antica, parte moderna; sempre moderna per le
rimanenti. Ma la numer.  errata, perch, mancando le cc. 123 e 144, si
suppl con due altre carte che furon lasciate non numer.; anche non
numer.  un'altra fra le cc. 230 e 231. Le cc. 50 e 51, comprese per
nella numer., furono messe in sostituzione di altra c. mancata. Dalla c.
127 si salta alla 129, ma senza lacuna nel testo. Dopo la c. 184
dovrebbe esser posta la c. 185, che ora  dopo la 188. Nel tergo della
guardia membr. anteriore  una nota ms. di Pier Del Nero. Appi della c.
122b, d'inchiostro rosso,  il nome Nofri. Nei margini super. delle cc.
66b, 67a e 71a leggesi: Lo scorticato sta | in prigione per li
peccati | dela madre e del padre. Appartenne alla libreria dei
Guadagni. Leg. in cart., cop. di tela.

g)

Nella biblioteca Landau presso Firenze[26].

    [26] Cfr. FR. ROEDIGER, _Cat. des livres manuscrits et imprims
    composant la bibl. de M. Horace de Landau_ (Firenze, 1885-90).

16) Membr.; sec. XV; 294 ff. in 8; scrittura minusc. gotica; ad 1
col.: titolo in rosso, con una miniatura in 1a c. La tav. delle materie
(1a-10) sta innanzi al _Dialogo della divina providentia_. Leg. moderna
in pergamena.

h)

Nella Vaticana[27].

    [27] Dal dr. B. Nogara, direttore del museo etrusco Vaticano, al
    quale si rendono grazie per la cortese comunicazione.

17) Cod. Barber. 4063, segno prec. XLVI. 5; membro in f.; sec. XV; cc.
174; 2 coll. Questi sono e' capitoli de lo libro facto per divina
revelatione de la venerabile e ammirabile vergine beata Caterina da
Siena.... Segue la tav. dei 167 capitoli nelle cc. 1-5. A c. 6: Qui
comincia lo libro sopradetto _De la divina doctrina_ data da Dio a la
sopradetta vergine beata Katerina da Siena... E questo fu nel 1377
(_sic_). Dopo questa didascalia con scrittura in rosso, comincia il
_Trattato_ con la iniziale L miniata: Levandosi una anima anxietata
di grandissimo desiderio.... Finisce a c. 174b: ... del quale lume
pare che di nuovo inebrii l'anima mia. _Conventus sancti Dominici de
Senis_. La miniatura nella iniziale L rappresenta santa Caterina in
estasi, con le mani incrociate sul petto, che guarda l'immagine
dell'eterno Padre, e presso di lei, seduta, una suora domenicana che
scrive in un libro. Davanti alle due suore seggono in un banco tre
uomini, che scrivono sotto dettatura.

i)

Nella Marciana di Venezia[28].

    [28] Cfr. C. FRATI e A. SEGARIZZI, _Cat. dei codd. Marciani
    italiani_ (Modena, 1909-1911).

18) N 4790. membr.; in f.; mm. 198 x 276; sec. XV; ff. 127; in
princ. un f. di riguardo non numer.; bianchi i due ultimi; a 2 coll.; 43
l. per col.; rubriche in rosso; iniziali alternatamente rosse e azzurre;
capitoli 167. Nel _verso_ del f. di riguardo anter. l'_ex-libris_ di
Iacopo Contarini, col motto: _Fatiget non rapiat_. A f. 5a comincia
il _Dialogo della divina providenzia_: Leuandose una anima anxiatata de
grandissimo desiderio. L'iniziale L  miniata, con fregi a fiorami
nei margini. A f. 115a, con scrittura antica, ma diversa da quella del
cod., la data: 1459. Leg. marciana.

l)

Nel monastero di San Michele presso Murano[29].

    [29] Cfr. IOH. BENED. MITTARELLI, _Bibl. codicum manuscriptorum
    monasterii Sancti Michaelis Venetiarum prope Muranum_, ecc.
    (Venetiis, MDCCLXXIX).

19) N. 246. membr., in 4; sec. XV; scrittura nitida: in princ.
l'effigie della santa; tit. del cod.: _Dialoghi_. Comincia e finisce
come gli altri codd. scritti in volgare. Il Mittarelli nota: _Non
spernenda diversitas in lingua dignoscitur inter codicem hunc et edita
exemplaria_.

m)

Nel monastero dei Santi Giovanni e Paolo a Venezia[30].

    [30] Cfr. D. M. BERARDELLI, _Codicum omnium latinorum et italicorum
    qui manuscripti in Bibl. SS. Ioannis et Pauli Venetiarum apud pp.
    praedicatores asservantur catalogus_, in CALOGER, _Nuova raccolta
    di opuscoli_, XL (Venezia, 1784).

20) N DCXXXII. membr.; in f.; sec. XIV; ff. 143. Precede la
_Leggenda minore_ di santa Caterina, scritta in latino e poi voltata in
italiano da fra Tommaso Nacci Caffarini. Segue: il _Dialogo o Libro
della divina dottrina_, nella versione latina di ser Cristofano di Gano
Guidini. In fine, si accenna che il _Libro_ dal volgare senese fu
latinizzato _quasi de verbo ad verbum..., et hoc est ut in ipso libro
legant libentius literati..._. Di scrittura antica, ma diversa da
quella del cod.,  questa nota: Il _Libro_ fu trascritto col danaro di
Antonio Ravagnini di Venezia, per la libreria del monastero dei Santi
Giovanni e Paolo, e _non inde tollendus, nisi reparationis causa_.

n)

Nel monastero di San Benedetto e Santa Scolastica in Subiaco[31].

    [31] Cfr. don LEONE ALLODI, _Inventario dei mss. della Bibl. della
    badia di Subiaco_, in MAZZATINTI, _Inventari dei mss. delle bibl.
    d'Italia_, t. 1 (Forl, 1890).

21) N CCLXXII. Invent. 277. cart.; mm. 200 x 140; sec. XIV; integro e
ben conservato; ff. numero 142; non a coll.; 41 l. per ciascuna c.;
scrittura semigotica quasi rotonda; iniziali in rosso e turchino. Tit.
del cod.: _Beate Catharinae senensis Revelationes_. Nel prologo, che
comincia _Dixit David filius ysay..._ si legge: _Hinc igitur et ego
frater Raymundus de Capua, in seculo dictus de vineis..._. Don Leone
Allodi comunic, in data 3 febbraio 1912, che il detto cod., perch
creduto autografo del beato Raimondo da Capua, era stato chiuso in una
cassetta di legno dorato, coperta da cristalli, munita di cinque
suggelli, e tenuta per molti anni nel reliquiario della chiesa del Sacro
Speco; ma, dopo diligente esame, essendo risultata non vera quella
credenza, il cod. fu rimesso nella biblioteca. Leg. con cartoni coperti
da pergamena.

22) CCXXVII. Invent. 230; cart.; mm. 205 x 140; sec. XV; integro e ben
conservato; ff. numer. 220; miscellanea; scrittura di pi mani: carat.
semigotico quasi rotondo; iniziali in rosso, senza ornati; tav. dei 167
capitoli nei primi cinque ff. non numer. Nelle due facce del f. 3
(membr.) un inno di 92 versi, che comincia: _Gaudeat Ytalia florescens
flore recenti, Plaudeat et ecclesia de sponsa convenienti_. A f. 4 il
prologo di fra Raimondo da Capua al _Libro doctrine divine revelate
beate Katherine_. Nei f. 5b-152a il _Liber divine doctrine date per
personam Dei patris intellectui loquentis gloriose et sancte virginis
Katherine_.... Da f. 154 a 190, scritti vari. Leg. come il cod.
precedente.

23) CCXXX; Invent. 233; cart.; mm. 205 x 140; sec. XV; integro e ben
conservato; ff. non numer.; non a col.; 20 a 30 l. per c.; scrittura
semigotica di non facile lettura; iniziali in rosso; tit. come i due
codd. precedenti; mancano il prologo e la tav. dei capitoli. In fine:
_1467, 23 novembris de sancto gallo_. Leg. come i precedenti.

o)

Nella Braidense di Milano.

24) AD. IX. 36. membr.; mm. 230 x 165; sec. XIV.  la versione latina
del _Libro della divina dottrina_ fatta da frate Stefano Maconi. Mutilo
de' primi ff., che contenevano il capitolo 1 e gran parte del 2; ff.
149, esclusi i mancanti; numer. recente; per una differente divisione i
capitoli sono 146; l. 35 per faccia; scrittura gotica; rubriche in
rosso; iniziali pure in rosso; dalla seconda met del cod. alcune
iniziali con fregi in nero, e la pi notevole  a c. 117b. Poche
postille marginali, e qualche volta i segni: _ex_, _n_, una mano
o altro. Ben conservato, tranne gli ultimi ff. che hanno dei piccoli
fori. Leg. moderna in cartoni e dorso in pelle. In fine a c. 148a, con
scrittura identica a quella del testo, ma con inchiostro rosso:
_Explicit liber divine doctrine date per personam Dei patris
intellectui loquentis alme virginis Katerine de Senis... ore virgineo
ipsa dictante, licet in vulgari sermone, dum esset in raptu sue
felicissime mentis...._: poi due righe abrase. Segue l'orazione: _O
spem miram..._ A tergo della c. 148, nella parte inferiore, si legge,
con scrittura diversa da quella del testo: _Iste liber est domus Sancte
Marie de Gratia prope Papiam ordinis carthusiensis_. E segue: Questo
libro si  della certosa di Pavia; e, se alchuna persona, de quale
conditione e stato voglia se sia, che in permudar questo libro, el
quale  nome _Dialogo_, per... retegnirlo con tuta intentione piutosto
de occultarlo che de renderlo, sia certa quella persona che ela sar in
peccato mortale de arrobaria, del qual peccato la sancta Scriptura ne
parla cos, ecc. All'ultima c. 149a un principio d'indice.

p)

Nella Casa generalizia dei frati predicatori a Roma[32].

    [32] Cfr. I. LUCHAIRE, in _Mlanges d'archol. et d'hist._, fasc.
    avril-juin 1899.

25) membr.; mm. 281 X 207; sec. XIV; ff. 205; carat. rom.; a 2 coll.;
38-40 l.; miniature di stile ital.; ritratti miniati di due domenicani,
che il Luchaire ritiene essere probabilmente quelli di fra Raimondo da
Capua e di fra Tommaso Caffarini. La prima parte del cod. (ff. 18-172)
comprende la _Leggenda maggiore_ di fra Raimondo. Nei ff. 173-189,
orazioni di s. Caterina. Nei ff. 189-195 un frammento del _Liber de
providentia Dei per modum dialogi_, nella versione latina di fra
Raimondo, come attesta anche l'_explicit_, nel quale altres  detto che
il testo completo della versione latina del _Libro_ si trova a Siena,
fatta da un tale _qui usque nunc superest et appellatur ser Cristoforus
de Senis, ibidem scriba sive notarius ac vita et fama precipuus. Usque
nunc dico anno Domini 1398_. Segue, ff. 195-204, il sermone detto da
fra Guglielmo Flete d'Inghilterra appena avvenuta la morte della santa.
Nei margini del ms. molte note storiche, biografiche, geografiche. La
scrittura delle note, del sermone e di tutta la parte del ms. che segue
alla _Leggenda_  della stessa mano, cio di fra Tommaso Nacci
Caffarini, il quale a f. 202 nota: _Quando ego frater Thomas hic
scripsi..., recepi litteras de Bononia, continentes qualiter rex
Franciae et collegium parisiense substraxerant se ab obedientia
antipapae et quod obsessus erat antipapa. Quod fuit anno Domini 1398
circa finem mensis novembris_.

q)

Nella Bodleiana di Oxford[33].

    [33] Cfr. A. MORTARA, _Cat. dei mss. italiani che sotto la
    denominazione di codd. canoniciani italici si conservano nella bibl.
    Bodleiana di Oxford_ (Oxonii, MDCCCLXIV).

26) N. 283. cart.; in f.; sec. XV; a 2 coll.; titoli rubricati; cc.
scritte 118. Precede la tav. dei capitoli del _Libro della beata
Chatharina da Siena_, come se ci che segue fosse il libro intero; e non
, perch contiene solo gli ultimi 81 capitoli.

Il I capitolo comincia: alhora quella anima ansietata digrandissimo
desiderio.... E finisce a f. 118: del quale lume pare che dinouo
inhebri lanima mia.

r)

Nella biblioteca della Universit di Utrecht[34].

    [34] Cfr. P. A. THIELE, _Cat. codicum manuscriptorum Bibl.
    universitatis rheno-traiectinae_ (Traiecti ad Rhenum, 1887).

27) membr.; in f.; ff. 212; sec. XV; ff. 1-6 tav. dei 167 capitoli; f.
7a _Incipit liber diuine doctrine..._ A f. 212a: _Explicit liber...
Katherine de Senis... Et est domus Sancti Saluatoris ordinis
carthusiensis prope Trajectum inferius. Scriptus et comptetus decima die
mensis maij anno Domini 1438 per manus cuiusdam fratris dicte domus_.
D'altra mano, questa nota: _Henrici Bor de Trajecto, qui multis annis
fuit vicarius_.


II

STAMPE

Quella che  reputata edizione principe fu impressa a Bologna circa il
1472, e dai pi recenti e insigni bibliografi dei paleotipi
(Hain-Copinger, 4689; Copinger, II, 2, p. 253; Pellechet, 3389; Proctor,
6521; Reichling, fasc. IV, p. 177) viene attribuita a Baldassarre
Azzoguidi, il quale, pel primo, introdusse ed esercit nella sua citt
natale l'arte tipografica. Egli stamp, senza nome, luogo ed anno, il
_Libro de la diuina providentia composto in uolgare da la seraphica
uergene sancta Chatherina da Siena..._ Segue _Lettera ne laquale se
contene el transito de la beata Chaterina da Siena scripse Barducio de
Pero Canigani_ (Barduccio Canigiani) _a sor Chaterina de Perobon_
(Pieroboni) _nel monasterio de Sancto Piero amonticelli a presso a
Fiorenza_. L'Azzoguidi stamp in Bologna dal 1471 al 1481. Si conoscono
17 opere impresse da lui col nome, luogo ed anno; altre 6, senza n. l.
a., gli sono attribuite; e fra queste ultime, oltre il predetto _Libro_,
anche le _Revelazioni_ di santa Caterina da Bologna, c. 1475. Il Fossi
(_Cat. codd. saec. XV impressorum qui in publ. Bibl. Magliabechiana
Flor. adservantur_, Firenze 1793-94) avverte che in queste due stampe i
caratteri tipografici sono gli stessi. Due bibliografi bolognesi P. A.
Orlandi (_Origini e progressi della stampa_, Bologna, 1722) e L. Frati
(_Opere della bibliografia bolognese_, Bologna, 1888-89) non citano
l'ed. Azzoguidi. Lo Zambrini (_Opere volgari a stampa de' sec. XIII e
XIV_, Bologna 1884) ne tocca appena, dicendola quasi irreperibile. Ve
ne sono, invece, esemplari: 1 nella Bibl. universitaria di Bologna; 1
nella Comunale di Siena; 1 nella Palatina della Nazionale di Firenze; 1
nella Magliabechiana; 1 nella Bibl. Landau; 2 nella Vaticana; 1 nella
Casanatense di Roma; 2 nella Nazionale di Parigi; 3 nel British Museum;
1 nella Walters' library a Baltimore.


In ordine di tempo vengono le edizioni con la data 28 aprile 1478 e coi
nomi di quattro tipografi: Franciscus N. fiorentinus, Bernardus de
Dacia, Wernerus Raptor e Conradus Bonebach. Si ignorava chi fosse il
primo dei quattro, che firmava il suo cognome con la sola iniziale, ma
Konrad Burger (_The printers and publishers of the XV century_, London,
1902) riconobbe che Franciscus N. fiorentinus o Franc. florentinus 
Francesco Di Dino, Dini, di Iacopo di Rigaletto, cartolaio fiorentino,
vocato il conte B. Z.. E il Burger gli assegna altre 25 stampe,
impresse alcune a Napoli, altre a Firenze. L'ed. di Franc. N. (Hain,
4696, cfr. Proctor, p. 450)  in f.; 115 ff.; 2 coll.; 41 o 42 l.; s.
num. rich., segn.; carat. rom. Il colofono dice: _Anno_ MCCCCLXXVIII
_die vero vicesima octava mensis aprilis impressum in ciuitate
neapolitana per discretum virum Franciscum N. fiorentinum_. Oltre le
_Revelazioni_ contiene la _Lettera_ di _Barduccio de Pero Canigani_. Il
Brunet (dal cat. Boutourlin n. 678) e il Graesse (_Trsor de livres
rares et prcieux_, Dresde, 1861 e seg.) affermano che questa ed. 
essenzialmente differente da quella dell'Azzoguidi e sembra eseguita
sopra altro testo. Un esempl. trovasi nella Spenceriana di Londra; un
altro  descritto nel cat. Boutourlin, n. 197.

L'ed. del De Dacia, Hain, 4694 (cfr. Proctor, p. 450)  in f.; s. l.;
ff. 117 (Reichling, ff. 120) non num., n segn.; 2 coll.; 41-42 l.;
carat. rom.; s. lett. iniz. _Revelazioni_. A f. 2a comincia: Como per
virt de sante oratione se unisce la anima con Dio, et como questa anima
de la quale se parla qui, essendo elevata in contemplacione, adomandava
quactro petecione al summo Dio. Il colofono: _Anno M.CCCC.LXXVIII.,
die vero vicesima octaua mensis aprilis, impressum per discretum virum
Bernardum de Dacia_. Il Brunet (_Man. du libr._) dice:... _la
souscription est tellement identique avec celle que porte l'dition de
Naples_ (per Fr. N.) _qu'il parat que l'une des deux a t copie sur
l'autre, en changeant seulement le nom de l'imprimeur. Ce dernier,
Bernardin de Dacia, ne figure dans aucune autre dition connue
jusqu'ici, et l'on ignore mme le lieu o il a exerc sa presse_. Il
Panzer (_Annales typ._, IV, p. 18, n. 115): _De typographo hoc Bernardo
de Dacia ubique est silentium_. Il Giustiniani (_Saggio stor.-crit.
sulla tipografia del Regno di Napoli_, Napoli, 1793), ritenendo
anch'egli unica ed. quella di Franc. N. e del De Dacia, supponeva che i
due tipografi se la fossero divisa, ponendo ciascuno il proprio nome
sulle copie di particolare propriet. L'Olschki (_A proposito di un
documento per la storia della tip. napol. nel sec. XV_, in _La
bibliofilia_, 3,1901-02) non accetta l'ipotesi del Giustiniani perch,
egli dice, confrontando le note bibliografiche del Dibdin alle due
edizioni (n. 47 e 48 del cat. della Cassano-Serra nella Iohn Rylands
library di Manchester) vi si trovano differenze. Un esempl. del De Dacia
 nella Riccardiana di Firenze; un altro era posseduto dal bibliofilo
napoletano Francesco Antonio Casella.

Tammaro de Marinis (_Per la storia della tip. napol._, Napoli 15 maggio
1901) fu il primo a pubblicare un contratto da lui rinvenuto nell'Arch.
notarile di Napoli, nel quale figurano Giovanni Stanigamer di Landsberg
e Werner Raptor di Marburg come tipografi in Napoli. L'ed. firmata
Raptor  cos descritta dal Reichling (_Appendices ad Hainii-Copingeri
Repert. bibliogr., additiones et emendationes_, fasc. II, p. 27, Monachi
1905-11): _Libro della diuina doctrina..._ [Neapoli] Wernerus Raptor de
Hassia, 1478, 28 apr. In 4; carat. rom. ff. 118 non num., n segn.; 2
coll.; 42 l.; s. lett. iniz. Il colofono: _Anno MCCCCLXXVIII die vero
vicesima octaua mensis aprilis conpositum per discretum Vuernerum Raptor
de Almania alta de Hassea de terra che chiama_ _In dem gulden Troghe_.
E soggiunge: _Werneri Raptoris, typographi antea prorsus ignoti, primus
mentionem fecit Tamarus de Marinis_. Si conoscono due esemplari di
questa ed., l'uno nella Nazionale di Napoli, l'altro nella Universitaria
di Genova.

Il quarto  Conradus Bonebach (Copinger, II, 1503; Proctor, _An index to
the early printed books in the Brit. Mus._ n. 6723): _Libro dela divina
doctrina revuellata..._ In f., senza front.; carat. rom.; s. segn. n
numer.; s. l. (Neapoli) 1478, apr.; ff. 119; 2 coll.; 40-42 l. Il
colofono: _Impressum per discretum Conradum Bonebach de Almania alta de
Hassea terra che chiama In dem gulden Troghe_. Un esempl. nel British
Museum; un altro, posseduto da Carlo Negroni (cfr. _Il bibliofilo_, an.
VI, n. 4), appartenne gi ai Medici, come dallo stemma miniato nella 2a
carta.

Il De Marinis e il Dziatzko (in _Beitrge zur Kenntnis des Schrift-
Buch- und Bibliothekswesens herausgegeben_, VI, 13-23) ritengono unica
ed. quella sottoscritta dai quattro sopra nominati, e che le copie,
divise fra gli operai, sarebbero state messe in commercio con nomi
diversi. Una supposizione presso a poco simile fa il Walters (_A
descriptive cat. of the books printed in the 15^th century_, Baltimore,
1906).

C' discordanza tra i bibliografi quanto al conteggio dei ff., che vanno
da un minimo di 114 ad un massimo di 120, secondo che essi calcolano o
no i ff. bianchi e le cc. non numerate.

Il Reichling (op. cit., vol. edito nel 1911), a sciogliere l'enigma che
avvolgeva queste ed., dice: _Huius libri sine dubio Henrici Alding typo
1 exscripti varia exemplaria eodem anno ac die emissa, titulo quidem
paulum inter se differentia, in fine nomina quatuor diversorum
typographorum prae se ferunt: Werneri Raptoris, Bernardi de Dacia,
Conradi Bonebach, Francisci Dini. Ad hos igitur viros officina Henrici
Alding, qui paulo ante Messanam discesserat, transisse videtur_.


Seguono le edizioni fatte in Venezia da Matheo di Codeca da Parma,
altrimenti detto Capcasa. Hain, 4690: 17 marzo 1482; il Reichling
(fasc. IV, p. 177) emenda: 17 mazo, i. e. maggio 1483.

Ed. 1483 (Hain, 4691; Reichling, fasc. II, pp. 143-44): in 4, carat.
rom.; 180 ff. non num.; segno AA, a-x^8, y4; 2 coll.; 38 l.; iniz.
xilogr. A f. 1b fig. xilogr. rappresentante santa Caterina. A f. 2a
Epistola prophemiale (_sic_) nel profondissimo et altissimo libro del
_Dyalogo_ de la seraphica.... Catherina de Sena....: Ale illustrissime
et excellentissime madame et duchesse, madonna Ysabella consorte del
illustrissimo signore Lodouico Sforza... frate N. del predicto ordine de
obseruantia... A f. 9a: Al nome di Iesu Christo crucifixo... _Libro
della diuina prouidentia_ composto in uulgare dala seraphica
uergine.... A f. 180b: Impressa in Venetia per Mathio di Codeca da
Parma ad instantia de mestro Lucantonio de Zonta fiorentino de lanno
MCCCC LXXXIII adi XVII de mazo. Segue il giglio dei Giunti, c. lett. L.
A. Il Reichling, fasc. IV pp. 177-78, nota: _Haec editio (H., 4690) et
illa, quam fasc. II s. H., 4691 recensuimus, ab eodem typographo eodem
anno ac die emissae sunt; attamen inter se differunt_. Esemplari: 1
nella Bibl. alessandrina di Roma; 1 nella Casanatense di Roma; 1 nella
Palatina della Nazionale di Firenze; 1 nella Magliabechiana; 1 nella
Comunale di Siena.

Mathio di Codeca ristamp il _Dialogo_ nel 1494 a d 17 de mazo
(Hain-Copinger, 4692; Proctor, 4998; Reichling, fasc. II, pp. 143-44).
Note bibliografiche quasi le stesse della precedente ed. Il Gamba
(_Serie dei testi di lingua_, Venezia, 1839) e l'Ilari (op. cit.)
avvertono che le due ed. sono simili. Esempl.: 1 nella Palatina della
Nazionale di Firenze; 1 nella Comunale di Siena; 1 nella Vitt. Eman. di
Roma; 1 nella Vaticana, fondo Barberini; 1 nella Nazionale di Parigi; 2
nel British Museum.


Ultima ed. del periodo paleotipico  quella fatta a Brescia da
Bernardino de Misintis di Pavia (Hain-Copinger, 4693; Proctor 7034;
Lechi, _Della tip. bresciana nel sec. XV_, Brescia, 1854). In 8 gr.;
191 ff. s. num.; 2 coll.; 40 l.; segno a-z, r^8.  l'ed. principe della
versione latina del _Dialogo_ attribuita a fra Raimondo da Capua,
confessore della santa. A f. 1a: _Dialogus seraphice ac diue Catharine
de Senis cum nonnullis aliis orationibus_. A f. 2a dedicatoria di
_Marcus Civilis brixian._ (cui, secondo l'Audiffredi, si deve l'ed.)
_fratri Paulo Sancheo aragonensi, sacri observantis predicatorum
ordinis_. In fine: _Accuratissime impressus ac emendatus in alma
civitate Brixiae per Bernardinum de Misintis da Papia die quinto decimo
mensis aprilis_ MCCCCLXXXXVI. Esempl.: 1 nella Comunale di Siena; 1
nella Bibl. universitaria di Bologna; 1 nella Bibl. del monastero di
Subiaco; 1 nella Magliabechiana della Nazionale di Firenze; 1 nella
Nazionale di Palermo; 2 nella Nazionale di Parigi; 1 nel British
Museum; 1 nella Walters' library a Baltimore.


Nel sec. XVI si contano undici edizioni del _Libro_ di santa Caterina,
in italiano o in altra lingua. Eccone l'elenco in ordine cronologico:

1511, Ferrara, L. de Rubei da Valentia: _Fioreti utilissimi extracti dal
divoto Dyalogo vulgare de la seraphica sposa di Cristo sancta Catherina
da Siena_, ecc. In 8. Nel British Museum.

1517, Venetia, C. Ariuabeno: _Dialogo a la seraphica uergine sancta
catherina da Siena.... con la sua uita: et canonizatione.... Nouameute
reuisto et... castigato_ (con poesie di papa Pio II e di altri in lode
della santa). In 8. Nel British Museum; 2 esempl. nella Nazionale di
Parigi; nella Palatina della Nazionale di Firenze.

1519, Londra, Wynkyn de Worde: _Here begynneth the orcarde of Syon, in
the whiche is conteyned the revelacyons of seynt Katheryne of Sene, with
ghostly fruytes and precyous plantes for the helthe of mannes soule
(translated by D. Iames)_. In f.; 2 coll., senza num. di pp. Nel
British Museum.

1540, Venetia, Marchio Sessa: _Dialogo de la seraphica vergine... el
quale profondissimamente tratta de la divina providentia... et de molte
altre stupende et maravigliose cose...._ Nel frontespizio una fig.
xilogr. rappresenta la santa in ginocchio davanti al Crocifisso, e in
lontananza Siena. Adi XXIX aprile. Regnante lo inclito principe messer
Pietro Lando. ff. num. 224.

1547, Venetia, P. Nicolini da Sabio, ad instantia de Marchio Sessa:
_Dialogo della divina providenza_. Nella Nazionale di Firenze, fondo
Nencini.

1553, Colonia, I. Gennepaeus: _Theologiae mysticae mirabilium scilicet
et inscrutabilium operum Dei lucida demonstratio... per dominum
Raymundum a Vineis capuanum.... conscripta partim, partimque e idiomate
italico in latinum... ac iam tandem post multos labores exhibita_ (a fr.
Theodorico Loher a Stratis). In f. di 185 ff. Il cat. della Nazionale
di Parigi nota che il vol. contiene la vita, il _Dialogo_ e alcune
orazioni di santa Caterina.

1569, Colonia, apud T. Baumium. La stessa op. preced. In f. di 185 ff.
Nella Nazionale di Parigi.

1579, Venezia, Farri: _Dialogo_. In fine  il poemetto di Anastasio da
Monte Altino (contemporaneo della santa) che celebra il ritorno del papa
da Avignone per opera di Caterina. Il poemetto  preceduto da queste
parole: Nastagio da ser Guido da Montalcino, essendo prima molto
incredolo de' facti della venerandissima vergine Catharina..., fece
l'infrascritto poema doppo la pratica et la experientia che ebbe di
lei.

1580, Parigi, G. Mallot: _Le Dialogue et oraisons de l'excellente vierge
saincte Catherine de Siene, dict par elle sortant d'extase et
ravissement d'esprit etc. traduict d'ital. en fran._ (par le p. E.
Bourgoing), 8.

1583, Ingolstadt, Sartorius: _Dialogo_. Versione latina attribuita a fra
Raimondo da Capua. 8.  nella Braidense di Milano; nella Nazionale di
Firenze, ecc.

1589, Venezia, G. Cornetti: _Dialogo_. 8.


Nei tre secoli seguenti, tranne l'ed. veneta del Sarzina [Giacomo
Scaglia], 1611, e quella del Gigli, della quale si  gi discorso, tutte
le altre sono versioni.

1601, Colonia Agrippina, Birckmann: _D. Catharinae senensis... Dialogi
in sex tractatus distributi... a domino Raimondo a Vineis... ex italico
in latinum conversi, nunc accuratius typis excusi... sumptibus A.
Mylii._ 8.

1602, Parigi, R. Chaudire: _La doctrine spirituelle, escrite par forme
de dialogue, de l'excellente vierge sainte Catherine de Siene, qu'elle a
dict en vulgaire italien sortant de son ordinaire extase... augment en
ceste dernire dition de deux petits traictez..... Le tout traduict
d'italien en fran._ (par le p. Ed. Bourgoing). 8.

1648, Parigi, S. Hur: _La doctrine de Dieu enseigne  sainte Catherine
de Siene... en forme de dialogue, donn en notre langue par le p. F. L.
Cardon._ 8.

1875, Parigi, Poussielgue-Rusand: _Dialogue de sainte Catherine de
Sienne, suivi de ses prires recueillies par ses disciples et de son
trait de la perfection, d'aprs le manuscrit du Vatican, traduit de
l'italien par E. Cartier._ 2 voll. 8.

1884, Parigi, Poussielgue fr. 2 ed. della versione del Cartier. 1 vol.
8.

1896, Londra, Kegan Paul and C.: _The dialogue of the seraphic virgin
Catherine of Siena...., translated from the original italian, with an
introduction on the study of mysticism by A. Thorold._ 8.

1906, 2 ed. della precedente versione inglese, a cura dello stesso
Thorold, ed. Kegan.




VARIANTI


  Pagina di questa edizione, linea

        Carta, Colonna
        VARIANTI ADOTTATE DAL CODICE LAURENZIANO GADDIANO

              Carta, Colonna
              CODICE SENESE T. II. 9.

  12, 10

        4 v., 2
        ...debba _uscire_ della dileczione...

              3 v., --
              ...debba _essere_ della dileczione...

  21, 24

        7 v., 1
        ...indiscretamente _farebbe_, non amando...

              5 v., --
              manca

  23, 24

        8 r., 2
        ...stia e _non_ esca del cerchio...

              6 v., --
              manca

  32, 2

        11 v., 1
        ...che _tu non sarai_ solamente di me...

              9 r., --
              mancano

  34, 1

        12 v., 1
        ..._spesse volte, per loro difecto, loro d morte_...

              9 v., --
              mancano

  34, 2

        12 v., 1
        ...il prezioso sangue del mio Figliuolo, _el quale_ tolse...

              9 v., --
              ...il prezioso sangue del mio figliuolo _e_ tolse...

  34, 35

        12 v., 2
        ..._e_ non essendo sufficiente pure uomo...

              10 r., --
              manca

   60, 17

        23 v., 1
        ...sonno caduti per _le colpe_ loro...

              17 v., 2
              ...sonno caduti per _li defecti_ loro...


  106, 27

        43 r., 1
       ...per la via _predecta_...

              32 v., 1
              manca

  119, 24

        48 r., 1
        ...non _parendogli essere amato_ quanto gli pare amare. _Ovvero_
           che egli...

              36 v., 1
              ...non _amando_ quanto gli pare amare. _O_ che egli...

  128, 18

        50 v., 2
        ...alcuno si comunicava _virtualmente_...

              38 v., 1
              ...alcuno si comunicava _actualmente_...

  129, 11

        51 r., 1
        ...ci che egli fa nella carit del proximo... _ uno orare_...

              38 v., 2
              ...ci che egli fa __ uno orare_ nella carit del
                 proximo...

  132, 9

        52 r., 2
        ..._e poi partendosi_...

              39 v., 2
              mancano

  134, 23

        53 r., 2
        ...con tedio di mente e _stimolo_ di coscienzia...

              40 v., 2
              manca

  137, 17

        54 v., 1
        ...trovando _quando  da me_...

              41 v., 1
              mancano

  137, 18

        54 v., 1
        E _quando _ dal dimonio...

              41 v., 1
              mancano

  157, 22

        63 r., 2
        ..._onde_ non mi rendono gloria...

              48 v., 1
              manca

  172, 5

        69 v., 1
        ...dolendosi solo de l'offesa mia _e del dapno del proximo_...

              53 r., 2
              mancano

  172, 36

        69 v., 2
        ...l'occhio, ch' _uno_ condocto...

              53 v., 1
              manca

  173, 7

        70 r., 1
        ...veduta e gustata nel cognoscimento di s _e di me_...

              53 v., 2
              manca

  174, 16

        70 v., 1
        Bene  dunque _vero_...

              54 r., 2
              manca

  175, 19

        71 r., 2
        ..._vedesti_ che 'l pianto loro procede...

              54 v., 2
              manca

  177, 22

        72 r., 2
        Bene avete dunque ragione di confortarvi...

              55 r., 2
              Bene avete dunque _ed a ragione_ di confortarvi...

  184, 14

        75 r., 2
        Se egli  signore, _va_ con molta ingiustizia...

              57 v., 2
              manca

  186, 30

        76 v., 1
        ...l'uno con l'altro, _cio_ della carit...

              58 v., 2
              manca

  191, 27

        78 v., 2
        Cos si truova nel terzo _stato_ della carit...

              60 v., 1
              manca

  193, 28

        79 v., 2
        ...possa venire a te _e_ con lume...

              61 r., 2
              manca

  194, 1

        79 v., 2
        ..._e_ acci ch'io possa vedere...

              61 r., 2
              manca

  200, 24

        82 v., 2
        ...e _perch_ fuste liberi...

              63 v., 1
              manca

  201, 26

        83 r., 2
        ...aitare _ad_ ucidere...

              64 r., 1
              ...aitare _ed_ ucidere...

  215, 22

        89 r., 2
        ...e _nol_ veliate...

              69 r., 1
              manca

  228, 27

        95 v., 1
        ...debbono essere angeli _terrestri in questa vita_...

              73 v., 2
              mancano

  231, 19

        96 v., 2
        ..._sicch tutti_ hanno e avaranno...

              74 v., 1
              mancano

  239, 28

        100 v., 2
        ..._e sono_ una medesima cosa...

              77 v., 1
              mancano

  241, 22

        101 v., 2
        ...caritativamente _correggevano_...

              78 r., 2
              manca

  241, 36

        101 v., 2
        ..._ed_ e' cuori erano uniti...

              78 v., 1
              manca

  246, 23

        104 r., 2
        ...i buoni conservando, _e_ godendo...

              80 r., 2
              manca

  247, 27

        104 v., 2
        ...n _nei_ virtuosi...

              80 v., 2
              manca

  247, 29

        104 v., 2
        ..._per che_ questa dignit...

              80 v., 2
              mancano

  250, 19

        106 r., 1
        ...indegni di tanto _ministerio_...

              81 v., 2
              ...indegni di tanto _misterio_...

  255, 20

        108 v., 1
        _E_ non si curaranno che questa

              83 v., 1
              manca

  267, 21

        114 r., 1
        ...che _Io_ non cappio in te per grazia

              88 r., 1
              manca

  277, 35

        119 r., 1
        ...n il bastone della giustizia, _n la verga per correggere_,
           e la coscienzia _non_ abbaia riprendendo s medesimi, _n
           riprendendo le pecorelle vedendole smarrite e non tenere_ per
           la via della della verit...

              92 r., 1
              ...n il bastone della sancta giustizia _e con la verga
                 correggere e la coscienzia abbai_ riprendendo s
                 medesimo, _che non riprendendo vedendo le pecorelle
                 smarrite non tenendo_ per la via della verit...

  293, 9

        126 v., 2
        ...e _d'esser_ ito per la dottrina...

              98 r., 2
              manca

  304, 29

        131 v., 1
        ..._unii con la natura umana_ per satisfare...

              102 r., 1
              mancano

  307, 10

        132 v., 2
        _Onde al nemico del suo signore punto non servirebbe; el quale
           servizio fare non potrebbe senza alcuna speranza, onde
           servendo e sperando si vederebbe privare di quello che
           aspectava dal signore suo_...

              103 r., 1
              mancano

  307, 25

        133 r., 1
        ..._onde il mondo_ non ha conformit meco...

              103 r., 1
              mancano

  318, 12

        138 v., 2
        _Or_ sappi _dunque_, figliuola...

              107 r., 2
              mancano

  320, 9

        139 v., 2
        ...sopra el campo suo _come sopra quello del giusto_...

              108 r., 1
              mancano

  329, 18

        144 v., 2
        ...e tu raguardi _in_ loto ed in miseria...

              111 v., 2
              ...e tu raguardi _el_ loto ed in miseria...

  332, 10

        146 v., 1
        Quando _della_ creatura cui egli ama di singulare amore, come
           decto , egli ecc....

              112 v., 2
              ...Quando _la_ creatura cui egli ama di singulare amore,
                 come decto , _ed_ egli ecc....

  332, 20

        184 r., [B]
        ...nella creatura generale e _nel_ particulare...

              112 v., 2
              ...nella creatura generale e _in_ particulare...

        [B] Trovasi all'ultima carta del codice, in un brano che vi
             trascritto perch mancante alla carta 146.

  332, 29

        146 v., 1
        ...la consolazione la quale egli voleva, _e_ col lume...

              112 v., 2
              ...la consolazione la quale egli voleva, _ma_ con lume...

  333, 2

        146 v., 1
        ...tanti altri modi che lingua non sarebbe sufficiente...

              113 r., 1
              ...tanti altri modi che lingua _tua_ non sarebbe
                 sufficiente...

  343, 29

        152 r., 2
        ...con l'udire, col vedere, col _parlare_...

              116 v., 2
              ...con l'udire, col vedere, col _palpare_...

  347, 23

        154 r., 2
        ...essendo ella stata in questo spazio del tempo, che Io t'ho
           decto, _senza pane_...

              118 r., 1
              mancano

  352, 10

        156 v., 1
        ...saltano e' veri servi miei _fuore_ delle ricchezze...

              119 v., 1
              manca

  359, 9

        160 r., 2
        ...non pu mentire, _e perch_ io desidero...

              122 r., 1
              ...non pu mentire, _unde_ io desidero....

  364, 27

        161 r., 2
        ...la quale inperfettamente _adopera_...

              122 v., 1
              ...la quale inperfectamente _adoperava_...

  393, 8

        176 v., 1
        ...suona lo stormento del desiderio _e_ non lassa passare...

              132 v., 2
              manca

  394, 16

        177 r., 1
        ...come _fa_ el disobbediente...

              133 r., 2
              ...come __ il disobbediente...

  395, 10

        177 v., 1
        ...actuali e mentali _e_ observano...

              133 v., 1
              manca

  398, 5

        179 r., 1
        Bene il mostr quello _di cui_ si legge...

              134 v., 1
              Bene il mostr quello _chi_ legge...

  401, 8

        180 v., 1
        ...desideravi di cognoscere, _cio che col_ cognoscimento di te
           e di me col lume della fede _ti spianai_ in che modo...

              135 v., 1
              ...desideravi di cognoscere, _mostrandoli che 'l_
                 cognoscimento di te e di me col lume della fede
                 _spianandoti_ in che modo...

  402, 31

        181 v., 1
        ...facendo_mi_ dal principio...

              136 r., 2
              ...facendo_ti_ dal principio...

  404, 10

        182 r., 1
        ...n tu, medico, _alle_ gravi mie...

              136 v., 2
              ...n tu, medico, _per_ le gravi mie...


        VARIANTI ADOTTATE DAL CODICE SENESE I. VI. 13

  154, 5

        -- , --
        ...levando la mente loro in me, _bagnate_ inebbriate di
           Sangue...

              47 r., 2
              ...levando la mente loro in me, _passate_ inebbriate di
                 Sangue...


        VARIANTI ADOTTATE DAL CODICE BRAIDENSE AD. IX, 36
        (Versione latina di Stefano Maconi)

  41, 22

        13 v., --
        ...aquae sudorem abundanter effusum... ipsa contempnebat...

              12 r., 1
              ...il sudore de l'acqua, el quale ella gictava... _ma_
                 ella lo spregiava...

  238, 19

        83 v., --
        Nunc, ut impendam aliquantulum refrigeriumanimae tuae,
           _mitigabo_ dolorem

              77 r., 2
              Ora, per dare un poco di refrigerio a l'anima tua,
                 _mitigando_ il dolore...

  363, 16

        131 r., --
        ...perdidit vitam gratiae et mortem invenit. _Ammissit_
           innocentiam...

              122 r., 2
              ...gli tolse la vita della grazia e diegli la morte la
                 innocenzia...


        VARIANTI ADOTTATE DALL'ED. AZZOGUIDI

  32, 12

        --, --
        Voglio dunque e per grazia tel dimando che _abbi misericordia al
           popolo tuo per_ la carit increata che mosse te
           medesimo, ecc....

              9 r., --
              Voglio dunque e per grazia tel dimando che la carit
                 increata che mosse te medesimo, ecc....




INDICE DEI NOMI E DELLE COSE NOTEVOLI


  _Adamo_--Sua disobbedienza ruppe la strada del cielo, 43.
    Pecc per compiacere alla sua compagna, 304.
    Conseguenze del suo peccato, 34, 35, 36.

  _affetto_--Porta l'anima come i piedi il corpo, 50, 94, 174.

  _Agnese_ da Montepulciano (s.), 346, 347.

  _Agostino_ (s.), 163.

  _allegoria_ dell'albero, 82, 83.
    --della chiave, 367.
    --della citt dell'anima, 328
      --Sua guardia, sue porte, 328
      --Suoi sportelli, 329.
    --della citt della povert, 353
      --Sua regina, ivi
      --Non teme guerra, non fame, non carestia, 354.
    --dell'obbediente, 380, 381.
    --della navicella degli ordini religiosi, 372 a 375.
    --della vigna della Chiesa, 45 a 48.
    --del ponte, 42 a 44
      --Tiene dal cielo alla terra per l'unione della Deit con la
              natura umana, 44
      --Ha tre scaloni, 50;
          che raffigurano le tre potenze dell'anima, 104, 105, 109;
          e corrispondono a tre stati dell'anima, 106, 151, 166, 401
      --Scalone primo, piedi: primo stato imperfetto, mercenario, 106
      --Scalone secondo costato: secondo stato perfetto, liberale, 106
      --Scalone terzo, bocca: terzo stato perfettissimo, filiale, 106;
          che ha in s due gradi di perfezione, 141;
          chiamati stati unitivi, 173, 174
      --Questo ponte  murato, e le sue pietre sono le virt, 52
      --Levato in alto, non si part dalla terra. Spiegazione di questa
              allegoria che dimostra il ponte non essere altro che la
              dottrina di Cristo, 55 a 57, 105
      --Che modo ha a tenere l'anima per salire sul ponte, 102 a 105
      --Chi sono quelli che passano di sopra, e quelli che vanno di
              sotto, 49, 60.

  _amore di Dio_-- conseguenza del conoscere Iddio, 3
    --Non deve aver legge n termine, 26, 27
    --Di Dio e del prossimo  una stessa cosa, 15, 16
    -- agevole, ed  la sola cosa che Iddio ci chiede, 105, 106
    --Produce tutte le virt, 40
    --Amore imperfetto, 110, 111, 130, 131
    --Amore filiale, 116
    --Come vi si giunge, 112, 139
    --Suoi segni, 140
    --Sue opere, 147
    --Felicit che procura, 149 a 153
    --Si trasforma nella cosa amata, 112
    --Amore d'amicizia  strada all'amor filiale, 115, 116
    --All'amore perfetto si giunge anche senza scienza, 286.

  _amore del prossimo_--Deve uscire dalla dilezione di Dio, 12, 15
    -- un debito che abbiamo, 12
    --Ispira tutte le virt, 15, 16
    --Per ingratitudine non diminuisce, 148
    --L'amore del prossimo deve essere disinteressato, 174
    --Il prossimo deve amarsi in Dio; paragone del vaso bevuto nella
              fonte, 118, 119
    --Segni dell'amore imperfetto, 119.

  _amor proprio_-- come una nuvola che offusca la ragione, 7, 97
    -- principio d'ogni male, 14
    --Isola l'uomo, 102
    --Attosca il mondo e la Chiesa, 253
    --Da esso nascono la superbia e l'indiscrezione, 250
    --Si uccide col coltello dell'odio e dispiacimento delle offese, 26.

  _amor proprio sensitivo_, 13, 40, 61, 171, 268.

  _amore proprio spirituale_, 110, 112, 118, 134, 135, 137, 171.

  _anima_--S'unisce a Dio per orazione, 3
    --Per affetto d'amore diventa un altro Cristo, 3, 4, 192
    --Non pu fare utilit al prossimo se prima non acquista in s la
              virt, 4
    -- fatta per amore e non pu vivere che d'amore, 23, 98, 181
    --Conosce Dio in s, e s in Dio, 31
    --Per le sue tre potenze  immagine della Trinit, 32, 97, 405
    --Non pu essere signoreggiata se la volont non consente, 99
    --Di sua natura appetisce il bene; e per il demonio l'inganna sotto
              colore d'alcun bene, 81, 82
    --Peccatrice fa un Dio di se stessa, 64
    --Non pu stare che non si muti: o avanza in virt o torna
              addietro, 96, 198
    --Sua dignit, 98
    --Serve Dio in tre modi: come mercenaria, come serva fedele, come
              figliuola, 106
    --Per esser piena di Dio dee vuotarsi dell'amore alle cose
              transitorie, 104
    --Chiamata cielo quando Iddio abita in lei, 63
    --Giunta all'ultimo grado di perfezione  sempre unita con Dio, 151
    --Per qual cagione desidera esser separata dal corpo, 155, 160
    --L'anima nella beatitudine del cielo, 73
    --L'anima dei perfettissimi sta beata e dolorosa, 173, 152, 205
    --Gode nelle pene; soffre del non patire; non vorrebbe aver virt
              senza fatica, 162.

  _arbore d'amore_, 61.

  _arbore di morte_, 60, 61
    --Suoi frutti, 62.

  _arra d'inferno_, 86, 211.

  _arra di vita eterna_--Gustata dai santi in questa vita, 84, 166,
              204, 205.

  _avari_--Paragonati alla talpa, 62
    --Vendono il tempo al prossimo, ivi
    --son crudeli a s e ad altrui, 63
    --stremano la loro necessit, 92.

  _avarizia_--Procede dalla superbia, 63
    --Mali cagionati da essa nel mondo, ivi.

  _avversit_--Disgusta e avvilisce i deboli, 95
    --Data agli uomini per loro bene, presa da essi in male, 185
    --V. venti.


  _Battesimo_--Ha virt nel sangue di Cristo, 36, 142
    --Battesimo continuo  il sacramento di penitenza, 143
    --Battesimo di fuoco, 142, 143
    --Battesimo di sangue, ivi.

  _beati_--La loro felicit consiste nella visione di Dio, 84
    --Loro gloria, 73 a 76.

  _bene_--Deve esser sempre remunerato, 86, 87
    --Il bene fatto in stato di peccato mortale non giova alla vita
              eterna, 87, 88.

  _Benedetto_ (s.), 374.

  _benefizi di Dio_, nella creazione, nella redenzione e nei doni dello
              Spirito santo, 191.

  _beni del mondo_--Non possono appagare l'uomo, 91, 92
    --Dati in premio agli empi per qualche loro virt, 88, 181, 182
    --Si perdono per troppo curarli, 271.


  _Candela_--V. _similitudini_, 222, 223, 224.

  _carit_--Vestimento nuziale, 3
    --D vita a tutte le virt, 7, 14, 26
    --La pazienza  il suo midollo, 24
    --La sua blia  l'umilt, 7
    --Dev'essere condita con la discrezione, 26
    --Deve prima muovere da s, secondo san Paolo, 27
    --Dissolve l'odio e il rancore, 18
    --D virt infinita alle opere dell'uomo, 6
    --Gli uomini son forzati da necessit ad usarla vicendevolmente, 16
    --Questa necessit  legge fondamentale della provvidenza divina,
              343
    --Carit di Dio e del prossimo sono unite insieme, 190
    --Paragonata ad un albero, 23
    --Tenne Cristo confitto in croce, 35
    -- il cento per uno promesso da Cristo a chi lo segue, 384, 385
    --Soccorre le anime in purgatorio, 345
    --Fa concepire nell'anima le vere e reali virt fondate nella carit
              pura del prossimo, 114
    --Carit di Dio si manifesta in tre modi, 113.

  _Caterina_ (s.)--Domanda a Dio di punire le colpe altrui sopra di s,
              5, 31, 32
    --Chiede che i suoi occhi diventino fiumi per sempre piangere, 298
    --Prega per la Chiesa, ivi
    --Sue comunioni prodigiose, 323, 324
    --Sua visione della eucaristia, 226
    --Altra bella visione, 324.

  _cella del conoscimento di s_, cio la vita interiore, 3, 116, 117,
              120, 123, 139 a 141, 389, 403.

  _chiave_ del sangue di Cristo che disserra il cielo, 52
    --Chiave dell'obbedienza gettata nel loto da Adamo e racconciata da
              Cristo, 367.

  _chiavi_ del sangue di Cristo date a s. Pietro e a' suoi
              successori, 231.

  _Chiesa_--Bottega e giardino sul ponte mistico ove si dispensa ai
              viandanti il Pane di vita, 53, 124
    --Perch da Dio tribolata, e quale sar la sua ricompensa, 30
    --Non  meno perfetta per le colpe dei ministri, ivi
    --Sposa di Dio deformata pei peccati dei fedeli e dei ministri,
    33, 168
    --Sar riformata non con guerra n con coltello, ma con pace e
              quiete per le preghiere dei servi di Dio, 38, 167
    -- libera e indipendente, 232
    --I fedeli appartengono al corpo universale della Chiesa, e i
              sacerdoti al corpo mistico, 45
    --I suoi persecutori obbediscono al demonio, 236.

  _colonne_ di santa Chiesa: s. Francesco e s. Domenico, 377
    --Colonne date da Dio a Caterina per guida e sostegno: i suoi
              confessori, 218.

  _colpa_--Sta in amare quel che Dio odia, e odiare quel che Dio ama,
          197.

  _coltello_ d'amore di virt e odio del peccato serve a divellere le
              spine dei peccati, 46
    --Coltello di due tagli, cio odio del vizio e amore di virt, serve
              a tagliare la propria sensualit, 89.

  _comandamenti_ della legge stanno solamente in due: amare Dio e il
              prossimo, 103.

  _comandamenti e consigli_--Osservando attualmente i primi e
              mentalmente gli altri, si sta nella carit comune, 89
    --Osservati attualmente entrambi, si sta nella carit perfetta,
              89, 101, 106, 351, 371.

  _comunione spirituale_--Per mezzo della preghiera e del desiderio,
              124, 125, 128.

  _confessione_-- obbligatoria quando  possibile, 143.

  _conoscimento di s_--Deve attribuirsi a lume divino, 14
    --Purifica le macchie dell'anima, 5
    --Conduce a gustare la verit eterna, 7
    --Umilia l'uomo e gli fa conoscere il suo non essere, ivi
    --Toglie la nuvola dell'amor proprio, ivi
    --Conduce al conoscimento di Dio, 31
    --Fa venire l'uomo a virt, 80
    --S'acquista nel tempo della tentazione, ivi.
    --Deve esser condito col conoscimento di Dio, 139.

  _consigli_--V. _comandamenti_.

  _contrizione_ perfetta soddisfa alla colpa ed alla pena, 6
    --Imperfetta soddisfa solo alla colpa, 9.

  _corpo_--Sua gravezza  impedimento allo spirito, 160, 161
    --Glorificato perde la sua gravezza, 75.

  _Corpo di Cristo_--Paragonato al sole, 220 a 224.

  _coscienza_--Paragonata ad un cane, perch ci avverte delle nostre
              colpe, 8, 277, 285
    --Stimolo di coscienza dato da Dio ai peccatori perch si
              convertano, 185, 186
    --Verme di coscienza si nutre nell'albero di morte (cio il
              peccatore) ed  accecato dall'amor proprio, 61.

  _creatura_--Pel peccato perd la dignit nella quale Iddio l'avea
              posta, 32.

  _creazione_--Ogni cosa  stata creata in servigio dell'uomo, e l'uomo
              per Dio, 51, 52
    --Provvidenza divina nella creazione, 303
    --E nella incarnazione, 304.

  _Cristo_--Salvatore del mondo con l'incarnazione, 35
    --Ci manifesta Iddio, 115
    --Medico, cur le nostre infermit, bevendo per noi l'amara
              medicina, 35
    --Ponte, v. _allegoria_
    --Fonte d'acqua viva, 100, 101, 105
    --Vite, 46, 47, 333
    --Incudine, 51, 367
    -- una cosa con Dio Padre, 138
    --Esempio di perfezione, 200
    --Ogni cosa che disse era detta in generale a tutti, presenti e
              futuri, 117
    --Un la legge del timore con quella dell'amore, 108
    --Sulla croce era beato e doloroso, 152
    --Levato in alto, ogni cosa trasse a s, 51
    --Niuno pu andare al Padre se non per lui, 101
    --Libro glorioso ove trovansi scritte tutte le virt, 365.

  _Cristo in terra_. V. _Pontefice_.

  _crudelt_ che i peccatori usano al prossimo verso l'anima e verso il
              corpo, 13.

  _cuore_ dell'uomo  tratto per amore, 51
    --Niuno pu giudicare l'occulto cuore dell'uomo, 203.


  _Dannati_--Non perdono l'essere per verun tormento, 37
    --Loro tormenti, 69 a 79.

  _demni_--Ministri di Dio nel provare gli uomini in questa vita, e nel
              crociare i dannati, 79, 80
    --Aborriscono l'impudicizia, 62
    --Si trasformano in angeli di luce per ingannare le anime; modo di
              riconoscerli, 136, 137
    --Non possono nuocere ai giusti in punto di morte, 286.

  _demonio_--Padre della bugia, 54
    --Ci fa vedere molte verit per condurci alla bugia, 206
    --Invita gli uomini all'acqua morta, 79, 93.

  _desidri_ de' servi di Dio sono un legame che costringe Iddio a
              misericordia, 38.

  _desiderio dell'anima_--Soddisfa alla colpa e alla pena, 5, 6
    --Vale ed ha in s vita per Cristo, 6
    --Rapito da Dio, 5
    --Desiderio di soffrire grato a Dio, 11
    --Del desiderio infinito dell'anima, 179, 180.

  _difetti e virt_ si fanno col mezzo del prossimo, 11.

  _diletti_ del mondo fuggono come l'acqua, 53, 54
    --Paragonati ad uno scorpione, 82, 88.

  _discrezione_--Sua definizione, 22
    --Sua radice  il conoscimento di s e di Dio, ivi
    --Non fa danno di colpa a s per fare utilit al prossimo, 26
    --D a Dio amore infinito e senza modo, e al prossimo con modo. 
              perseverante, forte, prudente.  lume che dissolve le
              tenebre dell'ignoranza. Condisce tutte le virt. Si rende
              signora del mondo, spregiandolo, 27.

  _disobbedienza_ di Adamo serr la porta del cielo, 364.

  _disperazione_-- il pi grave peccato, 68, 290
    --Come Dio la combatte, 291.

  _Domenico_ (s.)-- una delle colonne della Chiesa, 377
    --Fondatore d'ordine, 375, 376
    --Maledice i religiosi che vogliono possedere, 375
    --Pone il fondamento del suo ordine sul lume della scienza, ivi.

  _doni_ di Dio distribuiti differentemente agli uomini, e perch,
              16, 343.

  _dote_ che l'uomo ha ricevuta da Dio, e che a lui deve tornare, cio
              le tre potenze dell'anima, 10.

  _dottrina di Cristo_-- ferma e stabile perch procede da Dio, 57
    --Fu confermata dallo Spirito santo e dagli apostoli, e dichiarata
              nel sangue dei martiri, 56
    -- navicella che trae l'anime fuori del mare tempestoso della
              vita, 56.


  _Elementi_--Obbediscono agli obbedienti, 398.

  _Eliseo_--Figura di Cristo, 316.

  _estasi_--Sua descrizione e sua causa, 154
    --Dee l'anima sforzarsi di abbandonarla per obbedienza, 399.

  _Eucaristia_--Contiene tutta la divinit e tutta l'umanit di
  Cristo, 221
    -- lume che si comunica a tutto il mondo, 221
    --Non si divide per la divisione dell'ostia, n diminuisce per la
              partecipazione di tutti i fedeli, 222
    --Richiede purit in chi la ministra e in chi la riceve, 256
    --Quelli che la ricevono ne partecipano pi o meno secondo la misura
              dell'amore con cui la ricevono, 222, 223
    --Effetti di essa nell'anima, 227, 228
    --Di quelli che la ricevono indegnamente, 223.


  _Falso cristiano_-- pi punito che un pagano, 37.

  _fame_ dell'onore di Dio e salute del prossimo, data da Dio ai servi
              suoi perch lo costringano a misericordia, 38.

  _fatiche_--Desiderio di sopportarle in salute dell'anime  molto
              piacevole a Dio, 11
    --In qual modo debbono offrirsi a Dio, 29
    --Son piccole in questa vita per la piccolezza del tempo, 86
    --Non sono sentite dai servi di Dio, 84.

  _fede_--Vestimento datoci nel battesimo, 57, 196
    --Pupilla dell'occhio dell'intelletto, 85, 87
    --Fede viva si conosce nella perseveranza, 123
    --Fede senza opere  morta, 87.

  _fiducia in Dio_--Quanto sia dolce, 321
    --Deve aversi anche per le cose temporali, 319.

  _filosofi_--Gettavano da s le ricchezze, perch il pensiero di esse
              non occupasse il loro cuore, 62
    --Si conservavano continenti per meglio studiare, ivi.

  _fiume tempestoso_-- la vita terrena. In esso affogano i mondani,
              82, 83.
    --Alcuni cominciano a uscirne, ma si lasciano abbattere dai venti,
              che li fanno ricadere, 94, 95.

  _fortezza_--Una delle virt fondate nella carit, 147
    --Fondata in odio santo della propria sensualit, 188.

  _Francesco_ (s.), 374.

  _frutto_ del sangue di Cristo  il perdono, la grazia del lume, il
              premio, 8, 46
    --Il frutto della pena di Cristo  infinito, bench la pena sua
              fosse finita, 143.


  _Giardino_ della Chiesa dimesticato dai sacerdoti virtuosi, e
              inselvatichito dai cattivi, 253.

  _Giezzi_--Figura di Mos, 316.

  _Giovanni Battista_, 127.

  _Giovanni evangelista_ acquist lume soprannaturale sul petto di
              Cristo, 192.

  _Girolamo_ (s.)--Una delle lucerne della santa Scrittura, 163
    --Uno dei dottori che ha dato lume nella Chiesa, estirpando gli
              errori, 240.

  _giudizio_--Del ritegno che si deve avere nel giudicare altrui,
              202, 203
    --L'anima giudica s con giusta sentenza nell'estremit della morte,
              80, 81
    --Giudizio del prossimo deve darsi con modo, e quale, 206, 207, 208
    --Falso giudizio del mondo verso Dio, 65 a 68, 182;
        verso il prossimo, 182.

  _giudizio universale_, 71.

  _giusti_--Anche in questa vita hanno miglior partito che i peccatori,
              93.

  _giustizia_--Margarita che riluce nei buoni prelati. Necessit di essa
              nella legge divina e nella legge civile, 242.

  _gloria_ e loda del nome di Dio dee cercarsi nella salute delle
              anime, 42
    -- resa a Dio da tutte le creature, vogliano esse o no, 156;
        e dai demni,157
    --Questa verit non  conosciuta se non dall'anima sciolta dal
              corpo, 158
    --La gloria e loda di Dio  riposo dei servi suoi, 258.

  _grazia divina_--Seme ricevuto nel battesimo, 47, 48
    --Data nei sacramenti secondo la misura del desiderio, 223.

  _Gregorio_ (s.)--Sua sentenza, 139
    --Ha dato lume nella Chiesa con la scienza e con specchio di
              vita, 240.


  _Iddio_-- colui che , 40, 87, 102, 244
    --Vita durabile, 204
    --Carit, 29
    --Mare pacifico, che solo pu comprendere s, 104, 227, 400
    --Ci ha amati senza essere amato da noi, 217
    --Ci ha creati senza noi, ma non ci salva senza noi, 245, 367
    -- tutt'uno con l'uomo, se questi non si diparte da Dio per la
              colpa, 30, 33
    --Bene infinito, vuole amore infinito, 6, 180
    --Vuole infinito dolore delle nostre offese, 6
    --Si diletta di poche parole e di molte operazioni, 24
    --Vuole la prova della virt al tempo del bisogno, ivi
    --Si lamenta della lebbra che infesta la Chiesa, 33
    --Promette la riformazione della Chiesa per le orazioni de' servi
              suoi, 38
    --Paragonato a un albero, 82
    -- condisceso alle passioni e debolezze umane, 91
    --Egli solo pu saziare l'uomo, 92.

  _impazienza_--Midollo della superbia, 273
    -- segno della inobbedienza, 368.

  _imperfetti_--Servono Dio per proprio interesse, 111
    --Vogliono andare a Dio Padre senza portare la croce del Figliuolo,
              141, 142.

  _inchinamento al peccato_--Rest nella natura umana dopo la colpa di
              Adamo, come la cicatrice di una piaga, 35, 36
    --Indebolito dal battesimo, pu essere frenato dalla buona
              volont, ivi.

  _incontinenza_--Offusca l'occhio dell'intelletto, 62, 375, 376.

  _inferno_--Suoi quattro tormenti, 69 a 71.

  _inganno_ ossia illusione di quelli che amano Dio per proprio
              interesse, spirituale o temporale, 130 a 134, 110, 111.

  _ingiurie_--Bisogna amare il prossimo anche quando ci fa ingiuria, 371
    --Varie ingiurie che si commettono verso il prossimo, 13
    --Le ingiurie del mondo a Dio e ai servi suoi saranno rimeritate con
              la riformazione della Chiesa, 29, 30
    --Nel ricevere ingiuria non si dee giudicare la persona che la fa,
              ma la volont di Dio che la permette, 203.

  _ingiustizia_ verso Dio e verso il prossimo, 64, 68, 69
    --Procede dall'amor proprio, 252, 253.

  _iniqui_--Paragonati ad un morto; detti alberi di morte, 60, 61
    --Loro frutti, 61.

  _intelletto_--Occhio dell'anima. La sua pupilla  la fede, che gli fu
              posta nel battesimo.  accecata dall'infedelt, 85, 86, 87
    --L'intelletto  la pi nobile parte dell'anima, 97
    -- mosso dall'amore, 98
    --Accecato dall'amor proprio, 85 a 88.


  _Lagrime_ tratte dalla divina carit laveranno la faccia della sposa
              di Cristo, 38
    --Lagrime dei servi di Dio mitigano l'ira divina, 38, 40.

  _lagrime_--Cinque maniere di lagrime, 169, 170
    --I^e lagrime: di morte, 170
    --II^e lagrime (prime di vita): di timore, 170, 171
    --III^e lagrime (seconde di vita): imperfette, 171
    --IV^e lagrime (terze di vita): perfette, 171, 172
    --V^e lagrime (quarte di vita): di dolcezza, 172, 173.

  _lagrime di fuoco_, 178
    --Infinite per l'infinito desiderio dell'anima, 179
    --Lagrime dei mondani; loro frutti, 181 a 183
    --Frutto delle lagrime di vita, 187 a 193.

  _lavoratore_--Dio Padre che piant la vite del suo Figliuolo nella
              terra dell'umanit, 46.

  _Lazzaro_, povero, pi felice del ricco dannato, 356
    --Sosteneva minori pene, perch in lui era morta la volont, ivi
    --Come era aiutato dalla Provvidenza, ivi.

  _legge perversa_, ossia la sensualit, si addormenta per l'affetto di
              virt, ma non muore nell'uomo, 193
    --Ci fu data per conservarci nell'umilt, 196
    --Impugna contro lo spirito, 14, 84
    --Non costringe a colpa di peccato, 197
    --Lamento di s. Paolo contro di essa, 160.

  _legge del timore_--Compiuta con la legge dell'amore, 108.

  _libero arbitrio_--Per esso l'uomo ha la scelta del bene o del
              male, 36
    --Mano del libero arbitrio, 9
    --Il libero arbitrio lavoratore nella vigna dell'anima, 45
    -- legato in mezzo fra la sensualit e la ragione, 99
    --Giunta l'anima a perfezione, il libero arbitrio si scioglie dalla
              sensualit e legasi con la ragione, ivi.

  _lingua_--Ci fu data per rendere onore a Dio, per confessare i nostri
              difetti e per adoperarla in salute del prossimo, 183.

  _Lorenzo_ (s.)--Motteggia il tiranno nel suo martirio, 355.

  _lucerne_ della Chiesa: gli apostoli, i martiri, i confessori, i
              dottori, 56, 259.

  _lume_--Tre lumi escono da Dio, vero lume, 195
    --Lume generale, ivi
    --Lume di ragione, 196
    --Secondo lume, 198, 199
    --Terzo lume, 199 a 204
    --Lume soprannaturale nel vecchio Testamento, 163, 164
    --Oscurato dall'amor proprio, 165
    --Lume della grazia non pu esser diviso, 239
    --Lume infuso sopra il lume naturale, 163
    --Effetto di esso nei santi, 164
    --Lume della fede acceso nel battesimo e spento col vento della
              superbia, 67.


  _Mansioni_--Sono molte nella casa di Dio, 16, 202.

  _mare pacifico_--V. _Iddio_.

  _margarita_ della giustizia riluce nei virtuosi prelati, 241
    --Margarita nascosta e calpestata dal mondo  l'obbedienza, 369.

  _Maria_--Chi ha riverenza a Maria non sar tolto n divorato dal
              demonio, 313
    -- posta da Dio come un'esca a pigliare le creature ragionevoli,
              ivi.

  _mrtiri_--La loro morte dava vita, 189.

  _Matteo_ (s.)--Abbandona le ricchezze per seguire Ges, 352.

  _memoria_--Una delle tre potenze dell'anima. V. _potenze_
    --Quando  piena di Dio, non bussa per impazienza n per
              disordinata allegrezza, 103.

  _misericordia_--Principio della creazione e della redenzione, 59
    --Governa tutto il mondo, ivi
    --Discese di cielo in terra nella incarnazione, 53
    --Suoi effetti sull'uomo e sue lodi, 59
    --Suoi benefizi anche agl'iniqui, 63
    -- maggiore di tutte le colpe dell'uomo, 281, 282, 290
    --Non verr mai tolta a chi vorr sperare in essa, 281
    --Non  conceduta all'uomo perch ne abusi offendendo, 290
    --Mentre che l'uomo vive, gli  tempo di misericordia, morto, gli
              sar tempo di giustizia, 108.

  _mondani_--Non si correggono, perch non credono in verit che Dio li
              vede, 237
    --Sono percossi da quattro venti, 184.

  _mondo_--Non ha conformit con Dio, 30
    --Perseguit il Figliuolo di Dio e perseguita i servi suoi, ivi
    --Li perseguita invano, 152
    --Rende gloria a Dio, voglia esso o no, 156
    --Delle tre reprensioni che Dio fa al mondo, 66 a 72
    --Follia degli uomini del mondo, 327.

  _morte_--L'uomo di sua natura la teme, 285
    --Fu vinta da Cristo sulla croce, 59
    --Differenza della morte dei giusti da quella dei peccatori,
              284, 288, 289.

  _morti a grazia_--Loro stato, 60, 61.


  _Natura umana_--Resa capace di satisfare le sue colpe in virt della
              natura divina, 35
    --Per l'unione che Iddio fece di s in lei, ha ricevuto una dignit
              superiore a quella dell'angelo, 220.


  _Obbedienza_--Compitamente trovasi in Cristo, 363
    --La sua obbedienza consum la disobbedienza di Adamo, 65, 304
    -- la chiave che apre il cielo, 364, 366
    -- sorella della pazienza, 364
    --Comprende tutte le virt, ivi
    --Lodi dell'obbedienza, 368
    --L'obbedienza generale ai comandamenti, 371
    --Dell'obbedienza particolare, 372
    --Obbedienza al vicario di Cristo, necessaria alla salvezza, 364.

  _occhio dell'anima_--V. _intelletto_.

  _operazioni_ finite possono rendersi infinite per affetto della
              carit, 6, 25
    --Operazioni morte, cio compiute in peccato mortale, 87.

  _orazione_--Fondata nel conoscimento di Dio e di s, illumina l'anima
              della verit e l'unisce con Dio, 3
    --Con l'orazione acquistasi ogni virt, 124
    -- un'arme con che l'anima si difende da ogni avversario, 123
    --Dell'orazione vocale e mentale, 125, 127, 128
    --La preghiera mentale fa partecipare virtualmente al Corpo e al
              Sangue di Cristo, 128
    --Il conoscimento di s e di Dio  orazione continua, 118
    --Le opere che si fanno per amore del prossimo sono orazione, 129
    --L'orazione perfetta non s'acquista con molte parole, 128
    --L'orazione dei servi di Dio costringe Iddio a far misericordia al
              mondo, 8, 9, 38, 42
    -- un debito che abbiamo verso il prossimo, 23
    --L'orazione offerta a Dio per la salute del prossimo  incenso
              odorifero, 168.

  _ordine_ di s. Domenico paragonato ad una navicella con tre
              funicelli, 375
    --La sua regola  larga e gioconda, 376
    --Carattere particolare del suo ordine, 375.

  _ordini religiosi_--Stabiliti per coloro che aspirano alla
              perfezione, 372, 373
    --Differenze loro, 374, 375
    --Cause della loro prosperit e decadenza, 373, 374.


  _Pace_--Si trova dopo la vittoria di se stessi, 50, 146, 147, 151, 190
    -- frutto della pazienza, 188.

  _Paolo_ (s.)--Sua conversione, 159
    --Ottenuta per le orazioni di s. Stefano, 182
    --Suo desiderio di essere sciolto dal corpo, 155, 160
    --Sue parole, 6, 25, 26, 129, 150, 178, 192.

  _parole_--Danno che producono, 183
    --Pi penetranti del coltello, ivi.

  _Passione di Cristo_--Il suo merito  infinito, e infinito il
              frutto, 143, 144
    --Gli uomini ne abusano, 265.

  _passione sensitiva_, cio la sensualit, dev'essere conculcata sotto
              la ragione, 14.

  _passioni_--Permesse da Dio ne' suoi santi per accrescerne la
              virt, 67.

  _pazienza_--Reina di tutte le virt, 149
    --Sta nella rcca della fortezza, 189
    -- il midollo della carit, 24, 149
    --Si prova nelle pene, 11
    -- la prova di tutte le virt, 189
    -- il segno dimostrativo che Dio  nell'anima, 24
    --Frutto della pazienza, 188
    --Suo elogio, 149, 189.

  _peccato_--Consiste in amare quello che Iddio odia e in odiare quello
              che Iddio ama, 197
    --Sua cagione  l'amor proprio sensitivo, 197, 239
    --Il peccato originale lasci nella natura umana l'inchinamento al
              peccato e ogni difetto corporale, 35, 36
    --Per esso la creatura trov ribellione a se medesima, 43
    --Peccato attuale e mentale, 12
    --Si partorisce nel prossimo, 13, 14, 17
    --Il peccato  non cavelle, 40, 61, 185
    --Peccato che non si perdona  la disperazione, 68
    --La considerazione del peccato deve essere unita a quella della
              bont di Dio, 125, 126
    --Non si dee commetter peccato nemmeno per fare il bene, 27.

  _peccatori_--Sono alberi di morte, che tengono la radice nella
              superbia, 61
    --Loro follia nell'andare alla morte eterna cantando, 327
    --Per la carit di Dio e per le orazioni dei suoi servi vengono a
              conoscimento e contrizione dei peccati, 8.

  _pene di questa vita_--Non tutte date per punizione, ma per
              correzione, 5
    --Non valgono ad espiare la colpa senza la vera contrizione,
              5, 6, 28
    --Per la virt della carit sono sufficienti a soddisfare le proprie
              colpe e le altrui, 8
    --Nei perfetti soddisfano alla colpa e alla pena: nei generali
              (uomini di virt comune) soddisfano soltanto la colpa, 10
    --Sostenute per la salute delle anime, sono molto accette a Dio, 11
    --Necessarie per giungere a virt, 190
    --Ai perfetti le pene sono un piacere, 150.

  _penitenza_-- strumento di virt, ma non virt, 21, 209, 210
    --Dee farsi con discrezione, 21
    -- cosa finita, e perch, 25
    -- chiamata da Caterina strumento di fuore, 212, a contrapposto
              delle virt intrinseche de l'anima, 21
    --Non tutti possono fare la penitenza, 25, 210.

  _perfezione_--Non consiste nella penitenza, ma nella virt, 24 a 26
    --Non sta solo in macerare il corpo, ma in uccidere la propria
              volont, secondo s. Paolo, 25, 26, 210
    --Anche i mondani sentono la piacevolezza dei perfetti, 342.

  _persecuzioni_--Sostenute dai servi di Dio per la salute delle anime,
              sono molto grate a Dio, 42.

  _perseveranza_--Conduce alla morte o alla vita per mezzo del vizio o
              della virt, 100
    --Riceve gloria e corona di vittoria in Dio, 101.

  _pesca miracolosa_--Spiegata allegoricamente, 339, 340.

  _piaceri del mondo_--V. _allegoria dell'albero_, 82, 83.

  _pianto_--V. _lagrime_.

  _pietre delle virt_--V. _allegoria del ponte_, 42 a 44.

  _Pietro_ (s.)--Primo pontefice, 231
    --Ha dato lume nella Chiesa con la predicazione e col sangue, 240
    --Rinneg Cristo perch lo amava ancora d'amore imperfetto, 111
    --Pianse, ma di pianto imperfetto, 116
    --Il suo amore e quello degli altri apostoli fu imperfetto fino alla
              Pentecoste, 116.

  _Pietro martire_ (s.)--Scrive il credo col suo sangue, 377.

  _Pilato_--Fece uccidere Cristo per il perverso timore di perdere la
              signoria, 234.

  _ponte_--V. _allegoria del ponte_, 42 a 44.

  _Pontefice_--Chiamato da Caterina Cristo in terra, 231, 232, 269
    --Chi  fuori della sua obbedienza sta in stato di dannazione, 364
    --Deve punire la simonia, 269.

  _potenze dell'anima_--Quali sono, 10
    --Sono la dote data all'anima da Dio, e che a Dio deve tornare, ivi
    --Accordate l'una con l'altra, 51
    --Se non sono congregate, non pu l'anima avere perseveranza, 100
    --Iddio si trova nel mezzo di esse quando sono congregate, 103
    --Raffigurate nei tre scaloni del ponte allegorico, 100, 104,
              105, 401.

  _povert di spirito_-- di quelli che osservano i comandamenti e i
              consigli, 351 a 356
    --Cristo ne dtte il primo esempio 352, 353
    --I veri poveri di spirito sono poveri, ma non mendchi, 345
    --Quei poveri, che non hanno lo spirito della povert, sono ricchi
              quanto a desiderio, ivi.

  _predicatori_--Posti perch annunzino la parola di Dio, ed essi
              gridano solo col suono della parola, e per non fanno
              frutto, 260
    --La gittano con parlare polito, ma non schietto che attenda a
              pascere l'anime, 388.

  _prelati_--Sono obbligati di correggere i sudditi senza timore
            servile, 241, 242.

  _presunzione_, 206
    --Infermit occulta, 217
    --Presunzione nella misericordia di Dio, 95, 96, 289.

  _prosperit_. V. _venti_
    --Distoglie dalla virt, 95
    --Non  cattiva in s, 184.

  _prossimo_--Iddio ha posto il mezzo del prossimo, acciocch si faccia
              a lui quello che non si pu fare a Dio, 119, 174
    --Dobbiamo amarlo con discrezione, non facendo male di colpa a noi
              per utilit altrui, 27
    --Dobbiamo sovvenirlo spiritualmente e temporalmente, 12
    --L'amore del prossimo dev'esser bevuto in Dio, 118, 119
    --Il prossimo  il mezzo con cui si compiono tutte le virt e tutti
              i difetti, 11 a 15.

  _Provvidenza_--Non manca mai n ai perfetti n agl'imperfetti, 308
    --Ingiusti lamenti contro la Provvidenza, 311
    --Anche il solo lume naturale basta a farci conoscere la provvidenza
              di Dio, 308
    --Accecamento di quelli che non sperano in essa, 314, 319, 320.

  _purit perfetta_--Modo di pervenirvi, 203.


  _Regno di Dio_, cio la buona e santa vita, 319.

  _ricchezze e stati del mondo_--Debbono possedersi come cosa prestata,
              89 a 92
    --I filosofi le spregiavano per non averne impedimento ad acquistare
              la scienza, 348.

  _ricco epulone_--Per qual cagione temeva la dannazione dei suoi
              fratelli, 72.

  _riformazione della Chiesa_--Sar data non con guerra n con coltello
              n crudelt, ma con pace e quiete, lagrime e sudori de'
              servi di Dio, 38, 167, 402.

  _riprensione_--In che modo debba riprendersi il prossimo, 206, 207,
              211, 212.


  _Sacerdoti_--Loro dignit, 220, 231
    --Dell'eccellenza dei virtuosi sacerdoti, 238 a 247
    --Quali dovrebbero essere gli eletti al sacerdozio, 269, 270
    --Debbono essere sovvenuti dai fedeli nelle cose temporali, 230
    --Di questa sostanza debbono farsi tre parti, ivi
    --Le colpe dei sacerdoti non diminuiscono la virt dei sacramenti,
              231
    --Della riverenza che si deve ai sacerdoti, buoni o cattivi che
              siano, 247 a 249
    --Non vogliate toccare i miei unti, 232, 295
    --Iddio reputa fatta a s la persecuzione che si fa a loro, ivi
    --Questa colpa  pi grave di qualunque altra, 233
    --Dei difetti degli iniqui sacerdoti, 249 a 284.

  _sacramenti_--Loro virt viene dal sangue di Cristo, 231
    --Sacramento del Corpo di Cristo manifestato a Caterina, 225, 226
    --Purit che richiede in chi lo ministra e in chi lo riceve, 256.

  _sacrifizio_--In che modo dee farsi a Dio sacrifizio di noi, 29.

  _sangue di Cristo_--Dato largamente a tutta l'umana generazione, 267
    --Dato a ministrare al vicario di Cristo, 124, 231
    --Sparso per darci vita, spesso  occasione di morte pei nostri
              peccati, 33, 34.

  _scienza_--S'ottiene con l'orazione pi che con lo studio, 192
    --Pu essere avvelenata dalla superbia, 270.

  _Scrittura_ (s.)--Interpretata dai santi della Chiesa, 163
    --Non compresa se non letteralmente dai superbi, 165, 259.

  _sdegno_--Lo sdegno verso il prossimo discosta l'anima da Dio e toglie
              talvolta anche la grazia, 203.

  _sensualit_-- contraria allo spirito, 196
    --Dee conculcarsi sotto la ragione, 14, 139
    --Si taglia col coltello di due tagli, cio odio del vizio e amore
              della virt, 89
    --Due parti sono in noi: la sensualit e la ragione; la sensualit 
              serva, ed  posta per servire all'anima, 99
    --L'obbediente la signoreggia, 380.

  _servi di Dio_--Chiamati a cercar la gloria di Dio nella salute delle
              anime, 42
    --Seguitando la dottrina di Cristo partecipano della sostanza del
              Verbo, 47
    --Sono potati con molte tribolazioni per prova e accrescimento di
              virt, 47.

  _Silvestro_ (s.)--Sua disputa sulla fede, 240
    --Suo coraggio innanzi l'imperatore Costantino, 245.

  _similitudine_--Del vasello e dell'acqua che si presenta al signore,
              29.
    --Della donna che d alla luce il figliuolo, 28, 87.
    --Dello specchio, 31.
    --Della blia che prende la medicina, 35.
    --Del vasello pieno o vuoto, 104.
    --Della mosca e della pignatta, 176.
    --Della fornace e dell'acqua, 180.
    --Del vasello e del mare, 400.
    --Della candela bagnata, 223, 224.
    --Del lume e delle candele, 222.
    --Della candela senza il lucignolo, 222, 223.
    --Dello specchio che si rompe, 222.
    --Del sole, 220, 221.
    --Del vasello a cui si beve nella fonte, 118, 119.
    --Del tizzone e della fornace, 153.
    --Del suggello e della cera, 227, 228.
    --Della navicella nel mare tempestoso, 188.
    --Della navicella degli ordini religiosi, 372, 373.
    --Del giardino, 130.
    --Della porta con lo sportello, 378 a 380.
    --Del cane che fa la guardia, 285.

  _spine e triboli_ della vita a chi nocciano, 85, 92, 93.

  _Spirito santo_--Certific la dottrina di Cristo, 56
    --Venne, accompagnato con la potenza del Padre e con la sapienza del
              Figliuolo, 57
    --Serve coloro che amano perfettamente Dio, 151, 152
    --Geme coi giusti, 178.

  _stati dell'anima_--V. _allegoria del ponte_.

  _stato_--In qualunque stato l'uomo pu servire a Dio, 90, 91, 105.

  _Stefano_ (s.), 355--Le sue preghiere ottengono la conversione di s.
              Paolo, 182.

  _strada del cielo_ fu rotta da Adamo, 43.

  _superbia_--Sua descrizione, 63
    --Tutti i vizi sono conditi dalla superbia, come le virt dalla
              carit, 272
    --Fa perdere il conoscimento, 275
    --Una delle tre colonne di vizi onde procedono tutti gli altri,
              263, 279.


  _Talpa_--V. _avari_.

  _tempo_-- quanto una punta d'ago, 86.

  _tentazioni_ e loro utilit, 79, 80, 176, 177.

  _timore_--Timore santo, 107
    --Timore servile, 94, 106, 107, 109
    --Suoi effetti sull'uomo, 184.

  _Tommaso_ (s.), 163, 192, 240.

  _tralci_, cio i fedeli, uniti con la vera vite, il figliuolo di Dio,
              46
    --Ogni tralcio, che non fa frutto, sar tagliato, 46, 47.

  _tribolazioni_--I servi di Dio debbono sostenerle per gloria e loda del
              nome suo, 8
    --Date all'uomo per migliorarlo, come la potatura alla vite,
              47, 85, 333.

  _Trinit_--L'uomo per le sue tre potenze  immagine della Trinit, 32.


  _Umilt_--Trovasi nel conoscimento di s, 14, 22
    --Esce dall'odio di s, 116
    -- blia della carit, 7
    --Nutrice della obbedienza, 365
    --Virt piccola, 378
    -- la via pi sicura per conservare l'obbedienza, 383
    --L'uomo umile con santa coscienza  miglior consigliere dell'anima
              che il superbo letterato, 165.

  _uomo_--Fatto libero perch signoreggi la propria sensualit, 36
    --Dopo aver ribellato a Dio, trov ribellione a se medesimo, 43
    --Per la ribellione a Dio perdette la sua dignit, 32
    --Non pu sottrarsi a Dio, ma ci sta o per giustizia o per
              misericordia, 40, 41
    --Non pu appagarsi che in Dio, perch le cose create sono tutte
              minori dell'uomo, 92, 184
    --Uomo vecchio: Adamo; uomo nuovo: Cristo, 403.

  _usurai_--Vendono il tempo al prossimo, 268.


  _Venti_ di prosperit, di avversit, di timore e di coscienza
              percuotono i mondani, 184, 185.

  _Verbo_--V. _Cristo_.

  _verit di Dio_  che fummo creati per la vita eterna, 43, 191, 402,
              403
    --Ci  manifestata col sangue di Cristo, 191, 403.

  _via della bugia_--Vi si passa con fatica. Chi va per essa gusta
              l'arra dell'inferno, 54, 55.

  _via della verit_--Per essa si va con fatica; ma  dilettevole, 54
    --Chi va per essa partecipa, anche in questa vita, al bene della
              vita durabile, 54, 55.

  _vicario di Cristo_--Tiene la chiave del Sangue, 124.

  _vigilia corporale e spirituale_, 118.

  _virt_--Non si giunge a lei se non per conoscimento di s, 80
    --E il bene e la cagione del bene, 197
    --Nei giusti perfetti passa la natura, 285
    --Le virt hanno vita da Cristo, 6, 52
    --Si compiono col mezzo del prossimo, 11
    --Sono tutte legate nell'affetto della carit, 16
    --Si provano e fortificano con i loro contrari, 17, 80
    --Se al tempo che son provate con molti contrari non fanno buona
              prova, non sono virt in verit fondate, 18
    --Sono le pietre murate nel ponte mistico, 52, 53
    --Le virt intrinseche sono tutte operative, 21.

  _vita attiva e contemplativa_ stanno insieme come l'orazione mentale e
              la vocale, 128.

  _vizi_--Atterrano il cielo dell'anima, 63
    --Contrapposto di vizi e di virt, 380.

  _volgere il capo addietro a mirare l'aratro_, 29, 148.
    --Allude al detto dell'Evangelo (Luca, IX, 62): Nessuno che, dopo
              aver messa la mano all'aratro, volga indietro lo sguardo,
               buono pel regno di Dio.

  _volont_-- forte e libera, 79
    --Quanto male pu venire da lei, 328 a 330
    --Iddio la fortifica nelle tentazioni, 135, 177
    --Posta in mano al demonio,  un'arme con la quale ci percuote e
              uccide, 79.

  _volont spirituale_, 199.

  _volont sensitiva_, disordinata,  la sola cosa che d pena all'uomo,
              85, 188
    --Deve uccidersi con l'odio della propria sensualit, 26, 284, 285
    --Nei santi  morta, 85, 146
    --Essi son vestiti di quella di Dio, 91, 146
    --La loro volont  pienamente appagata, 84.




INDICE


  I.--Come l'anima per orazione s'unisce con Dio, e come questa
  anima, de la quale qui si parla, essendo levata in contemplazione,
  faceva a Dio quatro petizioni                                 pag.   3

  II.--Come el desiderio di questa anima crebbe, essendole mostrato
  da Dio la necessit del mondo                                       4

  III.--Come l'operazioni finite non sono sufficienti a punire n a
  remunerare senza l'affecto de la carit continuo                    5

  IV.--Come el desiderio e la contriczione del cuore satisfa a la
  colpa e a la pena in s e in altrui, e come tale volta satisfa a
  la colpa e none a la pena                                           6

  V.--Come molto  piacevole a Dio el desiderio di volere portare
  per lui                                                            11

  VI.--Come ogni virt e ogni defecto si fa col mezzo del
  proximo                                                           ivi

  VII.--Come le virt s'aoperano col mezzo del proximo, e perch
  le virt sono poste tanto differenti ne le creature                14

  VIII.--Come le virt si pruovano e fortificano per li loro
  contrari                                                           17


  TRACTATO DE LA DISCREZIONE

  IX.--Qui comincia el tractato de la discrezione. E prima, come
  l'affecto non si die ponere principalmente ne la penitenzia ma ne
  le virt. E come la discrezione riceve vita da l'umilit, e come
  rende ad ciascuno el debito suo                                    21

  X.--Similitudine come la carit, l'umilit e la discrezione sono
  unite insieme; a la quale similitudine l'anima si debba
  conformare                                                         23

  XI.--Come la penitenzia e gli altri exercizi corporali si
  debbono prendere per strumento da venire a virt e non per
  principale affecto. E del lume de la discrezione in diversi altri
  modi e operazioni                                                  24

  XII.--Repetizione d'alcune cose gi decte, e come Dio promecte
  refrigerio a' servi suoi e la reformazione de la sancta Chiesa
  col mezzo del molto sostenere                                      28

  XIII.--Come questa anima per la responsione divina crebbe
  insiememente e manc in amaritudine; e come fa orazione a Dio
  per la Chiesa sancta sua e per lo populo suo                       30

  XIV.--Come Dio si lamenta del popolo cristiano, e singularmente
  de' ministri suoi, toccando alcuna cosa del sacramento del Corpo
  di Cristo e del benefizio de la Incarnazione                       33

  XV.--Come la colpa  pi gravemente punita doppo la passione di
  Cristo che prima, e come Dio promecte di fare misericordia al
  mondo e a la sancta Chiesa col mezzo dell'orazione e del patire
  de' servi suoi                                                     36

  XVI.--Come questa anima cognoscendo pi de la divina bont, non
  rimaneva contenta di pregare solamente per lo popolo cristiano e
  per la sancta Chiesa, ma pregava per tucto quanto el mondo         38

  XVII.--Come Dio si lamenta de le sue creature razionali e
  maximamente per l'amore proprio che regna in loro, confortando
  la predecta anima ad orazione e lagrime                            39

  XVIII.--Come neuno pu uscire da le mani di Dio, per che o
  egli vi sta per misericordia o elli vi sta per giustizia           40

  XIX.--Come questa anima crescendo nell'amoroso fuoco desiderava
  di sudare di sudore di sangue; e reprendendo se medesima faceva
  singulare orazione per lo padre dell'anima sua                     41

  XX.--Come senza tribolazioni portate con pazienzia non si pu
  piacere a Dio; e per Dio conforta lei e il padre suo a portare
  con vera pazienzia                                                 42

  XXI.--Come, essendo rotta la strada d'andare al cielo per la
  disobedienzia d'Adam, Dio fece del suo Figliuolo ponte per lo
  quale si potesse passare                                           43

  XXII.--Come Dio induce la predecta anima a raguardare la
  grandezza d'esso ponte, cio per che modo tiene da la terra al
  cielo                                                              44

  XXIII.--Come tutti siamo lavoratori messi da Dio a lavorare ne
  la vigna de la sancta Chiesa. E come ciascuno ha la vigna propria
  da se medesimo; e come noi tralci ci conviene essere uniti ne la
  vera vite delFigliuolo di Dio                                      45

  XXIV.--Per che modo Dio pota i tralci uniti con la predecta vite,
  cio i servi suoi, e come la vigna di ciascuno  tanto unita con
  quella del proximo, che neuno pu lavorare o guastare la sua che
  non lavori o guasti quella del proximo                             47

  XXV.--Come la predecta anima, doppo alcune laude rendute a Dio,
  el prega che le mostri coloro che vanno per lo ponte predecto e
  quelli che non vi vanno                                            49

  XXVI.--Come questo benedecto ponte ha tre scaloni, per li quali
  si significano tre stati dell'anima. E come questo ponte, essendo
  levato in alto, non  per separato da la terra. E come s'intende
  quella parola che Cristo dixe: Se Io sar levato in alto, ogni
  cosa trarr a me                                                  50

  XXVII.--Come questo ponte  murato di pietre, le quali significano
  le vere e reali virt, e come in sul ponte  una bottiga, dove
  si d el cibo a' viandanti; e come chi tiene per lo ponte va ad
  vita, ma chi tiene di sotto per lo fiume, va ad perdizione e
  ad morte                                                           52

  XXVIII.--Come per ciascuna di queste due strade si va con fadiga,
  cio per lo ponte e per lo fiume. E del dilecto che l'anima sente
  in andare per lo ponte                                             54

  XXIX.--Come questo ponte, essendo salito al cielo el d de la
  Ascensione, non si part per di terra                             55

  XXX.--Come questa anima, maravigliandosi de la misericordia di
  Dio, racconta molti doni e grazie procedute da essa divina
  misericordia ad l'umana generazione                                58

  XXXI.--De la indignit di quelli che passano per lo fiume, di
  sotto al ponte decto; e come l'anima, che passa di sotto, Dio
  la chiama arbore di morte, el quale tiene le radici sue
  principalmente in quatro vizi                                      60

  XXXII.--Come e' fructi di questo arbore tanto sono diversi quanto
  sono diversi e' peccati. E prima del peccato de la
  carnalitade                                                        62

  XXXIII.--Come el fructo d'alcuni altri  l'avarizia. E de' mali
  che procedono da essa                                             ivi

  XXXIV.--Come d'alcuni altri, e' quali tengono stato di signoria,
  el loro fructo  ingiustizia                                       64

  XXXV.--Come per questi e per altri defecti si cade nel falso
  giudicio. E de la indignit ne la quale perci si viene            65

  XXXVI.--Qui parla sopra quella parola che dixe Cristo quando
  dixe: Io mandar el Paraclito che riprender el mondo de la
  ingiustizia e del falso giudicio. E qui dice come una di queste
  reprensioni  continua                                             66

  XXXVII.--De la seconda reprensione, ne la quale si riprende
  de la ingiustizia e del falso giudicio in generale e in
  particulare                                                        68

  XXXVIII.--Di quattro principali tormenti de' danpnati; a'
  quali seguitano tucti gli altri e in singularit della ladiezza
  del demonio                                                        69

  XXXIX.--De la terza reprensione, la quale si far nel d del
  giudicio                                                           71

  XL.--Come i danpnati non possono desiderare alcuno bene       pag.  72

  XLI.--De la gloria de' beati                                       73

  XLII.--Come doppo el giudicio generale crescer la pena de'
  danpnati                                                           76

  XLIII.--De la utilit de le temptazioni, e come ogni anima ne
  la extremit de la morte vede e gusta el luogo suo, prima che
  essa anima sia separata dal corpo, cio o pena o gloria che
  debba ricevere                                                     79

  XLIV.--Come el demonio sempre piglia l'anime sotto colore
  d'alcuno bene. E come quelli che tengono per lo fiume, e non
  per lo ponte predecto, sono ingannati, per che volendo
  fuggire le pene caggiono ne le pene; ponendo qui la visione
  d'uno arbore che questa anima ebbe una volta                       81

  XLV.--Come, avendo el mondo per lo peccato germinato spine e
  triboli, chi sono quelli ad cui queste spine non fanno male,
  bene che neuno passi questa vita senza pena                        83

  XLVI.--De' mali che procedono da la cechit dell'occhio de
  l'intellecto. E come li beni che non sono facti in stato di
  grazia non vagliono ad vita etterna                                86

  XLVII.--Come non si possono observare i comandamenti che
  non si observino i consigli. E come in ogni stato che la persona
  vuole essere, avendo sancta e buona volont,  piacevole
  a Dio                                                              89

  XLVIII.--Come li mondani con ci che posseggono non si possono
  saziare; e de la pena che d loro la perversa volont
  pur in questa vita                                                 91

  XLIX.--Come el timore servile non  sufficiente a dare vita
  eterna; e come exercitando questo timore si viene ad amore
  de le virt                                                        94

  L.--Come questa anima venne in grande amaritudine per la
  cechit di quelli che s'annegavano gi per lo fiume                96

  LI.--Come i tre scaloni figurati nel ponte gi decto, cio nel
  Figliuolo di Dio, significano le tre potenzie dell'anima           97

  LII.--Come, se le predecte tre potenzie dell'anima non sono
  unite insieme, non si pu avere perseveranzia, senza la quale
  neuno giogne al termine suo                                       100

  LIII.--Exposizione sopra quella parola che dixe Cristo: Chi
  ha sete venga ad me e beia                                       ivi

  LIV.--Che modo debba tenere generalmente ogni creatura razionale
  per potere escire del pelago del mondo e andare per
  lo predecto sancto ponte                                          102

  LV.--Repetizione in somma d'alcune cose gi decte                 104

  LVI.--Come Dio, volendo mostrare a questa devota anima che i tre
  scaloni del sancto ponte sono significati in particulare
  per li tre stati dell'anima, dice che ella levi s sopra
  di s a raguardare questa verit                                  106

  LVII.--Come questa devota anima, raguardando nel divino
  specchio, vedeva le creature andare in diversi modi               107

  LVIII.--Come el timore servile, senza l'amore de le virt, non
   sufficiente a dare vita eterna. E come la legge del timore
  e quella dell'amore sono unite insieme                            ivi

  LIX.--Come, exercitandosi nel timore servile, el quale  stato
  d'inperfeczione (per lo quale s'intende el primo scalone del
  sancto ponte), si viene al secondo, el quale  stato di
  perfeczione                                                       109

  LX.--De la inperfeczione di quelli che amano e servono Dio
  per propria utilit e dilecto e consolazione                      110

  LXI.--In che modo Dio manifesta se medesimo all'anima che
  l'ama                                                             113

  LXII.--Perch Cristo non dixe: Io manifestar el Padre mio,
  ma dixe: Io manifestar me medesimo                             114

  LXIII.--Che modo tiene l'anima per salire lo scalone secondo
  del sancto ponte, essendo gi salita el primo                     115

  LXIV.--Come, amando Dio inperfectamente, inperfectamente
  s'ama el proximo. E de' segni di questo amore inperfecto          118


  TRACTATO DELL'ORAZIONE

  LXV.--Del modo che tiene l'anima per giognere ad l'amore
  schietto e liberale. E qui comincia el tractato dell'orazione     123

  LXVI.--Qui, toccando alcuna cosa del sacramento del Corpo
  di Cristo, d piena doctrina come l'anima venga da l'orazione
  vocale a la mentale; e narra qui una visione che questa
  devota anima ebbe una volta                                       124

  LXVII.--De lo inganno che ricevono gli uomini mondani e'
  quali amano e servono Dio per propria consolazione e dilecto      130

  LXVIII.--De lo inganno che ricevono e' servi di Dio, e' quali
  ancora amano Dio di questo amore imperfecto predecto              131

  LXIX.--Di quelli e' quali, per non lassare la loro pace e
  consolazione, non sovengono al proximo ne le sue necessitadi      133

  LXX.--De lo inganno che ricevono quelli li quali hanno posto
  tucto el loro affecto ne le consolazioni e visioni mentali        135

  LXXI.--Come i predecti, che si dilectano de le consolazioni e
  visioni mentali, possono essere ingannati ricevendo el demonio
  transfigurato in forma di luce. E de' segni a' quali si pu
  cognoscere quando la visitazione  da Dio, o dal demonio          136

  LXXII.--Come l'anima, che in verit cognosce se medesima,
  saviamente si guarda da tucti li predecti inganni                 137

  LXXIII.--Per che modi l'anima si parte da l'amore inperfecto
  e giogne ad l'amore perfecto dell'amico e filiale                 139

  LXXIV.--De' segni a' quali si cognosce che l'anima sia venuta
  all'amore perfecto                                                140

  LXXV.--Come gl'imperfecti vogliono seguitare solamente el
  Padre, ma i perfecti seguitano el Figliuolo. E d'una visione
  che ebbe questa devota anima, ne la quale si narra di diversi
  baptesmi e d'alcune altre belle e utili cose                      141

  LXXVI.--Come l'anima, essendo salita el terzo scalone del
  sancto ponte, cio pervenuta a la bocca, piglia incontenente
  l'offizio de la bocca. E come la propria volont essendo
  morta  vero segno che ella v' gionta                            144

  LXXVII.--De le operazioni de l'anima poi che  salita el
  predecto sancto terzo scalone                                     147

  LXXVIII.--Del quarto stato, el quale non  per separato dal
  terzo; e de le operazioni de l'anima che  gionta a questo
  stato; e come Dio non si parte mai da essa per continuo
  sentimento                                                        149

  LXXIX.--Come Dio da' predecti perfectissimi non si sottrae
  per sentimento n per grazia, ma s per unione                    153

  LXXX.--Come li mondani rendono gloria e loda a Dio, vogliano
  essi o no                                                         156

  LXXXI.--Come eziandio li demni rendono gloria e loda a Dio       157

  LXXXII.--Come l'anima, poi che  passata di questa vita,
  vede pienamente la gloria e loda del nome di Dio in ogni
  creatura. E come in essa  finita la pena del desiderio, ma
  non el desiderio                                                  158

  LXXXIII.--Come, poi che sancto Paulo appostolo fu tracto
  a vedere la gloria de' beati, desiderava d'essere sciolto dal
  corpo; la qual cosa fanno anche quelli che sono giunti al
  terzo e al quarto santo stato predecto                            159

  LXXXIV.--Per quali cagioni l'anima desidera d'essere sciolta
  dal corpo. La quale cosa non potendo essere, non discorda
  per dalla volont di Dio; ma pi tosto si gloria in questa
  e in ogni altra pena per onore di Dio                             161

  LXXXV.--Come quelli che sono gionti al predecto stato unitivo,
  sono illuminati nell'occhio dell'intellecto loro di lume
  sopranaturale infuso per grazia; e come  meglio andare per
  consiglio de la salute dell'anima ad uno umile con sancta
  coscienzia, che a uno superbo licterato                           163

  LXXXVI.--Repetizione utile di molte cose gi decte; e come
  Dio induce questa devota anima a pregarlo per ogni creatura
  e per la sancta Chiesa                                            166

  LXXXVII.--Come questa devota anima fa petizione a Dio
  di volere sapere de li stati e fructi de le lagrime               168

  LXXXVIII.--Come sono cinque maniere di lagrime                    169

  LXXXIX.--De la differenzia d'esse lagrime, discorrendo per
  li predecti stati dell'anima                                      170

  XC.--Repetizione breve del precedente capitolo. E come el
  demonio fugge da quelli che sono gionti a le quinte lagrime.
  E come le molestie del demonio sono verace via da giognere
  a questo stato                                                    175

  XCI.--Come quelli, che desiderano le lagrime degli occhi e
  non le possono avere, hanno quelle del fuoco. E per che
  cagione Dio sottrae le lagrime corporali                          177

  XCII.--Come li quatro stati di questi predecti cinque stati de
  le lagrime dnno infinite varietadi di lagrime. E come Dio
  vuole essere servito con cosa infinita e non con cosa
  finita                                                            179

  XCIII.--Del fructo de le lagrime degli uomini mondani             181

  XCIV.--Come li predecti piangitori mondani sono percossi
  da quatro diversi venti                                           184

  XCV.--De' fructi de le seconde e de le terze lagrime              187

  XCVI.--Del fructo de le quarte e unitive lagrime                  190

  XCVII.--Come questa devota anima, ringraziando Dio de
  la dechiarazione de' predecti stati de le lagrime, gli fa tre
  petizioni                                                         193

  XCVIII.--Come el lume de la ragione  necessario ad ogni anima
  che vuole a Dio in verit servire. E prima, del lume generale     195

  XCIX.--Di quelli e' quali hanno posto pi el loro desiderio
  in mortificare el corpo che in uccidere la propria volont;
  el quale  uno lume perfecto pi che il generale, ed 
  questo el secondo lume                                            198

  C.--Del terzo e perfectissimo lume de la ragione. E dell'opere
  che fa l'anima quando  venuta a esso lume. E d'una bella
  visione che questa devota anima ebbe una volta, ne la quale
  si tracta pienamente del modo da venire ad perfecta purit,
  e dove anco si parla del non giudicare                            199

  CI.--Per che modo ricevono l'arra di vita eterna in questa vita
  quelli che stanno nel predecto terzo perfectissimo lume           204

  CII.--Per che modo si debba reprendere el proximo, a ci
  che la persona non caggia in falso giudizio                       206

  CIII.--Come, se, pregando per alcuna persona, Dio la
  manifestasse, nella mente di chi prega, piena di tenebre,
  non si debba per giudicare in colpa                              207

  CIV.--Come la penitenzia non si die pigliare per fondamento n
  per principale affecto, ma l'affecto e l'amore de le virt        209

  CV.--Repetizione in somma de le predecte cose, con una
  agiunta sopra la reprensione del proximo                          211

  CVI.--De' segni da cognoscere quando le visitazioni e visioni
  mentali sono da Dio o dal demonio                                 212

  CVII.--Come Dio  adempitore de' sancti desidri de' servi
  suoi, e come molto gli piace chi dimanda e bussa a la porta
  de la sua Verit con perseveranzia                                215

  CVIII.--Come questa devota anima, rendendo grazie a Dio,
  s'umilia. Poi fa orazione per tucto el mondo e singularmente
  per lo corpo mistico de la sancta Chiesa e per li figliuoli
  suoi spirituali e per li due padri de l'anima sua. E, doppo
  queste cose, dimanda d'udire parlare de' defecti de' ministri
  de la sancta Chiesa                                               216

  CIX.--Come Dio rende sollicita la predecta anima all'orazione,
  rispondendo ad alcuna de le predecte petizioni                    219

  CX.--De la dignit de' sacerdoti, e del sacramento del Corpo
  di Cristo. E di quelli che comunicano degnamente e
  indegnamente                                                      220

  CXI.--Come i sentimenti corporali tucti sono ingannati del
  predecto sacramento, ma non quelli dell'anima; e per con
  quelli si debba vedere, gustare e toccare. E d'una bella
  visione che questa anima ebbe sopra questa materia                225

  CXII.--De la excellenzia dove l'anima sta, la quale piglia el
  predecto sacramento in grazia                                     227

  CXIII.--Come le predecte cose, che sono decte intorno a la
  excellenzia del sacramento, sono decte per meglio cognoscere
  la dignit de' sacerdoti. E come Dio richiede in essi maggiore
  purit che nell'altre creature                                    228

  CXIV.--Come li sacramenti non si debbono vendere n comprare,
  e come quelli che el ricevono debbono sovenire li
  ministri de le cose temporali, quali essi ministri debbono
  dispensare in tre parti                                           229

  CXV.--De la dignit de' sacerdoti, e come la virt de' sacramenti
  non diminuisce per le colpe di chi gli ministra o
  riceve. E come Dio non vuole che li secolari s'inpaccino di
  corrggiarli                                                      230

  CXVI.--Come la persecuzione, che si fa a la sancta Chiesa o
  vero a' ministri, Dio la reputa facta a s, e come questa
  colpa  pi grave che neuna altra                                 232

  CXVII.--Qui si parla contra li persecutori de la sancta Chiesa
  e de' ministri, in diversi modi                                   236

  CXVIII.--Repetizione breve sopra le predecte cose de la sancta
  Chiesa e de' ministri                                             238

  CXIX.--De la excellenzia e de le virt e de le operazioni sancte
  de' virtuosi e sancti ministri. E come essi hanno la condiczione
  del sole. E de la correzione loro verso de' subditi               ivi

  CXX.--Repetizione in somma del precedente capitolo; e de
  la reverenzia che si debba rendere a' sacerdoti, o buoni o
  rei che siano                                                     247

  CXXI.--De' defecti e de la mala vita degl'iniqui sacerdoti e
  ministri                                                          249

  CXXII.--Come ne' predecti iniqui ministri regna la ingiustizia,
  e singularmente non correggendo i subditi                         252

  CXXIII.--Di molti altri defecti de' predecti ministri, e
  singularmente dell'andare per le taverne e del giocare e del
  tenere oncubine                                                   254

  CXXIV.--Come ne' predecti ministri regna el peccato contra
  natura. E d'una bella visione che questa anima ebbe sopra
  questa materia                                                    256

  CXXV.--Come per gli predecti defecti li subditi non si
  correggono. E de' defecti de' religiosi. E come, per lo non
  correggere li predecti mali, molti altri ne seguitano             259

  CXXVI.--Come ne' predecti iniqui ministri regna el peccato
  de la luxuria                                                     263

  CXXVII.--Come ne' predecti ministri regna l'avarizia, prestando
  ad usura; ma singularmente vendendo e comprando li benefizi e
  le prelazioni. E de' mali che per questa cupidit sono advenuti
  ne la sancta Chiesa                                               267

  CXXVIII.--Come ne' predecti ministri regna la superbia, per
  la quale si perde el cognoscimento; e come, avendo perduto
  el cognoscimento, caggiono in questo defecto, cio che fanno
  vista di consecrare e non consacrano                              272

  CXXIX.--Di molti altri defecti e' quali per superbia e per
  l'amore proprio si comectono                                      276

  CXXX.--Di molti altri defecti e' quali comectono li predecti
  iniqui ministri                                                   282

  CXXXI.--De la differenzia de la morte de' giusti ad quella
  de' peccatori. E prima, de la morte de' giusti                    284

  CXXXII.--De la morte de' peccatori, e de le pene loro nel
  punto de la morte                                                 288

  CXXXIII.--Repetizione breve sopra molte cose gi decte. E
  come Dio in tucto vieta che i sacerdoti non siano toccati
  per le mani de' secolari, e come invita la predecta anima a
  piangere sopra essi miseri sacerdoti                              294

  CXXXIV.--Come questa devota anima, laudando e ringraziando
  Dio, fa orazione per la sancta Chiesa                             296

  TRACTATO DE LA PROVIDENZIA

  CXXXV.--Qui comincia el tractato de la providenzia di Dio.
  E prima, de la providenzia in generale, cio come providde
  creando l'uomo a la imagine e similitudine sua. E come
  provide con la incarnazione del Figliuolo suo, essendo serrata
  la porta del paradiso per lo peccato d'Adam. E come
  providde dandocisi in cibo continuamente nell'altare              303

  CXXXVI.--Come Dio providde dando la speranza ne le sue
  creature. E come chi pi perfectamente spera, pi perfectamente
  gusta la providenzia sua                                          306

  CXXXVII.--Come Dio provide nel Testamento vecchio con la legge
  e co' profeti; e poi con mandare el Verbo; poi con gli apostoli,
  co' martiri e con gli altri sancti uomini. Come nulla adiviene
  a le creature, che tucto non sia providenzia di Dio               309

  CXXXVIII.--Come ci che Dio ci permecte  solamente per
  nostro bene e per nostra salute. E come sono ciechi e ingannati
  quelli che giudicano el contrario                                 310

  CXXXIX.--Come Dio providde in alcuno caso particulare a
  la salute di quella anima ad cui adivenne el caso                 313

  CXL.--Qui, narrando Dio la providenzia sua verso de le sue
  creature in diversi altri modi, si lagna de la infidelit d'esse
  sue creature. Ed exponendo una figura del vecchio Testamento,
  d una utile doctrina                                             314

  CXLI.--Come Dio provede verso di noi, che noi siamo tribolati
  per la nostra salute. E de la miseria di quelli che si
  confidano in s e non ne la providenzia sua. E de la excellenzia
  di quelli che si confidano in essa providenzia                    318

  CXLII.--Come Dio providde verso de l'anime dando i sacramenti,
  e come provede a' servi suoi affamati del sacramento
  del Corpo di Cristo; narrando come providde pi volte, per
  mirabile modo, verso d'una anima affamata d'esso sacramento       322

  CXLIII.--De la providenzia di Dio verso di coloro che sono
  in peccato mortale                                                326

  CXLIV.--De la providenzia che Dio usa verso di coloro che
  sono ancora nell'amore inperfecto                                 328

  CXLV.--De la providenzia che Dio usa verso di coloro che
  sono ne la carit perfecta                                        333

  CXLVI.--Repetizione breve de le predecte cose. Poi parla
  sopra quella parola che dixe Cristo a sancto Pietro, quando
  dixe: Mecte la rete da la parte dextra de la nave               337

  CXLVII.--Come la predecta rete la gitta pi perfectamente
  uno che un altro, unde piglia pi pesci. E de la excellenzia
  di questi perfecti                                                340

  CXLVIII.--De la providenzia di Dio in generale, la quale usa
  verso le sue creature in questa vita e nell'altra                 342

  CXLIX.--De la providenzia che Dio usa verso de' poveri servi
  suoi, sovenendoli ne le cose temporali                            345

  CL.--De' mali che procedono dal tenere o desiderare
  disordinatamente le ricchezze temporali                           348

  CLI.--De la excellenzia de' poveri per spirituale intenzione.
  E come Cristo ci ammaestr di questa povert non solamente
  per parole, ma per exemplo. E de la providenzia di Dio
  verso di quelli che questa povert pigliano                       351

  CLII.--Repetizione in somma de la predecta divina providenzia     357

  CLIII.--Come questa anima, laudando e ringraziando Dio, el
  prega che esso le parli de la virt de la obedienzia              358


  TRACTATO DELL'OBEDIENZIA

  CLIV.--Qui comincia el tractato dell'obedienzia. E prima, dove
  l'obedienzia si truova, e che  quello che ce la tolle, e quale
   il segno che l'uomo l'abbi o no, e chi  la sua compagna
  e da cui  notricata                                              363

  CLV.--Come l'obedienzia  una chiave con la quale si disera
  el cielo, e come debba avere el funicello e debbasi portare
  attaccata a la cintura. E de le excellenzie sue                   366

  CLVI.--Qui insiememente si parla de la miseria de li
  inobedienti, e de la excellenzia de li obedienti                  369

  CLVII.--Di quelli e' quali pongono tanto amore all'obedienzia
  che non rimangono contenti de la obedienzia generale de'
  comandamenti, ma pigliano l'obedienzia particulare                371

  CLVIII.--Per che modo si viene da l'obedienzia generale a
  la particulare. E de la excellenzia de le religioni               372

  CLIX.--De la excellenzia de li obedienti e de la miseria de
  li inobedienti, li quali vivono ne lo stato de la religione       377

  CLX.--Come li veri obedienti ricevono per uno cento e vita
  eterna. E che s'intende per quello uno e per quello cento         384

  CLXI.--De la perversit, miseria e fadighe de lo inobediente.
  E de' miserabili fructi che procedono da la inobedienzia          386

  CLXII.--De la inperfeczione di quelli che tiepidamente vivono
  ne la religione, avengach si guardino da peccato mortale.
  E del remedio da uscire de la loro tiepiditade                    390

  CLXIII.--De la excellenzia de la obedienzia, e de' beni che
  d a chi in verit la piglia                                      393

  CLXIV.--Distinczione di due obedienzie, cio di quella de'
  religiosi e di quella che si rende ad alcuna persona fuore de
  la religione                                                      395

  CLXV.--Come Dio non merita secondo la fadiga de l'obedienzia
  n secondo longhezza di tempo, ma secondo la
  grandezza de la carit. E de la prontitudine de' veri obedienti,
  e de' miracoli che Dio ha mostrati per questa virt.
  E de la discrezione nell'obedire, e dell'opere e del premio
  del vero obediente                                                397

  CLXVI.--Questa  una repetizione in somma quasi di tucto
  questo presente libro                                             401

  CLXVII.--Come questa devotissima anima, ringraziando e
  laudando Dio, fa orazione per tucto el mondo e per la
  Chiesa sancta. E, comendando la virt de la fede, fa fine a
  questa opera                                                      404

  NOTA                                                              409

  VARIANTI                                                          443

  INDICE DEI NOMI E DELLE COSE NOTEVOLI                             449




AGGIUNTA.


Nell'elenco dei codici minori fu omesso il seguente codice casanatense,
descritto dal dr. B. Motzo nel suo studio _Alcune lettere di s. Caterina
da Siena in parte inedite_ Siena, 1911 (estratto dal _Bullettino senese
di storia patria_, anno XVIII, fasc. II-III).

Codice 292 nella vecchia segnatura E. IV. 26. b, legato in pergamena col
titolo a stampa sul dorso: _S. Catharina senens. opere_. Consta di 294
fogli non numerati di mm. 21x14. Nel recto del terzo foglio (che  di
carta pi recente come il primo e il secondo)  l'immagine a penna della
santa, che regge in una mano un libro aperto e nell'altra un cuore,
quale si vede nella stampa dell'edizione di Aldo del 1500. Nel verso del
terzo foglio la nota bibliografica recente: Catterina s. da Siena,
_Trattato della divina provvidenza_ con alquante divote e fruttifere
pistole che la s. vestita dell'abito di s. Domenico mand a pi
persone. _Ms. chartac. saec. XV in-4. Accedunt in fine quaedam de
nativit. s. Io. alterius auctoris et amanuensis_. Al f. 4 incomincia il
trattato Al nome di Jhes Christo Crocifixo et di Maria
dolce--Levandosi una anima anxietata di grandissimo desiderio verso
l'onore di Dio ecc. Continua sino al f. 198 v. e chiude Finito il
libro composto per la benedecta vergine, fedele sposa et serva di Jhes
Christo Katerina da Siena, dectato in abstractione, vestita del habito
di santo Domenico. _Amen_. I ff. 199-203 sono bianchi: a f. 204
cominciano le lettere.




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  |                      Nota del Trascrittore                         |
  |                                                                    |
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  | _corpo_--Sua gravezza  impedimento[impedimenmento] allo spirito   |
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  | --Della riverenza che si deve ai sacerdoti[sasacerdoti], buoni     |
  |                                                                    |
  | Manca la parentesi di chiusura della seguente frase:               |
  | non parla (se non come alcuna volta, per l'abondanzia del cuore    |
  |                                                                    |
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End of Project Gutenberg's Libro della divina dottrina, by Caterina da Siena

*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LIBRO DELLA DIVINA DOTTRINA ***

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Section  2.  Information about the Mission of Project Gutenberg-tm

Project Gutenberg-tm is synonymous with the free distribution of
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because of the efforts of hundreds of volunteers and donations from
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Volunteers and financial support to provide volunteers with the
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goals and ensuring that the Project Gutenberg-tm collection will
remain freely available for generations to come.  In 2001, the Project
Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure
and permanent future for Project Gutenberg-tm and future generations.
To learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
and how your efforts and donations can help, see Sections 3 and 4
and the Foundation web page at http://www.pglaf.org.


Section 3.  Information about the Project Gutenberg Literary Archive
Foundation

The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit
501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
Revenue Service.  The Foundation's EIN or federal tax identification
number is 64-6221541.  Its 501(c)(3) letter is posted at
http://pglaf.org/fundraising.  Contributions to the Project Gutenberg
Literary Archive Foundation are tax deductible to the full extent
permitted by U.S. federal laws and your state's laws.

The Foundation's principal office is located at 4557 Melan Dr. S.
Fairbanks, AK, 99712., but its volunteers and employees are scattered
throughout numerous locations.  Its business office is located at
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business@pglaf.org.  Email contact links and up to date contact
information can be found at the Foundation's web site and official
page at http://pglaf.org

For additional contact information:
     Dr. Gregory B. Newby
     Chief Executive and Director
     gbnewby@pglaf.org


Section 4.  Information about Donations to the Project Gutenberg
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